Integratori multivitaminici utili nella riduzione dello sviluppo di allergie alimentari nei bambini in età prescolare.

Le reazioni avverse al cibo sono spesso globalmente ed erroneamente definite allergie alimentari. In molti casi esse possono essere provocate da altre cause, quali un’intossicazione alimentare di tipo microbico, un’avversione psicologica al cibo o un’intolleranza ad un determinato ingrediente di un alimento.

L’allergia alimentare è una forma specifica di reazione avversa ad alimenti o a componenti degli  stessi che presuppone l’attivazione del sistema immunitario. L’allergene, una proteina presente nell’alimento che nella maggioranza delle persone è del tutto innocua, può in alcuni soggetti innescare una catena di reazioni immunitarie tra cui la produzione di anticorpi. A loro volta, gli anticorpi determinano il rilascio di sostanze chimiche organiche, come l’istamina, che provocano vari sintomi: prurito, naso che cola, tosse o affanno.

Le allergie alimentari si riscontrano in un numero sempre maggiore di persone di diverse fasce di età. In Italia presentano un’incidenza effettiva intorno al 2% della popolazione adulta. Nei bambini, il dato sale al 3-7%, anche se, nella maggior parte dei casi, l’allergia viene superata con l’età scolare.

Un recente studio (Marmsjo et al., 2009), pubblicato sull’ American Journal of Clinical Nutrition, ha evidenziato l’importanza di una adeguata integrazione vitaminica per ridurre l’incidenza delle allergie alimentari nei bambini.

In questo studio è stato valutato un campione di 2.423 bambini di ambo i sessi, suddiviso in 2 gruppi:

GRUPPO 1: bambini di età compresa tra gli 1 e i 4 anni (n=1986)
GRUPPO 2: bambini di 8 anni (n=437).

Ogni bambino aveva presentato diverse manifestazioni allergeniche alimentari (es.: rinite allergica, asma, eczema, sensibilizzazione cutanea) nell’arco dell’ultimo anno solare. Per ogni soggetto è stato compilato un questionario alimentare atto a definire le abitudini nutrizionali e l’uso eventuale di un integratore multivitaminico (contenente minerali, vitamine A, combinata con vitamina D, C, e B12).

Al termine dei 12 mesi, dai dati raccolti è emerso che la pregressa assunzione dell’integratore multivitaminico nei bambini di età inferiore ai 4 anni era correlata a una riduzione del 39% delle manifestazioni allergiche su base alimentare; nei soggetti di 8 anni invece non vi erano state variazioni dell’incidenza di tali
manifestazioni.

Questi dati suggeriscono che una supplementazione quotidiana con un multivitaminico classico, se fatta con la giusta tempistica e consultando il pediatra, può essere efficace nel favorire una diminuzione dell’incidenza di manifestazioni allergiche su base alimentare ed influire positivamente, di conseguenza, nella riduzione dello sviluppo di sintomatologie che possono modificarequalitativamente la dieta e lo stile di vita di bambini in fase di crescita.

Riferimenti Bibliografici
Kristin Marmsjo, Helen Rosenlund, Inger Kull, Niclas Ha°kansson, Magnus Wickman, Go¨ran Pershagen, and
Anna Bergstro¨m. Use of multivitamin supplements in relation to allergic disease in 8-y-old children. AJCN.
October 28, 2009.

Il polline

Tra i rimedi popolari usati da secoli dagli apicoltori c’è sempre stato l’uso del polline; la scienza dietetica ha scoperto da poco in esso una somma tale di sostanze benefiche, da definirlo un iperalimento, un “alimento miracolo”.

Dopo il miele, un altro importante prodotto dei nostri piccoli imenotteri è il polline.
Anche qui ce n’è per tutti i gusti, a seconda di quali fiori avrà maggiormente frequentato quella famiglia di api.Si va da pollini più scuri a pollini più chiari, da pollini più amari ad altri meno amari: va però sottolineato che il polline ha comunque un sapore tendente all’amaro, cosa di cui tener conto perché non sempre gradita, ed è per questo motivo che si usa miscelarlo ad altri alimenti più dolci.

Infatti può essere consumato tal quale, lasciandolo sciogliere lentamente in bocca, oppure mescolato al miele o alla propoli, o nel latte o nello yogurt come prima colazione.
L’assunzione mista a miele non ha solo un significato di miglior palabilità, ma ne ottimizza anche l’assorbimento. Si può mescolare anche a miele e propoli per ottenere tutti i benefici dei tre prodotti apistici integrati, ed è sempre in ogni caso importante masticarne i granuli a lungo al fine di migliorarne l’assorbimento. Purtroppo il polline che si trova in commercio è ben diverso dal polline fresco, sia dal punto di vista organolettico che da quello nutritivo, in quanto deve subire un processo di essiccazione che ne altera in parte il valore nutrizionale. L’ideale rimane pertanto il consumo di polline fresco, cosa peraltro raramente possibile a meno che non si sia apicoltori.

Il polline è considerato un alimento tra i più ricchi e completi, al punto da essere stato battezzato “superalimento”, poiché contiene moltissimi principi nutritivi indispensabili.

Vediamone in dettaglio la composizione, perché sono proprio i suoi costituenti a renderne ragione delle proprietà.

Innanzitutto vi sono presenti acqua, carboidrati e lipidi, soprattutto gli acidi palmitico, oleico e lignocerico, ma anche l’acido linoleico che è un acido grasso essenziale notoriamente utilissimo per l’apparato cardiovascolare.Le proteine sono una quantità significativa, cioè circa il 20% del suo peso secco, e questo è importante soprattutto per chi segue una dieta vegetariana privandosi del notevole apporto proteico animale. In particolar modo la lisina è un aminoacido non di rado carente in chi segue una dieta vegetariana. Invece la taurina, ben rappresentata nel polline, è un aminoacido coinvolto nel mantenimento del ritmo cardiaco e nella regolazione intracellulare di alcuni elettroliti. Essa, insieme alla vitamina C, protegge le cellule cardiache dalla perossidazione e inoltre, modulando il tono calcico, riduce l’attività degli agenti vasocostrittori.In definitiva, nel polline sono rappresentate quasi tutte le vitamine (del gruppo B, inclusa la B12 che raramente si trova in fonti vegetali, rendendo nuovamente il polline una fonte preziosa per chi segue una dieta vegetariana, le vitamine A, D, E, C) e i bioflavonoidi. Nel polline d’api sono presenti anche polisaccaridi e fibre vegetali che favoriscono il transito intestinale. Esso è inoltre ricco di enzimi e di moltissimi oligoelementi (potassio, sodio, fosforo, calcio, magnesio, ferro, manganese, cobalto, rame, zinco, fluoro, iodio, cromo, selenio, zolfo, molibdeno, nichel) oltre che di sali minerali, e infine contiene anche gli acidi nucleici (DNA ed RNA). Il tutto offerto al modesto valore calorico di circa 250 kal per 100 grammi!

Sebbene la molteplicità di sostanze contenute nel polline in maniera significativa lo rendano noto in primis come alimento energizzante, come ottimo “ricostituente” per persone debilitate, inappetenti, vegetariane o sportive, in realtà il polline d’api ha moltissime altre proprietà benefiche per il nostro organismo, sempre derivate dalla sua ricchezza e completezza nutrizionale.

Tra i suoi costituenti vengono chiamati in causa specialmente i flavonoidi – ed in particolare la rutina di cui il polline è ricchissimo – che sono molecole dal forte potere antiossidante e antinfiammatorio, antinfettivo e anche, seppur indirettamente in quanto sempre in virtù della capacità antiossidante ed antiflogistica, anticancerogeno!È soprattutto grazie alla riconosciuta proprietà di potenti antiossidanti che i bioflavonoidi contribuiscono a stabilizzare e rafforzare i capillari e a ridurre le infiammazioni, rendendo il polline un’utile integrazione alimentare nei soggetti per i quali è necessaria una protezione sulle pareti venose e capillari, come coloro che sono affetti da patologie venose croniche, quali fragilità capillari, varici, emorroidi. Questo, unitamente alla presenza di acidi grassi essenziali, fa sì che il polline possa entrare nella schiera degli alimenti consigliati ai fini della prevenzione delle patologie cardiovascolari.Ancora i flavonoidi aiutano a mantenere in buono stato il collagene, rendendosi utili per la salute dell’epidermide.

Il polline d’api, sempre per merito delle virtù dei flavonoidi, è stato altresì utilizzato con successo nella prevenzione e come coadiuvante nella cura dell’ipertrofia prostatica benigna. L’azione antiossidante si rende protettiva anche nei confronti del sistema immunitario, ed in ciò consiste il razionale utilizzo del polline quale integratore nelle malattie infettive e nella prevenzione dal cancro. Per finire ricordiamo le capacità antistaminiche dei flavonoidi, che concorrono pertanto alla modulazione degli stati allergici.

Francesca Moggi (www.scienzanatura.it)

Fonti:
Buck AC, Cox R, Rees RW, Ebeling L, John A. Department of Urology, University Hospital of Wales, Cardiff “Treatment of outflow tract obstruction due to benign prostatic hyperplasia with the pollen extract, cernilton. A double-blind, placebo-controlled study” British Journal of Urology. 1990 Oct;66(4):398-404
E. W. Rugendorff, W. Weidner, L. Ebeling, A. C. Buck “Results of Treatment with Pollen Extract (CerniltonR N) in Chronic Prostatitis and Prostatodynia” British Journal of Urology Volume 71, Issue 4, pages 433–438, April 1993
E. Furusawa, S. C. Chou, A. Hirazumi, A. Melera “Antitumour potential of pollen extract on lewis lung carcinoma implanted intraperitoneally in syngeneic mice” Phytotherapy Research Volume 9, Issue 4, pages 255–259, June 1995
M.G.L Hertog , E.J.M Feskens, D. Kromhout, M.G.L Hertog, P.C.H. Hollman , M.G.L. Hertog , M.B. Katan “Dietary antioxidant flavonoids and risk of coronary heart disease: the Zutphen Elderly Study” The Lancet, Volume 342, Issue 8878, Pages 1007 – 1011, 23 October 1993
T. S z c z ê s n a “Concentration of selected elements in honeybee-collected pollen” Journal of Apicultural Science Vol. 51 No. 1 2007
C. Mateescu “Apiterapia. Come usare i prodotti dell’alveare per la salute” M.I.R. edizioni, 2008

 

Il miele di Manuka

l miele di Manuka, raccolto dall’omonima pianta, viene utilizzato fin dall’antichità per svariati usi. E’ considerato un miele medicinale in virtù di spiccare proprietà antibatteriche, dovute in particolare a un suo principio attivo chiamato metilgliossale (o MGO o merhylglyoxal).

Da qualche tempo una varietà particolare di miele è salita agli onori della cronaca, perlomeno nell’ambito dell’alimentazione e della medicina naturale: il miele di Manuka, esaltato per le sue proprietà salutistiche e medicinali. Cosa c’è di vero? Scopriamolo.

Come tutti i cosiddetti prodotti dell’alveare (propoli, polline, pappa reale), ogni tipo di miele, quale più, quale meno, possiede caratteristiche benefiche. In particolare, ne è nota da sempre l’attività antibatterica. Nel miele infatti è contenuto un enzima secreto dalle api, la glucosio-ossidasi, che produce perossido di idrogeno (più noto come acqua ossigenata), che ha azione disinfettante, ovvero germicida. Ma sicuramente anche altre delle tantissime sostanze presenti naturalmente nel miele, molte delle quali ancora poco note, sono corresponsabili dei suoi effetti “terapeutici” e rendono questo prodotto un vero e proprio cibo-medicina.

Tra le capacità più notevoli e studiate del miele c’è quella di curare le ferite. Una review di 22 ricerche scientifiche precedentemente condotte sul miele quale agente antibatterico topico per il trattamento delle ferite infette, pubblicata nel 2006 su International Journal of Lower Extremity Wounds, ha concluso che il miele accelera la risoluzione dell’infezione, protegge da eventuali ricadute e incrementa la velocità di cicatrizzazione, promuovendo la crescita di nuovo tessuto e la guarigione della ferita.

Esiste tuttavia un miele ancora più interessante degli altri sono il profilo salutistico. E’ il miele di Manuka, raccolto dalla pianta omonima (Leptospermum scoparium), che cresce allo stato selvatico sotto forma di arbusto o piccolo albero in Nuova Zelanda e che è utilizzato fin dalla notte dei tempi dal popolo Maori come cibo e nel trattamento locale di ferite, ulcere, bruciature e scottature.

Il miele di Manuka ha dimostrare proprietà “medicinali”. Al di là della semplice azione antisettica dovuta al perossido di idrogeno, questo miele neozelandese contiene ulteriori sostanze antibatteriche in quantità elevate. La sua accentuata attività antibiotica è dovuta all’azione combinata di un principio attivo chiamato metilgliossale (MGO, forse più noto anche in Italia con il suo nome inglese methylglyoxal) e di altri, sinergici, ancora non perfettamente identificati. Nel miele di Manuka non solo è molto alta la quantità di metilgliossale, ma la presenza delle sostanze sinergiche incrementa di oltre il doppio l’efficacia antisettica del metilgliossale.

Non tutto il miele di Manuka presenta tuttavia quantità significative di MGO e ha di conseguenza questo tipo di attività antibatterica aggiuntiva particolarmente interessante e non dovuta al perossido d’idrogeno. Quello che la possiede viene denominato “miele di Manuka attivo” o “miele di Manulca UMF” (Unique Manuka Facror) e riporta in etichetta la quantità di MGO che contiene, per distinguerlo dal miele di Manuka che non ha queste proprietà.

Perché è importante un’attività antibatterica ulteriore rispetto a quella del perossido di idrogeno?

L’enzima che produce perossido d’idrogeno ha molti” limiti”: richiede ossigeno per sviluppare la reazione (e quindi in ambiti come le ferite fasciate o l’intestino può non essere efficace o esserlo meno); è inattivo nell’ambiente acido dello stomaco; viene distrutto dagli enzimi che digeriscono le proteine (e che sono presenti anche nelle ferite). Non è quindi un caso che il miele di Manuka si sia dimostrato più efficace di altri tipi di miele contro batteri quali Escherichia coli, Helicobacter pylori e diverse specie di enterococchi. Inoltre, mentre l’attività dell’enzima che produce perossido d’idrogeno viene compromessa quando il miele è esposto al calore o alla luce, quella antibatterica del miele di Manuka è stabile, caratteristica che non ne rende problematica la conservazione e non ne fa perdere le proprietà.

In quali condizioni di salute può quindi essere utile il miele di Manuka?

In tante circostanze in cui è richiesta un’azione antibatterica, cicatrizzante e antinfiammatoria:
• per le ferite e le ustioni di lieve entità
• nelle gengiviti e in altri disturbi della bocca
• nelle difficoltà digestive di varia natura e severità (bruciore di stomaco, reflusso gastroesofageo, gastrite, ulcera gastrica e duodenale, presenza di Helicobacter pylori, colite ecc.)
• quando è necessario un sostegno al sistema immunitario contro le infezioni (tra cui innanzitutto quelle dell’albero respiratorio: raffreddore, mal di gola, tosse, influenza ecc.), visto che il miele di Manuka ha anche proprietà immunomodulanti.

I ricercatori dell’Università di Waikato, in Nuova Zelanda (una delle realtà mondiali all’avanguardia negli studi sulle proprietà benefiche e curative del miele), hanno scoperto che l’attività antibatterica del miele di Manuka può persino arrestare la crescita di ceppi batterici di Staphylococcus aureus resistenti agli antibiotici. Ed è stato invece constatato che il miele di Manuka non dà origine a fenomeni di antibiotico resistenza (analogamente a tanti altri rimedi naturali antimicrobici, tra cui innanzitutto l’aglio).

Non ci sono invece evidenze, come da qualcuno sostenuto, che il miele di Manuka abbia qualche utilità nell’abbassare il colesterolo.

Sicuramente c’è ancora molto sa scoprire su questo interessante miele e numerosi trials clinici sono in corso. Ma i suoi effetti benefici “di base”, il lungo uso tradizionale e l’assenza di reazioni indesiderate (a cui si affianca l’entusiasmo di tanti consumatori) lo rendono un prodotto utile e sicuro, da tenere a portata di mano nell’armadietto dei medicinali che preferiamo: la dispensa della cucina.

Quale miele di Manuka comprare?
Innanzitutto quello di produttori affidabili e che certifichino la presenza di metilgliossale.

Più in dettaglio, in commercio si ritrova miele di Manuka con diverse concentrazioni di MGO (espresse in milligrammi di metilgliossale per chilo di miele): da 100 fino a 550. Quanto più questo numero è alto, tanto più il contenuto di metilgliossale è significativo e tanto più è elevato il potere antibiotico del miele. Se quindi a scopo preventivo il miele MGO 100 può andare benissimo, chi necessita di azioni più forti potrà ricorrere a quello MGO 400 o addirittura MCO 550.

Qual è la posologia del miele di Manuka e come si assume?
Il dosaggio standard è di un cucchiaino preso mezz’ora prima dei pasti, fino a 3 volte al giorno. Per quel che riguarda controindicazioni e effetti collaterali del miele di Manuka, questo rimedio naturale non è adatto ai soggetti allergici al miele e ai diabetici, per i quali il metilgliossale è nocivo (persino nell’uso esterno: esistono evidenze scientifiche che il miele di Manuka possa addirittura ritardare la guarigione delle ulcere diabetiche).

Sembra inoltre possibile — benché più che altro teorica – un’interferenza con alcuni farmaci chemioterapici, in virtù dei suoi effetti antiossidanti (il miele di Manuka contiene infatti anche fiavonoidi).

Fonte: Dott. Luca Avoledo

https://www.erboristeriarcobaleno.it/anti-influenzali/

Argento colloidale: un potente antibatterico naturale

L’argento colloidale è un tema che in ambito sanitario oscilla dal fideismo totale dei cultori della medicina alternativa allo scetticismo convinto dei discepoli della medicina accademica, tuttavia la crescente minaccia dei sempre più numerosi batteri resistenti ai più moderni antibiotici è una buona ragione per ripensare all’uso dell’argento colloidale.

Gli innumerevoli prodotti a base di argento sono tutti venduti e pubblicizzati col nome di “argento colloidale”.

Ne esistono invece di tre tipi:

1. Argento ionico in soluzione.
2. Argento ionico con aggiunta di proteine a scopo stabilizzante.
3. Argento colloidale vero e proprio, costituito quasi esclusivamente da nanoparticelle, di produzione industriale.

A questi si aggiungano i sali d’argento venduti come farmaci o presidi medico chirurgici ben conosciuti in ambito medico. La maggior parte dei prodotti etichettati e venduti come argento colloidale rientra in questa categoria per la semplicità di produzione e i relativi bassi costi finali. L’argento contenuto in questi prodotti è costituito sia da ioni argento sia da particelle di argento. Il 90% del contenuto di argento è formato da argento ionico e il rimanente 10% da argento in particelle di varia grandezza. Poiché la maggior parte dell’argento contenuto in questi prodotti è argento disciolto e non argento metallico in particelle, sarebbe tecnicamente più preciso descrivere questi prodotti come soluzioni di argento.

La pubblicità spesso usa come argomento forte quello di descrivere questi prodotti come formati da particelle di argento ionico. Gli ioni argento non sono la stessa cosa delle particelle di argento e i due termini non sono intercambiabili. L’argento ionico viene anche chiamato argento monoatomico o argento idrosol o argento covalente da parte di produttori che scelgono di non usare la corretta terminologia scientifica per descrivere i loro prodotti. Questi sono termini di marketing usati per nascondere la verità che ciò che viene venduto non è altro che argento ionico in soluzione, che è trasparente o di colore giallo chiaro, proprio come lo zucchero o il sale che, sciolti in acqua, non appaiono visibilmente, contrariamente alla forma colloidale dell’argento, le cui particelle, quando sono presenti in sufficiente concentrazione, assorbono la luce visibile e fanno si che il colloide manifesti un colore apparente.

Questo colore apparente è complementare alla lunghezza d’onda assorbita. Gli ioni argento (Ag+) non assorbono la luce visibile pertanto essi appaiono come liquidi incolori. Spesso si raccomanda di conservare l’argento ionico in contenitori di vetro ambrato o color cobalto a causa della fotosensibilità.

I colloidi non possiedono questa caratteristica. Se il prodotto appare chiaro e trasparente è argento ionico e non vero argento colloidale. La differenza tra argento ionico e argento in particelle colloidali è costituita dal fatto che gli ioni argento si combinano con gli anioni cloro per formare argento cloruro, mentre le particelle di argento non si combinano con il cloro.

L’argento colloidale è costituito quasi esclusivamente da particelle di argento di dimensioni nanometriche in sospensione in acqua bidistillata purissima (quella usata per i prodotti iniettabili). Il contenuto di argento totale è espresso sotto forma di parti per milione (ppm) equivalenti a milligrammi di argento per litro (mg/L).
I veri colloidi di argento sono prodotti che non contengono alcuna proteina o altri tipi di additivi. I prodotti basati sulle proteine d’argento usano gelatina come additivo per mantenere in sospensione grosse particelle di argento, che altrimenti cadrebbero sul fondo.

Cenni storici sull’uso dell’argento
Le stoviglie d’argento per contenere e servire alimenti sono usate da migliaia di anni. Le proprietà salutari e terapeutiche dell’argento erano conosciute nell’antica Grecia. Nelle famiglie che usavano stoviglie d’argento, le infezioni erano più rare e ci si ammalava molto meno. Questa conoscenza si è tramandata in tutte le Grandi Corti di Re, Imperatori, Zar e Sultani.

L’uso prolungato per tutta la vita di stoviglie e posate d’argento per contenere i cibi causava la dispersione di piccole quantità del metallo nei cibi stessi, la cui ingestione causava la caratteristica tinta bluastra del sangue delle famiglie nobiliari, fenomeno conosciuto come “argiriasi”.

L’uso così massiccio dell’argento per la conservazione dei cibi contribuì alla credenza che i nobili si ammalassero molto meno del popolo comune e avessero il “sangue blu”. Nei primi anni della ricerca microbiologica in campo medico furono dimostrate le sue proprietà antibatteriche, antimicotiche e antinfiammatorie.

Uso dell’argento colloidale fino al 1950
Prove documentate dell’uso dell’argento colloidale risalgono al tardo 1800 e segnano un periodo di uso molto intenso intorno al 1910-1920. Alfred B. Searle, nel suo L’uso dei colloidi nella salute e nella malattia, pubblicato nel 1920, passa in rassegna decine di articoli sull’argento colloidale tratti da riviste mediche come «The Lancet» o «British Medical Journal».

Ricercatori pionieri iniziarono ricerche sull’attività dell’argento e di altri metalli sotto forma di sospensione colloidale. Essi scoprirono che due metalli, l’argento e il mercurio, erano molto efficaci nell’uccidere i batteri. Ambedue i metalli sono stati usati in medicina per molti anni. Il mercurio, efficace nell’uccidere i batteri, causava seri danni ai pazienti perciò il suo uso è andato scemando col tempo fino alla sua proibizione.

Henry Crookes [1910; N.d.A.] ha dimostrato che il B. Coli communis veniva ucciso in due minuti usando il mercurio e in sei minuti usando un colloide d’argento. Risultati impressionanti, certamente. Tuttavia la concentrazione d’argento usata a quei tempi era molto più elevata di quella che è considerata sicura oggi. Allora poco si conosceva della natura delle sospensioni di argento colloidale.

Un altro studio di questi primi anni è quello di Simpson e Hewlett pubblicato su «The Lancet» nel 1914.

Essi usarono la sospensione di argento colloidale per uccidere il bacillo tifoide in quindici minuti a 500 ppm e in due ore a 5 ppm. Questa è stata la prima volta in cui basse concentrazioni di argento colloidale si sono dimostrate efficaci. Una considerazione importante di Simpson e Hewlett è stata quella di affermare che il grande vantaggio degli elementi colloidali usati in così basse concentrazioni è che essi sono completamente innocui per i pazienti.

In questo periodo gli studi e le ricerche sull’applicazione terapeutica dell’argento colloidale sono fiorenti.

L’era degli antibiotici
Negli anni Quaranta e Cinquanta le ricerche sull’argento colloidale sono drasticamente diminuite anche a seguito del fiorire della ricerca sugli antibiotici, tanto che, parlando del futuro degli antibiotici, nel 1969 il Chirurgo Generale degli Stati Uniti (General Surgeon) ha testimoniato davanti al Congresso: «È giunto il tempo di chiudere il libro sulle malattie infettive».

Fino a pochi anni fa, quando gli antibiotici hanno cominciato a perdere la loro efficacia nei confronti dei batteri, c’era sempre un’altra “pillola magica” sugli scaffali del farmacista. Ora però quegli scaffali sono quasi vuoti. La produzione di nuovi antibiotici non ha interrotto la capacità dei batteri di sviluppare resistenza agli stessi. Negli ultimi decenni le grandi industrie farmaceutiche hanno indirizzato i loro programmi di ricerca verso farmaci più remunerativi come quelli per il trattamento delle malattie cardiache, della pressione sanguigna elevata, dell’obesità ecc. e in effetti nell’ultimo decennio la FDA (Food and Drugs Administration) non ha approvato alcuna nuova classe di antibiotici.

La riscoperta dell’argento colloidale
Non appena in ambito scientifico si è avuta la sensazione che la ricerca sui nuovi antibiotici fosse arrivata al traguardo, altri ricercatori, con risorse più modeste di quelle dell’industria farmaceutica, hanno riesaminato la vecchia letteratura sull’argento colloidale riscoprendone tutte le potenzialità. In una rassegna del 1978 sul «Science Digest», Jim Powel scriveva: «L’argento sta emergendo come una meraviglia della moderna medicina». Le ricerche hanno confermato che nessun organismo in grado di causare malattie (batteri, virus e funghi) può vivere più di qualche minuto in presenza di una traccia, seppur minuscola, di argento metallico, che risulta essere uno dei più potenti antibatterici naturali senza effetti collaterali.

Un antibiotico può uccidere, più o meno, una dozzina di organismi nocivi, mentre l’argento ne uccide centinaia se non migliaia e non sviluppa resistenza. Inoltre l’argento è praticamente “atossico”.

Prima del 1938 l’argento colloidale era somministrato proprio come oggi lo sono le medicine. Veniva iniettato per via endovenosa e intramuscolare, usato nelle malattie della gola, per lavaggi o irrigazioni, preso oralmente e applicato anche su tessuti sensibili come gli occhi. Il dottor R. O. Becker, dalle sue ricerche sull’uso dell’argento in medicina, ha dedotto che la carenza di argento nell’organismo è responsabile dell’improprio funzionamento del sistema immunitario e che l’argento non è solo un potente antibatterico.

Esso può stimolare la ricrescita di tessuti danneggiati, essere utilissimo nelle ustioni anche di grado elevato e stimolare la ripresa del sistema immunitario delle persone anziane. Qualsiasi varietà di germi patogeni resistenti agli antibiotici è eliminata dall’argento. Il dottor Bjorn Nordstrom, del Karolinska Institute, Svezia, ha utilizzato per molti anni l’argento quale trattamento per il cancro e numerosi studi sono stati condotti anche allo Sloane Kettelring degli USA nello stesso campo. In ambedue gli Istituti si sono ottenuti risultati promettenti, meritevoli di approfondimento.

Il rinnovato interesse nei confronti dell’uso dell’argento in medicina risale ai primi anni Settanta. Grazie anche a contributi pubblici, il dottor Carl Moyer del Washington Department of Surgery, ha messo a punto trattamenti migliori di quelli esistenti per le vittime di ustioni. Il dottor Margraf, biochimico, ha lavorato con il dottor Moyer e altri chirurghi per trovare un antisettico abbastanza forte, ma anche sicuro, da usare su ampie parti del corpo. Il risultato dei loro sforzi è stato quello di trovare centinaia di nuovi utilizzi medici per l’argento.

Quella colloidale in nano particelle è l’unica forma di argento che può essere usata con sicurezza, al giusto dosaggio anche per via sistemica. È assorbito nei tessuti lentamente così da non causare irritazioni, diversamente dall’argento ionizzato (Ag+) che, data la sua maggiore reattività, può dare più facilmente origine anche a reazioni di tipo tossico.

Come funziona l’argento colloidale?
La pubblicità dell’argento ionico lo descrive come un composto dotato di elevata biodisponibilità. Niente è più lontano dalla verità. Infatti la biodisponibilità è data dalla quantità di farmaco “immodificato” che raggiunge la circolazione sistemica dopo essere stato ingerito. Anche gli ioni argento (Ag+) possiedono l’attività antibatterica dell’argento colloidale, tuttavia essi sono molto reattivi e nell’organismo formano rapidamente sali di argento, come il cloruro.

L’argento colloidale è atossico per mammiferi, rettili e tutte le forme di vita che non siano monocellulari.

L’argento è invece tossico come i più potenti disinfettanti chimici per le forme di vita primitive come i microrganismi. Le forme di vita monocellulari utilizzano processi chimici diversi per il metabolismo dell’ossigeno. La presenza di argento, specialmente nella forma di nano particelle del colloide, ne interrompe il ciclo metabolico enzimatico e ne provoca il soffocamento e la morte nell’arco di sei minuti; a quel punto il sistema immunitario, linfatico e depurativo si occuperanno della loro espulsione. L’azione dell’argento colloidale è così veloce che l’agente patogeno non ha il tempo di mutarsi in un ceppo resistente.

Da quando si è in grado di fare questa valutazione non si conosce alcun agente patogeno che sia mutato in un ceppo resistente all’argento perché il tempo di replicazione dei batteri è molto superiore alla velocità d’azione battericida dell’argento. L’argento colloidale non ha alcuna azione sugli enzimi del corpo umano, che sono molto diversi da quelli delle forme di vita monocellulari. Le particelle colloidali si diffondono gradualmente attraverso il sangue fornendo un’azione terapeutica prolungata nel tempo. Molte forme di batteri, funghi e virus utilizzano un enzima specifico per il loro metabolismo. L’argento agisce come catalizzatore disabilitando l’enzima. I microrganismi in questo modo soffocano.

Assorbimento e tossicità dell’argento colloidale
Le conoscenze sulla tossicità dell’argento si basano sull’uso storico dell’argento metallico mentre poco si conosce sulla tossicità della più moderna forma colloidale che già, in teoria, è molto meno tossica se non altro per la ridotta quantità di argento ingerita sotto forma di nano particelle. Il fenomeno dell’“argiriasi” (colorazione grigio-nerastra della congiuntiva e della cute del volto) compariva a volte tra i minatori del metallo che ne respiravano grandi quantità durante l’estrazione.

Anche la leggenda del “sangue blu” riferita alle famiglie nobiliari è un fenomeno di tossicità attribuibile alla formazione di sali d’argento a seguito del contatto continuo tra gli alimenti e l’argento delle stoviglie che li contenevano (basti pensare al vino, all’aceto, alle salse più o meno acide ecc.) e all’ingestione di questi cibi contaminati da sali tossici di argento per lunghissimi periodi di tempo.

I pochi studi recenti sull’assorbimento dell’argento colloidale dimostrano che esso non si accumula nell’organismo neppure nei capelli e nelle unghie, tipici tessuti di accumulo. È stato dimostrato che l’argento colloidale, assunto per 5 mesi, alla dose di 2 mg al giorno, viene escreto tramite il sistema urinario praticamente nella stessa quantità assunta.

La piccola quantità residua ancora presente nei tessuti al momento dell’interruzione dell’assunzione, viene completamente eliminata con le feci in meno di un mese e questo tempo è ulteriormente ridotto con l’assunzione di grandi quantità di acqua. Nei manuali medici (quali il conosciutissimo Manuale Merck di diagnosi e terapia), l’argento non risulta citato tra i metalli nefrotossici.

Che tipi di argento esistono per l’uso terapeutico?
Dal momento che la maggior parte dei produttori non indica, né differenzia, nelle etichette, le caratteristiche dei loro prodotti, è indispensabile tener conto di:

dimensione delle particelle;
• area della superficie delle particelle;
• concentrazione delle particelle.

La dimensione delle particelle nelle sospensioni di argento colloidale usato a scopo terapeutico è estremamente importante. La dimensione delle particelle controlla l’area della superficie e di conseguenza l’efficacia della sospensione di argento colloidale.
L’area della superficie delle particelle è la proprietà del colloide che determina la sua efficacia. La dimensione delle particelle ha una conseguenza diretta sulla loro superficie, ma in modo esattamente opposto a quello che ci si potrebbe aspettare, perché la superficie totale delle particelle aumenta man mano che le particelle diventano più piccole.

Un esempio può dare l’idea di quanto affermato: un dollaro d’argento americano (Silver Eagle) del peso di 31 g ha una superficie di 3000 mm2. Se questa moneta venisse frammentata in nano particelle di 10 nanometri (nm) di diametro, la superficie totale delle particelle di quei 31 g di argento aumenterebbe di milioni di volte fino alla strepitosa cifra di 7000 m2, quanto quella di un campo di calcio regolamentare.

La concentrazione del metallo in parti per milione (ppm) esprime il peso del metallo nei confronti del liquido nel quale esso è sospeso. La concentrazione delle particelle può essere un parametro di misura molto ingannevole quando si confrontano prodotti di argento colloidale, dal momento che i colloidi che hanno grandi particelle possono avere un’alta concentrazione di metallo (ppm), ma una bassa area di superficie delle particelle.

La concentrazione in ppm di per sé non è quella che determina l’efficacia del colloide, che è invece determinata dall’area della superficie delle particelle.

Argento covalente o ionico
Termine che indica prodotti a base di argento ionico. L’argento ionico non è lo stesso dell’argento metallico, dell’argento in particelle o dell’argento colloidale.

L’argento covalente viene prodotto per elettrolisi con apparecchi semplici di tipo “domiciliare”. Le soluzioni di argento covalente possono contenere in parte nano-particelle di argento (argento colloidale). Nella sua forma ionica (Ag+), l’argento è altamente reattivo con altri elementi, e si combina subito con anioni per formare sali di argento. Nel corpo umano il cloro è l’anione prevalente. Gli ioni argento si combinano istantaneamente con il cloro per formare il composto insolubile cloruro d’argento che possiede “biodisponibilità zero” e non ha alcun beneficio riconosciuto.

Scientificamente parlando, un atomo di argento è un atomo mancante dell’elettrone orbitale più periferico ed è questa caratteristica che fornisce alla materia le sue proprietà.

Togliendo un elettrone da un atomo di argento, si ottiene l’argento ionico. Lo ione Argento a valenza positiva (Ag+) e l’anione cloro a valenza negativa (Cl-) sono fortemente attratti e formano il “sale” argento cloruro (AgCl) stabile, insolubile e inattivo.

Praticamente tutti gli atomi di argento e di cloro presenti nel corpo si combinano tra loro. Se invece l’argento è presente nell’organismo in forma di particelle, queste rimarranno le uniche attive per esplicare la loro azione.

Argento colloidale
L’argento colloidale è ottenuto con tecniche sottoposte a rigido segreto industriale che lo trasformano in nano particelle dotate di amplissima superficie attiva.

L’argento di produzione industriale è formato quasi esclusivamente (90-99%) da nano-particelle di argento colloidale ed è particolarmente adatto per uso interno. Dati rilevabili dal Colloidal Sciences Laboratory (USA) riportano un’efficacia, per l’argento in nano particelle, di più di 5000 volte superiore a quella dell’argento ionico. Seguono due esempi tratti dalla ampia tabella consultabile sul sito (www.colloidalsciencelab.com).
La concentrazione attiva ottimale è di 10 ppm (parti per milione o mg/L).
Concentrazioni eccessive sono inutili per la tendenza a perdere lo stato colloidale e potenzialmente rischiose per le dosi troppo elevate e sono consigliate da venditori, oltre che poco scrupolosi, anche incompetenti.

Infatti vi sono siti che attribuiscono maggiore efficacia al loro prodotto sulla base della concentrazione di argento (da 100 ppm fino a 2000 ppm) senza tener conto della potenziale tossicità di queste concentrazioni.

Sali d’argento
La medicina accademica conosce e usa da tempo l’argento sotto forma di sali come la sulfadiazina argentica e l’argento proteinato, che hanno avuto e hanno tuttora una loro utilità terapeutica. Quest’uso terapeutico dei sali di argento diventa ogni giorno più obsoleto perché anche la breve esperienza finora acquisita in campo terapeutico con la nuova forma in nano particelle ne dimostra l’enorme efficacia.

Il futuro dell’argento colloidale
Proprio l’aumento esponenziale della superficie attiva della particelle costituisce la base dell’attività dell’argento in nano-particelle: la superficie attiva delle particelle può aumentare di un fattore di milioni di volte mettendo a disposizione un numero infinitamente superiore di particelle per lo svolgimento dell’attività.

Le più piccole particelle di colloide mai misurate in laboratorio hanno un diametro solo poche volte superiore a quello degli atomi stessi che sono dell’ordine dei nano metri e già oggi i prodotti più moderni possiedono queste caratteristiche. Già ora sono disponibili colloidi d’argento con particelle di dimensioni medie di 10-15 nm praticamente privi di argento ionico.

L’esperienza finora acquisita dimostra che i metalli trasformati in nano particelle mettono a disposizione della scienza la materia sotto una nuova forma fisica le cui proprietà e potenzialità sono quasi tutte da scoprire, ma appaiono estremamente promettenti, come dimostrano numerosi studi sia recenti che tuttora in corso (alcuni dei quali anche italiani).

L’Erboristeria Arcobaleno ringrazia il Dott. Graziani per aver gentilmente fornito l’articolo riportato.