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L’ADHD, Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, è uno dei più comuni disturbi del neurosviluppo. Può manifestarsi con difficoltà persistenti nel mantenere l’attenzione, impulsività, iperattività e problemi nell’organizzazione delle attività quotidiane.

Non si tratta semplicemente di una difficoltà a “stare attenti”. L’ADHD può influenzare l’apprendimento, il rendimento scolastico e lavorativo, le relazioni sociali, la gestione del tempo e la capacità di autoregolazione.

Un elemento particolarmente importante è la frequente presenza di altre condizioni associate. L’ADHD può infatti accompagnarsi a disturbi neuroevolutivi, disturbi oppositivo-provocatori e della condotta, disturbi d’ansia e dell’umore. Sono state inoltre osservate associazioni con alcune condizioni fisiche, tra cui obesità, disturbi del sonno e asma. La presenza contemporanea di più problematiche può aumentare la complessità del quadro e rendere necessario un approccio diagnostico e terapeutico personalizzato.

Quanto è diffuso l’ADHD?

Comprendere la reale diffusione dell’ADHD è importante per organizzare adeguatamente i servizi sanitari, i percorsi diagnostici e le strategie di prevenzione e assistenza.

Le stime disponibili possono tuttavia essere molto diverse tra loro, perché dipendono dalla popolazione studiata, dai criteri diagnostici utilizzati e dal metodo con cui vengono identificati i casi.

Le precedenti revisioni epidemiologiche internazionali, basate soprattutto sui criteri diagnostici DSM, hanno generalmente collocato la prevalenza dell’ADHD nell’infanzia e nell’adolescenza intorno al 5-7%. Alcune metanalisi hanno stimato una prevalenza globale nei bambini e negli adolescenti intorno al 7%.

Un importante studio pubblicato nel 2026 su Molecular Psychiatry, utilizzando i dati del Global Burden of Disease Study 2021, ha fornito una fotografia epidemiologica aggiornata dell’ADHD in 204 Paesi e territori.

Secondo questa analisi, nel 2021 vivevano nel mondo circa 46,9 milioni di bambini e giovani di età inferiore ai 20 anni con ADHD. La prevalenza globale stimata era pari all’1,78%, mentre nello stesso anno sarebbero stati circa 4,11 milioni i nuovi casi, corrispondenti a un’incidenza dello 0,16%.

Questa percentuale più bassa rispetto alle precedenti stime del 5-7% non rappresenta necessariamente una contraddizione. Il modello GBD integra infatti studi condotti utilizzando criteri diagnostici differenti, compresi quelli basati sulla classificazione ICD, che può identificare una popolazione più ristretta rispetto ai criteri DSM. Inoltre, gli stessi autori evidenziano la possibilità di una sottostima, soprattutto nei Paesi in cui l’accesso alla diagnosi e ai servizi specialistici è limitato.

È quindi più corretto considerare le diverse percentuali come stime ottenute attraverso metodologie differenti, piuttosto che come valori alternativi tra loro.

L’ADHD interessa soprattutto i maschi?

ADHD: attenzione, nutrizione e nutraceutici

L’ADHD viene diagnosticato più frequentemente nei maschi rispetto alle femmine. I dati GBD 2021 relativi ai soggetti sotto i 20 anni indicano una prevalenza stimata del 2,52% nei maschi, rispetto allo 0,99% nelle femmine.

Il rapporto tra diagnosi maschili e femminili non significa però necessariamente che il disturbo sia realmente molto più raro nelle ragazze. Nelle femmine può manifestarsi più frequentemente attraverso difficoltà attentive e problemi di autoregolazione meno evidenti, mentre l’iperattività e l’impulsività possono essere meno marcate. Questo può contribuire a una minore probabilità di riconoscimento e a diagnosi più tardive.

Un disturbo che può proseguire nell’età adulta

L’ADHD non è esclusivamente un disturbo dell’infanzia. In una parte delle persone i sintomi persistono durante l’adolescenza e nell’età adulta, assumendo caratteristiche che possono incidere sulla vita quotidiana, sul lavoro e sulle relazioni.

Nell’adulto possono diventare particolarmente evidenti le difficoltà di organizzazione, gestione del tempo, concentrazione prolungata, controllo degli impulsi e regolazione delle emozioni. Per questo motivo, quando si parla di ADHD, è importante considerare l’intero arco della vita e non soltanto la popolazione pediatrica.

La situazione in Italia

Anche per l’Italia le stime possono variare in funzione dei criteri utilizzati. Le valutazioni disponibili indicano comunque che l’ADHD rappresenta un problema di salute tutt’altro che trascurabile. Una stima riportata in documenti AIFA considera una prevalenza intorno al 5% nella popolazione in età scolare e al 3% negli adulti, corrispondente indicativamente a circa 300.000 minori e 1,5 milioni di adulti potenzialmente interessati.

Altre analisi epidemiologiche italiane hanno prodotto valori inferiori, confermando quanto sia importante non attribuire alla popolazione italiana un’unica percentuale rigida. Un ulteriore elemento da considerare è il possibile divario tra prevalenza reale, prevalenza stimata e diagnosi effettivamente effettuate. Non tutte le persone che presentano caratteristiche compatibili con l’ADHD arrivano infatti a una valutazione specialistica.

Più diagnosi e più attenzione al disturbo

Negli ultimi anni si è osservato un aumento dell’attenzione clinica e sociale verso l’ADHD, sia in età pediatrica sia nell’adulto. L’incremento delle diagnosi e dei trattamenti non deve però essere interpretato automaticamente come prova di un aumento della prevalenza biologica del disturbo.

L’aumento può essere influenzato da diversi fattori: maggiore consapevolezza da parte delle famiglie e degli operatori sanitari, migliore capacità di riconoscere i sintomi, criteri diagnostici più accurati, maggiore accesso ai servizi specialistici e maggiore attenzione all’ADHD nell’età adulta.

Anche i dati relativi ai trattamenti farmacologici devono quindi essere interpretati in questo contesto. In Italia, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha attivato specifici sistemi di monitoraggio per i principali medicinali utilizzati nel trattamento dell’ADHD, tra cui metilfenidato e atomoxetina. L’aumento dei trattamenti registrati negli ultimi anni testimonia una maggiore presa in carico del disturbo, ma non coincide automaticamente con un aumento equivalente della sua prevalenza.

ADHD e nutrizione: quale possibile ruolo?

ADHD: attenzione, nutrizione e nutraceutici

Una volta effettuata la diagnosi e definito il percorso clinico più appropriato, l’attenzione può essere rivolta anche agli stili di vita e allo stato nutrizionale.

È proprio in questo ambito che si inserisce l’interesse crescente per alcuni nutraceutici e sostanze di origine naturale, studiati per il loro possibile ruolo nel sostenere attenzione, concentrazione, funzioni cognitive e benessere generale.

È fondamentale, tuttavia, mantenere una distinzione precisa: un nutraceutico non deve essere considerato una cura dell’ADHD e non può sostituire una terapia prescritta dal medico. Le evidenze scientifiche disponibili suggeriscono piuttosto la possibilità che alcuni nutrienti o estratti possano rappresentare, in determinate situazioni, un supporto complementare, sempre valutando le caratteristiche individuali della persona.

L-teanina e caffeina

Tra le sostanze maggiormente studiate troviamo la L-teanina, aminoacido presente naturalmente nel tè, e la caffeina. La L-teanina è stata studiata soprattutto per i suoi possibili effetti sul sonno e sull’attenzione. Alcune ricerche indicano un miglioramento dell’efficienza del sonno, mentre le evidenze sugli altri parametri del sonno sono meno uniformi.

Anche la caffeina da sola non ha mostrato risultati sufficientemente solidi per essere considerata un trattamento dell’ADHD. Maggiore interesse ha suscitato invece la combinazione L-teanina + caffeina.

Uno studio randomizzato, in doppio cieco e crossover pubblicato nel 2026 su Nutritional Neuroscience ha confrontato la combinazione L-teanina/caffeina con metilfenidato e placebo in 21 adolescenti con ADHD, di età compresa tra 10 e 19 anni.

Lo studio ha osservato una riduzione degli errori di commissione sia con la combinazione ad alto dosaggio sia con il metilfenidato, senza una differenza significativa tra i due interventi per questo parametro. Il metilfenidato ha tuttavia mostrato un vantaggio sul tempo di reazione.

Si tratta di risultati interessanti, ma ottenuti su un campione molto piccolo e che non consentono di considerare la combinazione L-teanina/caffeina come alternativa alla terapia farmacologica.

Bacopa monnieri e Ginkgo biloba

Anche alcuni estratti vegetali sono stati oggetto di studi nell’ambito dell’attenzione e delle funzioni cognitive.

La Bacopa monnieri è stata studiata per i possibili effetti su attenzione, memoria e alcuni sintomi comportamentali. Le evidenze disponibili mostrano risultati interessanti soprattutto relativamente alla componente inattentiva e alle funzioni cognitive.

Il Ginkgo biloba è stato a sua volta studiato nell’ADHD. Alcuni studi hanno rilevato una riduzione dei sintomi, soprattutto dell’inattenzione, ma con un’efficacia inferiore rispetto al metilfenidato.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista Nutrients ha analizzato diverse categorie di integratori e micronutrienti, evidenziando possibili benefici su alcuni sintomi dell’ADHD, ma anche la necessità di ulteriori studi di qualità. Il messaggio scientifico più importante è quindi che queste sostanze possono essere oggetto di interesse come supporto, ma non possono essere considerate sostitutive dei trattamenti approvati.

Omega-3, zinco, ferro, magnesio e vitamina D

Anche alcuni nutrienti sono stati studiati in relazione all’ADHD. Tra questi troviamo gli acidi grassi omega-3 EPA e DHA, lo zinco, il ferro, il magnesio e la vitamina D.

In questo caso è particolarmente importante evitare generalizzazioni. L’eventuale integrazione dovrebbe essere valutata soprattutto quando esiste una carenza o un apporto insufficiente documentato. Per esempio, il ferro può avere particolare rilevanza quando i livelli di ferritina risultano bassi; analogamente, la vitamina D dovrebbe essere integrata in presenza di una carenza accertata o sulla base delle indicazioni del medico.

L’obiettivo non è quindi assumere indiscriminatamente numerosi integratori, ma individuare, quando necessario, eventuali carenze o squilibri nutrizionali correggibili.

Klamin e Klamath: un interesse crescente per la ricerca

Tra gli ingredienti di origine naturale che stanno suscitando interesse rientra anche il Klamin®, estratto brevettato ottenuto dalla microalga Klamath (Aphanizomenon flos-aquae). Il Klamin è caratterizzato dalla presenza di feniletilamina (PEA) e contiene naturalmente altri composti bioattivi, tra cui pigmenti e sostanze ad attività antiossidante.

L’interesse nei confronti del Klamath e dei suoi estratti riguarda in particolare il possibile sostegno alle funzioni cognitive, alla vitalità mentale e al benessere dell’organismo.

Nel contesto dell’ADHD è però importante utilizzare un linguaggio corretto: Klamin non deve essere presentato come trattamento dell’ADHD, ma come ingrediente nutrizionale che può rientrare in un approccio complementare, sempre nell’ambito di una valutazione individuale.

Particolare attenzione deve essere posta anche alle possibili interazioni con farmaci. Chi assume antidepressivi o farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale dovrebbe consultare il proprio medico prima di utilizzare prodotti contenenti Klamin.

NEUROFLOR AD e NEUROFLOR ADI

Nel catalogo di Erboristeria Arcobaleno sono presenti anche formulazioni specificamente rivolte al supporto nutrizionale e naturale nell’ambito dell’attenzione e dell’iperattività.

NEUROFLOR AD è proposto per l’area del deficit dell’attenzione e contiene, tra gli altri ingredienti, estratto di Rhodiola rosea e Klamath.

NEUROFLOR ADI è invece formulato con particolare riferimento all’area del deficit dell’attenzione associato all’iperattività e contiene Rhodiola e Klamath insieme ad altri estratti vegetali e floreali.

Questi prodotti devono essere considerati nell’ambito di un percorso di supporto, non come sostituti della diagnosi o delle terapie prescritte dal medico. Per conoscere le caratteristiche dei prodotti dedicati al benessere dei più giovani è possibile consultare la sezione Arcobaleno Bimbi, dove sono raccolte le proposte dedicate a bambini e ragazzi.

Integratori alimentari: quale ruolo possono avere?

Gli integratori alimentari non sono farmaci e, pertanto, non hanno lo scopo di curare una patologia, ma di integrare o supplementare la dieta.

In quanto prodotti alimentari, possono trovare indicazione quando siano presenti carenze nutrizionali documentate, oppure in situazioni di rischio o di aumentato fabbisogno associate a particolari condizioni o abitudini alimentari. In questo senso, si può parlare in modo estensivo del loro ruolo “salutistico”, inteso come contributo al mantenimento del benessere e del normale funzionamento dell’organismo.

È tuttavia fondamentale ricordare che gli integratori non possono e non devono sostituire un’alimentazione adeguata e bilanciata, che rimane la principale fonte di macro- e micronutrienti.

Questo principio assume un’importanza ancora maggiore in età pediatrica. Durante l’infanzia e l’adolescenza, infatti, l’alimentazione deve fornire tutti i nutrienti necessari al corretto sviluppo psicofisico, tenendo conto della crescita, del fabbisogno energetico individuale e del livello di attività fisica.

Nel caso dell’ADHD, quindi, l’eventuale ricorso a specifici nutrienti o integratori dovrebbe essere considerato all’interno di un approccio personalizzato, valutando innanzitutto l’alimentazione, eventuali carenze documentate e le caratteristiche individuali del bambino o dell’adolescente.

Gli integratori possono eventualmente rappresentare un supporto complementare, ma non sostituiscono né la valutazione specialistica né le strategie terapeutiche eventualmente prescritte dal medico.

Conclusioni

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo frequente, che può interessare sia l’infanzia sia l’età adulta e che può essere associato ad altre condizioni neuropsichiatriche e fisiche.

Le diverse stime epidemiologiche dimostrano quanto sia complesso quantificare il fenomeno: le metanalisi basate sui criteri DSM arrivano generalmente a percentuali più elevate, mentre le stime del Global Burden of Disease forniscono valori inferiori, anche per le differenti metodologie diagnostiche utilizzate.

Ciò che emerge con chiarezza è l’importanza di riconoscere precocemente il disturbo e garantire un percorso di valutazione e trattamento adeguato.

Parallelamente, la ricerca sta approfondendo il possibile ruolo di diversi nutrienti, estratti vegetali e nutraceutici, tra cui omega-3, Bacopa, Ginkgo, L-teanina, Klamath e Klamin.

Le evidenze attuali suggeriscono prudenza: questi strumenti possono avere un possibile ruolo complementare, ma non sostituiscono la diagnosi, il monitoraggio e le terapie indicate dagli specialisti.

Bibliografia

  1. Molecular Psychiatry (2026) – Studio epidemiologico internazionale sull’incidenza, prevalenza e impatto globale dell’ADHD. Leggi lo studio su Molecular Psychiatry
  2. Nutrients (2025) – Efficiency of Different Supplements in Alleviating Symptoms of ADHD with or Without the Use of Stimulants: A Systematic Review. Nutrients. 2025;17(9):1482. DOI: 10.3390/nu17091482. Leggi la revisione sistematica su Nutrients
  3. Nutritional Neuroscience (2026) – Balasooriya N. et al. Effects of L-theanine-caffeine combination on selective attention among adolescents with attention-deficit hyperactivity disorder: a double-blind, placebo-controlled, crossover study. DOI: 10.1080/1028415X.2026.2659148. Leggi lo studio su Nutritional Neuroscience
  4. Nutrigea – Klamin® – Informazioni ufficiali sull’estratto brevettato della microalga Klamath e sulla sua composizione. Approfondisci Klamin®
  5. Nutrigea – Klamin® Compresse – Scheda ufficiale del prodotto e caratteristiche dell’estratto Klamin®. Scheda Klamin® Compresse
  6. Erboristeria Arcobaleno – Arcobaleno Bimbi – Informazioni sui prodotti NEUROFLOR AD e NEUROFLOR ADI e sulla linea dedicata ai bambini. Scopri Arcobaleno Bimbi
  7. Nutritional Neuroscience (2026), studio crossover randomizzato su L-teanina/caffeina, metilfenidato e placebo negli adolescenti con ADHD. DOI: 10.1080/1028415X.2026.2659148
  8. Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), documentazione epidemiologica e monitoraggio dei trattamenti farmacologici dell’ADHD.
  9. L’alga Klamath e i suoi estratti: per l’ADHD e non solo…

Avvertenza

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce il parere del medico, del pediatra o di altro professionista sanitario.

 

La vitamina D svolge un ruolo essenziale nella crescita e nello sviluppo dei bambini. È fondamentale per il metabolismo del calcio, la salute delle ossa, la normale funzione del sistema immunitario e numerosi altri processi fisiologici.

Negli ultimi anni, numerose ricerche scientifiche hanno evidenziato che i bambini affetti da sovrappeso e obesità presentano un rischio significativamente maggiore di sviluppare una carenza di vitamina D, una condizione che può influenzare negativamente il loro stato di salute.

L’obesità infantile rappresenta oggi uno dei principali problemi di salute pubblica. In Italia interessa una percentuale importante della popolazione pediatrica e richiede un approccio globale che comprenda alimentazione equilibrata, attività fisica e un’adeguata attenzione ai fabbisogni nutrizionali

Perché i bambini obesi hanno bisogno di più vitamina D?

La relazione tra obesità e vitamina D è complessa.

Diversi studi hanno dimostrato che nei soggetti obesi la vitamina D tende ad accumularsi nel tessuto adiposo. Questo fenomeno ne riduce la disponibilità nel circolo sanguigno, rendendola meno utilizzabile dall’organismo.

In pratica, anche assumendo quantità simili di vitamina D, un bambino obeso può raggiungere livelli ematici inferiori rispetto a un bambino normopeso.

Per questo motivo, il fabbisogno di vitamina D può risultare maggiore nei bambini con eccesso di peso, sempre sotto valutazione del pediatra.

Lo studio che conferma il rischio di carenza

Una ricerca pubblicata sugli Annals of the National Institute of Hygiene della Polonia ha analizzato 73 bambine tra 1 e 3 anni:

  • 38 con obesità;
  • 35 normopeso utilizzate come gruppo di controllo.

I risultati hanno evidenziato che:

  • quasi il 95% delle bambine obese presentava un elevato rischio di carenza di vitamina D;
  • anche nel gruppo di controllo il rischio era elevato (oltre l’80%), segno che l’apporto alimentare è spesso insufficiente nella popolazione generale;
  • l’assunzione media giornaliera risultava ben al di sotto dei valori raccomandati.

Lo studio suggerisce che l’obesità aumenta il rischio di insufficienza di vitamina D, rendendo necessario un monitoraggio più attento da parte del pediatra.

Vitamina D e sindrome metabolica

La carenza di vitamina D è stata associata, in diversi studi osservazionali, anche alla sindrome metabolica, una condizione caratterizzata dalla presenza di fattori di rischio quali:

  • sovrappeso;
  • obesità;
  • alterazioni della glicemia;
  • aumento dei trigliceridi;
  • ipertensione;
  • resistenza insulinica.

È importante sottolineare che la ricerca continua ad approfondire il rapporto tra vitamina D e metabolismo e che non è stato dimostrato un rapporto diretto di causa-effetto. Tuttavia, mantenere livelli adeguati di vitamina D rappresenta un obiettivo importante per la salute generale del bambino.

Quali sono le principali fonti di vitamina D?

La vitamina D può essere ottenuta attraverso tre vie principali.

Vitamina D e obesità infantile1. Esposizione al sole

La fonte più importante è la sintesi cutanea.

Quando la pelle viene esposta ai raggi UVB, l’organismo produce naturalmente vitamina D.

Per questo motivo è consigliabile, quando possibile e nel rispetto delle corrette norme di protezione solare, favorire attività all’aria aperta durante tutto l’anno, soprattutto nei mesi primaverili ed estivi.

2. Alimentazione

Gli alimenti naturalmente ricchi di vitamina D sono relativamente pochi.

Tra i principali troviamo:

  • pesce grasso (salmone, sgombro, sardine, aringhe);
  • fegato;
  • tuorlo d’uovo;
  • alcuni funghi;
  • latte e alimenti fortificati con vitamina D.

Poiché la sola dieta spesso non è sufficiente a coprire il fabbisogno, soprattutto nei bambini con obesità, può essere necessario valutare strategie nutrizionali personalizzate.

3. Integratori alimentari

Quando il pediatra rileva una carenza o ritiene che il bambino presenti un rischio elevato, può consigliare un’integrazione di vitamina D. Le principali società scientifiche raccomandano infatti una supplementazione nei casi in cui l’apporto alimentare e l’esposizione solare non siano sufficienti.

L’integrazione deve sempre essere personalizzata in base all’età, al peso corporeo, ai livelli ematici e alle condizioni cliniche del bambino.

I benefici della vitamina D nei bambini

Mantenere livelli adeguati di vitamina D contribuisce a:

  • favorire il normale sviluppo dello scheletro;
  • sostenere il metabolismo del calcio e del fosforo;
  • mantenere la normale funzione del sistema immunitario;
  • contribuire al mantenimento della funzione muscolare;
  • sostenere la crescita durante l’età evolutiva.

Nei bambini obesi questi aspetti assumono un’importanza ancora maggiore.

Alimentazione, movimento e stile di vita

La prevenzione della carenza di vitamina D non può prescindere da uno stile di vita sano.

Per i bambini è importante:

  • seguire un’alimentazione varia ed equilibrata;
  • praticare regolarmente attività fisica;
  • limitare la sedentarietà e il tempo trascorso davanti agli schermi;
  • trascorrere quotidianamente del tempo all’aria aperta;
  • effettuare controlli pediatrici periodici.

Un approccio multidisciplinare consente di intervenire contemporaneamente sull’obesità e sulle eventuali carenze nutrizionali.

Quando controllare i livelli di vitamina D?

Il dosaggio della vitamina D nel sangue non è indicato come screening universale per tutti i bambini.

Può essere preso in considerazione dal pediatra nei soggetti che presentano:

  • obesità;
  • scarsa esposizione solare;
  • alimentazione particolarmente selettiva;
  • malassorbimento intestinale;
  • patologie croniche;
  • altri fattori di rischio.

La valutazione clinica rimane sempre fondamentale per decidere eventuali esami o integrazioni.

Qual è il fabbisogno giornaliero di vitamina D nei bambini?

Secondo i LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana) e le principali linee guida internazionali, l’assunzione raccomandata è pari a 600 UI (15 μg) di vitamina D al giorno nei bambini e negli adolescenti sani. Nei soggetti con aumentato rischio di carenza, come i bambini con obesità, il pediatra può valutare dosaggi differenti sulla base della situazione clinica e degli eventuali esami ematochimici.

Fabbisogni giornalieri di vitamina D (1-18 anni)

Fascia d’etàAssunzione raccomandata (RDA/LARN)Limite massimo tollerabile (UL)
1-3 anni600 UI (15 μg)/giorno2.000-4.000 UI/giorno*
4-8 anni600 UI (15 μg)/giorno2.000-4.000 UI/giorno*
9-18 anni600 UI (15 μg)/giorno4.000 UI/giorno

*Il limite massimo varia leggermente tra le diverse linee guida internazionali (IOM, LARN ed Endocrine Society), ma non rappresenta la dose consigliata: indica semplicemente il livello oltre il quale aumenta il rischio di effetti indesiderati in caso di assunzione prolungata.

Attenzione: nei bambini con obesità il fabbisogno può essere superiore rispetto ai coetanei normopeso. Questo perché una parte della vitamina D viene trattenuta nel tessuto adiposo, riducendone la biodisponibilità. Per questo motivo, la supplementazione deve essere sempre personalizzata dal pediatra in base all’età, al peso corporeo, ai livelli ematici di 25(OH)D e alla presenza di eventuali altre condizioni cliniche.

Lo studio pubblicato su Annals of the National Institute of Hygiene ha infatti evidenziato che il 94,7% dei bambini obesi tra 1 e 3 anni presentava un rischio elevato di insufficiente assunzione di vitamina D, contro l’82,4% dei bambini normopeso. Inoltre, l’assunzione media era di circa 2 μg al giorno nei bambini obesi e 4 μg al giorno nel gruppo di controllo, valori nettamente inferiori alle attuali raccomandazioni nutrizionali di 15 μg (600 UI) al giorno.

Conclusioni

La vitamina D rappresenta un nutriente indispensabile durante tutta la crescita, ma nei bambini con obesità il suo fabbisogno può aumentare a causa della ridotta biodisponibilità legata al tessuto adiposo.

Un’alimentazione equilibrata, un’adeguata esposizione alla luce solare, l’attività fisica quotidiana e, quando indicato dal pediatra, una corretta integrazione rappresentano strumenti importanti per prevenire la carenza e favorire uno sviluppo sano.

Prendersi cura della salute nutrizionale dei bambini significa investire nel loro benessere presente e futuro.

Domande frequenti sulla vitamina D nei bambini obesi

Perché i bambini obesi hanno più spesso una carenza di vitamina D?

Nei bambini con obesità una parte della vitamina D viene immagazzinata nel tessuto adiposo, riducendone la disponibilità per l’organismo. Per questo motivo il rischio di insufficienza è maggiore rispetto ai bambini normopeso e il pediatra può valutare un’integrazione personalizzata.

Qual è il fabbisogno giornaliero di vitamina D nei bambini?

Secondo i LARN e le principali linee guida internazionali, l’assunzione raccomandata è di 600 UI (15 μg) al giorno per bambini e adolescenti da 1 a 18 anni. In presenza di fattori di rischio, come l’obesità, il fabbisogno può essere diverso e deve essere stabilito dal pediatra.

Quali alimenti sono ricchi di vitamina D?

Le principali fonti alimentari di vitamina D sono:

  • salmone, sgombro e sardine;
  • aringhe e tonno;
  • tuorlo d’uovo;
  • fegato;
  • funghi esposti ai raggi UV;
  • latte e latticini fortificati;
  • alcuni cereali fortificati.

Poiché pochi alimenti ne contengono quantità significative, spesso è necessario associare una corretta esposizione al sole.

Il sole è sufficiente per produrre vitamina D?

L’esposizione ai raggi UVB rappresenta la principale fonte di vitamina D. Tuttavia, nei mesi autunnali e invernali, alle nostre latitudini, la produzione cutanea diminuisce sensibilmente. Anche l’uso costante di creme solari, la scarsa permanenza all’aperto e l’obesità possono ridurre la disponibilità di vitamina D.

Come si scopre una carenza di vitamina D?

La carenza viene diagnosticata mediante un esame del sangue che misura la concentrazione di 25-idrossivitamina D [25(OH)D]. L’opportunità di eseguire questo esame deve essere valutata dal pediatra in base ai fattori di rischio e alle condizioni cliniche del bambino.

Quali sono i sintomi della carenza di vitamina D nei bambini?

Nelle fasi iniziali la carenza può essere priva di sintomi. Nei casi più importanti possono comparire:

  • stanchezza;
  • dolori muscolari;
  • debolezza;
  • ritardo nella crescita ossea;
  • maggiore predisposizione alle infezioni;
  • nei casi più gravi, rachitismo.

La diagnosi deve essere sempre confermata dal medico.

I bambini obesi devono assumere più vitamina D?

Non necessariamente. Sebbene i bambini con obesità abbiano un rischio maggiore di insufficienza, il dosaggio dell’integratore deve essere deciso dal pediatra in base all’età, al peso corporeo, ai livelli ematici di vitamina D e alla situazione clinica individuale.

La vitamina D aiuta a dimagrire?

No. Attualmente non esistono prove scientifiche sufficienti per affermare che la vitamina D favorisca direttamente la perdita di peso. Correggere una carenza è importante per la salute generale, ma il trattamento dell’obesità infantile richiede un approccio multidisciplinare basato su alimentazione equilibrata, attività fisica e modifiche dello stile di vita.

Quando è consigliata l’integrazione di vitamina D nei bambini?

L’integrazione può essere indicata quando l’apporto alimentare è insufficiente, l’esposizione al sole è limitata oppure sono presenti condizioni che aumentano il rischio di carenza, come l’obesità, alcune patologie croniche o problemi di assorbimento intestinale. L’assunzione deve sempre avvenire seguendo le indicazioni del pediatra.

La vitamina D contribuisce al normale funzionamento del sistema immunitario?

Sì. L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha autorizzato il claim secondo cui la vitamina D contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario, oltre a favorire il mantenimento di ossa e denti normali e il normale assorbimento e utilizzo di calcio e fosforo.

È possibile assumere troppa vitamina D?

Sì, un eccesso di vitamina D è possibile, ma è raro e generalmente si verifica solo in caso di assunzione prolungata di dosi elevate di integratori, superiori a quelle raccomandate dal medico o dal pediatra. L’esposizione al sole e l’alimentazione, da sole, non causano un sovradosaggio. Se si rispettano i dosaggi consigliati, l’integrazione di vitamina D è considerata sicura. È importante non superare le dosi indicate e conservare gli integratori fuori dalla portata dei bambini.

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Bibliografia

  1. Zakharova, I. et al. 2019. Vitamin D Insufficiency in Overweight and Obese Children and Adolescents. Front Endocrinol (Lausanne). .
  2. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28475159
  3. Hanna M. Knihtila, PhD, Mengna Huang, et al. Maternal vitamin D status modifies the effects of early life tobacco exposure on child lung function. Allergy Clin Immunol 2023;151:556-564. https://doi.org/10.1016/j.jaci.2022.10.030
  4. Knihtilä HM, Stubbs BJ, Carey VJ, et al. Low gestational vitamin D level and childhood asthma are related to impaired lung function in high-risk children. J Allergy Clin Immunol 2021;148:110-119.e9. https://doi.org/10.1016/j.jaci.2020.12.647
  5. Bouillon R, Manousaki D, Rosen C, et al. The health effects of vitamin D supplementation: evidence from human studies. Nat Rev Endocrinol 2022;18:96-110. https://doi.org/10.1038/s41574-021-00593-z

 

Poco conosciute e spesso diagnosticate in ritardo, le sindromi PANS e PANDAS colpiscono il cervello dei bambini attraverso meccanismi neuroimmunologici complessi, con importanti ricadute sul comportamento e sulla qualità della vita.

Esistono sindromi pediatriche rare e complesse che, nonostante siano state descritte clinicamente da oltre vent’anni, restano ancora oggi poco conosciute e spesso non riconosciute ufficialmente. Tra queste rientrano le sindromi PANS e PANDAS, condizioni caratterizzate da un esordio improvviso di sintomi neuropsichiatrici in bambini precedentemente sani.

Cos’è la sindrome PANDAS

La PANS (Pediatric Acute-onset Neuropsychiatric Syndrome) definisce una sindrome neuropsichiatrica pediatrica ad esordio acuto, di probabile origine autoimmune e neuroinfiammatoria, che può essere scatenata o meno da un evento infettivo. La PANDAS (Pediatric Autoimmune Neuropsychiatric Disorders Associated with Streptococcal infections) rappresenta invece un sottogruppo della PANS ed è specificamente associata a infezioni da streptococco β-emolitico di gruppo A.

Le informazioni istituzionali di riferimento sono disponibili, tra gli altri, sul sito del National Institute of Mental Health (NIMH) e del PANS Research Consortium.

Esordio acuto e manifestazioni cliniche

Dopo un esordio acuto, bambini e adolescenti precedentemente sani possono manifestare un rapido e marcato cambiamento del comportamento e della sfera emotiva. I sintomi comprendono irritabilità intensa, ansia marcata, tic motori e vocali, disturbi ossessivo-compulsivi, fobie sproporzionate, attacchi di panico e, nei casi più gravi, alterazioni della percezione, pensieri intrusivi e ideazione suicidaria. Tali manifestazioni insorgono spesso senza una causa psichiatrica apparente, rendendo il quadro clinico complesso e disorientante per le famiglie.

Dalla scoperta al riconoscimento scientifico

La sindrome PANDAS è stata descritta per la prima volta nel 1998 dalla Dott.ssa Susan E. Swedo, ricercatrice del National Institute of Mental Health. Oggi è riconosciuta a livello internazionale come una condizione di natura neuroimmunologica. Nonostante ciò, il numero reale dei casi risulta verosimilmente sottostimato, anche a causa della disinformazione in ambito pediatrico e della mancanza di protocolli diagnostico-terapeutici condivisi.

Una diagnosi ancora difficile in Italia

In Italia la diagnosi di PANDAS rimane rara o tardiva. Al manifestarsi dei sintomi, molti bambini vengono trattati esclusivamente dal punto di vista neuropsichiatrico, senza un adeguato inquadramento eziologico. Le famiglie, spesso impreparate ad affrontare un esordio così improvviso e destabilizzante, si trovano a dover gestire percorsi di cura complessi e non sempre accessibili. Questo evidenzia la necessità di una maggiore informazione, di una formazione specifica degli operatori sanitari e di un approccio multidisciplinare che riconosca la natura infettivo-immunitaria della sindrome.

Una patologia spesso confusa con un disturbo psichiatrico

PANS e PANDAS non sono patologie psichiatriche primarie, ma condizioni in cui una risposta immunitaria anomala, spesso conseguente a un’infezione, determina uno stato di neuroinfiammazione acuta con alterazione delle normali funzioni cerebrali. Proprio la natura neuropsichiatrica dei sintomi porta frequentemente a diagnosi errate o incomplete, con il rischio di trattare esclusivamente le manifestazioni comportamentali senza intervenire sulla causa biologica sottostante.

Il quadro clinico può essere molto vario. I bambini colpiti possono sviluppare improvvisamente disturbo ossessivo-compulsivo, tic motori o vocali, regressione delle capacità cognitive e di apprendimento, disturbi del sonno, alterazioni del comportamento alimentare, ansia marcata, depressione, irritabilità e, in alcuni casi, comportamenti aggressivi o autolesionistici. Questo insieme di sintomi comporta spesso un drastico peggioramento della qualità della vita del bambino e dell’intero nucleo familiare.

Una descrizione clinica dettagliata della sindrome PANS è riportata nella review di Swedo e collaboratori pubblicata sul Journal of Child and Adolescent Psychopharmacology.

Difficoltà diagnostiche (fonte AVD)

Per comprendere meglio come riconoscere precocemente queste sindromi, abbiamo approfondito l’argomento con la Dott.ssa Stefania Cazzavillan, biologa molecolare, ricercatrice ed esperta di micoterapia, che ha seguito numerosi pazienti affetti da PANS e PANDAS affiancando alle terapie convenzionali un supporto nutrizionale e nutraceutico.

Nella sua esperienza clinica, l’esordio dei sintomi avviene spesso in età molto precoce, talvolta intorno ai tre anni. Si tratta frequentemente di bambini con una storia di infezioni ricorrenti, talvolta associata a predisposizioni genetiche o a una fragilità del sistema immunitario. In molti casi, i sintomi neuropsichiatrici compaiono in stretta relazione temporale con un evento infettivo o immunologico.

Un caso clinico esemplificativo riguarda un bambino che aveva contratto la pertosse all’età di due anni, trattata con antibiotico. Circa un anno dopo, in concomitanza con il richiamo della vaccinazione antitetanica, il bambino iniziò a manifestare un cambiamento comportamentale improvviso e profondo: da carattere affettuoso e tranquillo sviluppò episodi di aggressività, autolesionismo, iperattività e depressione, accompagnati da un uso distruttivo dei giocattoli e da rappresentazioni grafiche di contenuto violento. Proprio la brusca trasformazione rispetto alla personalità precedente rappresentò il principale campanello d’allarme per la madre.

I campanelli d’allarme e il percorso verso una diagnosi corretta

Una volta confermati i disturbi comportamentali dagli specialisti, il bambino fu inizialmente trattato esclusivamente dal punto di vista neuropsichiatrico, attraverso farmaci mirati a contenere e sedare i sintomi. Tuttavia, nonostante la terapia, alcuni segnali continuarono a destare preoccupazione. Tra i principali campanelli d’allarme vi erano l’esordio improvviso dei comportamenti aggressivi, la marcata regressione emotiva rispetto alla personalità precedente, gli episodi di autolesionismo, l’iperattività non presente in precedenza e la comparsa di contenuti violenti nel gioco e nel disegno. Elementi che, nel loro insieme, risultavano difficilmente spiegabili con un disturbo psichiatrico primario.

È stato grazie all’intuizione e alla determinazione della madre, supportate da un approfondito lavoro di ricerca autonoma, che è stato possibile individuare specialisti con competenze specifiche in ambito PANS/PANDAS e ipotizzare un collegamento tra i sintomi neuropsichiatrici e una possibile origine infettivo-immunitaria. Attraverso una serie di indagini cliniche mirate, condotte da professionisti esperti in questa sindrome, è stato possibile inquadrare correttamente la condizione, evidenziando una significativa deregolazione del sistema immunitario associata a un marcato stato infiammatorio.

A partire da questa nuova lettura clinica, è stato impostato un approccio terapeutico più adeguato, orientato non solo alla gestione dei sintomi ma soprattutto alla causa sottostante. Il trattamento del problema infettivo è stato quindi affiancato da un intervento nutrizionale mirato, volto a ridurre l’infiammazione e a sostenere il sistema immunitario, con un progressivo miglioramento del quadro generale.

Deregolazione immunitaria e neuroinfiammazione

Le evidenze scientifiche suggeriscono che PANS e PANDAS siano il risultato di una deregolazione del sistema immunitario, in cui una risposta infiammatoria innescata da un’infezione porta allo sviluppo di meccanismi autoimmuni. In particolare, attraverso il fenomeno del molecular mimicry, alcuni anticorpi prodotti contro agenti infettivi possono reagire in modo crociato con strutture cerebrali, causando neuroinfiammazione, alterazioni della barriera emato-encefalica e, nei casi più severi, quadri di encefalite autoimmune.

Una revisione approfondita su questo meccanismo è disponibile nel lavoro di Cunningham pubblicato su Clinical Reviews in Allergy & Immunology.

Approccio terapeutico convenzionale

Le terapie convenzionali per la gestione delle sindromi PANS e PANDAS prevedono principalmente il trattamento delle infezioni sottostanti attraverso antibiotici appropriati. In alcuni casi selezionati possono essere utilizzati farmaci antinfiammatori o immunomodulanti, mentre il supporto neuropsichiatrico viene impiegato per contenere i sintomi più invalidanti. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che un approccio esclusivamente sintomatico non è sufficiente se non si interviene sul processo infettivo e infiammatorio alla base della patologia.

Il ruolo dell’alimentazione nella modulazione dell’infiammazione

Secondo la Dott.ssa Cazzavillan, l’alimentazione rappresenta un pilastro fondamentale nella gestione di questi bambini, che spesso presentano uno stato di infiammazione sistemica e cerebrale persistente. Un regime alimentare adeguato dovrebbe avere caratteristiche antinfiammatorie, riducendo drasticamente l’assunzione di zuccheri semplici, carboidrati raffinati, alimenti ultraprocessati e oli vegetali di semi ad alto potenziale pro-infiammatorio.

In contesti clinici specifici e sotto stretto controllo medico, anche la dieta chetogenica è stata utilizzata con risultati incoraggianti, grazie ai suoi effetti neuroprotettivi e alla capacità di ridurre la neuroinfiammazione. Un’analisi sul rapporto tra dieta chetogenica e infiammazione cerebrale è disponibile su Frontiers in Neuroscience.

Nutraceutica e micoterapia come supporto integrato

PANS e PANDAS: una sfida in età pediatrica

La nutraceutica può offrire un valido supporto alle terapie convenzionali, fornendo nutrienti in grado di sostenere i processi biochimici, modulare l’immunità e ridurre lo stress ossidativo. Tra i nutrienti più utilizzati figurano gli omega-3 (in particolare il DHA), l’astaxantina e alcuni composti ad azione nootropica.

Un ruolo di particolare interesse è rivestito dalla micoterapia, ovvero l’utilizzo di funghi medicinali come supporto integrativo. Il Ganoderma lucidum (Reishi) e l’Hericium erinaceus sono tra i più studiati in questo ambito. Il Reishi è noto per le sue proprietà immunomodulanti e antinfiammatorie e per il suo effetto riequilibrante sul piano emotivo, mentre l’Hericium mostra un’azione neuroprotettiva e favorisce i processi di rigenerazione neuronale. L’uso combinato di questi funghi può potenziare il sistema immunitario, ridurre la suscettibilità alle infezioni e contribuire al mantenimento dell’integrità della barriera emato-encefalica.

Uno studio sugli effetti neurotrofici dell’Hericium erinaceus è consultabile anche su PubMed.

Come lavorano i funghi medicinali in caso di PANS e PANDAS

I funghi medicinali possono essere considerati come veri e propri “direttori d’orchestra” dell’organismo, in grado di agire su più livelli contemporaneamente con l’obiettivo di ristabilire l’equilibrio fisiologico. La loro azione non è sintomatica, ma modulante: contribuiscono a rinforzare l’organismo nel suo insieme, sostenendo il sistema immunitario, attenuando lo stato infiammatorio e favorendo una risposta più adeguata agli stimoli infettivi e ambientali.

Nei bambini affetti da PANS e PANDAS, i funghi medicinali possono potenziare l’efficacia degli interventi integrativi, come l’apporto di micronutrienti e nutraceutici, e allo stesso tempo supportare le terapie farmacologiche convenzionali, contribuendo a ridurne gli effetti collaterali legati a trattamenti prolungati, in particolare antibiotici e farmaci ad azione neuropsichiatrica. Attraverso la modulazione del sistema neuroimmunitario e il supporto alla barriera emato-encefalica, questi composti favoriscono una maggiore stabilità clinica, riducendo la frequenza delle riacutizzazioni infettive e infiammatorie.

In un’ottica di medicina integrata, l’utilizzo dei funghi medicinali rappresenta quindi un valido supporto alle cure convenzionali nei piccoli pazienti con PANS e PANDAS, con l’obiettivo non solo di contenere i sintomi, ma di migliorare nel tempo la qualità della vita del bambino e dell’intero nucleo familiare, spesso profondamente coinvolto nella gestione quotidiana di questa complessa condizione.

Microbiota intestinale e asse intestino-cervello

Un aspetto spesso trascurato riguarda il microbiota intestinale, che può risultare profondamente alterato dall’uso ripetuto di antibiotici. L’asse intestino-cervello è oggi riconosciuto come un sistema di comunicazione bidirezionale fondamentale per la regolazione del comportamento, delle emozioni e delle funzioni cognitive. Un intestino in equilibrio rappresenta quindi un elemento chiave anche per la salute neurologica e psico-emotiva di questi bambini. Una revisione sull’asse intestino-cervello è disponibile su Nature Reviews Neuroscience.

Le conseguenze di una diagnosi tardiva

Quando PANS e PANDAS non vengono riconosciute tempestivamente, i bambini rischiano di essere trattati per anni esclusivamente con farmaci antipsicotici o stabilizzatori dell’umore, che agiscono sui sintomi ma non sulla causa. Infezioni persistenti e infiammazione cronica possono così determinare alterazioni neurocognitive e comportamentali più profonde e durature, compromettendo lo sviluppo e la qualità della vita.

Riconoscere precocemente queste sindromi significa poter intervenire in modo mirato, riducendo la frequenza delle riacutizzazioni e migliorando significativamente il benessere dei bambini e delle loro famiglie.

Un progetto di sensibilizzazione e ricerca sul territorio

All’interno di questo percorso di informazione e approfondimento scientifico si inserisce anche il progetto “The Pandas Syndrome”, attualmente in fase di realizzazione, con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza su queste sindromi complesse, favorire una diagnosi più tempestiva e promuovere un approccio multidisciplinare alla presa in carico dei pazienti e delle loro famiglie.

Avd Reform partecipa al progetto in qualità di azienda partner, insieme ad altre realtà del territorio che hanno scelto di sostenere un’iniziativa dedicata alla divulgazione, alla formazione e al supporto in ambito PANS e PANDAS. La collaborazione tra professionisti, ricercatori e aziende rappresenta un elemento chiave per colmare il divario informativo che ancora caratterizza queste patologie.

👉 Per maggiori informazioni sul progetto The Pandas Syndrome: clicca qui

Organizzazioni e risorse istituzionali

  1. INS – Istituto di Neuroscienze Pagina informativa sulla sindrome PANS/PANDAS e approcci diagnostici e terapeutici multidisciplinari (Link).
  2. PANDAS Network Associazione internazionale dedicata alla diffusione di conoscenza, ricerca e supporto per le famiglie coinvolte nel percorso diagnostico-terapeutico.
    (Contenuti scientifici e comunità di pazienti)
  3. US National Institute of Mental Health (NIMH) Risposte alle domande più frequenti su PANS e PANDAS, inclusi aspetti diagnostici, trattamento e ricerca clinica.

Approfondimenti scientifici

  1. ScienceDirect – Treatment of PANDAS and PANS: a systematic review – Revisione sistematica sulle opzioni terapeutiche attualmente studiate per PANS e PANDAS, evidenziando la scarsa evidenza di protocolli standardizzati e la necessità di ulteriori ricerche (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29309797/).
  2. Springer – PANS and PANDAS: methodological considerations and misinterpretations Articolo che discute aspetti metodologici, controversie e l’interpretazione dei dati clinici disponibili, sottolineando la complessità di definire e diagnosticare PANS/PANDAS (https://link.springer.com/article/10.1007/s00787-025-02747-0).

Bibliografia

  1. Swedo SE, Leonard HL, Garvey M, et al. Pediatric autoimmune neuropsychiatric disorders associated with streptococcal infections (PANDAS). Am J Psychiatry. 1998;155(2):264–271.
  2. Swedo SE, Leckman JF, Rose NR. From research subgroup to clinical syndrome: modifying the PANDAS criteria to describe PANS (Pediatric Acute-onset Neuropsychiatric Syndrome). J Child Adolesc Psychopharmacol. 2012;22(3):204–217.
  3. National Institute of Mental Health. PANS and PANDAS: questions and answers. Disponibile su: https://www.nimh.nih.gov/health/publications/pandas
  4. Cunningham MW. Molecular mimicry, autoimmunity, and infection: the cross-reactive antigens of group A streptococci and their sequelae. Clin Rev Allergy Immunol. 2012;42(1):56–69.
  5. Cryan JF, Dinan TG. Mind-altering microorganisms: the impact of the gut microbiota on brain and behaviour. Nat Rev Neurosci. 2012;13(10):701–712.
  6. Li IC, Lee LY, Tzeng TT, et al. Neurohealth properties of Hericium erinaceus mycelia enriched with erinacines. J Transl Med. 2014;12:272.

 

 

Con l’arrivo dell’inverno aumentano i malanni stagionali, in particolare quelli che colpiscono le vie respiratorie. Proteggere i bambini è una priorità per ogni genitore, e alcune buone abitudini e rimedi naturali possono contribuire al loro benessere generale.

Perché puntare sulla prevenzione naturale?

La prevenzione naturale comprende strategie semplici, non invasive e generalmente ben tollerate che favoriscono il benessere dell’organismo. Un corretto stile di vita supporta il sistema immunitario e aiuta i più piccoli ad affrontare meglio i tipici disturbi della stagione fredda.

Dalla natura un aiuto: la propoli

La propoli è una sostanza naturale prodotta dalle api, tradizionalmente utilizzata per le sue proprietà:

  • antimicrobiche: alcuni componenti della propoli mostrano attività contro batteri, virus e funghi in studi di laboratorio;
  • antinfiammatorie: può contribuire a ridurre i processi irritativi legati alle affezioni delle vie respiratorie;
  • immunomodulanti: alcuni estratti possono stimolare la risposta immunitaria dell’organismo.

La propoli è disponibile in varie forme: estratti, spray, sciroppi e, più recentemente, dispositivi che diffondono nell’aria la frazione volatile della propoli.

Che cos’è la frazione volatile della propoli?

La propoli è una miscela resinosa prodotta dalle api a partire da resine vegetali; contiene sia composti non volatili (flavonoidi, fenoli) sia una componente volatile (aldeidi, terpeni, esteri, alcoli) che determina aroma e molte attività biologiche osservate in laboratorio. La composizione varia fortemente con l’origine botanica e geografica. (MDPI)

Efficacia antimicrobica e antivirale

  • Numerosi studi in vitro mostrano attività antimicrobica della propoli su batteri, funghi e alcuni virus: l’effetto è ben documentato a livello di estratti in laboratorio. Tuttavia questi risultati non si traducono automaticamente in efficacia clinica quando la propoli è somministrata in modi diversi (orale, topico o come diffusione nell’aria). (PubMed)

  • Per la frazione volatile, studi chimici dimostrano la presenza di molti composti con potenziale attività antimicrobica; ma mancano ancora studi clinici robusti che dimostrino che la diffusione ambientale della frazione volatile riduca in modo clinicamente significativo le infezioni respiratorie nei bambini.

Azione antinfiammatoria e immunomodulante

Revisione e studi sperimentali indicano che alcuni componenti della propoli possiedono proprietà antinfiammatorie e possono modulare parametri immunologici (citochine, cellule effettrici) in modelli preclinici. Anche qui, la maggior parte delle prove è preclinica o da piccole sperimentazioni; le evidenze cliniche ampie e ben controllate sono limitate. (PMC)

Propoli volatile e ambiente domestico

La diffusione nell’aria dei componenti volatili della propoli permette di respirarne gli aromi naturali. Studi preliminari suggeriscono che questi composti possano contribuire a:

  • migliorare la qualità dell’aria attraverso un’azione antimicrobica;
  • offrire un supporto alle vie respiratorie;
  • stimolare alcune funzioni del sistema immunitario.

Questa modalità può essere utile anche per i bambini che faticano ad assumere prodotti per via orale. L’impiego di diffusori consente un uso pratico e non invasivo, durante il sonno o nel gioco.

Rinforza in modo naturale le difese del tuo bambinoPerché respirare la propoli?

L’idea di utilizzare la frazione volatile della propoli deriva dall’osservazione che i composti aromatici presenti naturalmente nell’alveare possono essere assorbiti non solo tramite ingestione, ma anche attraverso la via respiratoria.

Già negli anni ’70, il Prof. Luciano Pecchiai — pediatra, ricercatore e tra i primi a studiare gli effetti della propoli nel contesto dell’ecologia microbica — ipotizzò che la respirazione dei suoi componenti volatili potesse amplificare alcuni effetti benefici osservati negli estratti orali. In particolare, scriveva:

“La frazione volatile della propoli ha dimostrato, rispetto alla frazione estrattiva assunta per via orale, un’esaltazione dell’azione probiotica generale. Tale esaltazione […] è probabilmente dovuta al fatto che l’assunzione avviene, oltre che attraverso la via respiratoria e percutanea, anche ed essenzialmente attraverso i nervi olfattori, che si sfioccano nella mucosa nasale”. (da Curarsi con la Propoli, L. Pecchiai)

Negli ultimi anni è stato sviluppato un innovativo sistema che diffonde nell’ambiente la frazione volatile della propoli con le sue preziose proprietà terapeutiche.

KONTAK ha sviluppato e brevettato un sistema innovativo e unico nel suo genere capace di diffondere nell’ambiente esclusivamente la frazione volatile della propoli, ossia quella parte leggera e aromatica ricca di composti bioattivi naturali.

I diffusori PROPOLAIR funzionano attraverso un riscaldamento controllato della propoli contenuta nelle capsule:

  • inizialmente viene raggiunto il punto di fusione della frazione cerosa,
  • poi la temperatura viene portata in modo graduale alla soglia ideale per la sublimazione dei composti volatili.

Questa alternanza termica, calibrata e ciclica, permette di estrarre completamente e in modo dolce le sostanze aromatiche che, una volta rilasciate nell’ambiente, ricreano un microclima simile a quello dell’alveare.

Perché le sostanze volatili?

La propoli è una sostanza vegetale complessa: resine, balsami, oli essenziali e composti aromatici che le api raccolgono dalle gemme e dalle cortecce delle piante. È soprattutto la frazione volatile — ricca di terpeni e altri composti aromatici — a disperdersi naturalmente nell’aria quando il calore del sole riscalda le gemme.

È lo stesso fenomeno che, per secoli, rese celebri le aree verdi ad aria balsamica: non a caso, molti sanatori dell’Ottocento e del primo Novecento venivano costruiti in zone boschive o montane, dove l’“aria fina” ricca di composti naturali volatili provenienti dalle piante era ritenuta favorevole per il benessere respiratorio.

Il sistema PROPOLAIR si ispira proprio a questo principio naturale, riproducendo in ambienti interni una diffusione controllata e costante della frazione volatile della propoli, senza combustione né vaporizzazioni forzate, nel rispetto delle caratteristiche chimiche della sostanza.

I benefici della propoli da respirare:

• Efficacia dimostrata: studi scientifici hanno dimostrato l’efficacia della propoli da respirare nel ridurre la carica microbica nell’aria e nel prevenire le infezioni respiratorie.
• Facilità d’uso: i diffusori di propoli sono semplici da utilizzare e possono essere utilizzati in qualsiasi ambiente, momento e situazione senza effetti collaterali.
• Azione preventiva e curativa: la propoli da respirare può essere utilizzata sia per prevenire le infezioni respiratorie che per alleviare i sintomi del raffreddore e della tosse.

Un metodo semplice e versatile

L’uso dei diffusori di propoli è intuitivo e adattabile a diversi ambienti della casa, offrendo una possibile forma di supporto naturale per affrontare più serenamente la stagione invernale.

Per qualsiasi utilizzo di prodotti naturali nei bambini, soprattutto sotto i 3 anni o in presenza di allergie, è comunque consigliabile chiedere il parere del pediatra.

Optare per una propoli di qualità certificata, biologica e di provenienza italiana

Quando si sceglie un prodotto a base di propoli è importante verificare che provenga da filiera controllata, che sia biologico, certificato e di provenienza italiana. Sul mercato, infatti, sono presenti preparati di origine estera privi di controlli adeguati o con standard qualitativi inferiori. Questi prodotti possono risultare contaminati, impoveriti di componenti attivi o carenti di micronutrienti naturali tipici della propoli fresca e non adulterata.

La propoli italiana, ottenuta da aree non inquinate e sottoposta a rigorosi protocolli di qualità, garantisce una composizione più stabile e un profilo fitochimico completo.

Un’indagine condotta dal Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università di Modena e Reggio Emilia, nell’ambito di uno studio comparativo, ha evidenziato che l’estratto idroalcolico di propoli KONTAK presenta una maggiore ricchezza di componenti attive, inclusi flavonoidi e acidi fenolici, rispetto ad altri campioni analizzati.

Questi risultati confermano l’elevata qualità della propoli biologica italiana utilizzata da KONTAK, caratterizzata da un profilo fitochimico particolarmente ricco e da una lavorazione che ne preserva le proprietà naturali.

Rinforza in modo naturale le difese del tuo bambinoCuriosità storiche sulle proprietà della propoli: dagli antichi Egizi a oggi

La propoli ha una storia affascinante, intrecciata alle più antiche tradizioni mediche del mondo. Il suo utilizzo, documentato da migliaia di anni, testimonia quanto questa sostanza resinosa prodotta dalle api fosse apprezzata per le sue proprietà protettive e curative.

Dall’Antico Egitto: medicina e ritualità

Gli antichi Egizi utilizzavano ampiamente la propoli. Impiegata nella mummificazione per le sue proprietà antibatteriche e conservanti, veniva anche applicata come unguento cicatrizzante e come rimedio per vari disturbi cutanei. L’“oro delle api” era considerato un elemento prezioso sia nella vita quotidiana sia nei rituali funerari.

Greci e Romani: dalla medicina ippocratica ai trattati di Plinio

I Greci furono tra i primi a descriverne le proprietà terapeutiche in modo sistematico.

  • Ippocrate la consigliava per la guarigione delle ferite e per le infezioni della pelle.
  • Aristotele, negli scritti dedicati alle api, la definiva una sostanza utile come “protezione” dell’alveare e del corpo umano.

Anche i Romani ne fecero largo uso:

  • Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia elencava diversi impieghi della propoli come rimedio antimicrobico e come componente di preparazioni medicinali.
  • I medici militari romani la usavano per trattare ferite e ulcere dei soldati.

Il Medioevo: un periodo di declino

Durante il Medioevo occidentale, complice la frammentazione culturale e sanitaria dell’epoca, l’uso della propoli come sostanza medicinale si ridusse. La medicina monastica prediligeva altri rimedi erboristici più facilmente reperibili e ben documentati nei testi dell’epoca.

L’Umanesimo e la riscoperta

Con il Rinascimento e la corrente culturale dell’ad fontes, si assiste a un ritorno allo studio dei classici greci e latini.
Le opere mediche antiche — da Ippocrate a Galeno — tornarono al centro dell’attenzione, portando anche a una rivalutazione della propoli come ingrediente prezioso nelle preparazioni galeniche.

L’era moderna: dalla tradizione alla scienza

Il vero salto di qualità avvenne solo nel XX secolo, quando gli scienziati iniziarono a studiare sistematicamente la propoli:

  • Negli anni ’20–’30 comparvero le prime analisi chimiche.
  • Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’avvento di tecniche più sofisticate, la ricerca accelerò notevolmente.

Oggi, grazie alle moderne tecnologie analitiche (HPLC, GC-MS, spettrometria di massa), sono stati identificati oltre 180 composti nella propoli, tra cui flavonoidi, acidi fenolici, terpeni e composti aromatici.

Le indagini scientifiche hanno confermato molte delle proprietà che le tradizioni antiche le attribuivano:

  • antibatteriche
  • antivirali
  • antimicotiche
  • antinfiammatorie
  • antiossidanti
  • cicatrizzanti

La storia della propoli mostra così un percorso unico: da rimedio naturale utilizzato intuitivamente dagli antichi, a oggetto di studio moderno capace di confermare scientificamente — almeno in parte — le intuizioni dei nostri predecessori.

Conclusione

L’autunno può essere un periodo difficile per la salute, ma con alcune semplici precauzioni è possibile ridurre il rischio di malattie respiratorie. La propoli — grazie ai suoi composti polifenolici e volatili —può essere un valido alleato naturale per rafforzare le difese immunitarie e prevenire i malanni autunnali.

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Prodotta dalle api nutrici, la pappa reale è uno degli alimenti naturali più studiati per le sue proprietà biologiche e nutrizionali.

La pappa reale non è un semplice “super-mangime” per le api: è un vero e proprio alimento privilegiato prodotto dalle api operaie — in particolare dalle ghiandole ipofaringee e mandibolari – che viene somministrato in quantità massicce soltanto alle larve che diverranno regine. Questa sostanza, di consistenza gelatinosa, colore giallo-chiaro e sapore acidulo-zuccherino, dà all’ape regina lo straordinario potere di vivere molti anni e svilupparsi in modo diverso rispetto alle operaie.
In termini simbolici e pratici, l’idea di “ciò che distingue un’ape operaia da un’ape regina è il cibo” acquista un significato potente.

Dal punto di vista storico, l’utilizzo umano della pappa reale è antico — presente nelle tradizioni dell’apiterapia asiatica, dell’antico Egitto, e più tardi studiata nelle agricoltura e nell’apicoltura come prodotto specializzato.

Le origini antiche

  • Già nell’antica Grecia e nell’Egitto dei faraoni la pappa reale era conosciuta e apprezzata: si riteneva che, simile all’“ambrosia” degli dei, essa conferisse forza, vigore e addirittura immortalità. (MDPI).
  • Per esempio, si narra che la Cleopatra usasse la pappa reale come parte della propria cura di bellezza e vitalità (MDPI).
  • In Cina, la pappa reale veniva impiegata nella medicina tradizionale già da secoli, associata a fertilità, longevità e potere rigenerativo (MDPI).

L’evoluzione nella scienza e nell’apicoltura

  • La capacità delle api di produrre pappa reale è stata osservata da naturalisti già nel XVII-XVIII secolo: ad esempio il naturalista francese René Réaumur nel 1700 la descriveva come una sostanza “regale” (www.pleva.cz).
  • Nel XIX secolo, con lo sviluppo dell’apicoltura “scientifica”, si iniziarono a fare analisi chimiche e biologiche della pappa reale, studiando la sua composizione e funzione nell’alveare. Ad esempio già nel 1852 il reverendo amerianico L. Langstroth (chiamato “padre” dell’apicoltura americana) avviò prime analisi.
  • Nel XX secolo, soprattutto dagli anni 1950-60, la pappa reale diventa oggetto di studio più sistematico sia come alimento funzionale che come prodotto dell’apicoltura commerciale. In questi decenni vengono definiti standard, metodi per la raccolta, la conservazione e l’uso umano (www.pleva.cz).

L’uso commerciale e terapeutico moderno

  • A partire dagli anni ’60, il termine apiterapia — ovvero l’uso terapeutico dei prodotti dell’alveare — inizia a diffondersi anche in Europa, Asia e Americhe. La pappa reale assume un ruolo particolare grazie alla sua composizione nutrizionale e al potenziale “tonico” (PMC).
  • Oggi, la produzione commerciale della pappa reale è concentrata in alcuni paesi (ad esempio in Cina) che dispongono di ceppi selezionati di api e tecniche speciali per la raccolta. (japitherapy.com).
  • Parallelamente, sono state definite normative e standard (in alcuni Paesi) per la qualità del prodotto, ma persiste una grande variabilità tra lotti e produttori (Apitherapy.com).

Significato simbolico e culturale

  • La pappa reale non è solo un alimento: nel corso della storia ha avuto un forte valore simbolico. Nell’antica Grecia il fatto che una sola sostanza potesse “elevare” un’ape operaia a regina era visto come metafora del potere del cibo (MDPI).
  • In molte culture la pappa reale divenne simbolo di ricchezza, salute e straordinaria vitalità — tanto che era spesso riservata all’élite o utilizzata come rimedio “prezioso”.
  • L’evoluzione dal sapere tradizionale alla scienza moderna rappresenta anche un passaggio culturale: da rimedio misterioso a oggetto di ricerca nutrizionale e apicolturale.

Riflessioni

  • La trasformazione: da alimento esclusivo dell’alveare a “super-food” commerciale per l’uomo. Questo passaggio comporta implicazioni tecniche (raccogliere, conservare, standardizzare), economiche (prezzo, mercato globale) e anche etiche (sostenibilità, benessere delle api).
  • Il contesto dell’apicoltura: la produzione di pappa reale richiede tecniche speciali — ad esempio celle “realizzate” appositamente, alimentazione delle api, tempistiche precise — e questo rende il prodotto relativamente raro e costoso rispetto ad altri prodotti dell’alveare (apilife.ro).
  • La scienza contemporanea riflette sul divario tra le antiche aspettative (longevità, forza, bellezza) e l’effettiva evidenza pratica nell’uomo: moltissime proprietà sono studiate, ma la storia “romanzata” del rimedio si scontra con la complessità della ricerca moderna.

Pappa reale: il super-alimento dell’alveareComposizione

I costituenti principali della pappa reale sono acqua, proteine, zuccheri, lipidi (come l’acido grasso 10-idrossidecenoico)3,4,6  sali minerali (sodio, potassio, fosforo, calcio, ferro e zinco)2   e vitamine del gruppo B e roialisina, un peptide di 51 aminoacidicaratteristico della pappa reale e oggetto di numerosi studi1,2,4.

Scientificamente, la pappa reale è un alimento “funzionale” di notevole complessità. La sua composizione comprende: acqua (circa 2/3 del peso fresco), proteine (una quota molto elevata del residuo secco), zuccheri semplici (fruttosio, glucosio soprattutto), lipidi speciali (inclusi acidi grassi poco comuni come l’acido 10‐idrossi‐2‐decenoico — 10-HDA), minerali (potassio, calcio, sodio, ferro, zinco) e vitamine del gruppo B (PMC).

Un esempio: uno studio ha analizzato campioni di pappa reale da alveari con alimentazione diversa, trovando che la fonte alimentare delle api influenza alcuni minerali (potassio, ferro, magnesio, manganese, fosforo) ma non significativamente il contenuto di 10-HDA o proteine totali (PMC).

In termini specifici:

  • Le proteine costituiscono una larga parte del residuo secco — ad esempio un studio recente indica ~73,9% del peso secco.
  • I lipidi includono acidi grassi a catena media/insolita che sembrano essere alla base di alcune proprietà bioattive (ScienceDirect).
  • Gli zuccheri semplici (fruttosio + glucosio) sono spesso predominanti nella frazione zuccherina.
  • Tra i minerali, il potassio (K) è quello presente in maggiore quantità, seguito da calcio (Ca), sodio (Na), zinco (Zn), ferro (Fe), rame (Cu), manganese (Mn).
  • Le vitamine del gruppo B sono ben rappresentate: tiamina (B1), riboflavina (B2), nicotinamide (B3), acido pantotenico (B5), piridossina (B6), biotina (H/B7), acido folico (B9). Vitamine A, C, D, E sono presenti solo in tracce.

Meccanismi e proprietà biologiche

Alcune delle componenti bioattive della pappa reale — specialmente i lipidi “esotici” e le proteine specifiche — sono state correlate a effetti biologici interessanti: antinfiammatori, antiossidanti, immunomodulatori. Ad esempio, una recente review indica che la pappa reale è un potenziale agente “apiterapico” con proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, addirittura anticancro in studi preliminari (PMC).

Un altro studio evidenzia che composti come l’acido 10-HDA possono in vitro e in vivo modulare vie metaboliche, inducendo apoptosi nelle cellule tumorali, bloccando la proliferazione e migrazione in vari modelli (Frontiers).

In campo nutrizionale e clinico:

  • Studi sull’uomo mostrano che l’assunzione per sei mesi ha migliorato l’eritropoiesi, la tolleranza al glucosio e la salute mentale in volontari sani (BioMed Central).
  • Review recenti suggeriscono che la pappa reale potrebbe avere un ruolo nel migliorare la composizione corporea (massa grassa, sensibilità insulinica) ma i risultati sono contrastanti. (Frontiers).

In sintesi: la pappa reale appare più che un semplice “tonico”: contiene molecole che a livello biologico interagiscono con sistemi complessi, benché la maggior parte delle evidenze umane resti ancora limitata.

Benefici

Ecco alcune delle proprietà più comunemente attribuite alla pappa reale, con un commento critico basato sull’evidenza:

  • Azione tonico-ricostituente / energizzante: l’idea che possa “risvegliare” l’organismo è supportata dalla sua ricchezza nutrizionale, ma prove cliniche robuste sono ancora poche.
  • Stimolo dell’appetito: tradizionalmente indicata per bambini inappetenti o anziani indeboliti. Ci sono studi che suggeriscono miglioramenti, ma i meccanismi e l’entità dell’effetto vanno chiariti.
  • Rafforzamento del sistema immunitario: grazie alle proteine, agli acidi grassi bioattivi e ai composti antiossidanti. Alcune evidenze in modelli sperimentali.
  • Proprietà antinfiammatorie e antiossidanti: ben documentate in vitro e in studi animali (Healthline).

Azione antibatterica naturale della pappa reale

Oltre alle sue proprietà nutritive e ricostituenti, la pappa reale possiede una notevole attività antibatterica e antimicrobica. Diversi studi, sin dagli anni ’60, hanno evidenziato la sua efficacia contro batteri come Streptococcus hemolyticus, Escherichia coli, Salmonella spp., Proteus, Bacillus subtilis e Staphylococcus aureus (Lavie, 1968; Yatsunami & Echigo, 1985).

Questa azione è attribuita principalmente alla presenza di acidi grassi bioattivi — in particolare il 10-hydroxy-2-decenoic acid (10-HDA) — e di peptidi antibatterici naturali, come la roialisina, che contribuiscono a inibire la crescita di microrganismi potenzialmente dannosi.

Ricerche più recenti hanno confermato e ampliato queste osservazioni, suggerendo che la pappa reale possa agire come modulatore del microbiota intestinale e potenziale supporto naturale al sistema immunitario (Frontiers in Pharmacology, 2017).

Effetti specifici su condizioni particolari:

  • Menopausa / secchezza vaginale: un esempio ben condotto ha mostrato miglioramenti nei sintomi in donne dopo 8 settimane (Cleveland Clinic).
  • Metabolismo del glucosio: alcuni studi indica miglioramento della tolleranza al glucosio (BioMed Central).
  • Invecchiamento: studi su modello suggeriscono potenziale nella promozione della longevità (MDPI).

Dal nutrimento alla bellezza

Negli ultimi anni, numerose ricerche scientifiche hanno approfondito non solo gli effetti energetici e immunostimolanti della pappa reale, ma anche le sue potenziali proprietà cosmetiche e rigenerative. Alcuni studi suggeriscono che i composti bioattivi presenti in questa sostanza — in particolare proteine, acidi grassi e antiossidanti — possano contribuire a mantenere la pelle elastica e idratata, favorendo la naturale rigenerazione dei tessuti cutanei. L’azione protettiva contro lo stress ossidativo sembra inoltre aiutare ad attenuare i segni del tempo e a sostenere il processo di cicatrizzazione di piccole ferite o irritazioni.
Queste proprietà hanno reso la pappa reale un ingrediente sempre più apprezzato anche in cosmetologia naturale, per la sua capacità di migliorare la compattezza e la luminosità della pelle.
Per un approfondimento scientifico vedi: Frontiers in Pharmacology, 2025.

Oltre agli effetti estetici, la pappa reale è studiata anche per il suo ruolo nella regolazione ormonale. Alcune ricerche hanno evidenziato che un’assunzione costante può favorire il bilanciamento del sistema endocrino, contribuendo a ridurre i disturbi legati agli sbalzi ormonali e ad attenuare i sintomi premestruali, come mal di testa, irritabilità o dolori mestruali.
Secondo dati preliminari, le sostanze naturali contenute nella pappa reale potrebbero agire su specifici recettori estrogenici, sostenendo la funzionalità ormonale femminile e migliorando il benessere generale in età fertile (Nutrition Journal, 2012).

Pappa reale: il super-alimento dell’alveareModalità d’assunzione, conservazione e qualità

Dal punto di vista pratico:

  • La pappa reale fresca deve essere conservata al freddo (in frigorifero o congelatore) per preservarnee le proprietà.
  • Le modalità indicate includono: assunzione al mattino a stomaco vuoto, oppure diluita in miele o poca acqua, sciolta sottolingualmente per favorire assorbimento.
  • Le dosi negli studi variano: da circa 250 mg al giorno fino a 1 g o più, per cicli di 20-30 giorni ripetuti più volte l’anno (questa è la prassi comune divulgativa).
  • Qualità e standard: la composizione può variare molto a seconda dell’alveare, dell’alimentazione delle api, del trattamento dopo raccolta. Uno studio ha messo in evidenza come l’alimentazione delle api influenzi minerali e composizione nella pappa reale (MDPI).

Controindicazioni

Anche un prodotto naturale richiede attenzione. Ecco cosa considerare:

  • Allergie: le persone allergiche al polline, alle api o a prodotti apistici dovrebbero evitare la pappa reale. Reazioni gravi, inclusa anafilassi, sono documentate (Cleveland Clinic).
  • Interazioni farmacologiche: può influenzare l’effetto di anticoagulanti (es. warfarin), farmaci per la pressione, per il diabete, e condizioni ormonali (Cleveland Clinic).
  • Gravidanza e allattamento: non ci sono dati sufficienti per garantirne la sicurezza in questi casi — è opportuno consultare un medico.
  • Squilibri ormonali o tumori ormono-dipendenti: dato che la pappa reale contiene molecole che possono influenzare l’asse ormonale, serve cautela in presenza di queste condizioni.
  • Qualità non standardizzata: come molti integratori, la pappa reale non è sottoposta a regolamentazioni rigorose in molti Paesi, pertanto la composizione, purezza e dose possono variare ampiamente (WebMD).

Curiosità: segreti e aneddoti dal regno dell’alveare

  • Un elisir da regina
    Tutte le api nascono uguali, ma solo una diventa regina. Il segreto? L’alimentazione. Le larve che ricevono pappa reale per tutta la vita si trasformano in regine longeve e fertili, mentre quelle nutrite solo nei primi giorni con questo elisir diventano operaie. È un caso unico in natura in cui la dieta, non il patrimonio genetico, determina la “casta” dell’individuo.
  • Il segreto di bellezza di Cleopatra
    Nell’antico Egitto, la pappa reale era considerata un dono sacro. Si racconta che Cleopatra la usasse nei suoi rituali di bellezza per mantenere la pelle giovane e luminosa. Anche in Cina imperatori e medici taoisti ne lodavano le proprietà rivitalizzanti oltre duemila anni fa.
  • L’origine del nome
    Il termine “pappa reale” evoca subito un alimento prezioso: deriva dal suo utilizzo esclusivo per la regina dell’alveare e dal suo aspetto cremoso e dorato, simile a una pietanza di lusso. In inglese, infatti, si chiama royal jelly — gelatina reale.
  • Una produzione lenta e preziosa
    Per ottenere mezzo chilo di pappa reale pura servono più di 100.000 api nutrici e un lavoro di allevamento meticoloso. A differenza del miele, la pappa reale non viene mai immagazzinata nell’alveare: le api la producono e la consumano subito, solo per nutrire le larve destinate a diventare regine.
  • Dall’osservazione al laboratorio
    L’interesse scientifico per la pappa reale iniziò nel XVII secolo con l’entomologo Jan Swammerdam, che per primo individuò il nutrimento reale nelle celle dell’alveare. Ma fu nel 1852 che il reverendo Lorenzo Langstroth, padre dell’apicoltura moderna, ne fece analizzare la composizione, aprendo la strada a studi più accurati.
  • La leggenda di Papa Pio XII
    Negli anni ’50 si diffuse la voce che Papa Pio XII fosse guarito da una grave malattia grazie all’assunzione di pappa reale. Anche se non ci sono prove scientifiche, questo episodio contribuì a renderla famosa in Europa e a rilanciare la ricerca sulle sue proprietà nutrizionali e terapeutiche.
  • Un mercato globale e sempre più sostenibile
    Oggi i maggiori produttori di pappa reale sono la Cina, il Giappone e l’Italia, dove l’apicoltura è diventata un’arte di equilibrio tra tradizione e sostenibilità. Molti apicoltori italiani stanno riscoprendo metodi di produzione etici, che rispettano i cicli naturali delle api e garantiscono un prodotto di altissima qualità.
  • Un ingrediente d’oro per la cosmetica moderna
    Dalle creme anti-age ai sieri rivitalizzanti, la pappa reale è oggi protagonista di molti prodotti cosmetici naturali. Grazie ai suoi peptidi e alle vitamine del gruppo B, viene apprezzata per la capacità di stimolare la rigenerazione cellulare e migliorare l’elasticità della pelle.
  • Un “superfood” d’eccellenza
    Con il crescente interesse verso gli integratori naturali, la pappa reale è considerata un superfood a tutti gli effetti. Tuttavia, per godere davvero dei suoi benefici è importante sceglierla fresca e pura, preferendo prodotti italiani o biologici certificati, conservati al freddo e lontano dalla luce.
  • Estrazione: la pappa reale viene estratta direttamente dagli alveari grazie all’utilizzo di utensili appositi che ne consentono l’asportazione senza danneggiare le celle. Di solito l’estrazione avviene quando le larve della regina madre hanno 4 giorni di vita. Si tratta di raccolta tramite suzione (utilizzando un tubicino attraverso il quale viene aspirato a bocca il contenuto delle celle), oppure tramite un apparecchio apposito dotato di pompa oppure per centrifuga.Una volta raccolta viene filtrata e poi refrigerata in contenitori appositi oppure liofilizzata.

Conclusione

La pappa reale è uno straordinario esempio di come la natura riesca a coniugare complessità biologica e armonia funzionale. Nata come alimento esclusivo dell’ape regina, oggi rappresenta per l’uomo molto più di un semplice integratore: è il simbolo di un equilibrio perfetto tra nutrizione, vitalità e cura.

Grazie alla sua composizione ricca di proteine, vitamine e acidi grassi unici, la pappa reale offre numerosi benefici potenziali — dal sostegno energetico alla regolazione ormonale, dal rinforzo del sistema immunitario alla promozione della salute della pelle.

In un’epoca in cui si riscopre il valore del naturale e del sostenibile, la pappa reale ci insegna che il benessere non nasce dall’eccesso, ma dall’equilibrio — proprio come accade nell’alveare, dove ogni elemento ha una funzione precisa e indispensabile. Assumerla con consapevolezza, scegliendo prodotti di qualità e nel rispetto delle api e del loro ciclo vitale, significa non solo prendersi cura di sé, ma anche riconoscere l’intelligenza e la generosità della natura.

In definitiva, la pappa reale resta un piccolo miracolo dell’apicoltura: un dono antico, che unisce scienza e tradizione, e continua a ricordarci che la vera regalità — come quella dell’ape regina — nasce da ciò che nutre, dentro e fuori di noi.

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Bibliografia

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  3. Honey, propolis, and royal jelly: a comprehensive review of their biological actions and health benefits.Pasupuleti, V. R. et al.Oxid Med Cell Longev. 2017, 2017:1259510.
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Dalle arnie del Nilo ai banchetti romani, il miele rivela il legame eterno tra uomo, natura e divinità.

Molto prima che l’uomo apparisse sulla Terra, le piante avevano già imparato l’arte della seduzione: offrire nettare ai piccoli impollinatori in cambio di vita e riproduzione. Le prime piante nettarifere risalgono a circa 150 milioni di anni fa, quando i dinosauri dominavano il pianeta.
Le prime api compaiono tra 50 e 25 milioni di anni fa, contemporanee ai primati, e le api sociali – quelle che vivono in alveari strutturati – si evolvono tra i 20 e i 10 milioni di anni fa.

L’uomo arriva molto dopo, ma fin dalle origini è affascinato da questa sostanza d’oro che cola dalle rocce e dagli alberi.

Il miele, un alimento "antico"Le più antiche tracce dell’uso del miele da parte dell’uomo sono pitture rupestri come quella della Grotta del Ragno (Cueva de la Araña), vicino a Valencia, datata a circa 8.000 anni fa: vi si vede un uomo arrampicato su una corda mentre raccoglie favi selvatici. Simili raffigurazioni compaiono anche in Africa e in India: segno che l’“uomo cacciatore di miele” è stato una figura universale.

L’Antico Egitto: il miele degli dèi

Fra tutte le civiltà antiche, quella egizia è la prima a organizzare l’apicoltura in modo sistematico. Un affresco datato al 2400 a.C., nella tomba del funzionario Rekhmira, mostra una scena sorprendente: uomini che fumano alveari orizzontali per calmare le api e raccolgono i favi in vasi di terracotta.

Per gli Egizi il miele era cibo divino e simbolo di regalità.
Solo il faraone e gli dèi potevano goderne pienamente: veniva offerto nei templi, usato come tributo o dono votivo, e posto nelle tombe per accompagnare i defunti nel viaggio ultraterreno.
Il titolo reale stesso, “Re dell’Alto e Basso Egitto, l’Ape e il Giunco”, univa il simbolo dell’ape alla legittimità del potere.

Le api erano considerate creature sacre del dio Ra: la leggenda racconta che esse nacquero dalle lacrime del Sole cadute sulla sabbia e divenute vive.
Il miele, dunque, era “la dolcezza del divino”, un ponte tra cielo e terra.

I testi egizi menzionano anche l’uso del miele in medicina e cosmesi: nelle ricette del Papiro di Ebers (XVI sec. a.C.) appare come ingrediente di unguenti cicatrizzanti e di preparati per la pelle. Cleopatra, secondo la tradizione, lo univa a latte e mandorle per i suoi bagni di bellezza.

Grecia: il miele come dono degli dèi

Nella civiltà greca il miele diventa cibo sacro e simbolo di conoscenza. Zeus bambino, nascosto da Rea per sfuggire al padre Crono, fu nutrito da una ninfa di nome Melissa, che gli offriva miele e latte della capra Amaltea. Per ringraziarla, Zeus la trasformò in un’ape, facendone l’animale sacro per eccellenza.

I Greci chiamavano il miele “nettare” e la bevanda fermentata a base di miele “idromele”, che consideravano dono degli dèi.
L’apicoltura era diffusa e praticata con razionalità: già Aristotele, nella sua Historia Animalium, descrive con rigore la vita delle api, i ruoli della regina, dei fuchi e delle operaie.
Il miele era utilizzato nella dieta quotidiana, nei sacrifici religiosi e nei preparati medicinali di Ippocrate, che lo prescriveva come tonico e disinfettante.

Era anche un simbolo poetico: Virgilio, nelle Georgiche, dedica un intero libro al “popolo alato” e lo descrive come modello di ordine, purezza e dedizione collettiva.

Roma: dolcezza, lusso e medicina

I Romani ereditarono dai Greci l’arte dell’apicoltura, ma la portarono a una scala industriale. Possedevano arnie in terracotta, sughero o legno, e consideravano il miele un alimento prezioso, al punto che il suo prezzo era paragonabile a quello dei vini migliori (come riportato nell’Editto dei Prezzi di Diocleziano del 301 d.C.).

Il miele veniva usato per:

  • dolcificare vini e salse;
  • conservare frutti e carni;
  • preparare dolci e frittate, come la celebre ova mellita di Orazio;
  • aromatizzare bevande come il vino mielato (mulsum) e l’idromele.

Nel trattato culinario De re coquinaria, attribuito ad Apicio, molte ricette prevedono miele come ingrediente principale, segno della sua diffusione nella cucina d’élite.

In campo medico, Plinio il Vecchio e Galen lo descrivono come antisettico, lenitivo e stimolante. Anche nella religione romana, il miele aveva valore votivo: si offriva agli dèi Mani durante i riti funerari come simbolo di rinascita.

Il Medioevo: il miele di monaci e cavalieri

Con la caduta dell’Impero Romano, il miele resta l’unico dolcificante naturale disponibile in Europa fino all’arrivo dello zucchero di canna (XIV secolo). Nel Medioevo, l’apicoltura prospera nei monasteri: i monaci ne usano il prodotto per alimentarsi, curarsi e fabbricare cere per candele liturgiche.

Carlo Magno, con le sue Capitolari, impone che in ogni podere imperiale ci sia un apicoltore per garantire la produzione di miele e idromele. In questo periodo, il miele diventa anche merce di scambio: i popoli nordici, come Celti e Germani, ne fanno una valuta preziosa e ingrediente del loro mead, bevanda rituale di guerrieri e druidi.

Rinascimento e prima età moderna: il miele nelle corti

Nel Rinascimento, il miele torna protagonista dei banchetti aristocratici. I cuochi delle grandi famiglie italiane lo impiegano per smaltare carni, dolcificare frutta candita e creare salse agrodolci, eredità della cucina romana. Nelle corti francesi e spagnole, il miele era anche simbolo di raffinatezza e potere, spesso servito ancora nel favo naturale.

Sul piano scientifico, si sviluppano i primi studi razionali sulle api: nel 1625 Charles Butler, nel suo The Feminine Monarchie, dimostra che la regina è femmina (e non “re delle api” come si credeva).

Ottocento e Novecento: nascita dell’apicoltura moderna

Il XIX secolo segna una svolta. Nel 1851 l’americano Lorenzo Langstroth inventa l’arnia a favi mobili, che consente di estrarre il miele senza distruggere l’alveare.
Nasce così l’apicoltura razionale: si osservano le api, si selezionano le regine, si controllano malattie e raccolti.

In Italia, figure come Francesco De Rinaldis e Luigi Piana promuovono l’apicoltura scientifica, gettando le basi per la classificazione dei mieli “uniflorali”.
Negli anni ’70 del Novecento, l’Osservatorio Nazionale Miele avvia ricerche palinologiche (analisi dei pollini residui) per certificare l’origine botanica dei mieli: nasce così la moderna cultura della qualità.

Miele nella letteratura, nel mito e nella simbologia

Il miele non è soltanto cibo: è diventato metafora, simbolo, presenza letteraria. Nell’antichità, filosofi e poeti attribuivano all’ape e al miele significati profondi: l’Aristotle lo definiva “rugiada celeste” raccolta dai fiori o dall’aria superiore; Pliny the Elder lo chiamava “saliva delle stelle”.

Nella mitologia greca, per esempio, la ninfa Melissa nutrice di Zeus ricoprì ruolo centrale nel mito dell’ape, trasformata poi dallo stesso Zeus in animale sacro. (Il racconto è stato trasmesso in versioni varie, ma rispecchia l’attribuzione di sacralità all’ape e al miele).

Il miele veniva offerto come dono votivo, segno di abbondanza, usato nei riti funebri come simbolo di rigenerazione oltre la morte. Anche in culture celtiche, norrene e in varie mitologie orientali l’ape appare come messaggera fra mondi, simbolo di saggezza, ordine, cooperazione.

In letteratura latina, vi sono iscrizioni come: «Amantes, ut apes, vitam mellitam exigunt» (“Gli amanti, come le api, chiedono una vita dolce”). Il miele diventa immagine della dolcezza dell’amore, della gioia, della vita.

Il miele, un alimento "antico"Il miele oggi: tra scienza, salute e biodiversità

Oggi in Italia si contano oltre 50 varietà di miele, dall’acacia al castagno, dal tiglio al rododendro. L’interesse per le api è rinato grazie alla crescente consapevolezza ambientale: l’ape è diventata sentinella della biodiversità, e l’apicoltura un presidio ecologico contro l’inquinamento e la perdita di habitat.

Nutrizionalmente, il miele è apprezzato per le sue proprietà antiossidanti, antibatteriche e lenitive; trova impiego anche nella medicina moderna, ad esempio nel trattamento di ferite e ustioni. Ma più di tutto, il miele resta un legame fra storia e natura: un alimento che racchiude nella sua dolcezza milioni di anni di evoluzione, di miti e di civiltà.

Fonte naturale di energia

Il miele è composto per circa 80% da zuccheri semplici (glucosio e fruttosio) e 20% da acqua. Questo lo rende un energizzante naturale, rapidamente assimilabile, ideale per sportivi e per recuperare dopo sforzi fisici o mentali. A differenza dello zucchero raffinato, contiene anche piccole quantità di enzimi, minerali e antiossidanti.

Azione antiossidante e antinfiammatoria

Molti tipi di miele — soprattutto quelli scuri come castagno, manuka, eucalipto o melata — sono ricchi di polifenoli, flavonoidi e acidi fenolici. Queste sostanze aiutano a neutralizzare i radicali liberi, rallentando i processi di invecchiamento cellulare e sostenendo la salute cardiovascolare. Diversi studi mostrano effetti positivi anche su infiammazioni lievi delle vie respiratorie e sulla modulazione della risposta immunitaria. (MDPI).

Proprietà antibatteriche e cicatrizzanti

Il miele, in particolare quello di manuka (Nuova Zelanda), ha una documentata attività antibatterica grazie alla produzione di perossido di idrogeno e alla presenza di sostanze come il metilgliossale (MGO). Viene usato in ambito medico per la cura di ferite, ustioni leggere, ulcere e come lenitivo naturale per la gola e la tosse.
In pediatria, l’OMS e il Ministero della Salute raccomandano il miele (oltre 1 anno di età) per alleviare la tosse notturna più efficacemente di molti sciroppi.

Effetto prebiotico e digestivo

Alcuni mieli contengono oligosaccaridi che favoriscono la crescita della flora intestinale benefica (bifidobatteri e lattobacilli). Questo contribuisce a regolare la digestione, migliorare l’assorbimento dei nutrienti e sostenere il sistema immunitario intestinale.

Sostegno al metabolismo e al benessere generale

L’assunzione moderata di miele (1-2 cucchiaini al giorno) può:

  • Fornire energia stabile senza picchi glicemici troppo rapidi (specie in mieli a basso indice glicemico come acacia o castagno);
  • Migliorare la qualità del sonno, grazie alla lieve stimolazione della produzione di serotonina e melatonina;
  • Contribuire al benessere epatico, in quanto alcuni composti del miele stimolano il metabolismo del fegato.

Principali tipi di miele italiani

Tipo di MieleZona di Produzione PrincipaleColore / SaporeProprietà PrincipaliUsi Consigliati
Acacia (Robinia pseudoacacia)Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto)Molto chiaro, quasi trasparente; gusto delicato, vanigliatoRegola l’intestino, calma tosse e irritazioni; adatto ai diabetici per basso indice glicemicoTosse secca, gastrite, insonnia, dolcificante naturale
Castagno (Castanea sativa)Appennini, Toscana, Calabria, PiemonteScuro, aroma intenso e amarognoloRicco di ferro e polifenoli; effetto antisettico, antibatterico e tonificanteAnemia, affaticamento, infezioni urinarie e respiratorie
Tiglio (Tilia spp.)Alpi, Prealpi, Appennino centro-settentrionaleAmbrato chiaro, profumo balsamicoSedativo, calmante, sudorifero e utile per l’insonniaStress, ansia, raffreddore, febbre leggera
Eucalipto (Eucalyptus spp.)Sardegna, Lazio, SiciliaAmbrato scuro, gusto forte e resinosoEspettorante, antisettico delle vie respiratorie, disinfettante naturaleTosse, bronchite, sinusite
MillefioriTutta ItaliaVariabile secondo le fioritureTonico generale, antiossidante, remineralizzanteUso quotidiano, sportivi, convalescenza
Agrumi (Arancio, Limone, Mandarino)Sicilia, Calabria, PugliaChiaro, profumo floreale e delicatoCalmante, digestivo, leggermente sedativoAnsia, insonnia, gastrite
Sulla (Hedysarum coronarium)Sud Italia, Sicilia, SardegnaChiaro, dolce e gradevoleDepurativo epatico, diuretico, ricco di enzimiDiete detox, fegato affaticato
Rododendro (Rhododendron spp.)Alpi e DolomitiChiaro, leggero, di gusto fineAntinfiammatorio, ricostituente, utile per le vie respiratorieRaffreddamenti, affaticamento generale
Erica (Erica arborea / calluna)Centro e Sud ItaliaAmbrato scuro, aroma intensoAntisettico urinario, diuretico, ricco di sali mineraliCistiti, problemi renali
Corbezzolo (Arbutus unedo)Sardegna, Toscana, CorsicaAmaro, aroma intenso e complessoAntiossidante potente, epatoprotettivoFegato, colesterolo, digestione lenta
Melata (da secrezioni di piante, non da fiori)Alpi, AppenniniScuro, poco dolce, aroma di resinaRicco di sali minerali, ottimo ricostituenteSportivi, anemie, stanchezza cronica

Note aggiuntive

  • I mieli scuri (castagno, melata, corbezzolo) sono generalmente più ricchi di minerali e antiossidanti.
  • I mieli chiari (acacia, agrumi, tiglio) hanno effetto lenitivo e digestivo.
  • Il miele non va mai scaldato oltre i 40°C, per non perdere enzimi e sostanze attive.
  • Consumare un cucchiaino al giorno (meglio a digiuno o sciolto in acqua tiepida) può aiutare il sistema immunitario.

Il miele come scudo naturale contro i danni da pesticidi

Un recente studio coordinato dalla dottoressa Renata Alleva, tossicologa e nutrizionista clinica, e sostenuto dal CONAPI (Consorzio Nazionale Apicoltori, che riunisce oltre 600 produttori italiani), ha evidenziato un ruolo sorprendente del miele nella riparazione del DNA danneggiato dall’esposizione ai pesticidi.

La ricerca — pubblicata nel 2024 e condotta in collaborazione con diversi centri di ricerca universitari italiani — ha analizzato quattro varietà di miele (acacia, castagno, bosco e arancio), valutandone il contenuto di polifenoli, le molecole antiossidanti che contrastano i radicali liberi, e il loro potere di protezione cellulare.

I risultati principali dello studio

  • Il miele di bosco è risultato il più ricco di polifenoli e con il maggior potere antiossidante.
  • L’esposizione a pesticidi provoca un aumento dei radicali liberi dell’ossigeno (ROS), che danneggiano il DNA delle cellule.
  • I polifenoli estratti dal miele, aggiunti a colture cellulari esposte a pesticidi, inibiscono la formazione dei ROS, attivano i meccanismi di riparazione del DNA e riducono i danni genetici.

Questa evidenza in vitro è stata poi verificata in vivo: i ricercatori hanno coinvolto un gruppo di residenti della Val di Non, area agricola del Trentino caratterizzata da un uso intensivo di pesticidi per la coltivazione delle mele.

I volontari mostravano alti livelli di residui di pesticidi nelle urine e una diminuzione dell’attività di riparazione del DNA. Dopo dieci giorni di consumo quotidiano di 50 grammi di miele di bosco biologico, contenente circa 2 mg di polifenoli, le analisi hanno rivelato:

  • un aumento dell’attività di riparazione del DNA,
  • una riduzione significativa dei danni ossidativi,
  • una diminuzione dei marcatori di stress cellulare.

Secondo la dottoressa Alleva, questi risultati aprono una prospettiva nuova: il miele, in particolare quello biologico e scuro, può essere considerato un “alimento funzionale”, capace non solo di fornire energia ma anche di proteggerci dai danni ambientali.

“Il miele è un concentrato naturale di molecole bioattive. I suoi polifenoli agiscono come un farmaco naturale: attivano vie di difesa antiossidante e riducono l’impatto tossico dei pesticidi a livello molecolare.”
(Renata Alleva, intervista a La Repubblica, 2024)

Conclusione

Il miele, frutto dell’incontro perfetto tra natura, scienza e cultura, rappresenta uno degli alimenti più preziosi che l’uomo abbia mai imparato a raccogliere e valorizzare. Da semplice dolcificante naturale, oggi è considerato un vero e proprio alimento funzionale, capace di apportare benefici che vanno ben oltre il valore nutrizionale.

Le sue proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e immunomodulanti — confermate da numerosi studi scientifici — ne fanno un alleato quotidiano per il benessere, utile nel sostegno del sistema immunitario, nella protezione delle vie respiratorie e nel contrasto allo stress ossidativo.
Ogni varietà racconta una storia diversa: il miele di acacia con la sua delicatezza, quello di castagno con la sua forza minerale, l’eucalipto che profuma d’inverno e di cura, il tiglio che calma e rilassa, il millefiori che riassume la biodiversità dei nostri paesaggi.

Ma il miele non è solo nutrizione: è anche un indicatore ecologico. Dove le api prosperano, prospera la vita. Proteggere le api significa proteggere la salute degli ecosistemi e, di riflesso, la nostra.
La ricerca contemporanea — come gli studi sul potere dei polifenoli nel riparare i danni del DNA causati dai pesticidi — conferma ciò che le civiltà antiche avevano intuito: il miele è una medicina gentile della natura, capace di rigenerare, equilibrare e nutrire.

Scegliere miele biologico e locale significa sostenere un modello di apicoltura sostenibile, rispettoso delle api, del territorio e della salute umana. In ogni goccia di miele si nasconde un frammento di paesaggio, una lezione di equilibrio naturale e una promessa di dolcezza che va ben oltre il sapore.

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Bibliografia

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Antico rimedio orientale e protagonista della moderna micoterapia, Ganoderma lucidum, conosciuto come Reishi o Lingzhi, è da secoli simbolo di longevità e armonia. Oggi la ricerca scientifica ne conferma molte delle proprietà tradizionalmente attribuite dal supporto immunitario all’azione antiossidante. Tra mito e evidenza clinica, il “fungo dell’immortalità” continua a stupire per la sua capacità di connettere il sapere antico con le prospettive della medicina integrata contemporanea.

Un antico rimedio nel mondo moderno

Nel vasto patrimonio della Medicina Tradizionale Cinese, pochi rimedi godono della stessa venerazione del Ganoderma lucidum, il leggendario Ling Zhi, “fungo della potenza spirituale”. Citato nei testi medici più antichi come elisir di lunga vita, era riservato agli imperatori e ai maestri taoisti, simbolo di equilibrio e di unione tra corpo, mente e spirito.

Oggi, dopo più di duemila anni, il Reishi – come è conosciuto in Giappone – torna al centro dell’attenzione scientifica. La ricerca moderna sta riscoprendo, con strumenti diversi ma spesso convergenti, molti degli effetti che la tradizione orientale aveva già osservato: la capacità di rafforzare l’organismo, sostenere le difese immunitarie, ridurre lo stress e favorire il benessere mentale.

Questo dialogo tra antico sapere energetico e scienza biomedica contemporanea apre nuove prospettive per la medicina integrata. Il Ganoderma lucidum diventa così un ponte tra due mondi: quello della filosofia taoista, che vede la salute come armonia delle forze vitali, e quello della ricerca clinica moderna, che ne esplora i principi attivi e i meccanismi d’azione con linguaggio scientifico.

Nel mondo moderno, dove stress, inquinamento e stili di vita frenetici minano l’equilibrio interiore, il Ling Zhi offre ancora il suo messaggio originario: ritrovare la calma, nutrire l’energia vitale e coltivare la consapevolezza.

Reishi: antica saggezza, nuove evidenzeOrigini, denominazioni e uso tradizionale

Nel panorama della fitoterapia cinese, Ganoderma lucidum è sempre stato annoverato tra i rimedi più elevati: nel celebre Shen Nong Ben Cao veniva classificato tra le piante dell’Imperatore, insieme a Ginseng e Astragalo, come sostegno della “forza vitale” (Qi).
Il nome cinese Lingzhi (ling = spirito, zhi = fungo) suggerisce il suo uso non solo fisico, ma anche spirituale. I taoisti, ad esempio, gli attribuivano potere di calmare lo Shen (la mente/spiritualità).
Pur essendo tecnicamente “non commestibile” per la sua durezza e sapore amaro, viene essiccato e trasformato in polveri, estratti, decotti. Traditionariamente si considerava che il Reishi “tonificasse” i principali sistemi dell’organismo: qi (energia), jing (essenza), shen (mente).

Ganoderma lucidum secondo la Medicina Tradizionale Cinese

Nella visione energetica della Medicina Tradizionale Cinese (MTC), il Ganoderma lucidum, conosciuto in Cina come Ling Zhi — “fungo della potenza spirituale” (ling = spirito, zhi = fungo) — occupa un posto di assoluto rilievo tra i rimedi superiori, quelli capaci di nutrire corpo, mente e spirito. In Giappone è noto come Reishi, e viene utilizzato da secoli come tonico di lunga vita e armonizzatore delle energie vitali.

Tradizionalmente si impiega l’intero fungo essiccato. La sua natura tiepida e il sapore dolce, leggermente amaro lo rendono adatto a nutrire e sostenere nel tempo le funzioni vitali senza creare eccessi. Secondo la MTC, il Reishi agisce su cinque principali meridiani: Cuore, Polmone, Milza, Rene e Fegato, intervenendo in modo armonico sul sistema energetico complessivo.

Azione energetica e simbolismo

Il Ling Zhi è considerato un tonico dei Tre Tesori dell’essere umano:

  • Jing (Essenza) – la radice vitale che governa crescita, fertilità, forza e longevità;
  • Qi (Energia) – la forza dinamica che alimenta le funzioni fisiologiche e mentali;
  • Shen (Spirito) – la dimensione più sottile, legata alla mente, alla coscienza e alla serenità interiore.

Attraverso il suo effetto equilibrante, il Reishi nutre il Qi del Cuore e calma lo Shen, rendendolo utile nei casi di palpitazioni, insonnia, ansia e disturbi della memoria. Allo stesso tempo rafforza il Qi del Polmone, migliorando la capacità respiratoria e contrastando dispnea, tosse o asma da debolezza energetica. Sostiene anche la Milza, centro del metabolismo e della vitalità quotidiana, aiutando in caso di astenia, scarso appetito e debolezza muscolare.

Sul piano più profondo, nutre il Jing e il sangue, rafforzando ossa e tendini: per questo è indicato nelle condizioni di esaurimento dovute a malattie croniche o a invecchiamento.

La loggia energetica del Fuoco e l’armonia emotiva

Il Ganoderma lucidum agisce in particolare sulla loggia del Fuoco (rosso), che comprende Cuore, Intestino Tenue, Ministro del Cuore e Triplice Riscaldatore. In questo ambito, aiuta ad alleggerire l’oppressione al petto, spesso collegata a conflitti emozionali, e favorisce lo scioglimento delle rigidità nei rapporti interpersonali.

È un rimedio che “illumina lo spirito”: rende più chiara la mente, sostiene la calma interiore e migliora la capacità di discernimento e decisione. Secondo la tradizione taoista, favorendo la memoria e la lucidità, il Reishi aiuta anche a riconoscere e trasformare le proprie esperienze passate, condizione ritenuta necessaria per mantenere la salute e l’equilibrio karmico.

In sintesi, il Ling Zhi è considerato un vero e proprio elisir di equilibrio e longevità, in grado di unire salute fisica, serenità mentale e crescita spirituale.

Componenti attivi e meccanismi proposti

Al centro dell’interesse scientifico ci sono due grandi famiglie di molecole:

  • Polisaccaridi, in particolare i β-(1,3)/(1,6)-D-glucani, noti per la capacità modulare sul sistema immunitario.
  • Triterpeni o acidi ganoderici (Ganoderic acids), che mostrano vari effetti biologici (antinfiammatori, epatoprotettivi, antiaggreganti (PMC).

In una review molto recente, i ricercatori hanno anche esplorato come queste molecole possano interagire con il microbiota intestinale: vari studi preclinici suggeriscono che il Reishi possa favorire la crescita di batteri “buoni” (come bifidobatteri o lactobacilli) e contenere agenti patogeni nell’intestino, intervenendo così anche su processi metabolici, infiammatori e immunitari collegati all’intestino stesso (Frontiers).

In sintesi, i meccanismi proposti sono molteplici e integrati:

  • modulazione immunitaria (stimolazione difese innate e adattative)
  • effetto antiossidante (riducono i radicali liberi)
  • azione anti-infiammatoria (inibizione di vie come NF-κB, MAPK)
  • regolazione metabolica (glicemia, lipidi, pressione)
  • protezione epatica e cellulare
  • supporto neurologico, incluso effetto sulla plasticità neuronale, apoptosi, stress ossidativo nel cervello (ScienceDirect)

Reishi: antica saggezza, nuove evidenzeCosa dice la ricerca clinica

Il salto dal laboratorio all’uomo è un cammino lungo e complesso. Molti studi rimangono in ambito animale o in vitro, ma negli ultimi decenni sono emersi anche trial clinici, meta-analisi e rassegne che iniziano a dare indicazioni, pur con limiti.

Efficacia e risultati osservati

Alcuni risultati interessanti:

  • Una meta-analisi su 17 trial clinici (circa 971 partecipanti) ha osservato che l’assunzione di Ganoderma lucidum è associata a una modesta riduzione del BMI, diminuzione della creatinina e del battito cardiaco, e aumento dell’attività della glutatione perossidasi (enzima antiossidante). Tuttavia, l’effetto su lipidi, glicemia, infiammazione non è risultato statisticamente significativo (PMC).
  • In soggetti con iperglicemia e fattori di rischio cardiovascolare, uno studio clinico randomizzato ha testato l’efficacia del Reishi, mostrando qualche beneficio sul metabolismo glucidico e lipidico, ma con risultati che richiedono conferma (Nature).
  • In pazienti con cancro al seno sottoposti a terapia ormonale, l’uso di polvere di spore di Ganoderma lucidum per 4 settimane ha migliorato la fatica da cancro, l’umore e la qualità della vita, con riduzione di alcuni biomarcatori infiammatori, senza effetti avversi gravi segnalati (PMC).
  • Uno studio su persone con nevrastenia (sensazione di stanchezza cronica) ha mostrato che un estratto denominato “Ganopoly” era significativamente più efficace del placebo nel migliorare i sintomi (PubMed).
  • In ambito oncologico, studi osservazionali tra pazienti che usano Reishi hanno segnalato miglioramenti in sintomi soggettivi e scarsa incidenza di effetti avversi, ma ciò non sostituisce la prova clinica controllata (ScienceDirect).
  • Alcuni trial clinici in corso (es. su polvere di spore, β-glucani) puntano a esplorare gli effetti immunitari e la tollerabilità in popolazioni specifiche (ClinicalTrials).

È importante notare che, sebbene i risultati siano promettenti in alcuni casi, non esiste ancora una prova clinica robusta e univoca che confermi l’efficacia del Reishi per le molteplici indicazioni tradizionali.

Applicazioni potenziali e scenari di impiego

Pur con prudenza, il Reishi oggi viene considerato un possibile rimedio complementare piuttosto che un sostituto dei trattamenti convenzionali. Alcuni scenari dove più spesso viene esplorato:

  1. Supporto immunitario, in particolare in contesti di terapia oncologica, per migliorare la qualità di vita e mitigare effetti collaterali (PMC).
  2. Sostegno antiossidante / anti-aging, come “coadiuvante” nella protezione cellulare da stress ossidativo e danni cronici.
  3. Modulazione metabolica, in soggetti con sindrome metabolica o disturbi lievi di glicemia/lipidi, come strategia complementare.
  4. Benessere mentale e qualità del sonno, per le sue proprietà “tonificanti” del sistema nervoso centrale, sebbene le evidenze cliniche restino preliminari.
  5. Regolazione del microbiota intestinale, un campo emergente: l’effetto del Reishi sulla flora intestinale può mediarne alcuni benefici metabolici e immunitari (Frontiers).
  6. Supporto epatoprotezione, protezione contro tossicità epatiche e modulazione degli enzimi di detossificazione.

Sicurezza e tollerabilità

Nella letteratura generalmente il Reishi è ben tollerato. Effetti avversi segnalati sono lievi (disturbi gastrointestinali, prurito, reazioni cutanee) (ScienceDirect).
Studi su animali a lungo termine hanno avuto esiti favorevoli anche a dosaggi elevati, senza evidenziare tossicità significativa (Wikipedia).

Tuttavia, data la sua azione biologica, è prudente prestare attenzione in caso di:

  • uso concomitante di anticoagulanti o antiaggreganti
  • farmaci antidiabetici (possibile effetto ipoglicemizzante sinergico)
  • disturbi autoimmuni
  • immunosoppressione importante
  • gravidanza, allattamento (poche evidenze cliniche)

Dosaggio e forma

Non esiste ancora un unico dosaggio “standard”. Molti studi usano estratti standardizzati, polveri di spore (anche “rotte” o “broken spores”) o estratti misti. Alcune indicazioni (da studi clinici) riportano dosaggi che vanno da poche centinaia a migliaia di milligrammi di estratto al giorno, ma l’efficacia e la sicurezza a lungo termine non sono definiti con certezza.

Qualità e sicurezza: scegliere con consapevolezza

Nel mondo della micoterapia, la qualità del prodotto è un elemento cruciale. I funghi medicinali, tra cui il Ganoderma lucidum, possono infatti accumulare metalli pesanti, pesticidi o contaminanti ambientali, soprattutto se coltivati in condizioni non controllate. Inoltre, alcuni integratori vengono sottoposti a processi di irradiazione per aumentarne la conservabilità, con possibili alterazioni nella struttura delle molecole bioattive.

Per questo motivo, la scelta di un marchio affidabile è fondamentale. È sempre bene verificare in etichetta:

  • la presenza di certificazioni di qualità (ad esempio GMP, ISO, o certificazione biologica);
  • la dichiarazione della titolazione delle molecole attive (come β-glucani e triterpeni);
  • la provenienza e il metodo di coltivazione;
  • la presenza di analisi di laboratorio indipendenti che garantiscano l’assenza di contaminanti.

A confermare l’importanza di questi controlli è uno studio condotto negli Stati Uniti e pubblicato nel 2017 sulla rivista scientifica Scientific Reports (gruppo Nature).  Secondo la ricerca, intitolata “Evaluation on quality consistency of Ganoderma lucidum dietary supplements collected in the United States”, solo il 25% dei prodotti analizzati conteneva realmente la quantità di Reishi dichiarata in etichetta, mentre il restante 75% mostrava solo tracce o l’assenza totale del fungo.

Leggi lo studio completo su Nature

Reishi: antica saggezza, nuove evidenzeReishi: meglio l’estratto o il fungo intero?

Chi si avvicina al Ganoderma lucidum, o Reishi, si trova spesso davanti a un dubbio: è meglio assumere il fungo intero in polvere o preferire un estratto concentrato?
La risposta dipende dallo scopo con cui si desidera utilizzarlo e dalla qualità del prodotto scelto.

Il fungo intero, essiccato e ridotto in polvere, è la forma più antica e tradizionale, quella utilizzata nella Medicina Cinese per secoli. Contiene tutte le componenti del fungo — fibre, polisaccaridi, triterpeni e altre sostanze — e agisce in modo dolce e armonico su tutto l’organismo. Tuttavia, il corpo umano fatica a estrarre completamente le sostanze attive dal fungo intero, perché la sua parete cellulare è composta da chitina, una fibra molto resistente. Questo significa che solo una parte dei principi benefici viene effettivamente assorbita.

Per questo motivo, la ricerca moderna ha sviluppato gli estratti standardizzati, nei quali i principi attivi vengono isolati e concentrati grazie a particolari processi di estrazione (ad esempio con acqua calda o con una doppia estrazione acqua/etanolo).

Il risultato è un prodotto più ricco di molecole bioattive, come β-glucani e triterpeni, e quindi più efficace a parità di dose. Inoltre, la standardizzazione permette di conoscere esattamente quanta sostanza utile si assume, garantendo una maggiore costanza d’effetto.

In generale, il Reishi in polvere è indicato per chi vuole un sostegno quotidiano e naturale, utile per mantenere l’equilibrio e la vitalità nel tempo.
L’estratto, invece, è consigliato quando si desidera un intervento più mirato — ad esempio per rinforzare le difese immunitarie, gestire lo stress, sostenere il fegato o accompagnare trattamenti più complessi — sempre sotto consiglio di un professionista.

Qualunque sia la scelta, è essenziale verificare che il prodotto provenga da coltivazioni controllate e che sull’etichetta siano indicati il tipo di estratto, la parte del fungo utilizzata (corpo fruttifero o micelio) e la quantità di principi attivi. Solo così il Reishi può offrire davvero ciò che promette: un aiuto concreto per ritrovare energia, equilibrio e benessere, nel rispetto della sua antica tradizione.

Conclusione: un prezioso alleato

Antico simbolo di longevità e armonia, il Ganoderma lucidum rappresenta oggi un ponte tra sapere tradizionale e scienza moderna. Gli studi contemporanei ne confermano molte delle virtù descritte dalla Medicina Cinese — dal sostegno immunitario all’effetto antiossidante e adattogeno — pur invitando a un uso consapevole e basato sulla qualità dei prodotti.
Il Reishi non è una panacea, ma un alleato prezioso per ritrovare equilibrio e vitalità, ricordandoci che la vera salute nasce dall’armonia tra corpo, mente e ambiente.

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Bibliografia

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Il mal di pancia è uno dei disturbi più frequenti in età pediatrica: spesso non nasconde una malattia organica, ma un disturbo funzionale legato all’intestino, al microbiota e persino al sonno. Nuovi studi mostrano che un approccio integrato può davvero migliorare la vita dei bambini e delle loro famiglie.

Il dolore addominale nei bambini è una delle principali preoccupazioni delle famiglie ed è un sintomo che molto spesso porta i genitori a rivolgersi al pronto soccorso pediatrico. La dott.ssa Mar Begara, pediatra con esperienza ospedaliera e nella medicina integrata, sottolinea che circa il 20% delle visite pediatriche nei bambini sopra i 4 anni riguarda proprio il mal di pancia. Si tratta quindi di un disturbo molto frequente, che merita di essere compreso in tutte le sue sfaccettature.

Disturbi addominali nei bambini e micoterapiaCause e caratteristiche del dolore addominale

Le origini del dolore addominale possono essere molteplici e non sempre riconducibili a una patologia organica.

Nei bambini, il dolore può dipendere da:

  • gas intestinali, coliche o crampi,
  • diarrea o infezioni virali,
  • ansia e stress emotivo.

Tuttavia, quando i sintomi diventano ricorrenti e cronici senza che si riesca a identificare una causa specifica, i medici parlano di Disturbo Funzionale Gastrointestinale (FGID).

Secondo la dott.ssa Begara, si sospetta un disturbo funzionale quando:

  1. sono presenti sintomi gastrointestinali che si ripetono nel tempo senza spiegazioni organiche,
  2. i bambini manifestano anche disturbi del sonno.

Come si arriva alla diagnosi: i criteri di Roma IV

Per orientarsi in questo campo, i professionisti utilizzano i criteri di Roma IV, linee guida internazionali che permettono di definire con precisione i disturbi funzionali gastrointestinali.
Questi criteri stabiliscono che, per fare diagnosi, i sintomi devono:

  • comparire almeno una volta a settimana,
  • essere presenti da almeno due mesi,
  • non essere spiegabili con malattie infiammatorie, metaboliche o alterazioni anatomiche.

Nei bambini e negli adolescenti (dai 4 ai 18 anni), i disturbi funzionali si presentano con tre quadri principali:

  • nausea e vomito,
  • dolore addominale,
  • alterazioni dell’evacuazione.

Tra questi, l’esperienza clinica mostra che i più comuni sono il dolore addominale ricorrente, la stitichezza funzionale e l’emicrania addominale.

Dolore addominale e sintomi correlati

Il sintomo predominante è proprio il mal di pancia. I bambini lo descrivono in modi diversi: come un dolore pungente, bruciante, a volte un fastidio continuo che condiziona la giornata. Può comparire dopo i pasti, durante l’attività fisica o in momenti di stress.
Lo studio condotto dalla dott.ssa Begara ha mostrato una riduzione significativa della frequenza e dell’intensità del dolore grazie all’approccio integrato adottato.

Oltre al dolore, spesso si osservano:

  • alterazioni dell’evacuazione: stipsi o diarrea, legate a disfunzioni della motilità intestinale o a squilibri del microbiota,
  • dermatite: conseguenza della connessione tra intestino e pelle, chiamata “asse intestino-pelle”. In effetti, il 40% dei bambini partecipanti allo studio presentava dermatite, con un netto miglioramento dopo 12 settimane di trattamento,
  • disturbi del sonno: difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni. All’inizio, il 30% dei piccoli pazienti dormiva male; al termine dello studio si è registrata una riduzione del tempo di addormentamento e un miglioramento della qualità del sonno, con effetti positivi non solo sui bambini ma anche sul benessere della famiglia.

Il ruolo del microbiota intestinale

Oggi sappiamo che il microbiota intestinale — l’insieme dei miliardi di batteri che popolano l’intestino — è un attore chiave nella salute dei bambini.
Esso contribuisce a:

  • digestione e assorbimento dei nutrienti,
  • difesa contro i patogeni,
  • maturazione del sistema immunitario.

I primi 1000 giorni di vita, dal concepimento ai due anni, sono decisivi per lo sviluppo del microbiota. Fattori come l’allattamento al seno e la salute intestinale della madre influiscono profondamente sull’equilibrio microbico del bambino.

Lo studio della dott.ssa Begara ha rilevato un aumento di specie batteriche considerate “benefiche” e regolatrici, come:

  • Akkermansia muciniphila, che aiuta a rigenerare lo strato di muco intestinale,
  • Veillonella spp., Bacteroides spp. e Oxalobacter, associati al mantenimento di un microbiota sano.

Disturbi addominali nei bambini e micoterapiaL’approccio terapeutico: la micoterapia

Per affrontare i disturbi gastrointestinali funzionali, la dott.ssa Begara ha sperimentato un trattamento basato sulla micoterapia, cioè l’utilizzo di estratti di funghi medicinali.
In particolare, i bambini hanno assunto:

  • uno sciroppo a base di Reishi ed Hericium (Dr. GB), funghi noti per le loro proprietà prebiotiche e per la capacità di favorire l’equilibrio del microbiota,
  • la vitamina D3 (CocovitD), essenziale per il supporto del sistema immunitario.

I risultati hanno mostrato miglioramenti non solo sul dolore addominale, ma anche su:

  • Riduzione dell’intensità e della frequenza del dolore addominale;
  • Miglioramento delle alterazioni delle evacuazioni: in particolare una riduzione della diarrea nei soggetti del gruppo sperimentale;
  • Miglioramento della dermatite/e delle eruzioni cutanee: il messaggio aziendale riporta che circa il 40% dei partecipanti presentava dermatite e che si è osservato un miglioramento significativo a 12 settimane;
  • Miglioramento del sonno: all’inizio lo 30% dei bambini aveva difficoltà ad addormentarsi; alla fine dello studio si riportano tempi di addormentamento ridotti e una qualità del sonno migliorata;
  • Modificazioni della composizione del microbiota: è stato segnalato un aumento di alcune specie considerate favorevoli o “regolatrici” — in particolare Akkermansia muciniphila, e incrementi significativi di Veillonella spp., Bacteroides spp. e Oxalobacter (HIFAS DA TERRA).

Una visione globale della salute del bambino

Il dolore addominale non deve essere visto come un sintomo isolato. Secondo la dott.ssa Begara, spesso si accompagna ad altri disturbi come otiti ricorrenti, riniti, allergie, dermatiti atopiche e, nelle bambine, vaginiti. Questi problemi possono avere un denominatore comune: una sindrome di infiammazione delle mucose, in cui ha un ruolo centrale l’intestino, sede dell’80% del sistema immunitario.

Conclusioni

Il dolore addominale ricorrente nei bambini può nascondere un Disturbo Funzionale Gastrointestinale, una condizione complessa che richiede un approccio diagnostico accurato e una gestione integrata.

  • I criteri di Roma IV aiutano i professionisti a identificare correttamente i casi.
  • La salute del microbiota intestinale è fondamentale per prevenire e trattare i disturbi funzionali.
  • L’approccio della micoterapia, con funghi medicinali come Reishi ed Hericium associati alla vitamina D3, ha mostrato risultati promettenti nel ridurre i sintomi e migliorare la qualità di vita.

La collaborazione tra medici, famiglie e caregiver è essenziale per sostenere i bambini in questo percorso, non solo dal punto di vista fisico, ma anche emotivo e relazionale.

Fonte: https://hifasdaterra.it/

Bibliografia

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Quando nasce un mammifero, nelle prime 48–72 ore la sua ghiandola mammaria produce un latte speciale chiamato colostro. È un fluido denso, ricco di nutrienti e molecole “attive”, che non serve solo come cibo, ma come un vero supporto biologico all’avvio della vita: attiva il sistema immunitario, aiuta la maturazione dell’intestino e contribuisce alla riparazione e crescita dei tessuti.

Da sempre, questo “primo latte” è fondamentale per neonati che altrimenti avrebbero poche difese contro microrganismi e stress ambientali. Nell’uomo, ovviamente, il colostro umano svolge questo ruolo. Tuttavia, negli ultimi decenni il colostro bovino (e di capra) è stato preso in considerazione come fonte alternativa per uso negli adulti: rispetto al colostro umano è più abbondante nella produzione e può contenere in alcuni casi quantità più elevate di fattori immunitari e di crescita.

Ma cosa dice oggi la ricerca? Quali sono gli aspetti noti, quelli promettenti e quelli ancora incerti? E che margine rimane per un uso pratico nella prevenzione dei disturbi invernali o nel supporto immunitario?

Cosa contiene il colostro bovino

Il colostro bovino (BC, dall’inglese bovine colostrum) è un vero “cocktail biologico”: vi si trovano immunoglobuline (IgG, IgA), peptidi antimicrobici (come lattoferrina, lisozima), fattori di crescita (IGF, EGF, TGF), citochine, fattori anti-infiammatori, vitamine, minerali e fonti di proteine (PubMed).

Rispetto al latte maturo, il colostro ha:

  • un contenuto proteico e lipidico maggiore,
  • un contenuto di lattosio minore,
  • una concentrazione più alta di composti bioattivi,
  • una composizione che può variare in base all’animale, alla razza, al periodo postpartum e al trattamento post-raccolta (lavorazione, conservazione) (RSC Publishing).

La variabilità è un punto critico: per ottenere benefici affidabili, è essenziale che il prodotto commerciale sia di qualità elevata, standardizzato e testato.

Colostro: un alleato per le difeseEffetti osservati: cosa sostiene la letteratura

La ricerca scientifica ha cercato di capire se e come il colostro possa sostenere la salute anche oltre il periodo neonatale. Gli studi hanno esaminato diversi ambiti — dalle infezioni respiratorie alla funzione intestinale, dallo sport fino alle malattie autoimmuni. I risultati delineano un quadro in cui il colostro emerge come un modulatore naturale delle difese con potenzialità concrete.

Immunità, infezioni respiratorie e mucose (vie aeree superiori)

Uno degli ambiti più studiati è l’uso del colostro bovino nella prevenzione e mitigazione delle infezioni delle vie respiratorie superiori (upper respiratory tract infections, URTI) — un tema molto pertinente per chi cerca protezione durante l’inverno.

  • Una meta-analisi su 10 trial randomizzati ha esaminato l’effetto del colostro in soggetti fisicamente attivi (atleti): il risultato è che non si è osservato un forte impatto sui livelli di immunoglobuline plasmatiche (IgA, IgG), linfociti o neutrofili, né sulla IgA salivare. Gli autori concludono che l’evidenza è debole e che serve definire meglio dosaggio e protocollo (PubMed).
  • Altri studi e revisioni (ad esempio Duan et al., 2024) suggeriscono che il colostro può aiutare a ridurre il numero di episodi di URTI, specialmente in popolazioni che sottopongono il sistema immunitario a stress (es. atleti). La protezione, secondo questi autori, potrebbe essere mediata non tanto da aumenti visibili di anticorpi, quanto da moduli funzionali del sistema immunitario e del riassestamento delle mucose (MDPI).
  • Una recente revisione sul colostro e la salute respiratoria sottolinea che alcuni studi osservazionali e clinici hanno registrato benefici ma con molte variabili in gioco (dose, durata, stato di salute dei partecipanti) (Taylor & Francis Online).
  • Un’ulteriore revisione sistematica specifica su URTIs conclude che gli studi disponibili mostrano effetti potenzialmente positivi, ma che i dati non sono uniformi e spesso i protocolli sono eterogenei (diversi tempi, dosaggi, popolazioni) (ScienceDirect).

In conclusione: esistono segnali incoraggianti che il colostro bovino possa intervenire come agente immunomodulante a beneficio delle mucose respiratorie, anche se non c’è ancora consenso unanime tra gli studi.

Integrità intestinale e permeabilità

Un tema importante emergente è il legame tra la salute intestinale e la risposta immunitaria sistemica — spesso sintetizzato nell’idea che “un intestino sano significa con migliori difese esterne”.

  • Una meta-analisi su 10 studi ha evidenziato che la supplementazione con colostro bovino è associata a una riduzione significativa della permeabilità intestinale, misurata attraverso il rapporto urinario lattulosio/rhamnosio (PubMed).
  • Una revisione sistematica su atleti e popolazioni potenzialmente “stressate” ha suggerito che il colostro può aiutare a “riparare” la barriera intestinale, ridurre l’endotossiemia (passaggio di tossine intestinali nella circolazione) e così migliorare la risposta immunitaria generale (MDPI).
  • Nell’ambito delle patologie gastrointestinali (diarrea infettiva, sindromi intestinali), una review ha raccolto 22 studi clinici: in molti dei casi si è osservata una riduzione della frequenza delle scariche o un miglioramento delle feci, ma non sempre una diminuzione della durata del disturbo. I risultati restano parziali e la qualità metodologica variabile (BioMed Central).

Così, il colostro può avere un ruolo protettivo nella funzione della barriera intestinale, il che indirettamente può aiutare il sistema immunitario a “non essere sovraccaricato” da stimoli patogeni provenienti dallo stomaco e dall’intestino.

Colostro: un alleato per le difeseEffetti sistemici, performance e recupero

Oltre all’immunità pura, altri effetti che spesso vengono menzionati (e in parte studiati) riguardano la composizione corporea, il recupero e la riduzione dello stress ossidativo.

  • In uno studio di 8 settimane su soggetti attivi che consumavano 20 g/die di colostro, è stato osservato un aumento della massa magra (lean body mass) rispetto a un gruppo con proteina di controllo (whey) (PubMed).
  • In un trial di 6 mesi su atlete femminili, l’assunzione sistematica di colostro ha portato a una riduzione dei marker di stress ossidativo (TBARS) e a una modulazione favorevole di alcuni marker infiammatori (es. IL-6) dopo esercizio intenso (PubMed).
  • In un contesto clinico diverso, uno studio su adulti con frattura femorale (post-operatorio) ha confrontato un gruppo che assumeva colostro con uno che assumeva proteina del siero; il gruppo colostro ha mostrato migliori parametri nutrizionali (albumina, linfociti, emoglobina), aumento del peso e migliore performance fisica (PubMed).
  • Il colostro ha inoltre potenzialità antiossidanti e anti-infiammatorie: una review recente (Khan et al. 2024) discute come BC possa modulare le difese antiossidanti e ridurre l’infiammazione sistemica, sostenendo così l’omeostasi (ScienceDirect).

Questi risultati suggeriscono che il colostro può avere un ruolo “di supporto” anche fuori dall’ambito strettamente immunitario, in fenomeni metabolici e rigenerativi.

Applicazioni cliniche specifiche

  • Nei bambini con failure to thrive (FTT) di origine non organica, uno studio clinico controllato ha mostrato che 3 mesi di supplementazione con colostro (circa 40 mg·kg⁻¹·die) hanno aumentato significativamente l’indice peso/età e permesso che il 20% di essi raggiungesse i valori normali di crescita, rispetto al 3,3% nel braccio di controllo (PubMed).
  • In contesti di alimentazione infantile con enteropatia ambientale (in Malawi), un supplemento combinato colostro + polvere di uovo è stato associato a un rallentamento del deterioramento della crescita (meno “stunting”) rispetto al controllo alimentare (PubMed).
  • Nella sfera gastro-intestinale, la revisione sistematica su malattie intestinali ha evidenziato che la colostro può migliorare la frequenza delle scariche in molte situazioni, ma l’evidenza è ancora troppo eterogenea per stabilire protocolli consolidati (BioMed Central).

Colostro e prevenzione delle malattie influenzali

Ogni anno, con l’arrivo della stagione invernale, si riaccende la discussione su come proteggersi meglio dai disturbi di tipo influenzale e respiratorio. I vaccini antinfluenzali restano la misura di prevenzione principale raccomandata dalle autorità sanitarie, soprattutto per anziani e soggetti fragili, anche se la loro efficacia può variare da stagione a stagione in base alla corrispondenza tra i ceppi virali circolanti e quelli contenuti nel vaccino.

Negli ultimi anni, accanto alle strategie convenzionali, ha attirato crescente interesse il colostro bovino come possibile supporto naturale alla funzione immunitaria.

Colostro vs vaccino antinfluenzale: lo studio italiano

Uno studio clinico pubblicato sulla Gazzetta Medica Italiana (2005, Vol.164, N.3) ha confrontato tre gruppi di adulti:

  1. soggetti che avevano ricevuto solo il vaccino antinfluenzale,
  2. soggetti che avevano assunto colostro bovino per via orale,
  3. soggetti senza alcuna profilassi.

I risultati hanno mostrato che il gruppo trattato con colostro ha avuto meno episodi influenzali e meno giorni di malessere rispetto sia ai non trattati, sia a coloro che avevano ricevuto solo il vaccino. In particolare, nei due mesi di osservazione, la media di episodi influenzali nel gruppo colostro è stata circa il 25–30% di quella osservata negli altri gruppi, con differenze statisticamente significative (P<0.05).

Inoltre, i costi indiretti legati a giornate lavorative perse e complicanze (come ricoveri per problemi broncopolmonari) sono risultati inferiori nei soggetti che avevano assunto colostro.

Colostro: un alleato per le difeseAltri studi e conferme

La ricerca sul colostro bovino ha continuato ad ampliarsi anche dopo il 2005. Alcuni lavori successivi hanno suggerito che:

  • Il colostro bovino può ridurre la frequenza delle infezioni delle vie respiratorie superiori, soprattutto in popolazioni esposte a stress fisico o ambientale (atleti, lavoratori esposti a freddo e affaticamento) (Brinkworth & Buckley, PubMed 12923655).
  • Gli effetti protettivi sembrano legati alla presenza di immunoglobuline e fattori immunomodulanti, capaci non solo di potenziare una risposta immunitaria indebolita, ma anche di regolare un sistema eccessivamente reattivo (Playford et al., Am J Clin Nutr, 2000).
  • Una revisione più recente (2021, Nutrition Reviews) sottolinea che il colostro può contribuire a rinforzare la barriera intestinale, la cui integrità è fondamentale per il buon funzionamento del sistema immunitario (PubMed 33477653).

Ulteriore ricerca scientifica sul colostro

Una ricerca condotta da un pool di ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Chieti ha analizzato gli effetti dell’assunzione di colostro per un periodo di due mesi in soggetti adulti (1).

Questa ricerca evidenzia che l’assunzione di colostro svolge una funzione di prevenzione dei sintomi influenzali in maniera più efficace rispetto ai comuni vaccini antinfluenzali.

L’azione immunostimolante del colostro è stata inoltre confermata da uno studio accademico condotto da un team di scienziati del Dipartimento di Patologia e Medicina dell’Università di Ottawa le cui conclusioni attestano che: “C’è un evidenza emergente secondo la quale il colostro bovino (BC) può essere considerato come una delle promettenti sostanze nutrienti capaci di prevenire o mitigare molteplici patologie sia nei neonati che negli adulti (2).

I disturbi legati all’immunità sono una delle principali cause di mortalità nel mondo. Il colostro bovino è ricco di fattori immunomodulanti e antimicrobici che promuovono la crescita dei tessuti e la maturazione del tratto digerente oltre alla funzione immunitaria nei cuccioli e nei neonati.”

Un’ulteriore ricerca scientifica – condotta dal Prof. Grant D. Brinkworth e dal Prof. Jonathan D. Buckley dell’Università di South Australia – ha inoltre esaminato la proteina concentrata del colostro bovino e la sua incidenza sulla cura delle infezioni delle vie respiratorie dichiarando che: “ Il nostro studio fornisce prove preliminari che il colostro bovino concentrato può aumentare la resistenza allo sviluppo dei sintomi di infezione del tratto respiratorio superiore (3) “.

In sintesi: il corpo della ricerca disponibile, pur con i limiti di studi spesso piccoli e metodologicamente eterogenei, evidenzia che il colostro bovino può rappresentare un valido supporto nutraceutico per il sistema immunitario, con possibili benefici nella prevenzione delle infezioni respiratorie e nel mantenimento della salute intestinale.

Oltre l’influenza: sport, recupero e autoimmunità

Gli effetti del colostro non si limitano al sostegno contro le infezioni stagionali:

  • Negli sportivi, diversi studi hanno osservato un miglioramento della composizione corporea, un aumento della massa muscolare magra e una riduzione dei marker di stress ossidativo dopo integrazione con colostro (PubMed).
  • Nei processi di recupero post-operatorio o da infortunio, il colostro sembra accelerare la guarigione e migliorare lo stato nutrizionale.
  • Come immunomodulatore, è stato indagato anche nel supporto a patologie autoimmuni, come l’artrite reumatoide, con risultati preliminari interessanti ma ancora da confermare.

Conclusioni

Il colostro è una sostanza biologicamente complessa, ricca di immunoglobuline, fattori di crescita e nutrienti che ne spiegano le proprietà immunomodulanti e di sostegno generale all’organismo. La letteratura scientifica disponibile indica che:

  • può contribuire a ridurre la frequenza e la durata di alcune infezioni respiratorie stagionali,
  • sostiene la funzione della barriera intestinale, che gioca un ruolo cruciale nel mantenimento dell’equilibrio immunitario,
  • può offrire benefici complementari agli sportivi, migliorando alcuni parametri di recupero e modulando lo stress ossidativo, anche se non sempre in modo consistente.

 Il suo utilizzo come integratore appare generalmente sicuro, purché si scelgano prodotti di qualità certificata e si tenga conto di eventuali allergie alle proteine del latte.

Bibliografia

1) https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17456621/
2) https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25781716/
3) https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/12923655/
4) Raymond J Playford, Christopher E Macdonald and Wendy S Johnson. Colostrum and milk-derived peptide growth factors for the treatment of gastrointestinal disorders. Am J ClinNutr; 72:5–14 (2000).
5) K. Stelwagen, E. Carpenter, B. Haigh, A. Hodgkinson and T. T. Wheeler. Immune components of bovine colostrum and milk. Journal of animal science; 87- 13 (2009).
6) Hofman Z, Smeets R, Verlaan G, et al. The effect of bovine colostrum supplementation on exercise performance in elite field hockey players. Int J Sport NutrExercMetab 2002;12:461-469.
7) Stephan W, Dichtelmuller H and Lissner R. Antibodies from colostrum in oral immuno- therapy. J ClinChemClinBiochem; 28:19-23.

Altri articoli:

  1. Erboristeria Arcobaleno: Influenza invernale: il colostro è più efficace del vaccino
  2.  Erboristeria Arcobaleno: Colostro Bovino: il primo latte materno
  3. Erboristeria Arcobaleno: Colostro e Lattoferrina in caso di disbiosi intestinale
  4. Erboristeria Arcobaleno:  Il ‘colostro’: una sostanza biologica di estremo interesse
  5. Erboristeria Arcobaleno:  Il colostro di capra Scutum
  6.  Erboristeria Arcobaleno: Attività della lattoferrina bovina sull’infezione da virus influenzale
  7.  Erboristeria Arcobaleno: Lattoferrina: una possibile risposta al Covid 19
  8.  Erboristeria Arcobaleno: LATTOFERRINA supplementazione per difendersi da virus e batteri
  9. Erboristeria Arcobaleno: Attività della lattoferrina bovina sull’infezione da virus influenzale
  10. Erboristeria Arcobaleno: Lattoferrina: una risposta all’anemia
  11.  Erboristeria Arcobaleno: Colostro: il segreto per una pelle luminosa
  12. Erboristeria Arcobaleno: Cambio di stagione e difese immunitarie

 

 

Il sistema immunitario rappresenta la nostra unica vera barriera di protezione contro virus, batteri e agenti patogeni che ogni giorno cercano di aggredire l’organismo. Quando è efficiente, svolge il suo lavoro in modo silenzioso e instancabile, proteggendoci da infezioni e malattie. Ma se si indebolisce – a causa di carenze nutrizionali, stress, cattive abitudini o fattori ambientali – le difese calano, rendendoci più vulnerabili.
Per questo motivo è fondamentale nutrire e sostenere il sistema immunitario attraverso uno stile di vita equilibrato, una dieta ricca di vitamine e minerali essenziali, e, quando necessario, con l’aiuto di integratori e rimedi naturali riconosciuti dalla scienza.

Durante tutto l’anno, il nostro organismo si difende contro aggressioni esterne che approfittano di qualsiasi calo delle difese. Lo stress quotidiano, i ritmi frenetici, la mancanza di sonno, il fumo o le diete squilibrate sono fattori che possono minare progressivamente la nostra resistenza. Ecco perché, oltre alle sane abitudini, può essere utile assumere integratori multivitaminici e fitoterapici per garantire un sostegno costante.

Cos’è e come funziona il sistema immunitario

Il sistema immunitario è un insieme complesso di organi, cellule e molecole che cooperano per difendere l’organismo dagli agenti esterni, detti antigeni. Può essere paragonato a un istituto di vigilanza interno: le sue componenti sono distribuite in diverse aree del corpo e comunicano tramite i vasi linfatici.

Gli elementi principali sono:

Cellule specializzate (globuli bianchi o leucociti), che circolano nel sangue e nei tessuti:

Granulociti: eliminano batteri e parassiti, rilasciano sostanze infiammatorie.

Monociti: veri “spazzini” che si trasformano in macrofagi e cellule dendritiche.

Linfociti: i più sofisticati difensori, si dividono in:

  • Linfociti B: producono anticorpi.
  • Linfociti T: coordinano l’intero sistema e distruggono cellule infettate.
  • Natural Killer (NK): eliminano cellule tumorali o danneggiate

Organi linfatici principali: midollo osseo e timo.

Organi linfatici secondari: linfonodi, milza, tonsille, appendice, placche intestinali.

Citochine: proteine che agiscono da messaggeri chimici, coordinando le risposte immunitarie.

Il sistema linfatico, oltre a drenare i fluidi, ha il compito di trasportare gli antigeni ai linfonodi, dove vengono riconosciuti e neutralizzati.

Potenziare le difese immunitarieSintomi di un possibile malfunzionamento

Quando il corpo attraversa un periodo di indebolimento, invia segnali chiari che indicano la necessità di un sostegno. In questi casi è bene evitare rimedi “fai da te” e consultare il medico.

Segnali di difese basse:

  • raffreddori, mal di gola e febbricola ricorrenti;
  • stanchezza, debolezza e dolori muscolari persistenti;
  • difficoltà di concentrazione;
  • herpes, allergie e sfoghi cutanei;
  • disturbi intestinali legati ad alterazioni del microbiota.

Fattori che indeboliscono il sistema immunitario:

  • stress e affaticamento cronico;
  • infezioni ricorrenti;
  • uso eccessivo di farmaci (soprattutto antibiotici);
  • freddo, umidità e cambi di stagione;
  • alimentazione sbilanciata e povera di nutrienti;
  • sedentarietà;
  • mancanza di sonno ristoratore;
  • invecchiamento naturale.

Come rafforzare il sistema immunitario

La strategia migliore per avere difese forti non risiede nei rimedi miracolosi, ma nello stile di vita quotidiano:

  • seguire una dieta equilibrata ricca di frutta e verdura di stagione, agrumi e kiwi per la vitamina C;
  • praticare attività fisica regolare, anche leggera;
  • evitare fumo e abuso di alcol;
  • gestire lo stress, che riduce il numero e la reattività dei globuli bianchi;
  • dormire bene, mantenendo un ritmo sonno-veglia regolare.

Potenziare le difese immunitarieFitoterapia: alleati naturali per il sistema immunitario

La fitoterapia offre numerosi rimedi naturali che, grazie ai loro principi attivi, possono rafforzare le difese immunitarie. Ecco alcuni dei più studiati:

Acerola (Malpighia glabra)

Il frutto di acerola è ricco di vitamina C, un potente antiossidante che stimola la produzione di globuli bianchi, fondamentali per la risposta immunitaria. Studi hanno evidenziato che l’assunzione di vitamina C può ridurre la durata e l’intensità dei sintomi del raffreddore comune (My Personal Trainer).

Astragalo (Astragalus membranaceus)

Utilizzato nella Medicina Tradizionale Cinese, l’astragalo contiene polisaccaridi, come gli astraglucani, che potenziano l’attività dei macrofagi e stimolano la produzione di citochine, migliorando la risposta immunitaria (ShermanTree Nutraceuticals).

Echinacea (Echinacea purpurea)

Studi scientifici hanno dimostrato che l’echinacea può ridurre la durata dei sintomi del raffreddore comune se assunta ai primi segnali di malattia. I suoi polisaccaridi attivano la fagocitosi e stimolano la produzione di citochine, rafforzando il sistema immunitario.

Propoli

La propoli è una resina prodotta dalle api con proprietà antibatteriche, antivirali e antinfiammatorie. Studi hanno evidenziato che i flavonoidi presenti nella propoli possono potenziare la risposta immunitaria sia cellulare che umorale (PMC).

Miele di Manuka (Leptospermum scoparium)

Il miele di Manuka, prodotto in Nuova Zelanda, contiene metilgliossale (MGO), un composto con potenti proprietà antimicrobiche. Studi hanno dimostrato che l’MGO può inibire la crescita di batteri e virus, supportando il sistema immunitario (PMC).

Sambuco (Sambucus nigra)

Il sambuco è noto per le sue proprietà antivirali e antinfiammatorie. Studi in vitro hanno mostrato che l’estratto di sambuco può inibire la replicazione di virus come l’HIV e il SARS-CoV-2, suggerendo un potenziale effetto antivirale.

Uncaria (Uncaria tomentosa)

Conosciuta anche come “uña de gato”, l’uncaria è una pianta del Sud America che contiene alcaloidi con attività immunomodulante. Studi hanno evidenziato che l’estratto di uncaria può aumentare l’attività dei linfociti e prolungare la risposta anticorpale, migliorando l’efficacia dei vaccini.

Papaya fermentata (Carica papaya)

La papaya fermentata è ricca di antiossidanti e composti bioattivi che possono stimolare la produzione di interferone e modulare la risposta delle citochine, supportando il sistema immunitario (PMC).

Reishi (Ganoderma lucidum)

Il fungo Reishi è noto per le sue proprietà immunomodulanti. Contiene beta-glucani e triterpeni che possono stimolare l’attività delle cellule immunitarie e migliorare la capacità del corpo di combattere le infezioni.

Lattoferrina

La lattoferrina è una proteina presente nel latte umano e bovino con potenti proprietà antimicrobiche e antinfiammatorie. Essa stimola l’attività delle cellule immunitarie e contribuisce a rafforzare le difese naturali dell’organismo contro le infezioni.

Colostro

Il “primo latte” prodotto da mammiferi subito dopo il parto, ricchissimo di immunoglobuline, lattoferrina, citochine e fattori di crescita. Il colostro bovino, in particolare, è oggetto di numerosi studi che ne dimostrano la capacità di rafforzare le difese naturali, migliorare la resistenza alle infezioni respiratorie e gastrointestinali e favorire l’equilibrio del microbiota intestinale.

Antiossidanti

Gli antiossidanti, come i flavonoidi presenti nel tè verde, aiutano a combattere lo stress ossidativo e a proteggere le cellule dai danni causati dai radicali liberi. Studi hanno dimostrato che il consumo di tè verde può migliorare la funzione immunitaria e ridurre il rischio di malattie cardiovascolari.

Coenzima Q10

Il Coenzima Q10 è una molecola presente in tutte le cellule, indispensabile per il metabolismo energetico. Grazie al suo ruolo nella catena respiratoria mitocondriale, permette di trasformare i nutrienti assunti con l’alimentazione in energia disponibile.

Un sistema immunitario efficiente ha bisogno di molta energia: cellule come linfociti, macrofagi e natural killer devono essere attivate rapidamente per fronteggiare gli agenti patogeni. Se i livelli di Coenzima Q10 sono bassi, le difese immunitarie possono risultare meno pronte ed efficaci.

Oltre a questo ruolo energetico, il Coenzima Q10 è anche un potente antiossidante. Contrasta i danni provocati dai radicali liberi, responsabili dello stress ossidativo che accelera l’invecchiamento cellulare e indebolisce le strutture del sistema immunitario. In questo modo, protegge i tessuti e le cellule coinvolte nella risposta difensiva, contribuendo al loro corretto funzionamento.

Infine, studi recenti hanno dimostrato che il Coenzima Q10 può stimolare la produzione di citochine, piccole molecole che coordinano la comunicazione tra cellule immunitarie. Ciò significa che, oltre a fornire energia e protezione antiossidante, il CoQ10 migliora la capacità del sistema immunitario di riconoscere e reagire prontamente alle infezioni.

Probiotici e Prebiotici

Un intestino sano è fondamentale per un sistema immunitario forte. I probiotici sono microrganismi vivi che favoriscono un equilibrio ottimale della flora intestinale, mentre i prebiotici sono fibre alimentari non digeribili che nutrono i probiotici. Studi hanno dimostrato che l’assunzione di probiotici e prebiotici può migliorare la risposta immunitaria e ridurre il rischio di infezioni (Microbioma.it).

Biodisponibilità degli estratti naturali

La biodisponibilità degli estratti naturali è superiore a quella degli estratti sintetici. Le vitamine e i fitonutrienti presenti negli alimenti e negli integratori naturali sono accompagnati da cofattori che ne migliorano l’assorbimento e l’efficacia. Ad esempio, la vitamina C presente nell’acerola è meglio assorbita rispetto a quella sintetica, grazie alla presenza di altri composti naturali.

https://www.erboristeriarcobaleno.it/arcobaleno-bimbi/La biodisponibilità degli estratti naturali

Diversi studi dimostrano che gli estratti naturali sono più biodisponibili rispetto agli estratti sintetici: cioè le vitamine sintetizzate chimicamente non sono in grado di produrre la stessa identica azione fisiologica desiderata che deriva da complessi vitaminici naturali, costituiti da una corretta combinazione di fattori “noti e ignoti”, catalizzatori, enzimi, composti vegetali, fitonutrienti, ecc. Questi composti, insieme e sinergicamente, svolgono un’azione che nessun processo di sintesi è in grado di riprodurre o imitare in laboratorio.

Così come per alcune Piante per cui ancora oggi è difficile stabilire quale sia il principio attivo responsabile della loro azione terapeutica. Segno che la pianta nella sua totalità, cioè nel suo Fitocomplesso e non nel suo singolo principio attivo da essa estratto, ha una certa azione, che non hanno i suoi componenti singoli.

L’attività di una Pianta medicinale infatti è simile, ma non uguale a quella del suo principio attivo, in quanto sostanze ritenute farmacologicamente non attive intervengono comunque e sono in grado di influenzare la biodisponibilità del principio attivo e quindi il tempo di azione e la risposta terapeutica.

Il complesso vitaminico naturale ha in sé attivatori minerali, senza i quali le vitamine e gli enzimi non riescono a funzionare perfettamente come catalizzatori biologici. Così in laboratorio non si può creare un complesso vitaminico perfettamente funzionante.

Questo è un mistero, la “magia” delle Piante, che il chimico non sa spiegare e probabilmente non ci riuscirà mai: le vitamine sintetiche vengono realizzate sulla base di formule chimiche con una somiglianza a quelle reali, ma non identiche: un po’ come un robot rispetto ad un uomo vivo, privo di una qualità inafferrabile e di un’anima, che la chimica non può fornire.

Conclusioni

Il sistema immunitario è il nostro scudo naturale, un insieme complesso e affascinante di cellule, organi e mediatori chimici che lavora senza sosta per proteggerci da virus, batteri e agenti nocivi. Mantenerlo in equilibrio non significa affidarsi a soluzioni rapide o rimedi miracolosi, ma adottare uno stile di vita sano e consapevole: alimentazione ricca di nutrienti, sonno regolare, movimento quotidiano e gestione dello stress.

Integratori e fitoterapia – dall’echinacea al colostro, dalla propoli alla lattoferrina e, non ultima, la MICOTERAPIA – possono rappresentare un supporto utile, ma vanno sempre valutati con senso critico e, quando necessario, con il supporto del medico. La scienza, infatti, ci ricorda che non esistono scorciatoie: la vera forza del sistema immunitario si costruisce giorno dopo giorno, attraverso abitudini equilibrate e rispetto del proprio organismo.

Bibliografia

  1. Calder PC. Nutrition, immunity and COVID-19. BMJ Nutrition, Prevention & Health. 2020;3(1):74–92.
  2. Carr AC, Maggini S. Vitamin C and immune function. Nutrients. 2017;9(11):1211.
  3. Chandra RK. Nutrition and the immune system: an introduction. Am J Clin Nutr. 1997;66(2):460S–463S.
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  5. Brinkworth GD, Buckley JD. Concentration of immunoglobulins in bovine colostrum and the effects of supplementation on immune function in humans. Br J Nutr. 2003;90(4):777–786.
  6. Vitetta L, Coulson S, Beck SL. The clinical efficacy of bovine colostrum supplements: a systematic review of randomised controlled trials. Nutrients. 2021;13(7):2273.
  7. National Institutes of Health (NIH) – Office of Dietary Supplements. Vitamin D, Vitamin C, Zinc – Fact Sheets for Health Professionals.
  8. Erboristeria Arcobaleno: Sistema immunitario e salute
  9. Erboristeria Arcobaleno: Sistema immunitario e antiossidanti
  10. Erboristeria Arcobaleno: Caratteristiche adattive del sistema immunitario: IMMUNITÀ ADDESTRATA
  11. Erboristeria Arcobaleno: Sistema Immunitario: il nostro scudo biologico
  12. Erboristeria Arcobaleno: Attività della lattoferrina bovina sull’infezione da virus influenzale
  13. Erboristeria Arcobaleno: Influenza invernale: il colostro è più efficace del vaccino
  14. Erboristeria Arcobaleno: Funghi e salute