I nostri due cervelli: lo scienziato e l’artista che sono in noi!!

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“La mente intuitiva è un dono sacro, e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono.”
Albert Einstein

I due cervelli sono collegati da una fascia di fibre nervose, chiamata corpo calloso, in modo tale che l’uno possa ricevere informazioni dall’altro. Così, i dettagli raccolti dal cervello logico, possono essere visti in prospettiva come parte della grande immagine percepita dal cervello emotivo. Le parole espresse da un’altra persona possono essere codificate e comprese dal cervello logico, mentre l’insieme emotivo – come e perché vengono espresse – è compreso dal cervello emotivo. Lo scienziato ha le proprie intuizioni, che gli permettono di trarre delle conclusioni. L’artista usa le facoltà verbali della parte sinistra del cervello per descrivere a parole le sensazioni o le immagini che vuole comunicare agli altri. Ovviamente, funzioniamo al meglio quando entrambi gli emisferi sono integrati e l’artista e lo scienziato che sono in noi operano congiuntamente. Tuttavia, l’esperienza e l’indagine scientifica dimostrano che lo scienziato e l’artista non sempre cooperano, e possono, di fatto, entrare in conflitto.

Molti di noi hanno vissuto situazioni durante le quali abbiamo avuto l’impressione di subire un conflitto all’interno del cervello. Forse, una certa iniziativa ci permetterebbe logicamente (cervello sinistro) di raggiungere il nostro scopo, mentre l’altro cervello sembra sabotare ogni sforzo, o viceversa. Quando siamo sotto stress, e tutte le situazioni nuove di apprendimento producono stress, uno dei due emisferi prende la guida e l’altro si “disinnesca” e quindi funzioniamo solo a meta potenza e non possiamo accedere al nostro potenziale intero.

Cosa succede nel cervello quando veniamo confrontati con “troppo” stress emotivo? Una particolare area che si trova dietro l’orecchio del lobo dominante ha la forza di bloccare o addirittura creare un black-out (corto circuito) nel funzionamento del proprio cervello anteriore o quello dell’altro emisfero. Il funzionamento completo ed equilibrato dell’emisfero dominante viene bloccato per favorire un modello di sopravvivenza fisico-emozionale. Cioè in situazioni di stress reagiamo soprattutto col cervello posteriore secondo modelli basati su esperienze fatte nel passato, che si sono immagazzinati. L’accesso al cervello anteriore, responsabile delle novità, possibilità ed alternative, viene bloccato. Ciò corrisponde ad un disturbo di comunicazione tra cervello anteriore e posteriore. Lo stress di ogni genere (anche lo sforzo, l’impegno esagerato dei bambini) interrompe il meccanismo dell’integrazione del cervello, necessario per un apprendimento integrale. Le informazioni vengono percepite dal cervello posteriore però non sono accessibili dal cervello anteriore.

Con l’incapacità di esprimere ciò che si è appreso, inizia così il circolo vizioso dell’insuccesso. Ragazzi a cui non funziona il coordinamento tra cervello anteriore e posteriore vengono classificati come “disattenti”, “incapaci di comprendere”, “linguisticamente ritardati” o “iperattivi”.Gli esercizi per l’integrazione anteriore e posteriore del cervello invece mirano a disattivare il riflesso della contrazione dei muscoli. Il cervello attiva questo riflesso nelle situazioni che individua come pericolose o minacciose. Questo particolare riflesso ci è servito per millenni ogni qual volta la nostra vita era in pericolo, oggi le situazioni “minacciose” non sempre sono tali, o meglio, non sempre minacciano la nostra sopravvivenza, nonostante ciò il riflesso viene innescato ugualmente.

Da tempo gli scienziati neurologici ritengono che una ipotetica linea divida i due emisferi – destro e sinistro – del nostro cervello. Negli ultimi 10 anni, grazie soprattutto all’avanzamento delle tecniche di MRI (Magnetic Resonance Imaging), i ricercatori hanno cominciato a identificare con maggiore precisione le funzionalità delle differenti aree cerebrali. Scoprendo come in effetti l’emisfero sinistro sia funzionale al pensiero sequenziale e analitico, mentre il destro a quello emotivo e sintetico.

Con le sue 100 miliardi di cellule neuronali e 1 quadrilione di connessioni sinaptiche, il cervello umano costituisce l’organo più complesso mai apparso sulla faccia della Terra. I due emisferi lavorano in concerto per permettere tutte le nostre attuali capacità cognitive. Lo studio della struttura cerebrale finora ha portato alla conclusione che i due emisferi abbiano caratteristiche specifiche seppur complementari.

In molti ritengono che le capacità analitiche lineari dell’emisfero sinistro, associate alla logica, all’apprendimento, al lavoro, agli affari, emerse in particolare insieme ai lavoratori cognitivi dell’era informatica, siano destinate ad essere soppiantate da quelle dell’emisfero destro: in un mondo sconvolto dalla delocalizzazione, sommerso dalle informazioni, orfano del sacro, potrebbero essere le specializzazioni “spirituali” dell’emisfero destro ad emergere, le capacità artistiche, empatiche, lo sguardo d’insieme, la visione trascendentale.

Potrebbe essere la fine dell’Era Informatica e l’inizio di quella Concettuale o Spirituale, il passaggio da un’economia basata sul pensiero logico e lineare ad un’economia “trascendente” basata sulle abilità empatiche e inventive dell’emisfero destro. “Il segreto del nostro sviluppo futuro come specie dipenderà dal nostro grado di comprensione del rapporto tra la parte sinistra e la parte destra della nostra corteccia cerebrale che costituisce la consapevolezza globale” (Marshall McLuhan, op. cit.)

TEST DELLA BALLERINA

Osserva bene la ballerina, in che senso gira, orario o antiorario?
Da come vedi l’immagine ruotare dipenderà se hai prevalenza di usare l’emisfero destro o sinistro.

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Se la vedi girare in senso orario, significa che usi maggiormente l’emisfero destro;
usi il sinistro se invece la vedi girare in senso antiorario.

Gran parte di noi vede la ballerina girare in senso antiorario, ma puoi provare a focalizzarti e cambiare direzione di visione…prova! Non è semplice!

L’illusione funziona perchè la sagoma non ha punti di riferimento (non si vedono il volto, l’ombelico o gli occhi) e quindi sarà il nostro cervello ad elaborare la direzione che più gli sembra evidente. Qualcuno ha provato a segnare delle linee di riferimento sulla sagoma ed affiancare le due figure, il risultato è stupefacente, riusciamo a controllare la direzione di rotazione quando vogliamo perchè, guardando le sagome con i riferimenti il nostro cervello impara a riconoscere anche quella senza…non ci credete?

Provate a guardare la sagoma al centro, quella “classica” senza riferimenti. Poi date uno sguardo a sinistra e riguardate la sagoma al centro, girerà in senso orario. Guardate a destra e di nuovo la sagoma al centro: girerà in senso antiorario, provate anche alternando velocemente, quando il cervello acquisisce un dato non è facile fargli cambiare idea, in questo caso il cervello “capisce” il meccanismo dell’illusione e la svela…

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L’uomo è dotato di due emisferi cerebrali che hanno funzioni molto diverse tra loro.

p173_0_01_01L’emisfero sinistro è specializzato nella percezione-traduzione e rappresentazione del mondo circostante e utilizza una codifica elaborativa di tipo logico-analitica. Esso è specializzato nelle funzioni linguistiche e di pensiero analitiche: leggere, scrivere con relative regole grammaticali e sintattiche oltre alla concettualizzazione analogica.
Lo studio delle diverse funzionalità dei due emisferi è stato possibile grazie agli studi compiuti su pazienti che avevano subito una commissurotomia cerebrale, con esperimenti sull’ascolto dicotico e sulla visione tachitoscopica. Per commisurotomia si intende l’operazione neurochirurgica avente lo scopo di sezionare il corpo calloso che rappresenta la più vasta zona di collegamento tra i due emisferi. Viene eseguito nella maggioranza dei casi in presenza di focolai epilettici per impedire che si estendano da una parte all’altra del cervello.
In generale nei processi di linguaggio verbale lesioni all’emisfero sinistro causano deficit nell’espressione-comprensione di un discorso (afasia), nella capacità di scrittura (agrafia), nella lettura (alessia), nella capacità di calcolo (acalculia).

Le funzioni dell’emisfero destro invece sono principalmente di tipo analogico, esso è specializzato nella percezione di figure, strutture e contesti nella loro globalità. Danni all’emisfero destro determinano disturbi nella capacità di riconoscimento di configurazioni. I pazienti con questo tipo di lesione, per esempio, non sono in grado di copiare figure geometriche o di riconoscere volti, in alcuni casi perfino il loro, come nella prosopagnosia. L’emisfero destro dispone quindi di facoltà in grado di comprendere, riconoscere, strutturare figure spaziali nella loro dimensionalità.

Come abbiamo detto, l’emisfero sinistro è specializzato nelle funzioni linguistiche. In cento pazienti afasici si è riscontrato una percentuale altissima (96 su 100) di danni all’emisfero sinistro (Geschwind, 1970). Pur non conoscendo le cause della dominanza emisferica nel linguaggio sono state riscontrate delle differenze a livello anatomico. Più precisamente l’area situata dietro alla corteccia uditiva primaria nella superficie superiore del lobo temporale è più estesa nell’emisfero sinistro nel 65% dei cervelli e più estesa destro solo nell’ 11% dei casi (Geschwind 1970). Il fattore apprendimento può influire nell’aumento delle zone deputate a questa funzione, tuttavia ricerche effettuate da Wada su cervelli infantili confermerebbero che le differenze anatomiche tra i due emisferi sono già presenti dalla nascita.

L’emisfero destro ha capacità linguistiche molto limitate ma non assenti. Essa è ridotta alla comprensione di nomi e aggettivi, di poche sillabe e alla possibilità di distinguere frasi affermative da frasi negative.

Vi sono sostanziali differenze tra i due emisferi anche per la modalità acustica. Test effettuati utilizzando la tecnica dell’ascolto dicotico, nel quale due stimoli acustici differenti vengono simultaneamente inviati alle due orecchie, hanno confermato una superiorità dell’orecchio destro per materiale verbale costituito da cifre, parole e consonanti (Kimura, 1967; Shankweiler e Studdert, kennedy, 1967; Darwin, 1971). All’opposto si denota una maggiore capacità dell’orecchio sinistro per il riconoscimento di stimoli-suoni ambientali non verbali (Curry,1967; Knox e Kimura 1970) e per melodie (Kimura, 1967).

In modo analogo, nella percezione visiva sono stati effettuati studi attraverso metodiche tachitoscopiche. Anche in questo caso si è dimostrato una superiorità percettiva del campo visivo destro per materiale alfabetico (Kimura, 1966; Mckeeven e Huling, 1971); mentre si ha una superiorità del campo visivo sinistro per il riconoscimento di volti (Rizzolati, Umiltà, Berlucchi, 1971).

Sintetizzando possiamo affermare che gli esseri umani possiedono due cervelli o come affermava Gazzaniga in un suo famoso articolo: “un cervello, due menti”. Essi hanno funzionalità indipendenti l’uno dall’altro, la stimolazione sensioriale viene elaborata in maniera diversa dai due emisferi e l’aspetto più interessante è che gli emisferi rispondono a stimoli specifici del loro ambito funzionale.

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L’emisfero destro risponderà a stimoli che attivano la sua specifica funzionalità, per esempio ( Sperry, 1968) riguardo a pazienti operati praticando la commisurotomia cerebrale afferma: “Se delle percezioni olfattive vengono portate all’emisfero non dominante attraverso la narice sinistra, la persona esaminata non è in grado di nominarla, spesso però può indicare se si tratta di odori sgradevoli. Può perfino sbuffare, reagire ad un odore particolarmente ripugnante con manifestazioni di disgusto o con esclamazioni come “puah!” ma non è in grado di indicare se si tratti di aglio, formaggio o marciume. Anche qui dunque sembra che la componente affettiva penetri fino all’emisfero parlante, non però l’informazione più specifica”.

L’emisfero sinistro invece risponderà primariamente a stimolazioni che attivano la sua capacità linguistica. Nell’esempio succitato, se le informazioni fossero state inviate all’emisfero sinistro il paziente avrebbe saputo indicare di cosa si trattava. Watzlawick afferma che vi sia una ‘lingua specifica’ che è in grado di influenzare ognuno dei due emisferi. Nel linguaggio terapeutico, l’uso di determinate tecniche comunicative può attivare un’emisfero a discapito dell’altro così che sia possibile un determinato cambiamento.

Riferendoci alla nostra ricerca, il linguaggio ipnotico “vigile” o suggestivo è in grado di influenzare determinate zone cerebrali che hanno funzionalità tipiche dell’emisfero destro. Normalmente i due emisferi emisferi lavorano in stretta sinergia e integrazione, solamente a causa della loro diversa specializzazione, in momenti in cui questo è necessario, uno dei due emisferi è funzionalmente preminente nei confronti dell’altro. Questo però può, a volte, creare conflitto tra i due emisferi se le risposte alle stimolazioni si contraddicono. È sconcertante l’esempio riportato da Watzlawick su un paziente di Sperry che aveva subito una commisurotomia: “Nel corso dell’esperimento spesso l’emisfero non dominante fa scattare reazioni di avversioni. Queste si esprimono attraverso corrugamenti della fronte, trasalimenti e scuotimenti della testa quando durante un test l’emisfero non dominante, che sa la risposta giusta, ma non può parlare, sente l’emisfero dominante dare una risposta palesemente sbagliata. L’emisfero dominante sembra allora esprimere una vera e propria rabbia per le risposte sbagliate della sua metà migliore”.

Pierre Janet lo sosteneva già più di cento anni fa con la sua teoria sulla dissociazione. Nei suoi studi sulle esistenze psicologiche simultanee si afferma proprio questo. Alcuni pazienti sviluppavano azioni subcoscienti anche in condizioni di veglia e non solo di sonnambulismo. Queste azioni possono prendere la forma di una diversa personalità. Come egli stesso afferma (Janet, 1889): “Si è abituati ad ammettere senza troppe difficoltà le variazioni successive della personalità; i ricordi, il carattere che formano la personalità possono cambiare senza alterare L’idea di io che resta uno in tutti i momenti dell’esistenza. Bisognerà, crediamo, estendere ancora di più la vera natura della persona metafisica e considerare l’idea stessa di unità personale come un’apparenza che può subire delle modificazioni”.
I recenti studi in neuropsicologia, sulla conflittualità tra i due emisferi confermano ciò che Janet affermava molto tempo fa.

Il linguaggio per l’emisfero destro ha delle caratteristiche precise. Esso ha una struttura che non prende in considerazione gli aspetti analitici; è un linguaggio fatto per immagini e per questo evocativo.
Watzlawick parla per questo di un linguaggio terapeutico. Questo linguaggio fa parte di tutta quella serie di tecniche comunicative usate nell’approccio strategico. Già Erikson utilizzava questo tipo di linguaggio, utile nel cambiamento della struttura del problema dei pazienti. Le forme linguistiche sono quelle dell’induzione ipnotica, il linguaggio evocativo-persuasivo è rappresentato in modo eccellente dagli innumerevoli esempi tratti dalle sue terapie.
Queste forme linguistiche, proprie dell’emisfero destro sono: il linguaggio dei sogni, il linguaggio immaginativo, il linguaggio persuasivo, gli aforismi, gli aneddoti, le metafore, le prescrizioni comportamentali ecc.

La comunicazione presa in considerazione è quella evocativa, in grado, attraverso un linguaggio opportuno, di suscitare nel paziente specifiche immagini. Erickson,come detto in precedenza,utilizzava spesso questa forma di linguaggio. Alle domande dei pazienti sul perchè dei loro problemi, molto spesso rispondeva raccontando storie. Oppure molto efficacemente, per abbassare le resistenze individuali utilizzava un tipo di comunicazione estremamente efficace, per esempio in uno stralcio di induzione di trance vediamo molto bene di cosa si tratta (Erickson): “e quel fermacarte; lo schedario; il suo piede sul tappeto; la luce sul soffitto; le tende; la sua mano destra sul bracciolo della sedia; i quadri sulla parete; la messa a fuoco dei suoi occhi che cambia mentre si guarda attorno; l’interesse per il titolo del libro; la tensione che c’è nelle sue spalle; la sensazione che le viene dalla posizione sulla sedia; i rumori e i pensieri che disturbano; il peso delle mani e dei piedi; il peso dei problemi; il peso del tavolo; la vaschetta degli oggetti di cancelleria; le schede di molti pazienti; i fenomeni della vita; della malattia; dell’emozione; del comportamento fisico e mentale; il senso di riposo e rilassamento…”.

Lo scorrere monotono delle parole è apparentemente senza senso, in realtà alcune frasi e parole sono poste in modo da indurre la trance, questa procedura si chiamo ‘tecnica di disseminazione’ (interspersal technique); in un discorso apparentemente privo di senso vi è un’immagine nascosta, una gestalt con un significato ben preciso che accede direttamente all’emisfero destro.
In questo articolo abbiamo iniziato parlando della comunicazione verbale e non verbale, con tutti i suoi più importanti aspetti. Abbiamo concentrato l’attenzione sulle funzioni e i processi neuropsicologici sulla dominanza interemisferica e abbiamo visto che un certo tipo di linguaggio, quello suggestivo attiva determinate aree cerebrali.
La suggestione determina l’immaginazione che è poi quella su cui fare perno per la ristrutturazione e il cambiamento.

Fonte: http://www.hermespsi.com

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Il cervello femminile è più flessibile quando deve distinguere il bene dal male

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Che le donne siano molto più emotive degli uomini è risaputo. Ma ora si sa anche perché: il cervello femminile è geneticamente molto più flessibile quando si tratta di distinguere il bene dal male, mentre quello maschile è più cinico e razionale. Addirittura, nelle donne c’è un “interruttore” che, spento, le rende ciniche come gli uomini. A sostenerlo sono i ricercatori dell’ospedale maggiore policlinico di Milano, con un articolo che apparirà online sulla rivista Plos One lunedì. Lo studio è stato condotto dai ricercatori del Policlinico guidati da Alberto Priori, insieme a quelli dell’Università di Milano e in collaborazione con l’Irccs San Raffaele e l’Università di Padova.

«Abbiamo dimostrato – dicono gli scienziati – che il cervello morale femminile è plastico e che il suo funzionamento è modulabile con il semplice passaggio di una debolissima corrente elettrica, non percepibile dal soggetto e assolutamente indolore, applicata sulla fronte». Nella ricerca è stato chiesto a 38 uomini e 40 donne (età media 24 anni) di risolvere un dilemma morale prima e dopo essere stati sottoposti al passaggio di questa debolissima corrente. Si è quindi visto che, mentre negli uomini il passaggio della corrente elettrica non varia il contenuto delle loro risposte, la stessa “scarica” rende le donne più ciniche e calcolatrici. «Il cervello morale femminile – commentano i ricercatori – è dunque più duttile e flessibile, probabilmente per far fronte ai diversi ruoli e ai diversi cambiamenti che la donna è chiamata ad affrontare nella sua vita.

Fonte: Post n°3578 pubblicato il 22 Gennaio 2010 da psicologiaforense

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DALLA CHIMICA DEL CERVELLO DIPENDE L’AMORE E L’ODIO, IL DESIDERIO SESSUALE E LA PAURA, LA VOGLIA DI VIVERE O UN’ANGOSCIOSA VISIONE DEL MONDO

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Un trilione corrisponde a mille miliardi. E’ questo più o meno il numero di cellule del sistema nervoso di un essere umano. Ogni cellula nervosa (o neurone) nel cervello può giungere ad avere diverse migliaia di connessioni con altri neuroni. Da queste connessioni tra neuroni si può formare un numero praticamente infinito di circuiti nervosi, ognuno dei quali corrisponde a un concetto, a un’idea, a un sentimento, a un impulso ad agire. In queste quantità stratosferiche risiede la vera natura dell’anima umana.

Come avviene la trasmissione di un impulso nervoso da un neurone all’altro?
Esiste un piccolo intervallo intercellulare detto sinapsi nella quale all’arrivo dell’impulso nervoso si diffonde una sostanza fisiologica chiamata neurotrasmettitore che eccita il neurone successivo e rende possibile la trasmissione nervosa. I neurotrasmettitori possono avere carattere eccitatorio o inibitorio, e dalla sintesi dei vari impulsi ricevuti il neurone fa partire o meno un nuovo impulso. Esistono molti neurotrasmettitori e i principali sono l’acetilcolina (presente nelle sinapsi di tipo colinergico quali quelle relative alla fibra muscolare e agli effettori pregangliari del sistema nervoso autonomo) e la noradrenalina (presente nelle sinapsi adrenergiche quali gli effettori postgangliari ortosimpatici). La noradrenalina è anche un ormone secreto con il rapporto di 1 a 4 insieme all’adrenalina dalla midollare delle ghiandole surrenali proprio su stimolazione ortosimpatica.
Altri importanti neurotrasmettitori del cervello sono la dopamina, la serotonina, aminoacidi quali il GABA (acido gamma-aminobutirrico) e il glutammato.

p173_0_03_02Una regola fondamentale (molto importante per capire come funziona il cervello) è che due neurotrasmettitori diversi non possono legarsi allo stesso recettore anche se lo stesso neurotrasmettitore può legarsi a recettori diversi. Ciò fa capire come ci sia un grande ordine in una massa così fitta di neuroni.

Entriamo un po’ nella specificità dei principali neurotrasmettitori. I più diffusi nel cervello sono quelli a struttura proteica più semplice come il GABA e l’acido glutammico.

IL GABA è il neurotrasmettitore inibitorio di gran lunga più importante perché implicato nella fisiopatogenesi dell’ansia. Il GABA infatti rende il neurone refrattario agli stimoli eccitatori e inibisce la trasmissione nervosa. Nell’ansia vi è certamente una riduzione dei livelli del GABA e ciò spiega l’agitazione dell’ansioso. I farmaci tranquillanti il cui capostipite è il valium vanno a legarsi proprio ai recettori del GABA e mutandone la forma ne aumentano l’affinità col neurotrasmettitore. I farmaci ansiolitici dunque non riducono l’ansia per una loro specifica proprietà terapeutica ma soltanto perché favoriscono la naturale azione tranquillante del GABA.

Neurotrasmettitori come l‘acetilcolina, la serotonina, la dopamina, la noradrenalina pur avendo concentrazioni cerebrali piuttosto basse, rivestono notevole importanza essendo protagonisti dei processi cognitivi ed emotivi.

La loro azione si esplica in maniera più lenta rispetto al GABA ma è più persistente e può coinvolgere altri apparati come quello ormonale. L’acetilcolina è il mediatore del sistema nervoso parasimpatico e degli effettori pregliari del simpatico, oltre alla mediazione verso la muscolatura scheletrica. Anche la noradrenalina è una protagonista del cervello emozionale essendo coinvolta nella regolazione dei comportamenti di emergenza e nella risposta allo stress. Regolando la risposta del simpatico al livello viscerale promuove l’aumento del battito cardiaco, della pressione arteriosa, della mobilitazione degli zuccheri, della dilatazione dei bronchi e naturalmente del rilascio di adrenalina.

p173_0_03_03La dopamina è il principale neurotrasmettitore del cervello emozionale. Oltre ad avere un grande ruolo nel coordinamento del comportamento motorio (un deficit di questo sistema costituisce la sintomatologia del morbo di Parkinson), è determinante per i comportamenti adattativi e le conseguenti implicazioni affettive. I processi emozionali del piacere e della ricompensa sono regolati dalla dopamina al pari delle gratificazioni conseguenti al mangiare, al bere, al riprodursi, al successo nella lotta e nella competizione. L’euforia connessa allo scampato pericolo è orchestrata dalla dopamina. La trasmissione dopaminergica risulta dunque correlata alla fisiologia del rinforzo psicologico e quindi è determinante nei processi di apprendimento. E’ naturale dunque pensare che una scarsa attività dopaminergica può avere un ruolo nella fisiologia della depressione, e al contrario una iperattività di quel sistema sorregga le sindromi maniacali e schizofreniche.

La serotonina è un mediatore nervoso scoperto più recentemente che ha una presenza limitata nel cervello ma non per questo di secondaria importanza. Ha un grande ruolo infatti nella regolazione del sonno e del sogno e nell’equilibrio di tanti parametri corporei.

Esiste un’altra classe di neurotrasmettitori la cui scoperta ci ha fatto ancor più capire che la biochimica del nostro organismo si basa su una stretta interazione di tutti i principi ai vari livelli del corpo. I neuropeptiti sono molecole proteiche che svolgono molteplici funzioni nel sistema nervoso ma che sono rilasciate non solo dai neuroni ma anche da altri organi come l’intestino, il cuore e il pancreas. Dunque queste sostanze agiscono come neurotrasmettitori nel cervello e come ormoni su vari organi bersaglio ed hanno la fondamentale funzione di integrare i meccanismi fisiologici e i processi comportamentali.

Le endorfine fanno parte della famiglia dei neuropeptiti e sono molto importanti nella modulazione della percezione del dolore e per il tono dell’umore. L’azione è morfino-simile e i derivati dell’oppio hanno gli stessi recettori delle endorfine. Ciò spiega la gravità della dipendenza da eroina, che si sostituisce al ruolo naturale delle endorfine che così non vengono più prodotte dall’organismo. Le endorfine hanno un’azione inibitoria sui neuroni con cui stabiliscono un legame a livello dei recettori. Importante è la loro presenza nelle strutture del sistema limbico e questo spiega l’influenza sui comportamenti e sulla risonanza psichica delle emozioni. Vari esperimenti confermano il ruolo delle endorfine, di concerto con dopamina e noradrenalina, nel meccanismo della cosidetta ricompensa cerebrale che favorisce il ripetersi dei comportamenti tendenti alla soddisfazione dei bisogni organici connotati con l’esperienza del piacere.

Sulle endorfine è bene dire qualcosa di più. Sappiamo il grande ruolo che esse hanno nell’abolizione del dolore al pari della morfina che è il più potente antidolorifico usato in medicina. L’analgesia non farmacologica che viene ottenuta con tecniche come l’agopuntura, l’ipnosi, la stimolazione elettrica e l’uso di placebo, ha indubbiamente la sua spiegazione nel ruolo delle endorfine.

Tutte le forme di dipendenza (quindi non solo quelle da sostanze) possono avere un supporto notevole nell’attività delle endorfine. Se per esempio prendiamo in considerazione l’effetto pacificante della meditazione buddista o della preghiera per altre religioni vediamo che queste attività portano ad un aumento delle endorfine che danno appunto un senso di pace e di appagamento. Ciò spiega la “dipendenza” da queste pratiche e il rinforzo che coinvolge nella religiosità. La scoperta interessante per chiunque è che non occorre abbracciare per forza alcuna religione per ottenere tali effetti pacificanti, basta per esempio fare per congruo tempo gli esercizi del training autogeno.

La riflessione sui meccanismi di azione degli psicofarmaci ci aiuta a capire il ruolo dei vari neuromediatori nell’attività cerebrale e dunque la genesi degli stati mentali. Gli psicofarmaci agiscono sui recettori dei neuroni specifici per i vari neurotrasmettitori. I recettori specifici per la serotonina, per la dopamina, per la noradrenalina e per il GABA sotto l’effetto degli psicofarmaci subiscono un’influenza che riesce a modificare l’attività dei diversi neurotrasmettitori aumentandola o riducendola secondo i casi.

p173_0_03_04Le patologie depressive (quali che siano i sottili meccanismi) sembrano essere connesse con un’alterazione funzionale dei sistemi della noradrenalina e della serotonina, mentre i disturbi psicotici deriverebbero da un’alterata trasmissione della dopamina. Il successo dei farmaci antidepressivi che hanno come capostipite il prozac e che agiscono impedendo la ricaptazione della serotonina confermano le ipotesi formulate partendo dal meccanismo d’azione di antidepressivi più vecchi, che prolungavano l’azione della noradrenalina. Sicuramente non è giusto considerare la serotonina come il principale neurotrasmettitore coinvolto nella depressione poiché anche il sistema noradrenergico ha un ruolo primario. Esiste un’interazione complessa tra i neurotrasmettitori e i neuromodulatori la cui precisa comprensione sarà l’appannaggio dei posteri.

A proposito della serotonina è bene accennare che oltre che ai collegamenti con la depressione questa sostanza ha un ruolo in altre situazioni quali comportamenti impulsivi, aggressività, disturbi alimentari, schizofrenia. Sembra dunque che la serotonina regoli importanti passaggi relativi all’umore, al sonno e all’appetito. Diversi studi i cui esiti devono ancora configurarsi, stanno esplorando il possibile ruolo della serotonina in un grave disturbo del bambino come l’autismo.

Quando David Lawerwnce in “L’amante di Lady Chatterley” descrisse il coinvolgente incontro della signora con il guardiacaccia non si pose l’interrogativo di quali sostanze in quei momenti la facessero da padrone nei loro cervelli. Oggi sappiamo che una donna o un uomo innamorati sono in balia di sostanze simili alle anfetamine che massimizzano l’azione della dopamina. Una molecola, la feniletilamina, normalmente prodotta dall’organismo, quando l’approccio comincia a muovere le possenti leve del desiderio, cresce fino a raggiungere livelli elevati. La feniletilamina è contenuta (in dosi non certo elevate) nella cioccolata e ciò potrebbe validare la percezione di alcuni che ravvisano in tale alimento qualità antidepressive (non mi pare si sia mai sostenuto anche un’azione afrodisiaca).

p173_0_03_05La feniletilamina, crescendo in quantità, favorisce il rilascio di dopamina il cui ruolo è centrale per l’ottenimento della sensazione che consegue alla soddisfazione di stimoli quali la fame, la sete, il desiderio sessuale. L’incontro che promette una vasta gamma di soddisfazioni alimenta i meccanismi associativi con il piacere e la feniletilamina sale ancora. La dopamina provoca indirettamente anche eccitazione, euforia ed entusiasmo e riduce parallelamente l’appetito (un intralcio nel programma comportamentale). E’ la noradrenalina che così entra in azione soprattutto nell’ipotalamo e nel resto del sistema limbico. Gli organi sessuali sono in pre-allerta. L’adrenalina entra in circolo ma a bassi livelli, tanto per dare una mano nell’aumento del battito cardiaco, nella respirazione e nella pressione sanguigna. E’ qui il punto delicato in cui si potrebbe innescare il ruolo disfunzionale dell’ansia: se l’agitazione si accentua troppo, addio vasocongestione dei genitali.

Si parla tanto di feromoni. Se siamo nel campo dell’entomologia abbiamo tutte le ragioni per parlarne, avendo questi messaggeri chimici un grosso ruolo nella comunicazione tra insetti. Anche negli altri animali i feromoni hanno notevole importanza anche se personalmente non so dire in che misura è alla base dell’erezione di uno stallone. Ma nell’essere umano l’unica funzione certa dei feromoni è quella di “piège à con”, nel senso che c’è più d’uno che credendo alle promesse di qualche sito Internet paga notevoli quattrini per pura acqua di fonte. Chi ha la necessità di fare colpo su qualcuno o su qualcuna dovrebbe puntare di preferenza su altre caratteristiche, magari di ordine psicologico.

Indubbiamente innamorarsi e poi essere coinvolti in quel corpo a corpo senza esclusione di colpi che è il rapporto sessuale, può essere un’esperienza esaltante che ovviamente facciamo di tutto per ripetere, come è tipico per le cose regolate dalla dopamina. Ma già dopo l’orgasmo si verifica un notevole aumento di un peptide secreto dall’ipofisi posteriore, l’ossitocina.

Si tratta dell’ormone che regola il parto e favorisce l’allattamento. L’ossitocina aumenta la sensibilità alle carezze e spinge all’abbraccio e al contatto cutaneo e favorisce l’attaccamento e la formazione di coppie stabili. Se la feniletilamina ha il compito di accendere il fuoco, l’ossitocina ha quello di farlo durare a lungo. La feniletilamina avendo la capacita di stimolare il rilascio di dopamina, crea esaltazione e stato febbrile dell’eros, ma alla lunga l’organismo sviluppa tolleranza per cui si aboliscono i pirotecnici effetti iniziali. Le endorfine apportano soddisfazione e calma e riducono l’ansia. Così il piacere della relazione pacata fa dimenticare l’esaltazione e lo sconquasso dell’innamoramento. Ma non è fatale che sia così. Ci sono i dipendenti della feniletilamina che ai primi accenni di “normalizzazione” si gettano nella ricerca di nuove conquiste nell’intento di riattivare gli effetti euforizzanti che non si rassegnano a perdere.

Nella lotta tra feniletilamina e ossitocina a volte c’è un bel pareggio nel senso che si instaura un’amore doppio: quello che dà rassicurazione e quello che dà emozione. L’amore che si prova per entrambi i partner spesso è perfettamente equilibrato e per nulla al mondo si vorrebbe fare a meno dell’uno o dell’altro. Quando le circostanze obbligano a una scelta, il dilemma è lacerante.

La mia esperienza dei numerosi casi del genere che mi sono capitati è che intorno ai trent’anni tende a prevalere la feniletilamina e intorno ai cinquanta tende a prevalere l’ossitocina. Comunque va detto che nei conflitti di cuore il più delle volte il ragionamento e la saggezza non hanno quel ruolo centrale che sarebbe bene che avessero.

Sono state dimostrate delle correlazioni tra l’ossitocina e i comportamenti ripetitivi. Si è visto una significativa riduzione di tali comportamenti in soggetti a cui era stata infusa ossitocina. Ciò potrebbe suggerire qualche riferimento ai disturbi ossessivo-coatti. I comportamenti ripetitivi costituiscono uno dei sintomi peculiari dell’autismo e se consideriamo che i bambini autistici dimostrano tra l’altro scarso attaccamento alle figure genitoriali dobbiamo inferire che l’ossitocina ha un ruolo notevole di legante sociale.

p173_0_03_06L’ossitocina è stata chiamata il neuropeptide “amnesico” per la capacità di interferire con i processi di fissazione e rievocazione degli engrammi. Ciò ci fa considerare che la natura tende a far dimenticare i dolori del parto e a far ricordare la bellezza dell’emozione del primo contatto con il bambino. Il comportamento materno è certamente molto influenzato dall’ossitocina.

Ma parallelamente l’ossitocina facilita l’attaccamento sessuale, dagli eventi precopulatori alle risposte orgasmiche, tramite l’attivazione dei centri limbici e vegetativi, e conseguente periodo refrattario. L’evitazione del “disordine” della ricerca di sempre nuovi partner con cui accoppiarsi e l’acquisizione dell'”ordine” di relazioni monogame, sono mediazioni importanti operate dall’ossitocina.
Si è notato che nei casi di ipersessualità maschile, con pesanti risvolti di devianza, la somministrazione di farmaci antiandrogeni risolve generalmente i problemi. Ciò ci conferma il ruolo del testosterone per l’attivazione del desiderio sessuale e del comportamento copulatorio sia nel maschio che nella femmina.

Nelle aree anteriore e preottiche dell’ipotalamo esistono recettori capaci di legarsi all’ormone sessuale e di dar vita alla sequenza di risposte che hanno nel primo momento eccitatorio il punto di partenza. Per espletare tale funzione di start bastano minime quantità di testosterone, che anche la donna è in grado di produrre. All’inizio di situazioni sessualmente invitanti, come possono essere il primo approccio e i segnali di reciproca simpatia, il testosterone comincia ad aumentare e continua ad aumentare in relazione alla “fluidità” della situazione. Il concetto di “fluidità” della situazione va inteso ovviamente nel senso del contesto ambientale e del grado di disponibilità del partrner. Ma la “fluidità” va riferita soprattutto alla situazione soggettiva data dal grado di sicurezza e dalle esperienze pregresse. Ciò significa che un maschio con livelli d’ansia contenuti e con un cospicuo bagaglio di coiti ben riusciti raggiunge livelli di concentrazione del testosterone decisamente superiori rispetto a un maschio insicuro e con pochi tentativi malriusciti alle spalle.

p173_0_03_07Una condizione di difficoltà quale l’ eiaculazione precoce o un’erezione problematica durata per un tempo sufficientemente protratto porta il testosterone ai limiti bassi della norma e anche al di sotto. Ciò potrebbe essere preso come la causa quanto è solo l’effetto del problema. Condizioni di buona attivazione del sistema dopaminergico favoriscono livelli ottimali di testosterone. Come dire: più gioia di vivere, più autostima, più testosterone. Infatti nelle sindromi depressive il testosterone si abbassa. E d’altra parte nei casi di ipogonadismo caratterizzati da bassi livelli di testosterone c’è una accentuata facilitazione all’insorgere di depressione. Ciò conferma ancora una volta che tutto si tiene: un aspetto positivo del nostro funzionamento favorisce notevolmente altri aspetti positivi. E chi si chiude a riccio su una sua “inadeguatezza” può essere certo che non riuscirà ad impedire che quello che all’inizio era una semplice buca con il tempo diverrà una voragine.

Fonte: Domenico Iannetti, http://www.studioiannetti.it/curriculumspe.htm

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Ecco perchè l’uomo pensa sempre e solo a quello… incompreso dalla donna
(fonte: http://gianlucagrossi.blogspot.com)

p173_0_06_01Recentemente uno studio condotto da un gruppo di scienziati inglesi ha dimostrato che il pettegolezzo è una prerogativa femminile. Su duemila persone coinvolte nei test, è, infatti, emerso che due donne su tre ammettono di origliare quando sentono qualcuno rilasciare indiscrezioni, contro meno della metà degli uomini. È un esempio banale che, però, mette immediatamente in luce la spiccata diversità fra uomini e donne, non solo sul piano fisico, ma anche e soprattutto su quello mentale.

Il cervello, dunque, benché i codici genetici di maschi e femmine siano per più del 99% identici, è profondamente diverso nei due sessi. “I due cervelli hanno impronte genetiche diverse che creano differenze anatomiche”, si legge su uno degli ultimi numeri della rivista scientifica New Scientist.

Fino al Diciannovesimo secolo le donne erano considerate esseri inferiori, perché dotate di un cervello più piccolo. Più tardi, però, si comprese che l’intelligenza di una persona non dipende dalle dimensioni dell’organo cerebrale, bensì dal buon funzionamento dei neuroni, le cellule che lo rappresentano: un elefante ha un cervello che pesa fino a cinque chilogrammi, ma non è certo più intelligente di un uomo. “È come coi fili del computer”, spiega a Oggi Stefano Cappa, professore di Neuroscienze Cognitive, presso l’Università Vita e Salute, San Raffaele di Milano, “il buon funzionamento di un pc non dipende dal numero di cavi ma da come questi cavi sono collegati fra loro”.

In media l’uomo ha un cervello più grande della donna del 9%. Quello maschile è anche più pesante: 1300 grammi, contro i 1100 della donna. Ma le vere differenze fra l’organo cerebrale maschile e quello femminile sono altre e si riflettono sul comportamento di tutti i giorni. Una donna, per esempio, parla molto più dell’uomo. Ogni momento è propizio per attaccare bottone.

Il motivo di questa diversità è semplice: nei centri cerebrali del linguaggio e dell’ascolto le donne possiedono l’11% in più di neuroni rispetto agli uomini; mentre le aree collegate al linguaggio presentano un volume maggiore del 23%. “Se per esempio chiediamo a un campione di maschi e femmine di indicare nel minor tempo possibile parole che iniziano con la lettera F, probabilmente le donne avranno la meglio”, continua Cappa. “Tuttavia, qualche volta, le differenze sono davvero minime e spesso negli studi su piccoli campioni non sono nemmeno riscontrabili”.

Le donne sono anche caratterizzate da un maggiore sviluppo del corpo calloso, parte anatomica che consente il “dialogo” fra i due emisferi cerebrali: il destro, legato all’elaborazione di dati spaziali, e il sinistro, concernente le funzioni linguistiche.

Questa prerogativa in rosa spiega due aspetti importanti della biologia femminile: l’intuito e la capacità di riprendersi più velocemente dell’uomo da un ictus (o da un trauma cranico). Le donne guariscono prima da una lesione cerebrale perché i due emisferi sono protetti dagli estrogeni. Per ciò che riguarda invece l’aspetto intuitivo, il gentil sesso non ha eguali perché la comunicazione fra i due emisferi è, in generale, più efficace: “Non c’e’ dubbio che le donne siano più sensibili alle emozioni degli altri, in particolare, sono più “empatiche”, prosegue Cappa. “Solo gli studi futuri saranno in grado di chiarire se la differenza è di tipo biologico, o è dovuta a fattori di tipo culturale”.

f_20031004ed_imgwom_235789aScienziati della Harvard Medical School hanno, comunque, visto che l’empatia femminile è rintracciabile fin dai primi giorni di vita di un bebè. Le bimbe entrano prima in sintonia con la mamma, se prese in braccio smettono prima di piangere rispetto a un maschietto. Louann Brizendine nel suo libro “Il cervello delle donne” fa sapere che a meno di ventiquattro ore dalla nascita una neonata risponde al pianto disperato di un piccolo vicino più di quanto non faccia un neonato.

Le donne sono inoltre caratterizzate da una grande emotività, non riscontrabile nel genere maschile: piangono più dell’uomo, si commuovono più facilmente, ma si ammalano anche di più di depressione (in una percentuale doppia rispetto agli uomini). In questo caso il riferimento è all’ippocampo, regione del cervello legata alle emozioni e alla formazione dei ricordi, che nelle donne è più ampia.”Qui entrano in gioco anche gli ormoni”, spiega Gianluca Ardolino, neurologo presso l’Unità operativa di neuro fisiopatologia del Policlinico di Milano. “Nella donna estrogeni e ossitocina conferiscono tenerezza, dolcezza e stimolano la fiducia; nell’uomo testosterone e vasopressina aumentano l’aggressività.

La dopamina, uno dei neurotrasmettitori dello stress, viene poi ‘sintetizzato’ in modo diverso nei due sessi, conferendo una maggiore vulnerabilità psichica alle donne”. Nell’uomo, in compenso, è più sviluppato l’ipotalamo, area del cervello che regola il sonno, la fame, la sete: “L’ipotalamo è connesso con il talamo e il sistema limbico, legato alle funzioni neurovegetative”, continua Ardolino, “Influisce sul cosiddetto sistema nervoso simpatico, determinando fenomeni come la tachicardia e la bradicardia”. Anche lo spazio cerebrale preposto all’impulso sessuale, nell’uomo, è più grande rispetto alla donna. I maschi, per questo motivo, pensano al sesso moltissime volte al giorno, contrariamente alle femmine che si soffermano sull’argomento, in media, non più di tre volte nell’arco delle ventiquattro ore.

uomini_donne“I pensieri sessuali guizzano nel cervello maschile notte e giorno, in particolare nella corteccia visiva, tenendolo sempre pronto a cogliere un’occasione sessuale che gli si presenti”, dice Louann Brizendine, nel suo ultimo lavoro “Il cervello degli uomini”. Per arrivare a queste conclusioni gli scienziati hanno analizzato con la risonanza magnetica il cervello di uomini e donne mentre seguivano la scena di una coppia che parla: si è visto che solo negli uomini si accendono le aree che controllano gli istinti sessuali, prevedendo un imminente incontro sessuale tra i due, che invece la donna nemmeno immagina.

Secondo i ricercatori dell’Università di Melbourne le tendenze sessuali dipendono dall’amigdala: più grande è, maggiore è la spinta sessuale. Infine George Fieldman, membro della British Psychological Society, spiega il motivo per cui gli uomini pensano sempre al sesso: “Lo fanno perché sono programmati dall’evoluzione a trasmettere i propri geni”, dice lo studioso inglese. “Quando un uomo incontra una donna è concentrato sulla riproduzione. Mentre la donna cerca anche altri attributi come la gentilezza e la sincerità”.

(Articolo pubblicato sul settimanale Oggi in una versione differente – fonte: http://gianlucagrossi.blogspot.com)

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