Una selezione di integratori naturali pensati per supportare benessere generale, energia ed equilibrio dell’organismo in modo naturale e quotidiano.

Con l’arrivo dell’autunno cambiano temperatura, umidità, abitudini quotidiane e maggiore permanenza negli ambienti chiusi. È anche il periodo dell’anno in cui aumentano le occasioni di esposizione ai virus responsabili delle infezioni delle vie respiratorie.

Quando si parla di prevenzione stagionale si pensa spesso alla sola vitamina C o a un generico “rinforzo delle difese immunitarie”. La ricerca degli ultimi anni ha invece evidenziato un quadro molto più complesso: sistema immunitario, microbiota intestinale e apparato respiratorio sono strettamente collegati.

È all’interno di questo modello che si inserisce il concetto di Asse Intestino-Polmone (Gut-Lung Axis): una rete di comunicazione biologica nella quale l’equilibrio del microbiota intestinale può influenzare la risposta immunitaria anche a livello delle mucose respiratorie.

Questo non significa che l’intestino sia una “barriera” capace da sola di impedire le infezioni respiratorie, ma che il benessere intestinale rappresenta uno dei componenti che contribuiscono al corretto funzionamento delle difese dell’organismo.

Che cos’è l’Asse Intestino-Polmone?

Il termine Gut-Lung Axis descrive la comunicazione bidirezionale tra microbiota intestinale, sistema immunitario e apparato respiratorio. L’intestino ospita una grande comunità di microrganismi che interagiscono continuamente con le cellule immunitarie e con la barriera intestinale. I metaboliti prodotti dal microbiota e i segnali immunologici possono influenzare risposte che interessano anche organi distanti, compresi i polmoni.

Allo stesso tempo, ciò che avviene a livello respiratorio può modificare la risposta immunitaria sistemica e, indirettamente, l’equilibrio intestinale. La ricerca sul Gut-Lung Axis è in continua evoluzione e comprende studi sul microbiota, sull’infiammazione, sulle infezioni respiratorie e sulle malattie croniche dell’apparato respiratorio.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2024 su Frontiers in Cellular and Infection Microbiology ha analizzato il ruolo dei probiotici nei pazienti e nei modelli sperimentali di BPCO, contribuendo al crescente interesse verso il rapporto tra microbiota intestinale e salute respiratoria.

Probiotici e microbiota: dal benessere intestinale alle difese respiratorie

I probiotici sono microrganismi vivi che, quando somministrati in quantità adeguate, possono conferire un beneficio alla salute. Il loro interesse nell’ambito della prevenzione stagionale nasce anche dagli studi sulle infezioni delle alte vie respiratorie.

Una revisione Cochrane aggiornata al 2022 ha analizzato 24 studi per un totale di 6.950 partecipanti, comprendendo bambini, adulti e persone anziane. Gli autori hanno osservato che i probiotici possono ridurre il rischio di episodi di infezione respiratoria acuta e possono anche ridurne la durata, pur sottolineando che la certezza dell’evidenza varia a seconda dell’esito considerato.

Questo punto è particolarmente importante: non tutti i probiotici sono uguali.

Gli effetti osservati negli studi dipendono infatti da:

  • ceppo utilizzato;
  • dose;
  • durata della supplementazione;
  • caratteristiche della popolazione;
  • formulazione;
  • obiettivo dello studio.

Per questo motivo è più corretto parlare di probiotici selezionati e studiati per specifiche funzioni, piuttosto che considerare indistintamente tutti i prodotti contenenti fermenti lattici equivalenti tra loro.

Il microbiota come parte dell’ecosistema immunitario

Il microbiota intestinale contribuisce all’interazione tra barriera intestinale e sistema immunitario. Un microbiota equilibrato può partecipare alla regolazione delle risposte immunitarie e al mantenimento dell’integrità della barriera intestinale. Questo rappresenta uno dei possibili meccanismi alla base dell’interesse per l’Asse Intestino-Polmone.

L’obiettivo, quindi, non è semplicemente “aumentare i batteri buoni”, ma favorire un ecosistema intestinale funzionale, tenendo conto di alimentazione, stile di vita, integrità della barriera intestinale e caratteristiche individuali.

Autunno e difese immunitarie

Vitamina D: un micronutriente importante per la funzione immunitaria

La vitamina D svolge numerose funzioni nell’organismo e partecipa anche alla regolazione della risposta immunitaria. Il suo ruolo nella prevenzione delle infezioni respiratorie è stato oggetto di numerosi studi clinici.

Una delle analisi più citate è la meta-analisi di dati individuali pubblicata sul BMJ, che ha esaminato 25 studi randomizzati e oltre 10.900 partecipanti. Nel complesso, la supplementazione di vitamina D è risultata associata a una riduzione del rischio di almeno un’infezione respiratoria acuta, con un effetto più evidente nei soggetti con carenza marcata di vitamina D e nei regimi di somministrazione giornalieri o settimanali senza grandi dosi in bolo.

Questo risultato non significa che la vitamina D possa impedire tutte le infezioni respiratorie. Il suo ruolo deve essere interpretato all’interno di un quadro più ampio e soprattutto in relazione allo stato vitaminico individuale.

Quando si valuta un’integrazione, è quindi importante considerare:

  • alimentazione;
  • esposizione solare;
  • età;
  • periodo dell’anno;
  • condizioni individuali;
  • eventuale misurazione della 25-OH-vitamina D;
  • quantità già assunta attraverso alimenti e integratori.

Zinco: un micronutriente essenziale per il sistema immunitario

Lo zinco è un minerale essenziale coinvolto in numerosi processi biologici. Secondo il National Institutes of Health, lo zinco partecipa alla funzione immunitaria, alla sintesi delle proteine e del DNA, alla divisione cellulare e al mantenimento delle barriere tissutali.

È quindi comprensibile l’interesse verso questo micronutriente quando si parla di supporto nutrizionale delle difese.

Le diverse forme di zinco

Gli integratori possono contenere diverse forme di zinco, tra cui:

  • citrato;
  • gluconato;
  • picolinato;
  • bisglicinato;
  • ossido;
  • altre forme organiche o inorganiche.

La biodisponibilità può variare tra le diverse formulazioni, ma la letteratura non permette di affermare semplicemente che una determinata forma sia sempre superiore a tutte le altre.

Una revisione del 2024 sulle diverse forme di zinco ha evidenziato proprio la necessità di interpretare con cautela i dati sulla biodisponibilità: alcune forme sembrano avere un assorbimento migliore in determinati studi, ma il quadro complessivo non consente di trasformare questa osservazione in una regola universale.

Il punto fondamentale rimane quindi assicurare un adeguato apporto di zinco, evitando al tempo stesso dosaggi eccessivi e prolungati senza una reale necessità.

Vitamina B9 e metilfolato: perché i folati sono importanti

La vitamina B9, o folato, è indispensabile per numerosi processi biologici. Partecipa alla sintesi del DNA e dell’RNA, al metabolismo degli amminoacidi e alle reazioni di metilazione. Questi processi sono particolarmente importanti nei tessuti caratterizzati da un rapido rinnovamento cellulare.

Il 5-MTHF (5-metiltetraidrofolato) rappresenta una delle forme di folato utilizzate negli integratori. È però importante evitare una semplificazione frequente: il metilfolato non deve essere presentato come l’unica forma di vitamina B9 efficace né come una soluzione automatica per chi possiede una variante del gene MTHFR.

Il National Institutes of Health riconosce il 5-MTHF come forma disponibile negli integratori e segnala che può essere utile in alcune persone, mentre le evidenze comparative sulla biodisponibilità delle diverse forme non sono completamente univoche.

Anche il CDC sottolinea che la presenza di una variante MTHFR non significa che una persona debba evitare l’acido folico.

Questo permette di inserire il folato all’interno di un approccio nutrizionale razionale: non come ingrediente miracoloso, ma come micronutriente coinvolto in processi fondamentali per il metabolismo cellulare e il normale funzionamento dell’organismo.

Un approccio integrato: quattro elementi, un unico ecosistema

Probiotici, vitamina D, zinco e folati non svolgono la stessa funzione.

È proprio questa la ragione per cui possono essere considerati, dal punto di vista nutrizionale, all’interno di un approccio integrato.

ComponentePrincipale ruolo fisiologicoInteresse nell’ambito stagionale
ProbioticiInterazione con microbiota e sistema immunitarioSupporto dell’equilibrio intestinale e possibile riduzione delle infezioni respiratorie
Vitamina DRegolazione di numerose funzioni, comprese quelle immunitarieParticolare interesse in caso di livelli insufficienti
ZincoFunzione immunitaria, sintesi proteica e divisione cellulareContributo al normale funzionamento del sistema immunitario
Folato/B9Sintesi del DNA, metabolismo cellulare e metilazioneSupporto ai normali processi di rinnovamento cellulare

La parola chiave è quindi sinergia, ma intesa correttamente.

Non significa che l’associazione di più sostanze garantisca automaticamente un effetto maggiore. Significa piuttosto considerare componenti con funzioni differenti all’interno di un progetto nutrizionale complessivo.

Perché l’autunno è un momento strategico per occuparsi dell’equilibrio intestinale

Prepararsi all’autunno non dovrebbe significare aspettare la comparsa dei primi sintomi. L’attenzione può essere rivolta prima di tutto alle basi dello stato di salute.

  • Alimentazione equilibrata: una dieta varia e ricca di alimenti vegetali fornisce fibre e numerosi micronutrienti utili al mantenimento dell’organismo e contribuisce alla diversità del microbiota intestinale.
  • Sonno regolare: il sonno rappresenta una componente fondamentale dell’equilibrio immunitario e metabolico.
  • Movimento: l’attività fisica regolare contribuisce al mantenimento della salute generale e del benessere metabolico.
  • Gestione dello stress: stress e alterazioni delle abitudini quotidiane possono influenzare numerosi sistemi fisiologici, compreso l’equilibrio intestinale.
  • Attenzione al microbiota: alimentazione, farmaci, infezioni, stress e stile di vita possono modificare la composizione e la funzionalità del microbiota.
  • Integrazione mirata: quando necessario, l’integrazione dovrebbe essere scelta in funzione delle reali esigenze nutrizionali, della formulazione e dei dosaggi, evitando l’idea che “più” significhi necessariamente “meglio”.

Dall’intestino alle vie respiratorie: una nuova visione della prevenzione stagionale

Il concetto di Asse Intestino-Polmone sta contribuendo a modificare il modo in cui viene studiato il rapporto tra microbiota e sistema immunitario. La ricerca non autorizza ancora a considerare il microbiota intestinale come una semplice “cura” delle infezioni respiratorie. Le evidenze disponibili suggeriscono però che esiste una relazione biologica importante tra equilibrio intestinale, risposta immunitaria e salute respiratoria.

I probiotici rappresentano uno degli strumenti maggiormente studiati in questo ambito; la vitamina D presenta dati clinici interessanti soprattutto in presenza di livelli insufficienti; lo zinco è essenziale per numerose funzioni immunitarie; il folato è indispensabile per i processi cellulari e la sintesi del materiale genetico.

Questi elementi possono quindi essere considerati all’interno di una strategia nutrizionale più ampia, sempre distinguendo tra supporto nutrizionale, prevenzione e trattamento delle malattie.

Conclusione

Con l’arrivo dell’autunno, prendersi cura delle proprie difese non significa necessariamente accumulare integratori. Significa soprattutto creare le condizioni perché l’organismo possa funzionare correttamente: alimentazione equilibrata, microbiota, adeguato apporto di micronutrienti, movimento, sonno e corretti stili di vita.

L’Asse Intestino-Polmone rappresenta oggi uno dei campi più interessanti della ricerca sul rapporto tra microbiota e immunità. I dati disponibili sui probiotici, sulla vitamina D, sullo zinco e sui folati offrono prospettive interessanti, ma devono essere interpretati alla luce della qualità delle evidenze scientifiche e delle caratteristiche individuali.

La prevenzione stagionale, in altre parole, può iniziare dall’intestino, ma non finisce lì.

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Approfondimenti

  1. Probiotici e infezioni respiratorie – Cochrane Review La revisione ha analizzato 24 studi e 6.950 partecipanti, evidenziando possibili benefici dei probiotici nella prevenzione delle infezioni respiratorie acute, con livelli di certezza differenti a seconda degli esiti. Probiotics for preventing acute upper respiratory tract infections – Cochrane
  2. Vitamina D e infezioni respiratorie – BMJ Meta-analisi individual participant data di 25 studi randomizzati e oltre 10.900 partecipanti. Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory tract infections – BMJ
  3. Zinco e funzione immunitaria – NIH Informazioni sulle funzioni dello zinco, compreso il suo ruolo nel normale funzionamento del sistema immunitario. Zinc – NIH Office of Dietary Supplements
  4. Folato e 5-MTHF – NIH Informazioni sulle funzioni del folato e sulle diverse forme disponibili negli integratori. Folate – NIH Office of Dietary Supplements
  5. MTHFR e acido folico – CDC Il CDC fornisce informazioni sulle varianti MTHFR e sull’utilizzo dell’acido folico. MTHFR Gene Variant and Folic Acid Facts – CDC
  6. Gut-Lung Axis e microbiota La ricerca sul rapporto tra microbiota intestinale e salute respiratoria è in rapida evoluzione e comprende studi sui probiotici e sulle patologie respiratorie. Frontiers – Gut-Lung Axis e probiotici


I Fiori di Bach sono un sistema di 38 essenze floreali ideato dal medico inglese Edward Bach negli anni Trenta. Ogni Fiore è tradizionalmente associato a uno specifico stato emotivo e il sistema viene utilizzato nell’ambito della floriterapia come percorso di conoscenza e osservazione della propria dimensione emotiva.

Bach suddivise i 38 rimedi in sette grandi gruppi, corrispondenti ad altrettante aree dell’esperienza emotiva: paura, incertezza, difficoltà a vivere il presente, solitudine, ipersensibilità, scoraggiamento e preoccupazione per gli altri.

Edward Bach e la nascita della floriterapia

Edward Bach nacque nel 1886 e si formò come medico. Lavorò come batteriologo e patologo e condusse anche ricerche nel campo dei vaccini.

A partire dal 1930 si allontanò progressivamente dalla medicina convenzionale per dedicarsi allo studio delle piante e dei fiori, alla ricerca di un sistema che, secondo la sua concezione, prendesse maggiormente in considerazione la dimensione emotiva della persona.

Tra il 1930 e il 1934 Bach e la sua collaboratrice Nora Weeks viaggiarono attraverso l’Inghilterra e il Galles studiando piante e preparando rimedi. Il lavoro proseguì fino alla definizione del sistema dei 38 rimedi.

Il sistema rimase legato a un principio di semplicità: ogni rimedio veniva associato a uno specifico stato emotivo e la scelta doveva partire dall’osservazione della persona e del proprio stato interiore.Sono rimedi innocui e di facile assunzione; sono sicuri, non interagiscono con altri farmaci, non c’è rischio di sovradosaggio; sbagliare fiore non è pericoloso, al massimo le gocce non produrranno l’effetto desiderato perché non entreranno in risonanza con l’individuo e i suoi stati d’animo.

Fiori di Bach: una guida alla consapevolezza emotiva

Il sistema ideato da Edward Bach continua a essere conosciuto soprattutto per la sua particolare attenzione alla dimensione emotiva. I suoi 38 rimedi costituiscono una sorta di mappa attraverso la quale, secondo la tradizione bachiana, osservare paure, insicurezze, indecisioni, solitudine, scoraggiamento e altri stati d’animo.

Il valore che molte persone attribuiscono a questo sistema può quindi essere ricercato soprattutto nel momento di ascolto e auto-osservazione che accompagna la scelta del rimedio.

La floriterapia di Bach può essere conosciuta e utilizzata nel contesto del benessere naturale, mantenendo però una distinzione chiara tra tradizione floriterapica ed evidenza scientifica.

Il Laboratorio Erboristico Di Leo® ha sviluppato i PSYCHO-EMOTIONAL®, sette composti che riuniscono i Fiori appartenenti a ciascun gruppo.

I sette gruppi dei Fiori di Bach

Fiori di Bach: i PSYCHO-EMOTIONAL

I 38 Fiori di Bach sono stati suddivisi dallo stesso Edward Bach in sette grandi gruppi, sulla base delle principali condizioni emotive che, secondo la sua impostazione, possono caratterizzare una persona in determinati momenti della vita.

La classificazione comprende:

  • rimedi per l’insufficiente interesse verso le circostanze presenti;
  • rimedi per la solitudine;
  • rimedi per chi è ipersensibile alle influenze e alle idee;
  • rimedi per lo scoraggiamento e la disperazione;
  • rimedi per l’eccessiva preoccupazione per il benessere degli altri;
  • rimedi per la paura;
  • rimedi per l’incertezza.

Ciascun gruppo comprende diverse sfumature dello stato emotivo. La paura, ad esempio, può assumere forme molto differenti: nella tradizione dei Fiori di Bach, Rock Rose è associato agli stati di terrore, Aspen alle paure vaghe e difficili da definire, mentre Mimulus viene tradizionalmente riferito alle paure conosciute e identificabili.

La suddivisione in sette gruppi rappresenta quindi una sorta di mappa degli stati emotivi attraverso la quale Bach cercò di organizzare i suoi 38 rimedi. La scelta del fiore, nella floriterapia di Bach, viene effettuata considerando lo stato d’animo predominante e le caratteristiche individuali della persona.

È importante distinguere questo approccio dalla medicina convenzionale: i Fiori di Bach appartengono alla tradizione della floriterapia e le evidenze cliniche disponibili non hanno dimostrato un’efficacia specifica superiore al placebo. Non devono quindi essere considerati sostitutivi di terapie mediche o psicologiche.

Nei paragrafi successivi analizziamo uno per uno i sette gruppi, scoprendo quali fiori ne fanno parte e quali stati emotivi vengono loro tradizionalmente associati.

PSYCHO-EMOTIONAL 1® – Fiori per la paura

Comprende: Rock Rose – Mimulus – Cherry Plum – Aspen – Red Chestnut

È la combinazione dedicata, secondo la tradizione della floriterapia di Bach, agli stati emotivi riconducibili alla paura e al timore.

PSYCHO-EMOTIONAL 2® – Fiori per l’incertezza

Comprende: Cerato – Scleranthus – Gentian – Gorse – Hornbeam – Wild Oat

Il gruppo è tradizionalmente associato all’incertezza, all’indecisione e alla difficoltà di trovare una direzione.

PSYCHO-EMOTIONAL 3® – Fiori per l’insufficiente interesse per il presente

Comprende: Honeysuckle – Wild Rose – Olive – White Chestnut – Mustard – Chestnut Bud

È il composto associato, nella classificazione di Bach, agli stati caratterizzati da scarso interesse per il presente. La composizione comprende anche Olive, White Chestnut e Wild Rose, tradizionalmente collegati rispettivamente a stanchezza, pensieri ricorrenti e apatia.

PSYCHO-EMOTIONAL 4® – Fiori per la solitudine

Comprende: Water Violet – Impatiens – Heather

È il gruppo tradizionalmente collegato alla solitudine e alle difficoltà nelle relazioni e nella condivisione con gli altri.

PSYCHO-EMOTIONAL 5® – Fiori per l’ipersensibilità

Comprende: Agrimony – Centaury – Walnut – Holly

Secondo la classificazione tradizionale di Bach, questo gruppo riguarda l’ipersensibilità alle influenze esterne e alle opinioni altrui.

PSYCHO-EMOTIONAL 6® – Fiori per lo scoraggiamento

Comprende:Larch – Pine – Elm – Sweet Chestnut – Star of Bethlehem – Willow – Oak – Crab Apple

È il gruppo tradizionalmente associato a scoraggiamento, autosvalutazione, senso di colpa, esaurimento e altre forme di difficoltà emotiva.

PSYCHO-EMOTIONAL 7® – Fiori per la preoccupazione per gli altri

Comprende: Chicory – Vervain – Vine – Beech – Rock Water

Questo gruppo è associato, nella tradizione bachiana, all’eccessiva preoccupazione per il benessere degli altri e a determinati atteggiamenti di controllo, rigidità o intolleranza.

Perché scegliere una miscela PSYCHO-EMOTIONAL®?

La scelta di un singolo Fiore può risultare difficile quando sono presenti contemporaneamente diversi stati emotivi. I PSYCHO-EMOTIONAL® Di Leo riuniscono invece più essenze appartenenti allo stesso gruppo, offrendo una formulazione già composta.

I Fiori di Bach nella floriterapia

La floriterapia di Bach parte dall’osservazione dello stato emotivo della persona. Paura, indecisione, stanchezza, solitudine, ipersensibilità o scoraggiamento rappresentano, nel sistema originale, aree differenti e vengono associate a rimedi floreali specifici.

Gli PSYCHO-EMOTIONAL® seguono proprio questa suddivisione, rendendo più semplice orientarsi tra i sette grandi gruppi dei Fiori di Bach.

I Fiori di Bach appartengono all’ambito della floriterapia e delle discipline complementari. Le evidenze cliniche disponibili non hanno dimostrato un’efficacia specifica dei rimedi floreali superiore al placebo.

Per questo possono essere presentati come strumenti nell’ambito del benessere personale e della tradizione floriterapica, ma non come sostituti di diagnosi, farmaci o trattamenti medici e psicologici.

Scopri gli PSYCHO-EMOTIONAL® Di Leo

Se vuoi conoscere le diverse formulazioni e scegliere quella corrispondente al gruppo emotivo che ti interessa, puoi consultare la sezione dedicata alla Floriterapia di Erboristeria Arcobaleno:

Vai alla sezione Floriterapia – Fiori di Bach e PSYCHO-EMOTIONAL® Di Leo

I sette composti permettono di orientarsi in modo semplice tra le principali categorie del sistema floreale di Bach, dalla paura all’incertezza, dalla solitudine all’ipersensibilità, fino allo scoraggiamento e alla preoccupazione per gli altri.

Nota: le evidenze scientifiche disponibili sui Fiori di Bach sono ancora limitate e gli studi clinici controllati non hanno finora dimostrato un’efficacia specifica superiore al placebo. I Fiori di Bach appartengono quindi all’ambito della floriterapia e non devono essere considerati sostitutivi delle terapie mediche o psicologiche.

Bibliografia

  1. Ernst E. Bach flower remedies: a systematic review of randomised clinical trials. Swiss Med Wkly. 2010;140:w13079. PubMed – Ernst 2010
    Revisione sistematica di sette studi clinici randomizzati; gli studi controllati con placebo non hanno evidenziato differenze significative rispetto al placebo.
  2. Thaler K, Kaminski A, Chapman A, Langley T, Gartlehner G. Bach flower remedies for psychological problems and pain: a systematic review. BMC Complement Altern Med. 2009;9:16. PubMed – Thaler et al. 2009
    La revisione ha analizzato quattro studi randomizzati e due studi osservazionali, rilevando evidenze limitate e assenza di benefici dimostrati rispetto al placebo negli studi controllati considerati.
  3. Ernst E. “Flower remedies”: a systematic review of the clinical evidence. Wien Klin Wochenschr. 2002;114(23-24):963-966. PubMed – Ernst 2002
    Una delle prime revisioni sistematiche delle sperimentazioni cliniche controllate sui rimedi floreali di Bach.
  4. Walach H, Rilling C, Engelke U. Efficacy of Bach-flower remedies in test anxiety: a double-blind, placebo-controlled, randomized trial with partial crossover. J Anxiety Disord. 2001;15(4):359-366. PubMed – Walach et al.
    Studio randomizzato e controllato su soggetti con ansia da esame, nel quale non è stata osservata una differenza significativa tra rimedi floreali e placebo.
  5. Pintov S, Hochman M, Livne A, Heyman E, Lahat E. Bach flower remedies used for attention deficit hyperactivity disorder in children—a prospective double blind controlled study. Eur J Paediatr Neurol. 2005;9(6):395-398. PubMed – Pintov et al. Studio controllato in doppio cieco condotto su bambini con ADHD
  6. Il pronto soccorso con i fiori di Bach: l’estratto universale

 

 

Per decenni la medicina moderna ha costruito una parte importante del proprio sviluppo intorno alla diagnosi della malattia, all’identificazione del meccanismo patologico e all’utilizzo di farmaci, interventi chirurgici e procedure diagnostiche sempre più sofisticate.

Questo modello ha prodotto risultati importanti in moltissimi ambiti della salute. Allo stesso tempo, però, non sempre riesce a dare una risposta semplice a tutte quelle condizioni caratterizzate da disturbi persistenti, ricorrenti o multifattoriali, nelle quali il sintomo può continuare a manifestarsi anche quando non emerge una causa unica e facilmente identificabile.

È proprio da questa esigenza che nasce, secondo la prospettiva della medicina energetica e della bioenergetica ACMOS, una domanda diversa: non soltanto “che cosa devo eliminare?”, ma “che cosa sta perdendo equilibrio nel sistema persona?”

Il Metodo ACMOS propone un modello di equilibrio energetico globale nel quale la persona viene considerata nella sua dimensione fisica, emozionale, psichica ed energetica, in relazione anche al proprio ambiente.

Il metodo nasce dall’esperienza di René Naccachian e integra, secondo la propria impostazione, elementi provenienti da differenti tradizioni e approcci energetici.

Questa è la prospettiva dalla quale nasce il presente articolo.

Medicina convenzionale e medicina energetica: due modi diversi di leggere il problema

Quando una persona presenta disturbi digestivi, intestinali o sistemici, la medicina convenzionale parte generalmente dalla valutazione clinica, dagli esami diagnostici e dalla ricerca di una causa biologica.

La medicina energetica parte invece da un’altra prospettiva.

Secondo il modello ACMOS, il sintomo può essere considerato anche come l’espressione finale di uno squilibrio che coinvolge differenti livelli della persona. Non significa negare l’esistenza della malattia biologica, né significa rifiutare la medicina o gli esami diagnostici.

Significa ampliare la domanda.

Che cosa sta accadendo all’interno dell’organismo?

Quali fattori possono aver contribuito alla perdita di equilibrio?

Quale relazione esiste tra corpo, emozioni, alimentazione, ambiente e stile di vita?

È possibile intervenire prima che uno squilibrio diventi più profondo?

È questo il terreno nel quale il Metodo ACMOS colloca il concetto di equilibrio energetico globale.

Il corpo non è soltanto materia

Il modello bioenergetico ACMOS considera l’organismo come un sistema dinamico nel quale esistono differenti livelli di comunicazione. Il corpo fisico rappresenta una dimensione fondamentale, ma non l’unica.

Nella visione ACMOS vengono considerate anche:

  • dimensione energetica;
  • dimensione emozionale;
  • dimensione psichica;
  • alimentazione;
  • ambiente;
  • stress;
  • relazioni;
  • informazioni e stimoli ai quali la persona è sottoposta;
  • equilibrio dei circuiti energetici.

Il principio fondamentale è che l’organismo possiede capacità proprie di regolazione. In fisiologia questo concetto è espresso attraverso il termine omeostasi, cioè la capacità dei sistemi biologici di mantenere condizioni interne relativamente stabili attraverso continui meccanismi di regolazione.

La bioenergetica ACMOS interpreta questo principio attraverso un modello più ampio, nel quale l’equilibrio energetico e la comunicazione tra i diversi livelli della persona assumono un ruolo centrale. È importante precisare che questa interpretazione energetica appartiene al modello ACMOS e non deve essere confusa con un meccanismo fisiologico già dimostrato dalla medicina convenzionale.

Il Metodo ACMOS e l’equilibrio energetico globale

Medicina energetica e Metodo ACMOS

Il percorso in ACMOS utilizza un modello di valutazione dell’equilibrio energetico individuale. Il metodo comprende un bilancio energetico personalizzato, attraverso il quale il praticante ricerca eventuali squilibri energetici e individua gli ambiti sui quali intervenire secondo il protocollo ACMOS.

Tra gli strumenti utilizzati  l’Antenna di Lecher ACMOS occupa un posto centrale, utilizzata secondo il protocollo per effettuare determinate misurazioni e valutazioni energetiche.

L’idea non è quindi quella di combattere continuamente contro il sintomo, ma di ricercare le condizioni che, secondo questo modello, possono aver contribuito alla perdita dell’equilibrio. L’obiettivo è sostenere la capacità naturale dell’organismo di autoregolarsi.

Emozioni, stress e blocchi energetici

Nel linguaggio ACMOS vengono considerati anche i cosiddetti blocchi energetici, collegati a esperienze, emozioni e situazioni che possono influenzare il modo nel quale la persona vive il proprio equilibrio.

Esperienze dell’infanzia, convinzioni apprese, relazioni familiari, stress prolungato e percezioni consolidate possono diventare elementi importanti del percorso di consapevolezza.

Frasi ricevute durante l’infanzia come: “Sei proprio come tuo padre” oppure: “Sei proprio come tua madre.” possono diventare, nel tempo, convinzioni attraverso le quali una persona interpreta se stessa.

Il lavoro di consapevolezza mira, secondo questa prospettiva, a riconoscere questi schemi e a verificare se siano ancora funzionali alla persona adulta. Questo aspetto può essere affrontato come un percorso di crescita personale, senza trasformare automaticamente ogni esperienza emotiva in una causa diretta di una malattia.

Alimentazione personalizzata e caratteristiche individuali

L’alimentazione rappresenta un’altra componente importante dell’approccio olistico. Non esiste necessariamente un’alimentazione identica per tutti: fabbisogni energetici, tolleranze individuali, abitudini, attività fisica, età e condizioni personali possono richiedere strategie differenti.

Nel mondo olistico viene utilizzata anche la personalizzazione alimentare in funzione del gruppo sanguigno.

È però importante distinguere questa pratica dalle raccomandazioni nutrizionali basate su evidenze.

Una revisione sistematica pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition e indicizzata su PubMed ha concluso che non esistevano evidenze sufficienti per validare i benefici attribuiti alle cosiddette “diete del gruppo sanguigno”. Per questo, all’interno di un percorso ACMOS, tale elemento può essere presentato come parte del modello di personalizzazione utilizzato dal metodo, non come una verità scientifica universalmente dimostrata.

Il campo elettromagnetico e la bioenergetica

Uno degli aspetti caratterizzanti del Metodo ACMOS riguarda il concetto di campo energetico e l’utilizzo di strumenti specifici per effettuare valutazioni e interventi secondo il protocollo ACMOS. È proprio su questo punto che è necessario distinguere chiaramente tra due piani.

Da una parte esistono fenomeni elettromagnetici fisiologici reali e misurabili nell’organismo. Dall’altra, il concetto di “campo energetico umano” utilizzato da alcune discipline energetiche comprende interpretazioni che non sono attualmente equivalenti a grandezze fisiologiche riconosciute dalla medicina convenzionale.

Il National Center for Complementary and Integrative Health (NCCIH) – Reiki, per esempio, segnala che non esistono prove scientifiche sufficienti a confermare l’esistenza del campo energetico che viene descritto nella pratica Reiki. Questo elemento è importante anche quando si parla di bioenergetica: il modello energetico proposto da ACMOS va quindi presentato come un modello teorico e operativo proprio del metodo, non come una spiegazione fisiologica già dimostrata dalla ricerca biomedica.

Misurazione e regolazione secondo il Metodo ACMOS

Nella prospettiva del Metodo ACMOS, gli apparecchi utilizzati durante il percorso hanno la funzione di effettuare specifiche valutazioni secondo il protocollo e di intervenire, sempre nell’ambito del modello bioenergetico ACMOS, sui cosiddetti equilibri o circuiti energetici della persona.

Secondo l’impostazione del metodo, questo approccio  permette di considerare la persona nella sua globalità, tenendo conto non soltanto degli aspetti fisici, ma anche delle condizioni ambientali, dello stile di vita, delle relazioni, dello stress e degli aspetti emozionali.

In questa prospettiva, l’obiettivo dichiarato non è semplicemente quello di intervenire sul singolo sintomo, ma di ricercare una condizione generale di equilibrio e armonizzazione. Il linguaggio utilizzato dal Metodo ACMOS comprende concetti come equilibrare, armonizzare, trattare, risuonare e prescrivere, che vengono interpretati all’interno di una visione energetica dell’essere umano.

Il metodo attribuisce inoltre importanza alla prevenzione. Secondo questa impostazione, quando una valutazione evidenzia una situazione che non dovrebbe essere affrontata esclusivamente attraverso un percorso energetico, la persona dovrebbe essere indirizzata verso il medico e gli opportuni accertamenti diagnostici. Questo aspetto permette di collocare l’approccio bioenergetico in una prospettiva complementare e non sostitutiva della medicina e della diagnostica.

L’essere umano nella sua globalità

La filosofia ACMOS considera l’essere umano come parte di un ambiente più ampio. La persona è inserita nel proprio habitat familiare, sociale e ambientale e, secondo questa visione, tali condizioni possono influenzare il suo equilibrio generale.

Da questa prospettiva deriva l’idea che il benessere non possa essere considerato esclusivamente come assenza di sintomi, ma anche come capacità dell’organismo e della persona di mantenere una condizione dinamica di equilibrio.

È qui che il Metodo ACMOS richiama alcuni concetti della tradizione orientale, tra cui quello delle polarità Yin e Yang, intese come forze complementari e dinamiche. Nella tradizione taoista, Yin e Yang rappresentano infatti principi complementari attraverso i quali viene descritto l’equilibrio dinamico della realtà.

Il Metodo ACMOS interpreta questi concetti all’interno della propria elaborazione bioenergetica, collegandoli all’idea di forza interiore, risorse energetiche e capacità di adattamento.

In questa visione, l’equilibrio viene rappresentato come un processo dinamico, simile a quello di un equilibrista sul filo: non una condizione statica e definitiva, ma una continua capacità di adattarsi alle sollecitazioni provenienti dall’ambiente e dalla vita quotidiana.

Medicina energetica e Metodo ACMOS

Dalla soppressione del sintomo alla ricerca dell’equilibrio

Uno degli elementi distintivi della filosofia ACMOS consiste nel porre l’accento sul passaggio da una visione centrata esclusivamente sul sintomo a una considerazione più ampia della persona.

Questa impostazione non deve però essere interpretata come una contrapposizione assoluta alla medicina scientifica. Farmaci, interventi chirurgici, diagnostica e altre terapie mediche hanno indicazioni specifiche e possono essere fondamentali nella cura di numerose condizioni.

Il contributo che il Metodo ACMOS intende proporre è piuttosto quello di affiancare, secondo i propri principi, una riflessione sull’equilibrio globale della persona.

Anche l’eventuale utilizzo di un approccio bioenergetico durante una terapia medica dovrebbe quindi essere considerato complementare e concordato con i professionisti sanitari, senza modificare autonomamente dosaggi, sospendere farmaci o sostituire esami e trattamenti prescritti.

In quest’ottica, l’idea di “compensare” o sostenere i circuiti energetici durante un trattamento appartiene al linguaggio e al modello teorico del Metodo ACMOS e non deve essere confusa con una dimostrata capacità di neutralizzare gli effetti indesiderati di un farmaco o di modificarne farmacologicamente l’azione.

Una visione integrata dell’equilibrio

Il punto centrale della proposta ACMOS diventa quindi la ricerca di un equilibrio tra persona, corpo, ambiente, emozioni e stile di vita, attraverso gli strumenti e le metodologie propri del sistema.

È una concezione che richiama una visione integrata dell’essere umano: non soltanto un insieme di organi e funzioni biologiche, ma una persona inserita in una rete di relazioni e di influenze ambientali.

La ricerca scientifica contemporanea riconosce effettivamente l’importanza di numerosi collegamenti tra sistemi dell’organismo, come quelli tra sistema nervoso, sistema immunitario, metabolismo, microbiota, stress e ambiente. Ciò non significa però che i modelli energetici specifici del Metodo ACMOS siano già stati scientificamente dimostrati.

La distinzione è importante: la ricerca scientifica può studiare fenomeni biologici e fisiologici che riguardano l’equilibrio dell’organismo, mentre il modello bioenergetico ACMOS propone una propria interpretazione di tali processi.

È proprio nel dialogo tra queste diverse prospettive che l’approccio può essere presentato in modo più corretto: valorizzando la dimensione globale della persona, senza attribuire alla bioenergetica proprietà diagnostiche o terapeutiche che richiederebbero specifiche evidenze scientifiche.

Il mondo scientifico sta studiando anche la medicina complementare

La medicina complementare non deve necessariamente essere interpretata come una sostituzione della medicina convenzionale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riconosce il crescente interesse mondiale verso la medicina tradizionale, complementare e integrativa.

Nel 2025 l’OMS ha adottato la Global Traditional Medicine Strategy 2025–2034, che pone particolare attenzione al rafforzamento delle evidenze scientifiche, alla sicurezza, alla qualità, alla regolamentazione e all’integrazione appropriata delle pratiche tradizionali, complementari e integrative.

La Global Traditional Medicine Strategy 2025–2034 dell’OMS non stabilisce che ogni pratica complementare sia efficace. Stabilisce piuttosto la necessità di sviluppare ricerca, sicurezza, qualità e appropriatezza.

È una distinzione fondamentale.

L’obiettivo non è sostituire la medicina

Ogni percorso energetico responsabile non dovrebbe chiedere alla persona di rinunciare a una diagnosi, a un esame o a una terapia necessaria. L’OMS stessa sottolinea l’importanza di pratiche sicure, efficaci e basate sulle evidenze, quando vengono integrate nei sistemi sanitari. Questo rappresenta un principio importante anche per chi opera nell’ambito della bioenergetica.

La medicina energetica può essere proposta come approccio complementare, orientato al benessere, alla consapevolezza e all’equilibrio globale della persona, senza presentarla come sostituto della medicina quando questa è necessaria.

Dalla dipendenza dalla cura alla responsabilità personale

Esiste però un elemento sul quale l’approccio ACMOS e la visione olistica pongono particolare attenzione: la responsabilità personale.

  • Nessun professionista può vivere al nostro posto.
  • Nessuno può mangiare correttamente al nostro posto.
  • Nessuno può dormire al nostro posto.
  • Nessuno può gestire le nostre relazioni al nostro posto.
  • Nessuno può decidere quanto spazio dare allo stress, al movimento, al riposo e alla cura di noi stessi.
  • Un percorso di benessere dovrebbe quindi aiutare la persona a diventare progressivamente più consapevole delle proprie scelte.
  • Non si tratta di colpevolizzare chi si ammala.
  • Non tutte le malattie sono causate da cattive abitudini e nessuna persona dovrebbe sentirsi responsabile moralmente della propria patologia.
  • Si tratta invece di riconoscere ciò che possiamo effettivamente modificare.

Il Metodo ACMOS: un percorso personalizzato di equilibrio energetico

Il Metodo ACMOS propone una visione globale della persona, nella quale corpo, mente, ambiente, stile di vita e dimensione energetica vengono considerati all’interno di un unico percorso di valutazione e di consapevolezza. Attraverso specifiche metodologie e strumenti propri del protocollo ACMOS, il percorso prende in considerazione l’equilibrio energetico individuale e i possibili fattori di stress che possono influenzare la capacità di adattamento della persona.

L’obiettivo è accompagnare ogni individuo attraverso un percorso personalizzato, orientato al benessere e alla ricerca di un maggiore equilibrio, senza sostituire la diagnosi medica, gli esami clinici o le terapie prescritte dai professionisti sanitari.

Vuoi conoscere il Metodo ACMOS?

Se desideri approfondire questa particolare visione del benessere e conoscere come si svolge una valutazione energetica ACMOS, abbiamo dedicato una pagina specifica all’argomento.

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Nella pagina trovi maggiori informazioni sul Metodo ACMOS, sulle modalità di valutazione, sui principi delle 3P – Personalizzazione, Prevenzione e Potenziamento e sull’approccio globale alla persona.

Erboristeria Arcobaleno propone percorsi ACMOS personalizzati per chi desidera conoscere più approfonditamente questo approccio bioenergetico e la sua applicazione nell’ambito del benessere naturale.

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Riferimenti bibliografici

  1. René Naccachian – Bioénergétique, l’équilibre du corps et de l’esprit – La Méthode ACMOS
    Testo dedicato ai principi della bioenergetica e alla metodologia sviluppata da René Naccachian.
  2. SBJ International – The ACMOS Method of Test and Energy Balance
    Presentazione ufficiale del Metodo ACMOS, delle sue basi teoriche e del concetto di valutazione e riequilibrio energetico. The ACMOS Method of Test and Energy Balance – SBJ International
  3. SBJ International – ACMOS Method of Test and Global Balance
    Approfondimento sugli strumenti e sulle metodologie di test e di riequilibrio utilizzate nell’ambito del Metodo ACMOS. ACMOS Method of Test and Global Balance – SBJ International
  4. Thomas K. Szulc, M.D. – The Art of Medicine: The Principles of Energy in Medical Sciences
    Il volume di Thomas K. Szulc propone una prospettiva integrativa nella quale vengono discussi i rapporti tra medicina, biofisica, energia e fisiologia. Il libro viene inoltre presentato da SBJ International come una delle pubblicazioni di riferimento nell’ambito della propria prospettiva bioenergetica. The Art of Medicine – Thomas K. Szulc, M.D. – SBJ International
  5. Metodo ACMOS – Erboristeria Arcobaleno
    Per conoscere l’applicazione del Metodo ACMOS proposta da Erboristeria Arcobaleno, le modalità del percorso e le informazioni relative alla valutazione energetica: Metodo ACMOS a Schio – Erboristeria Arcobaleno

Gonfiore, tensione addominale, gas intestinali e crampi dopo aver consumato latte o alimenti contenenti lattosio sono disturbi molto comuni. In alcune persone questi sintomi sono collegati alla difficoltà di digerire completamente il lattosio, lo zucchero naturalmente presente nel latte e nei suoi derivati.

Ma cosa succede realmente nell’intestino quando il lattosio non viene digerito?

La risposta coinvolge un enzima fondamentale, la β-galattosidasi, e porta a considerare anche il ruolo di alcuni microrganismi specifici, tra cui il Lactobacillus acidophilus DDS-1. Questo ceppo, presente in FloraZym® Nutrigea, è stato studiato proprio nell’ambito del rapporto tra probiotici, lattosio e sintomi gastrointestinali

Che cos’è il lattosio?

Il lattosio è un disaccaride formato da due zuccheri semplici:

  • glucosio;
  • galattosio.

Per essere assorbito nell’intestino tenue deve essere prima scisso nei suoi due componenti. Questa reazione viene normalmente svolta dalla lattasi, un enzima presente sulla superficie delle cellule della mucosa intestinale. Dal punto di vista biochimico, la lattasi è una β-galattosidasi, cioè un enzima capace di rompere il legame tra glucosio e galattosio presente nella molecola di lattosio. Quando l’attività della lattasi non è sufficiente rispetto alla quantità di lattosio ingerita, una parte del disaccaride può raggiungere il colon senza essere stata completamente digerita. Ed è qui che entra in gioco il microbiota intestinale.

Cosa succede quando il lattosio arriva nell’intestino senza essere digerito?

Il lattosio non assorbito esercita innanzitutto un effetto osmotico, richiamando acqua all’interno dell’intestino. Successivamente viene utilizzato dai batteri del microbiota intestinale come substrato per i processi fermentativi. La fermentazione può produrre diversi metaboliti e gas, tra cui idrogeno e metano, oltre ad acidi organici.

Il risultato può essere la comparsa di:

  • gonfiore addominale;
  • distensione;
  • flatulenza;
  • borborigmi;
  • crampi;
  • alterazioni della consistenza delle feci;
  • diarrea in alcuni soggetti.

È importante distinguere, però, tra malassorbimento del lattosio e intolleranza al lattosio. Non tutte le persone che assorbono meno lattosio sviluppano necessariamente sintomi importanti. La risposta dipende anche dalla quantità consumata, dalla composizione del pasto e dalle caratteristiche individuali del microbiota.

β-galattosidasi: perché questo enzima è importante?

La β-galattosidasi svolge una funzione molto precisa: idrolizza il lattosio, separandolo nei due zuccheri semplici che lo compongono. Normalmente questa attività viene svolta dalla lattasi intestinale. Esistono tuttavia anche microrganismi capaci di produrre β-galattosidasi.

Questo ha portato la ricerca a studiare se determinati ceppi probiotici possano contribuire alla gestione della digestione del lattosio attraverso la propria attività enzimatica. Non si tratta quindi semplicemente di scegliere un generico “fermento lattico”. La caratteristica importante è il ceppo.

Lactobacillus acidophilus DDS-1: un ceppo studiato per la sua attività

Tra i ceppi di Lactobacillus acidophilus studiati in questo ambito troviamo il DDS-1, un ceppo specifico associato alle ricerche condotte da Khem Shahani e successivamente oggetto di studi sulla tollerabilità del lattosio. Il razionale è interessante perché i batteri lattici possono possedere enzimi coinvolti nella trasformazione degli zuccheri, compresa la β-galattosidasi.

La domanda scientifica diventa quindi: un probiotico specifico può contribuire a ridurre i disturbi gastrointestinali associati al consumo di lattosio?

Per il ceppo DDS-1 esiste anche una sperimentazione clinica randomizzata, in doppio cieco, controllata con placebo e con disegno crossover.

Cosa ha mostrato lo studio clinico sul DDS-1?

Lo studio clinico pubblicato nel 2016 sulla rivista Nutrition Journal ha coinvolto adulti di età compresa tra 18 e 75 anni che riferivano sintomi associati al consumo di lattosio. I partecipanti hanno assunto per quattro settimane il prodotto contenente il ceppo Lactobacillus acidophilus DDS-1 oppure il placebo, per poi passare all’altro trattamento dopo un periodo di washout di due settimane. Si è trattato di uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo e crossover.

Al termine del periodo di trattamento, durante il test di provocazione con lattosio, sono state osservate differenze statisticamente significative per alcuni sintomi. In particolare, rispetto al placebo, il gruppo DDS-1 ha mostrato una riduzione dei punteggi relativi a:

  • diarrea;
  • crampi addominali;
  • vomito;
  • punteggio complessivo dei sintomi.

Lo studio non ha invece evidenziato una differenza statisticamente significativa nel test del respiro all’idrogeno. Questo è un dato importante perché indica che il miglioramento dei sintomi non deve essere interpretato automaticamente come una completa eliminazione del malassorbimento del lattosio. In altre parole, il risultato della ricerca riguarda soprattutto la percezione e la gravità dei sintomi gastrointestinali, non la dimostrazione che il DDS-1 “risolva” l’intolleranza al lattosio.

FloraZym® Nutrigea: probiotici ed enzimi in un’unica formulazione

Gonfiore dopo i latticini: il ruolo del DDS-1

È proprio questo il contesto nel quale si inserisce FloraZym® Nutrigea.

La formulazione contiene:

  • Lactobacillus acidophilus DDS-1;
  • Bifidobacterium bifidum;
  • Lactobacillus bulgaricus DDS-14;
  • EnzyMax®, costituito da maltodestrine fermentate;
  • farina di Helianthus tuberosus;
  • gomma d’acacia;
  • magnesio stearato vegetale.

Contiene quindi una combinazione orientata al supporto probiotico ed enzimatico dell’attività digestiva. La presenza del ceppo Lactobacillus acidophilus DDS-1 rappresenta l’elemento particolarmente interessante quando si parla di lattosio e β-galattosidasi, perché permette di collegare la formulazione al razionale microbiologico studiato in letteratura.

FloraZym e gonfiore dopo i pasti

Il gonfiore addominale non ha una sola causa. Può essere associato, per esempio, a:

  • pasti molto abbondanti;
  • consumo rapido degli alimenti;
  • eccessiva introduzione di alcuni carboidrati fermentabili;
  • alterazioni della digestione;
  • modificazioni del microbiota;
  • sensibilità individuale a determinati alimenti;
  • difficoltà nella digestione del lattosio.

Per questo motivo è importante non attribuire automaticamente ogni episodio di gonfiore all’intolleranza al lattosio. Quando però la distensione e la produzione di gas compaiono ripetutamente dopo latte, gelati, creme, alcuni formaggi freschi o altri alimenti contenenti lattosio, può essere utile approfondire il rapporto tra alimentazione e sintomi.

Perché il ceppo è importante?

Quando si parla di probiotici, una delle informazioni più importanti è proprio la specificità del ceppo. Dire semplicemente “Lactobacillus acidophilus” non equivale necessariamente a parlare di tutti gli stessi effetti biologici.

Ceppi diversi della stessa specie possono presentare caratteristiche differenti, comprese differenze relative alla capacità di produrre determinati enzimi, alla resistenza alle condizioni gastrointestinali e all’interazione con l’ambiente intestinale. Per questo motivo la ricerca sul DDS-1 è più specifica rispetto a una generica affermazione sui “fermenti lattici”.

Dieta, lattosio e supporto probiotico: un approccio personalizzato

In presenza di sospetta intolleranza al lattosio, la strategia non dovrebbe necessariamente consistere nell’eliminazione indiscriminata di tutti i latticini. La tolleranza può infatti variare molto da persona a persona.

Alcune persone tollerano piccole quantità di lattosio, soprattutto quando vengono consumate insieme ad altri alimenti. Anche alcuni prodotti lattiero-caseari contengono quantità di lattosio differenti. La valutazione della propria tolleranza individuale, eventualmente con il supporto del medico o del professionista sanitario, può quindi essere più utile di una semplice eliminazione generalizzata.

Un integratore probiotico come FloraZym può essere inserito, quando appropriato, nell’ambito di un’alimentazione equilibrata e di un approccio complessivo alla funzionalità digestiva.

FloraZym®: quando può essere interessante?

La formulazione è proposta come supporto probiotico ed enzimatico dell’attività digestiva. Il prodotto è indicato, tra gli altri utilizzi, in caso di flora intestinale e attività enzimatica ridotta o compromessa, oltre che nell’ambito di disturbi digestivi quali dispepsia e flatulenza.

Il particolare interesse per chi manifesta disturbi dopo il consumo di lattosio è legato alla presenza del Lactobacillus acidophilus DDS-1, un ceppo specificamente studiato in relazione ai sintomi dell’intolleranza al lattosio.

In sintesi: dal lattosio al microbiota

Il percorso biochimico può essere riassunto così:

Lattosio → lattasi/β-galattosidasi → glucosio + galattosio → assorbimento

Quando l’idrolisi non è sufficiente:

Lattosio non digerito → intestino → fermentazione microbica → gas e metaboliti → possibile gonfiore e altri sintomi

La ricerca sul Lactobacillus acidophilus DDS-1 introduce un ulteriore elemento: alcuni ceppi probiotici possiedono attività enzimatiche e caratteristiche biologiche specifiche che possono essere studiate in relazione alla tolleranza al lattosio. Lo studio clinico disponibile sul DDS-1 ha rilevato un miglioramento di alcuni sintomi durante la provocazione con lattosio, pur senza dimostrare una significativa riduzione dell’idrogeno espirato.

È quindi più corretto parlare di supporto alla gestione dei sintomi gastrointestinali associati al consumo di lattosio piuttosto che di una soluzione definitiva all’intolleranza.

FloraZym® Nutrigea può rappresentare un’interessante formulazione da conoscere per chi cerca un supporto che associ probiotici ed enzimi digestivi, con particolare attenzione al ceppo Lactobacillus acidophilus DDS-1.

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Bibliografia

  1. Pakdaman MN, Udani JK, Molina JP, Shahani M. The effects of the DDS-1 strain of Lactobacillus on symptomatic relief for lactose intolerance – a randomized, double-blind, placebo-controlled, crossover clinical trial. Nutrition Journal. 2016;15:56.
    Studio clinico sul ceppo Lactobacillus acidophilus DDS-1 e sui sintomi associati all’intolleranza al lattosio. Leggi l’articolo completo su Nutrition Journal / Springer Nature Leggi lo studio su PubMed
  2. Pakdaman MN, Udani JK, Molina JP, Shahani M. The effects of the DDS-1 strain of Lactobacillus on symptomatic relief for lactose intolerance – a randomized, double-blind, placebo-controlled, crossover clinical trial. Full text – PubMed Central (PMC). Testo integrale gratuito su PubMed Central
  3. Pakdaman MN, Udani JK, Molina JP, Shahani M. Erratum to: The effects of the DDS-1 strain of Lactobacillus on symptomatic relief for lactose intolerance. Nutrition Journal. 2016;15:83. L’erratum è utile perché chiarisce alcuni aspetti relativi alla capacità del ceppo DDS-1 di colonizzare il tratto gastrointestinale e corregge/precisa elementi dell’articolo originale. Leggi l’erratum su Springer Nature
  4. O’Connor et al. Effects of Prebiotic and Probiotic Supplementation on Lactase Deficiency and Lactose Intolerance: A Systematic Review of Controlled Trials. Revisione sistematica degli studi controllati sull’impiego di prebiotici e probiotici nell’ambito del malassorbimento e dell’intolleranza al lattosio. Leggi la revisione sistematica su PubMed Central
  5. Usai-Satta P, Scarpa M, Oppia F, et al. Lactose malabsorption and intolerance: What should be the best clinical management? World Journal of Gastrointestinal Pharmacology and Therapeutics. 2012;3(3):29–33. Approfondimento sul malassorbimento del lattosio, sull’intolleranza e sulle strategie di gestione. Leggi l’articolo scientifico

 

Il cumino nero, noto anche come Nigella sativa o black seed, è una pianta utilizzata da secoli nella tradizione erboristica. Negli ultimi anni ha attirato l’attenzione della ricerca scientifica soprattutto per la possibile influenza sul metabolismo dei lipidi, sulla glicemia, sullo stress ossidativo e sui processi infiammatori.

Tra i suoi componenti più studiati c’è la timochinone, una molecola bioattiva presente soprattutto nella frazione oleosa dei semi. Le evidenze disponibili suggeriscono che Nigella sativa possa contribuire a migliorare alcuni parametri del profilo lipidico, in particolare colesterolo totale, colesterolo LDL e trigliceridi.

È però importante distinguere tra ciò che è stato osservato negli studi clinici e ciò che rimane ancora da dimostrare: il cumino nero può essere studiato come supporto nutrizionale, ma non può essere considerato un sostituto delle terapie prescritte per l’ipercolesterolemia.

Che cos’è il cumino nero?

Il cumino nero (Nigella sativa L.) appartiene alla famiglia delle Ranunculaceae. I suoi piccoli semi neri sono ricchi di componenti bioattivi, tra cui:

  • timochinone;
  • altri composti della frazione volatile;
  • acidi grassi insaturi;
  • polifenoli;
  • fitosteroli;
  • altri composti fenolici e antiossidanti.

Dai semi si ottiene inoltre un olio di cumino nero, caratterizzato da una composizione particolarmente ricca di acidi grassi e composti lipofili, tra cui la timochinone.

Proprio la timochinone è uno dei componenti maggiormente studiati per le sue proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Una revisione pubblicata nel 2015 su Pharmacological Research ha analizzato le numerose attività biologiche attribuite a questa molecola, comprese quelle di interesse cardiovascolare.

Cumino nero e colesterolo: quali sono le evidenze?

L’interesse nei confronti di Nigella sativa è legato soprattutto agli studi clinici che hanno valutato il suo possibile effetto sul profilo lipidico. Una delle prime importanti metanalisi, pubblicata nel 2016 su Pharmacological Research, ha riunito 17 studi clinici randomizzati.

L’analisi ha evidenziato una riduzione statisticamente significativa di:

  • colesterolo totale: circa 15,65 mg/dL;
  • colesterolo LDL: circa 14,10 mg/dL;
  • trigliceridi: circa 20,64 mg/dL.

Nella stessa analisi, invece, non è stata osservata una variazione significativa dell’HDL quando tutte le formulazioni di Nigella sativa venivano considerate insieme. Un dato interessante è emerso dalle analisi per sottogruppi: l’olio di semi sembrava avere un effetto maggiore sulla riduzione del colesterolo totale e LDL, mentre l’aumento dell’HDL era osservato soprattutto con la polvere dei semi.

Questi risultati sono interessanti perché suggeriscono che la forma utilizzata può influenzare l’effetto metabolico di Nigella sativa.

Una metanalisi più recente conferma l’interesse per il profilo lipidico

Le evidenze non si sono fermate agli studi più datati. Una revisione sistematica e metanalisi pubblicata più recentemente ha analizzato 34 studi e 2.278 partecipanti, valutando l’integrazione con Nigella sativa negli adulti.

Gli autori hanno riscontrato una riduzione significativa di:

  • colesterolo totale;
  • colesterolo LDL;
  • trigliceridi;

insieme a un incremento dell’HDL rispetto ai gruppi di controllo. Gli autori concludono che Nigella sativa potrebbe avere un ruolo come coadiuvante nel miglioramento del profilo lipidico, pur sottolineando la necessità di ulteriori studi.

È importante, tuttavia, non interpretare questi risultati come prova che il cumino nero possa prevenire o curare da solo infarto, ictus o aterosclerosi. Gli studi hanno principalmente valutato biomarcatori e fattori di rischio cardiovascolare, non gli eventi cardiovascolari maggiori nel lungo periodo.

Semi o olio di cumino nero: quale forma è più studiata?

Una delle caratteristiche più interessanti della ricerca su Nigella sativa riguarda proprio la differenza tra semi, polvere dei semi ed estratti oleosi. La metanalisi del 2016 ha rilevato che l’olio di semi mostrava un effetto più evidente sulla riduzione del colesterolo totale e LDL, mentre la polvere dei semi era associata all’incremento dell’HDL.

Questo non significa però che sia possibile stabilire una dose universale di olio o semi valida per tutte le persone.

Negli studi clinici sono state utilizzate preparazioni, concentrazioni, dosaggi e durate differenti. Una revisione più ampia pubblicata nel 2025 ha incluso 82 studi e 5.026 partecipanti, con interventi della durata compresa tra 1 e 48 settimane e dosaggi estremamente variabili, da 200 a 4.600 mg al giorno.

Per questo motivo, i risultati delle sperimentazioni non possono essere automaticamente tradotti in una singola indicazione terapeutica.

La timochinone: il componente più studiato

La timochinone (thymoquinone) è probabilmente il composto più conosciuto della Nigella sativa. Si tratta di una molecola presente nella frazione volatile dell’olio di cumino nero e studiata per numerose attività biologiche, tra cui quelle antiossidanti e antinfiammatorie.

Queste proprietà hanno portato i ricercatori a studiare la possibile relazione tra timochinone, metabolismo lipidico, stress ossidativo e processi coinvolti nell’aterosclerosi.

Una revisione pubblicata nel maggio 2026 sulla rivista Nutrients ha esaminato proprio il possibile ruolo della timochinone nei meccanismi associati all’aterosclerosi, considerando il rapporto tra metabolismo lipidico, stress ossidativo e infiammazione.

Gli autori descrivono un possibile effetto multidimensionale della timochinone sui processi biologici coinvolti nell’aterogenesi, ma si tratta di una revisione narrativa, non di una sperimentazione clinica che dimostri la capacità della timochinone di prevenire eventi cardiovascolari nell’uomo.

Questa distinzione è fondamentale: le proprietà biologiche osservate in laboratorio non equivalgono automaticamente a un effetto clinico dimostrato.

Cumino nero e salute cardiovascolare

Olio di cumino nero per il colesterolo

Il possibile interesse cardiovascolare di Nigella sativa non riguarda esclusivamente il colesterolo. La ricerca ha studiato anche diversi altri parametri metabolici, tra cui:

  • trigliceridi;
  • pressione arteriosa;
  • glicemia;
  • emoglobina glicata;
  • marcatori di infiammazione;
  • stress ossidativo;
  • alcuni indici di rischio cardiovascolare.

La grande revisione sistematica pubblicata nel 2025, che ha incluso 82 studi e oltre 5.000 partecipanti, ha riportato miglioramenti in numerosi di questi parametri. Tuttavia, gli stessi autori descrivono Nigella sativa come una possibile terapia aggiuntiva per i fattori di rischio cardiovascolare, non come sostituto delle terapie convenzionali.

Perché LDL e trigliceridi sono importanti?

Il colesterolo LDL è uno dei principali fattori modificabili coinvolti nello sviluppo dell’aterosclerosi. Valori elevati nel tempo favoriscono l’accumulo di lipidi nella parete arteriosa e sono associati a un aumento del rischio cardiovascolare.

Anche i trigliceridi rappresentano un importante parametro del metabolismo lipidico, soprattutto quando risultano elevati insieme ad altri fattori di rischio metabolico.

Per questo motivo, una sostanza naturale capace di modificare favorevolmente questi parametri può risultare interessante dal punto di vista nutrizionale e della ricerca.

Tuttavia, la riduzione di un valore di laboratorio non deve essere confusa con la dimostrazione di una riduzione di infarti o ictus. Per dimostrare quest’ultimo effetto servono studi clinici specificamente progettati per valutare gli eventi cardiovascolari.

Cumino nero e statine: non sono equivalenti

Quando si parla di rimedi naturali per il colesterolo è importante evitare un equivoco frequente: Nigella sativa e statine non sono terapie equivalenti.

Le statine sono farmaci con una vasta documentazione clinica sulla riduzione del colesterolo LDL e sulla diminuzione del rischio di eventi cardiovascolari in specifiche categorie di pazienti.

Il cumino nero, invece, dispone di dati clinici interessanti soprattutto sui parametri metabolici, ma le prove disponibili non consentono di attribuirgli lo stesso livello di evidenza delle terapie farmacologiche consolidate.

Per questo motivo, chi assume una terapia ipolipemizzante prescritta dal medico non dovrebbe sospenderla o modificarla autonomamente per utilizzare un prodotto a base di Nigella sativa.

Quanto cumino nero utilizzare?

Non esiste attualmente una dose unica e universalmente riconosciuta per ottenere un determinato effetto sul colesterolo. Gli studi disponibili hanno utilizzato preparazioni molto diverse: semi interi, polvere, olio, estratti e prodotti standardizzati, con dosaggi e periodi di trattamento differenti.

Alcune ricerche hanno utilizzato quantità di semi nell’ordine di pochi grammi al giorno, mentre gli studi con estratti o olio hanno impiegato dosaggi differenti. Non è quindi corretto trasformare automaticamente il dosaggio utilizzato in uno studio in una raccomandazione terapeutica generale.

In particolare, il contenuto di timochinone può variare considerevolmente in funzione della materia prima, del metodo di estrazione e della standardizzazione del prodotto.

Sicurezza e attenzione alle interazioni

Il cumino nero è generalmente studiato come alimento e integratore, ma questo non significa che sia privo di possibili interazioni.

È opportuno prestare particolare attenzione quando viene associato a farmaci per il colesterolo, farmaci antipertensivi, antidiabetici o altri medicinali, soprattutto in caso di terapie croniche.

La revisione del 2026 sulla timochinone evidenzia inoltre che i dati tossicologici disponibili non sono ancora sufficienti per considerare completamente definito il profilo di sicurezza necessario per studi clinici di grandi dimensioni. In presenza di ipercolesterolemia diagnosticata, è quindi consigliabile discutere l’utilizzo di un integratore con il proprio medico, soprattutto se si stanno già assumendo farmaci.

Cumino nero: una prospettiva interessante

Le evidenze scientifiche disponibili rendono Nigella sativa una pianta di notevole interesse per la ricerca sul metabolismo lipidico. Le metanalisi cliniche hanno evidenziato possibili riduzioni del colesterolo totale, LDL e trigliceridi, mentre alcuni studi hanno osservato anche modificazioni dell’HDL.

L’olio e i semi non sembrano necessariamente produrre gli stessi effetti, e la risposta può dipendere dalla preparazione, dal dosaggio e dalla durata dell’integrazione.

La timochinone rappresenta uno dei principali candidati responsabili degli effetti biologici osservati e la ricerca più recente sta approfondendo il suo possibile ruolo nei processi che collegano metabolismo lipidico, infiammazione e stress ossidativo.

Nel complesso, il cumino nero può essere considerato un interessante supporto nutrizionale nell’ambito di uno stile di vita orientato alla salute cardiovascolare, ma le attuali evidenze non giustificano la sostituzione delle terapie prescritte per l’ipercolesterolemia.

Una corretta alimentazione, l’attività fisica, il controllo del peso, l’astensione dal fumo e, quando indicato, la terapia farmacologica rimangono elementi fondamentali nella gestione del rischio cardiovascolare.

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Riferimenti scientifici

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  2. Darakhshan S, Bidmeshki Pour A, Hosseinzadeh Colagar A, Sisakhtnezhad S. Thymoquinone and its therapeutic potentials. Pharmacological Research. 2015;95-96:138-158. doi:10.1016/j.phrs.2015.03.011.
  3. Effects of Nigella sativa supplementation on lipid profiles in adults: An updated systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Clinical Nutrition ESPEN. doi:10.1016/j.clnesp.2024.03.020. La revisione ha incluso 34 studi e 2.278 partecipanti.
  4. Ahmed S, Ali MS et al. Black Cumin Seed (Nigella sativa) Confers Anti-Adipogenic Effects in 3T3-L1 Cellular Model and Lipid-Lowering Properties in Human Subjects. Food Science & Nutrition. 2025;13(9). doi:10.1002/fsn3.70888.
  5. Fic W, Kwaśniewska K, Polak-Szczybyło E. Thymoquinone in Atherosclerosis: A Multi-Target Nutraceutical Modulating Inflammation, Oxidative Stress, and Lipid Metabolism. Nutrients. 2026;18(9):1480. doi:10.3390/nu18091480.
  6. Razmpoosh E et al. The effect of Nigella sativa supplementation on cardiovascular risk factors in obese and overweight women: a crossover, double-blind, placebo-controlled randomized clinical trial. Eur J Nutr. 2021 Jun;60(4):1863-1874.

 

 

La natura rappresenta da sempre una fonte importante di sostanze bioattive utilizzate dalla ricerca farmacologica. Numerosi principi attivi di origine vegetale hanno infatti contribuito alla scoperta e allo sviluppo di farmaci moderni.

Una recente revisione scientifica pubblicata nel 2025 sulla rivista Chinese Medicine ha analizzato oltre 1.100 studi dedicati a diversi composti naturali studiati per la loro possibile attività antitumorale.

La revisione, intitolata “Natural anti-cancer products: insights from herbal medicine”, ha preso in considerazione studi cellulari, modelli animali e moderne analisi multi-omiche, concentrandosi sui meccanismi molecolari attraverso i quali alcune sostanze naturali potrebbero interferire con i processi coinvolti nello sviluppo e nella progressione dei tumori.

È importante sottolineare che si tratta principalmente di evidenze precliniche: i risultati ottenuti in laboratorio o negli animali non dimostrano automaticamente un’efficacia terapeutica nell’uomo.

Quali sono i 12 composti naturali studiati?

Dalla revisione emergono 12 sostanze o gruppi di composti che hanno mostrato ripetutamente attività interessanti nei modelli sperimentali analizzati.

Sostanze naturali contro il cancro

1. EGCG del tè verde

L’EGCG, ovvero epigallocatechina gallato, è una delle principali catechine presenti nel tè verde. Gli studi analizzati hanno evidenziato diversi possibili meccanismi d’azione, tra cui l’interferenza con alcune vie coinvolte nella crescita cellulare, la promozione dell’apoptosi e la modulazione dei processi infiammatori.

Tra i meccanismi studiati troviamo:

  • modulazione delle vie PI3K/AKT/mTOR;
  • promozione della morte cellulare programmata;
  • riduzione di alcuni segnali infiammatori;
  • interferenza con angiogenesi e invasività cellulare;
  • possibile modulazione di meccanismi associati alla resistenza ai farmaci.

2. Triptolide e celastrol

Triptolide e celastrol sono composti presenti nella pianta Tripterygium wilfordii, conosciuta anche come “vite del dio del tuono”. La ricerca preclinica ha evidenziato una notevole attività biologica di queste molecole, che possono interferire con diversi meccanismi cellulari.

Sono stati studiati in particolare per la capacità di:

  • modulare vie come NF-κB, STAT3 e AKT/mTOR;
  • favorire l’apoptosi;
  • influenzare il ciclo cellulare;
  • interferire con alcuni meccanismi di evasione immunitaria.

3. Artemisinina

L’artemisinina è un composto ottenuto da Artemisia annua. È conosciuta soprattutto per il suo impiego farmacologico contro la malaria, ma la ricerca sta studiando anche altri possibili effetti biologici.

Negli studi preclinici sono stati osservati meccanismi che comprendono:

  • aumento dello stress ossidativo nelle cellule tumorali;
  • interferenza con l’angiogenesi;
  • riduzione della capacità invasiva delle cellule;
  • modulazione di alcune vie associate alla resistenza ai farmaci.

4. Ginsenosidi del ginseng

I ginsenosidi sono i principali composti bioattivi caratteristici del ginseng.

La ricerca sperimentale ha evidenziato possibili effetti su diversi processi cellulari coinvolti nella progressione tumorale, tra cui:

  • modulazione dell’apoptosi;
  • interferenza con alcuni meccanismi di metastatizzazione;
  • regolazione di vie immunitarie;
  • influenza su p53 e PTEN;
  • possibile interazione con il microbiota intestinale.

Il ginseng è inoltre studiato per il suo possibile ruolo nel supporto dell’organismo e nella gestione della stanchezza, anche in ambito oncologico.

5. Curcumina

La curcumina è uno dei principali componenti bioattivi della curcuma.

È una delle sostanze naturali maggiormente studiate dalla ricerca scientifica e, nei modelli preclinici, ha mostrato la capacità di intervenire su numerose vie cellulari.

Tra i meccanismi studiati:

  • induzione dell’apoptosi e di altre forme di morte cellulare;
  • modulazione dell’infiammazione;
  • interferenza con l’angiogenesi;
  • influenza su alcuni meccanismi di resistenza ai farmaci;
  • riduzione di marcatori associati all’invasività cellulare.

6. Icariina (Horny Goat Weed / Erba di capra cornea)

L’icariina è un flavonoide associato alle piante del genere Epimedium. Gli studi preclinici hanno evidenziato possibili effetti sulla risposta immunitaria e sulle vie di crescita cellulare.

In particolare, sono stati studiati:

  • modulazione dell’espressione di PD-L1;
  • influenza sulle vie PI3K/AKT;
  • possibile interferenza con alcuni meccanismi di resistenza ai farmaci;
  • riduzione di alcuni segnali associati all’invasività cellulare.

7. Resveratrolo

Il resveratrolo è un polifenolo presente soprattutto nella buccia dell’uva rossa e in diversi frutti di bosco. È da tempo oggetto di numerose ricerche per le sue proprietà biologiche.

In ambito oncologico sperimentale, gli studi hanno analizzato la sua possibile capacità di:

  • modulare p53;
  • ridurre alcuni segnali infiammatori;
  • influenzare i processi di invasione cellulare;
  • attivare differenti vie di morte cellulare;
  • interagire con alcuni trattamenti convenzionali.

8. Apigenina (Camomilla)

L’apigenina è un flavonoide presente in diverse piante e alimenti, tra cui la camomilla, il prezzemolo e il sedano. La maggior parte delle evidenze relative al suo possibile ruolo antitumorale deriva da studi in vitro e da modelli animali.

Tra i meccanismi studiati troviamo:

  • modulazione di PI3K/AKT, EGFR ed ERK;
  • influenza sull’espressione di PD-L1;
  • possibile modulazione dei meccanismi di resistenza ai farmaci;
  • interferenza con processi di invasione cellulare;
  • induzione dell’apoptosi e di altre forme di morte cellulare.

9. Acido ursolico

L’acido ursolico è un composto naturale presente, tra le altre fonti vegetali, nella buccia delle mele, nel basilico e nel rosmarino. Le ricerche disponibili sono principalmente precliniche e hanno studiato la sua capacità di interferire con diversi processi cellulari.

Sono stati analizzati in particolare:

  • modulazione di p53 e dello stress ossidativo;
  • interferenza con la via AKT/mTOR;
  • possibile riduzione dei processi associati alla metastatizzazione;
  • influenza sulla ferroptosi;
  • possibile interazione con meccanismi di resistenza ai farmaci.

10. Silibinina (Cardo Mariano)

La silibinina è uno dei principali componenti della silimarina, estratta dal cardo mariano. La ricerca preclinica ha studiato il suo possibile ruolo nella modulazione di diversi meccanismi cellulari coinvolti nella progressione tumorale.

Tra quelli analizzati:

  • modulazione di mTOR e STAT3;
  • interferenza con l’angiogenesi;
  • influenza sulla via Wnt/β-catenina;
  • supporto alla funzionalità mitocondriale;
  • modulazione dell’espressione di PD-L1.

11. Berberina

La berberina è un alcaloide naturale presente in diverse piante medicinali, tra cui Coptis chinensis e Hydrastis canadensis. Gli studi sperimentali hanno esaminato la sua capacità di interferire con numerose vie cellulari.

Tra i meccanismi studiati:

  • modulazione delle vie PI3K/AKT;
  • influenza su HER2 e TGF-β;
  • riduzione di alcuni segnali infiammatori;
  • possibile interferenza con meccanismi di resistenza ai farmaci.

12. Emodina

L’emodina è un composto antrachinonico presente in piante come il rabarbaro e il poligono del Giappone. Le evidenze disponibili sono prevalentemente precliniche e suggeriscono possibili interazioni con diversi meccanismi cellulari.

La ricerca ha studiato in particolare:

  • modulazione delle vie Wnt/β-catenina, STAT3 e NF-κB;
  • induzione di diverse forme di morte cellulare;
  • interferenza con il metabolismo delle cellule tumorali;
  • influenza sulle molecole coinvolte nell’invasività;
  • possibile modulazione della resistenza ai farmaci.

Cosa ci insegna questa ricerca?

Uno degli aspetti più interessanti della revisione è che molti dei composti analizzati sembrano intervenire contemporaneamente su diversi processi biologici. Gli studi hanno evidenziato possibili interazioni con meccanismi coinvolti nella crescita cellulare, nell’infiammazione, nell’angiogenesi, nella metastatizzazione, nell’evasione immunitaria e nella resistenza ai farmaci.

Questo approccio multifattoriale rappresenta uno degli elementi che rendono le sostanze naturali particolarmente interessanti per la ricerca farmacologica.

Dalla ricerca di laboratorio all’uomo

È però fondamentale distinguere tra attività antitumorale osservata in laboratorio ed efficacia clinica dimostrata nei pazienti. Un composto può mostrare risultati molto promettenti su cellule tumorali coltivate in laboratorio o in modelli animali, ma ciò non significa automaticamente che possa prevenire o curare un tumore nell’uomo.

Sono necessari studi clinici rigorosi per stabilire efficacia, dosaggio, sicurezza, interazioni con altri trattamenti e reale utilità terapeutica. La revisione pubblicata nel 2025 rappresenta quindi soprattutto una fotografia dello stato della ricerca preclinica sui composti naturali studiati in ambito oncologico.

Natura e ricerca farmacologica

Lo studio conferma quanto il mondo naturale continui a rappresentare una fonte importante di molecole bioattive. Tè verde, curcuma, ginseng, uva, camomilla, cardo mariano e numerose altre piante contengono sostanze che la ricerca scientifica continua ad approfondire.

Il loro interesse non deriva però dalla semplice etichetta di “naturale”, ma dalla possibilità di identificare molecole specifiche, comprenderne i meccanismi biologici e verificare attraverso studi rigorosi se possano avere una reale applicazione terapeutica.

Fonte scientifica: Cui D., Zhang C., Zhang L. et al. Natural anti-cancer products: insights from herbal medicine. Chinese Medicine 20, 82 (2025). DOI: 10.1186/s13020-025-01124-y.

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L’ADHD, Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, è uno dei più comuni disturbi del neurosviluppo. Può manifestarsi con difficoltà persistenti nel mantenere l’attenzione, impulsività, iperattività e problemi nell’organizzazione delle attività quotidiane.

Non si tratta semplicemente di una difficoltà a “stare attenti”. L’ADHD può influenzare l’apprendimento, il rendimento scolastico e lavorativo, le relazioni sociali, la gestione del tempo e la capacità di autoregolazione.

Un elemento particolarmente importante è la frequente presenza di altre condizioni associate. L’ADHD può infatti accompagnarsi a disturbi neuroevolutivi, disturbi oppositivo-provocatori e della condotta, disturbi d’ansia e dell’umore. Sono state inoltre osservate associazioni con alcune condizioni fisiche, tra cui obesità, disturbi del sonno e asma. La presenza contemporanea di più problematiche può aumentare la complessità del quadro e rendere necessario un approccio diagnostico e terapeutico personalizzato.

Quanto è diffuso l’ADHD?

Comprendere la reale diffusione dell’ADHD è importante per organizzare adeguatamente i servizi sanitari, i percorsi diagnostici e le strategie di prevenzione e assistenza.

Le stime disponibili possono tuttavia essere molto diverse tra loro, perché dipendono dalla popolazione studiata, dai criteri diagnostici utilizzati e dal metodo con cui vengono identificati i casi.

Le precedenti revisioni epidemiologiche internazionali, basate soprattutto sui criteri diagnostici DSM, hanno generalmente collocato la prevalenza dell’ADHD nell’infanzia e nell’adolescenza intorno al 5-7%. Alcune metanalisi hanno stimato una prevalenza globale nei bambini e negli adolescenti intorno al 7%.

Un importante studio pubblicato nel 2026 su Molecular Psychiatry, utilizzando i dati del Global Burden of Disease Study 2021, ha fornito una fotografia epidemiologica aggiornata dell’ADHD in 204 Paesi e territori.

Secondo questa analisi, nel 2021 vivevano nel mondo circa 46,9 milioni di bambini e giovani di età inferiore ai 20 anni con ADHD. La prevalenza globale stimata era pari all’1,78%, mentre nello stesso anno sarebbero stati circa 4,11 milioni i nuovi casi, corrispondenti a un’incidenza dello 0,16%.

Questa percentuale più bassa rispetto alle precedenti stime del 5-7% non rappresenta necessariamente una contraddizione. Il modello GBD integra infatti studi condotti utilizzando criteri diagnostici differenti, compresi quelli basati sulla classificazione ICD, che può identificare una popolazione più ristretta rispetto ai criteri DSM. Inoltre, gli stessi autori evidenziano la possibilità di una sottostima, soprattutto nei Paesi in cui l’accesso alla diagnosi e ai servizi specialistici è limitato.

È quindi più corretto considerare le diverse percentuali come stime ottenute attraverso metodologie differenti, piuttosto che come valori alternativi tra loro.

L’ADHD interessa soprattutto i maschi?

ADHD: attenzione, nutrizione e nutraceutici

L’ADHD viene diagnosticato più frequentemente nei maschi rispetto alle femmine. I dati GBD 2021 relativi ai soggetti sotto i 20 anni indicano una prevalenza stimata del 2,52% nei maschi, rispetto allo 0,99% nelle femmine.

Il rapporto tra diagnosi maschili e femminili non significa però necessariamente che il disturbo sia realmente molto più raro nelle ragazze. Nelle femmine può manifestarsi più frequentemente attraverso difficoltà attentive e problemi di autoregolazione meno evidenti, mentre l’iperattività e l’impulsività possono essere meno marcate. Questo può contribuire a una minore probabilità di riconoscimento e a diagnosi più tardive.

Un disturbo che può proseguire nell’età adulta

L’ADHD non è esclusivamente un disturbo dell’infanzia. In una parte delle persone i sintomi persistono durante l’adolescenza e nell’età adulta, assumendo caratteristiche che possono incidere sulla vita quotidiana, sul lavoro e sulle relazioni.

Nell’adulto possono diventare particolarmente evidenti le difficoltà di organizzazione, gestione del tempo, concentrazione prolungata, controllo degli impulsi e regolazione delle emozioni. Per questo motivo, quando si parla di ADHD, è importante considerare l’intero arco della vita e non soltanto la popolazione pediatrica.

La situazione in Italia

Anche per l’Italia le stime possono variare in funzione dei criteri utilizzati. Le valutazioni disponibili indicano comunque che l’ADHD rappresenta un problema di salute tutt’altro che trascurabile. Una stima riportata in documenti AIFA considera una prevalenza intorno al 5% nella popolazione in età scolare e al 3% negli adulti, corrispondente indicativamente a circa 300.000 minori e 1,5 milioni di adulti potenzialmente interessati.

Altre analisi epidemiologiche italiane hanno prodotto valori inferiori, confermando quanto sia importante non attribuire alla popolazione italiana un’unica percentuale rigida. Un ulteriore elemento da considerare è il possibile divario tra prevalenza reale, prevalenza stimata e diagnosi effettivamente effettuate. Non tutte le persone che presentano caratteristiche compatibili con l’ADHD arrivano infatti a una valutazione specialistica.

Più diagnosi e più attenzione al disturbo

Negli ultimi anni si è osservato un aumento dell’attenzione clinica e sociale verso l’ADHD, sia in età pediatrica sia nell’adulto. L’incremento delle diagnosi e dei trattamenti non deve però essere interpretato automaticamente come prova di un aumento della prevalenza biologica del disturbo.

L’aumento può essere influenzato da diversi fattori: maggiore consapevolezza da parte delle famiglie e degli operatori sanitari, migliore capacità di riconoscere i sintomi, criteri diagnostici più accurati, maggiore accesso ai servizi specialistici e maggiore attenzione all’ADHD nell’età adulta.

Anche i dati relativi ai trattamenti farmacologici devono quindi essere interpretati in questo contesto. In Italia, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha attivato specifici sistemi di monitoraggio per i principali medicinali utilizzati nel trattamento dell’ADHD, tra cui metilfenidato e atomoxetina. L’aumento dei trattamenti registrati negli ultimi anni testimonia una maggiore presa in carico del disturbo, ma non coincide automaticamente con un aumento equivalente della sua prevalenza.

ADHD e nutrizione: quale possibile ruolo?

ADHD: attenzione, nutrizione e nutraceutici

Una volta effettuata la diagnosi e definito il percorso clinico più appropriato, l’attenzione può essere rivolta anche agli stili di vita e allo stato nutrizionale.

È proprio in questo ambito che si inserisce l’interesse crescente per alcuni nutraceutici e sostanze di origine naturale, studiati per il loro possibile ruolo nel sostenere attenzione, concentrazione, funzioni cognitive e benessere generale.

È fondamentale, tuttavia, mantenere una distinzione precisa: un nutraceutico non deve essere considerato una cura dell’ADHD e non può sostituire una terapia prescritta dal medico. Le evidenze scientifiche disponibili suggeriscono piuttosto la possibilità che alcuni nutrienti o estratti possano rappresentare, in determinate situazioni, un supporto complementare, sempre valutando le caratteristiche individuali della persona.

L-teanina e caffeina

Tra le sostanze maggiormente studiate troviamo la L-teanina, aminoacido presente naturalmente nel tè, e la caffeina. La L-teanina è stata studiata soprattutto per i suoi possibili effetti sul sonno e sull’attenzione. Alcune ricerche indicano un miglioramento dell’efficienza del sonno, mentre le evidenze sugli altri parametri del sonno sono meno uniformi.

Anche la caffeina da sola non ha mostrato risultati sufficientemente solidi per essere considerata un trattamento dell’ADHD. Maggiore interesse ha suscitato invece la combinazione L-teanina + caffeina.

Uno studio randomizzato, in doppio cieco e crossover pubblicato nel 2026 su Nutritional Neuroscience ha confrontato la combinazione L-teanina/caffeina con metilfenidato e placebo in 21 adolescenti con ADHD, di età compresa tra 10 e 19 anni.

Lo studio ha osservato una riduzione degli errori di commissione sia con la combinazione ad alto dosaggio sia con il metilfenidato, senza una differenza significativa tra i due interventi per questo parametro. Il metilfenidato ha tuttavia mostrato un vantaggio sul tempo di reazione.

Si tratta di risultati interessanti, ma ottenuti su un campione molto piccolo e che non consentono di considerare la combinazione L-teanina/caffeina come alternativa alla terapia farmacologica.

Bacopa monnieri e Ginkgo biloba

Anche alcuni estratti vegetali sono stati oggetto di studi nell’ambito dell’attenzione e delle funzioni cognitive.

La Bacopa monnieri è stata studiata per i possibili effetti su attenzione, memoria e alcuni sintomi comportamentali. Le evidenze disponibili mostrano risultati interessanti soprattutto relativamente alla componente inattentiva e alle funzioni cognitive.

Il Ginkgo biloba è stato a sua volta studiato nell’ADHD. Alcuni studi hanno rilevato una riduzione dei sintomi, soprattutto dell’inattenzione, ma con un’efficacia inferiore rispetto al metilfenidato.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista Nutrients ha analizzato diverse categorie di integratori e micronutrienti, evidenziando possibili benefici su alcuni sintomi dell’ADHD, ma anche la necessità di ulteriori studi di qualità. Il messaggio scientifico più importante è quindi che queste sostanze possono essere oggetto di interesse come supporto, ma non possono essere considerate sostitutive dei trattamenti approvati.

Omega-3, zinco, ferro, magnesio e vitamina D

Anche alcuni nutrienti sono stati studiati in relazione all’ADHD. Tra questi troviamo gli acidi grassi omega-3 EPA e DHA, lo zinco, il ferro, il magnesio e la vitamina D.

In questo caso è particolarmente importante evitare generalizzazioni. L’eventuale integrazione dovrebbe essere valutata soprattutto quando esiste una carenza o un apporto insufficiente documentato. Per esempio, il ferro può avere particolare rilevanza quando i livelli di ferritina risultano bassi; analogamente, la vitamina D dovrebbe essere integrata in presenza di una carenza accertata o sulla base delle indicazioni del medico.

L’obiettivo non è quindi assumere indiscriminatamente numerosi integratori, ma individuare, quando necessario, eventuali carenze o squilibri nutrizionali correggibili.

Klamin e Klamath: un interesse crescente per la ricerca

Tra gli ingredienti di origine naturale che stanno suscitando interesse rientra anche il Klamin®, estratto brevettato ottenuto dalla microalga Klamath (Aphanizomenon flos-aquae). Il Klamin è caratterizzato dalla presenza di feniletilamina (PEA) e contiene naturalmente altri composti bioattivi, tra cui pigmenti e sostanze ad attività antiossidante.

L’interesse nei confronti del Klamath e dei suoi estratti riguarda in particolare il possibile sostegno alle funzioni cognitive, alla vitalità mentale e al benessere dell’organismo.

Nel contesto dell’ADHD è però importante utilizzare un linguaggio corretto: Klamin non deve essere presentato come trattamento dell’ADHD, ma come ingrediente nutrizionale che può rientrare in un approccio complementare, sempre nell’ambito di una valutazione individuale.

Particolare attenzione deve essere posta anche alle possibili interazioni con farmaci. Chi assume antidepressivi o farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale dovrebbe consultare il proprio medico prima di utilizzare prodotti contenenti Klamin.

NEUROFLOR AD e NEUROFLOR ADI

Nel catalogo di Erboristeria Arcobaleno sono presenti anche formulazioni specificamente rivolte al supporto nutrizionale e naturale nell’ambito dell’attenzione e dell’iperattività.

NEUROFLOR AD è proposto per l’area del deficit dell’attenzione e contiene, tra gli altri ingredienti, estratto di Rhodiola rosea e Klamath.

NEUROFLOR ADI è invece formulato con particolare riferimento all’area del deficit dell’attenzione associato all’iperattività e contiene Rhodiola e Klamath insieme ad altri estratti vegetali e floreali.

Questi prodotti devono essere considerati nell’ambito di un percorso di supporto, non come sostituti della diagnosi o delle terapie prescritte dal medico. Per conoscere le caratteristiche dei prodotti dedicati al benessere dei più giovani è possibile consultare la sezione Arcobaleno Bimbi, dove sono raccolte le proposte dedicate a bambini e ragazzi.

Integratori alimentari: quale ruolo possono avere?

Gli integratori alimentari non sono farmaci e, pertanto, non hanno lo scopo di curare una patologia, ma di integrare o supplementare la dieta.

In quanto prodotti alimentari, possono trovare indicazione quando siano presenti carenze nutrizionali documentate, oppure in situazioni di rischio o di aumentato fabbisogno associate a particolari condizioni o abitudini alimentari. In questo senso, si può parlare in modo estensivo del loro ruolo “salutistico”, inteso come contributo al mantenimento del benessere e del normale funzionamento dell’organismo.

È tuttavia fondamentale ricordare che gli integratori non possono e non devono sostituire un’alimentazione adeguata e bilanciata, che rimane la principale fonte di macro- e micronutrienti.

Questo principio assume un’importanza ancora maggiore in età pediatrica. Durante l’infanzia e l’adolescenza, infatti, l’alimentazione deve fornire tutti i nutrienti necessari al corretto sviluppo psicofisico, tenendo conto della crescita, del fabbisogno energetico individuale e del livello di attività fisica.

Nel caso dell’ADHD, quindi, l’eventuale ricorso a specifici nutrienti o integratori dovrebbe essere considerato all’interno di un approccio personalizzato, valutando innanzitutto l’alimentazione, eventuali carenze documentate e le caratteristiche individuali del bambino o dell’adolescente.

Gli integratori possono eventualmente rappresentare un supporto complementare, ma non sostituiscono né la valutazione specialistica né le strategie terapeutiche eventualmente prescritte dal medico.

Conclusioni

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo frequente, che può interessare sia l’infanzia sia l’età adulta e che può essere associato ad altre condizioni neuropsichiatriche e fisiche.

Le diverse stime epidemiologiche dimostrano quanto sia complesso quantificare il fenomeno: le metanalisi basate sui criteri DSM arrivano generalmente a percentuali più elevate, mentre le stime del Global Burden of Disease forniscono valori inferiori, anche per le differenti metodologie diagnostiche utilizzate.

Ciò che emerge con chiarezza è l’importanza di riconoscere precocemente il disturbo e garantire un percorso di valutazione e trattamento adeguato.

Parallelamente, la ricerca sta approfondendo il possibile ruolo di diversi nutrienti, estratti vegetali e nutraceutici, tra cui omega-3, Bacopa, Ginkgo, L-teanina, Klamath e Klamin.

Le evidenze attuali suggeriscono prudenza: questi strumenti possono avere un possibile ruolo complementare, ma non sostituiscono la diagnosi, il monitoraggio e le terapie indicate dagli specialisti.

Bibliografia

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  2. Nutrients (2025) – Efficiency of Different Supplements in Alleviating Symptoms of ADHD with or Without the Use of Stimulants: A Systematic Review. Nutrients. 2025;17(9):1482. DOI: 10.3390/nu17091482. Leggi la revisione sistematica su Nutrients
  3. Nutritional Neuroscience (2026) – Balasooriya N. et al. Effects of L-theanine-caffeine combination on selective attention among adolescents with attention-deficit hyperactivity disorder: a double-blind, placebo-controlled, crossover study. DOI: 10.1080/1028415X.2026.2659148. Leggi lo studio su Nutritional Neuroscience
  4. Nutrigea – Klamin® – Informazioni ufficiali sull’estratto brevettato della microalga Klamath e sulla sua composizione. Approfondisci Klamin®
  5. Nutrigea – Klamin® Compresse – Scheda ufficiale del prodotto e caratteristiche dell’estratto Klamin®. Scheda Klamin® Compresse
  6. Erboristeria Arcobaleno – Arcobaleno Bimbi – Informazioni sui prodotti NEUROFLOR AD e NEUROFLOR ADI e sulla linea dedicata ai bambini. Scopri Arcobaleno Bimbi
  7. Nutritional Neuroscience (2026), studio crossover randomizzato su L-teanina/caffeina, metilfenidato e placebo negli adolescenti con ADHD. DOI: 10.1080/1028415X.2026.2659148
  8. Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), documentazione epidemiologica e monitoraggio dei trattamenti farmacologici dell’ADHD.
  9. L’alga Klamath e i suoi estratti: per l’ADHD e non solo…

Avvertenza

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce il parere del medico, del pediatra o di altro professionista sanitario.

 

Il Chaga, conosciuto scientificamente come Inonotus obliquus, è un fungo medicinale che cresce principalmente nelle regioni fredde e boreali dell’emisfero settentrionale, soprattutto su betulle. Utilizzato da lungo tempo nelle tradizioni popolari del Nord Europa e dell’Asia settentrionale, oggi è oggetto di crescente interesse da parte della ricerca scientifica per la particolare ricchezza di polisaccaridi, polifenoli e triterpeni.

Per il suo caratteristico aspetto scuro e irregolare, il Chaga viene chiamato anche “diamante della foresta” o “perla nera”.

Le ricerche moderne stanno studiando in particolare le proprietà antiossidanti e immunomodulanti degli estratti di Inonotus obliquus, oltre al possibile coinvolgimento di alcuni suoi composti bioattivi in diversi processi biologici.

Che cos’è il Chaga (Inonotus obliquus)?

Inonotus obliquus è un fungo appartenente alla famiglia delle Hymenochaetaceae. Cresce prevalentemente sui tronchi di betulla e di altre latifoglie nelle foreste boreali e nelle zone caratterizzate da climi freddi.

La parte più caratteristica è lo sclerozio, una formazione scura e dura che si sviluppa sulla corteccia dell’albero e che contiene numerosi composti bioattivi.

Il Chaga è conosciuto nella medicina tradizionale di alcune popolazioni dell’Europa settentrionale, della Russia e dell’Asia. Tradizionalmente veniva preparato soprattutto come decotto o infuso, ottenuto dalla lavorazione del fungo essiccato.

La ricerca moderna ha successivamente concentrato l’attenzione sulla composizione chimica del fungo e sulle caratteristiche dei suoi estratti.

Chaga e medicina tradizionale

Il fungo Chaga (Inonotus obliquus) vanta una lunga storia di utilizzo nella medicina popolare di diverse aree del mondo, in particolare Russia, Siberia, Cina, Giappone, Corea ed Europa orientale.

Tradizionalmente veniva preparato soprattutto sotto forma di infuso o decotto, ottenuto dal fungo essiccato, e utilizzato nell’ambito delle pratiche popolari per il benessere generale e per diversi disturbi dell’apparato digerente.

Le fonti storiche riportano l’impiego del Chaga anche in relazione a disturbi gastrointestinali, problematiche epatiche e cardiovascolari e, in alcune tradizioni, come rimedio popolare per altre condizioni.

L’interesse della ricerca moderna nasce proprio da questa lunga tradizione d’uso. Gli studi hanno successivamente analizzato la composizione di Inonotus obliquus, identificando numerose sostanze bioattive, tra cui polisaccaridi, β-glucani, triterpeni, polifenoli, betulina, acido betulinico e inotodiolo.

Dalla medicina popolare alla ricerca scientifica

Chaga: la perla nera

Negli ultimi decenni il Chaga è stato studiato soprattutto per le sue possibili attività antiossidanti e immunomodulanti. Sono state inoltre condotte ricerche sperimentali sui suoi componenti in relazione a diversi processi biologici.

Il valore del Chaga risiede quindi oggi soprattutto nell’interesse scientifico verso la sua particolare composizione e verso le biomolecole che contiene.

Questo approccio permette di valorizzare la tradizione del “fungo della perla nera” senza confondere l’uso tradizionale con una dimostrata efficacia terapeutica.

A partire dal XX secolo sono aumentati gli studi dedicati alla composizione del Chaga e alle possibili attività biologiche dei suoi estratti. Le ricerche hanno evidenziato la presenza di numerose molecole di interesse, favorendo lo sviluppo di estratti più concentrati e standardizzati.

Quali sono i principali principi attivi del Chaga?

Uno degli aspetti più interessanti di Inonotus obliquus è la varietà di sostanze bioattive presenti nel fungo.

Tra le principali troviamo:

  • polisaccaridi, inclusi polisaccaridi ricchi di β-glucani;
  • triterpeni;
  • polifenoli e composti fenolici;
  • betulina e acido betulinico;
  • inotodiolo;
  • altri composti ad attività antiossidante.

La composizione può variare in funzione dell’origine del fungo, della parte utilizzata e soprattutto del metodo di estrazione e standardizzazione.

Le revisioni scientifiche più recenti evidenziano proprio l’importanza della struttura dei polisaccaridi, del loro peso molecolare e delle caratteristiche dell’estratto nel determinare le attività biologiche osservate negli studi sperimentali.

Polisaccaridi del Chaga e sistema immunitario

I polisaccaridi di Inonotus obliquus rappresentano una delle categorie di composti maggiormente studiate. Le ricerche sperimentali hanno evidenziato possibili attività immunomodulanti, cioè la capacità di influenzare alcuni meccanismi coinvolti nella risposta immunitaria.

Questo non significa che il Chaga “stimoli” indiscriminatamente le difese immunitarie. Il termine immunomodulante indica più correttamente un’interazione con specifici meccanismi della risposta immunitaria.

Le evidenze disponibili suggeriscono un potenziale interesse dei polisaccaridi del Chaga per la ricerca nutraceutica e farmacologica, ma sono necessari ulteriori studi clinici per stabilire quanto questi risultati possano essere trasferiti all’uomo.

Chaga e attività antiossidante

Un’altra caratteristica frequentemente studiata di Inonotus obliquus è la sua attività antiossidante. Diversi composti presenti nel fungo, tra cui polisaccaridi e sostanze fenoliche, sono stati studiati per la loro capacità di interagire con i processi ossidativi.

Studi sperimentali hanno evidenziato attività di contrasto ai radicali liberi in differenti modelli di laboratorio.

Chaga, betulina e acido betulinico

Tra le sostanze di particolare interesse presenti nel Chaga troviamo betulina e acido betulinico, composti appartenenti alla famiglia dei triterpeni. L’acido betulinico è stato oggetto di numerosi studi sperimentali, anche nell’ambito della ricerca oncologica. Alcuni lavori hanno osservato effetti biologici su cellule tumorali in modelli di laboratorio.

È tuttavia fondamentale precisare che questi risultati non dimostrano che il Chaga sia una cura contro il cancro. La ricerca oncologica sul fungo riguarda principalmente meccanismi cellulari e modelli preclinici e non può essere utilizzata per sostituire terapie oncologiche comprovate.

Chaga e ricerca cardiovascolare

Tra gli ambiti di ricerca che hanno suscitato interesse verso il Chaga (Inonotus obliquus) rientra anche quello cardiovascolare.

Alcuni studi sperimentali hanno valutato l’azione degli estratti di Chaga sul metabolismo dei lipidi e sullo stress ossidativo, osservando risultati interessanti soprattutto in modelli animali.

In particolare, uno studio condotto per otto settimane su ratti alimentati con una dieta ad alto contenuto di grassi ha osservato, dopo la somministrazione di polisaccaridi di Inonotus obliquus, una riduzione del colesterolo totale, del colesterolo LDL e dei trigliceridi, associata a un aumento di alcuni parametri legati alla capacità antiossidante dell’organismo.

Altri studi condotti su modelli animali hanno riportato risultati favorevoli anche sui livelli di colesterolo HDL, comunemente definito “colesterolo buono”.

Un ulteriore filone di ricerca ha esaminato l’interazione degli estratti di Chaga con l’aggregazione piastrinica, osservando in laboratorio una possibile attività inibitoria.

Chaga e apparato gastrointestinale

L’apparato gastrointestinale rappresenta uno degli ambiti legati alla tradizione d’uso del Chaga. Le preparazioni tradizionali venivano consumate soprattutto sotto forma di decotto. La ricerca contemporanea sta inoltre studiando i polisaccaridi di Inonotus obliquus in relazione al microbiota intestinale e all’asse intestino-sistema immunitario. Si tratta di un settore di ricerca particolarmente interessante, ma ancora in evoluzione.

Chaga: fungo intero, polvere ed estratto

Il Chaga può essere utilizzato in diverse forme.

  • Fungo essiccato: la materia prima essiccata può essere utilizzata per preparare tradizionalmente infusi o decotti.
  • Polvere: la polvere deriva dalla lavorazione del fungo essiccato. La concentrazione dei diversi composti può però variare considerevolmente in base alla materia prima e al processo produttivo.
  • Estratto: gli estratti di Chaga sono ottenuti attraverso specifici processi di estrazione finalizzati a concentrare determinate categorie di composti.

La qualità di un estratto dipende quindi non soltanto dalla quantità di materia prima utilizzata, ma anche dal processo di estrazione, dalla standardizzazione e dalla composizione finale.

Gli estratti possono essere ottenuti con tecnologie sostenibili che preservano l’integrità dei composti funzionali. Il risultato è un’elevata concentrazione delle sostanze di interesse medico, con un miglior profilo di efficacia. Inoltre, la standardizzazione assicura una composizione costante in termini di contenuto di polisaccaridi, terpeni, zinco e altri micronutrienti..

Chaga e sicurezza: attenzione all’uso prolungato

Un aspetto particolarmente importante riguarda il contenuto di ossalati. In letteratura sono stati descritti casi di danno renale associati all’assunzione prolungata o elevata di preparazioni a base di Chaga, in particolare di polvere. È quindi opportuno evitare l’automedicazione con quantità elevate o l’uso prolungato senza una valutazione professionale.

Particolare prudenza è consigliabile in presenza di problemi renali, terapie farmacologiche o condizioni cliniche che richiedano un controllo medico.

Curiosità

Oggi il Chaga è uno dei funghi medicinali più popolari e studiati a livello internazionale.

Nel 1955 è stato ufficialmente riconosciuto dal Russian Medical Research Council per il suo impiego nel trattamento dei tumori, in particolare quelli gastrici e polmonari.

Il premio Nobel Aleksandr Solženicyn ne ha descritto l’uso tradizionale e le sue proprietà medicinali nei suoi scritti del 1968 e del 1971, ispirati alle esperienze vissute in Siberia.

Mico-Chaga Hifas da Terra: estratto puro di Chaga

Chaga: la perla nera

Tra gli integratori a base di Inonotus obliquus, Mico-Chaga di Hifas da Terra, proposto da Erboristeria Arcobaleno, è una formulazione specificamente dedicata al Chaga. A differenza degli integratori che associano diverse specie di funghi medicinali, Mico-Chaga è progettato esclusivamente a base di estratto di Chaga (Inonotus obliquus), arricchito con vitamina C da acerola.

Il risultato è una formulazione pensata per chi desidera conoscere con precisione la natura dell’estratto utilizzato e le principali biomolecole che lo caratterizzano.

Un estratto di Chaga standardizzato

Uno degli aspetti più interessanti di Mico-Chaga è la standardizzazione dell’estratto.

Hifas da Terra pone particolare attenzione alla quantità e alla tipologia delle biomolecole presenti nel Chaga, tra cui:

  • β-glucani fungini β-(1-3),(1-6) D-glucani;
  • triterpeni;
  • ergotioneina;
  • acido betulinico;
  • inotodiolo.

La presenza di queste sostanze permette di caratterizzare l’estratto in modo più preciso rispetto alla semplice indicazione generica “Chaga”. In particolare, acido betulinico e inotodiolo sono due composti caratteristici di Inonotus obliquus e rappresentano interessanti marcatori della composizione dell’estratto.

Secondo i dati riportati da Hifas da Terra, la dose giornaliera di Mico-Chaga fornisce oltre 370 mg di β-(1-3),(1-6) D-glucani, oltre a composti triterpenoidi, acido betulinico, inotodiolo ed ergotioneina.

Il particolare rapporto tra Chaga e betulla

Il Chaga presenta una caratteristica particolarmente interessante legata al suo rapporto con la betulla, uno degli alberi sui quali cresce spontaneamente.

La betulla è naturalmente ricca di betulina. Il metabolismo del fungo è in grado di trasformare la betulina in altri composti, tra cui l’acido betulinico, una delle molecole che hanno contribuito a suscitare l’interesse della ricerca scientifica sul Chaga.

La presenza di acido betulinico e inotodiolo nell’estratto rappresenta quindi un elemento particolarmente interessante per la caratterizzazione di un Chaga di qualità.

Mico-Chaga e vitamina C

Mico-Chaga associa all’estratto di Chaga la vitamina C proveniente dall’acerola. La vitamina C svolge numerose funzioni fisiologiche riconosciute e, in particolare, contribuisce alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo e al normale funzionamento del sistema immunitario.

Questa associazione completa la formulazione offrendo, accanto alle biomolecole naturalmente presenti nel fungo, un nutriente con funzioni nutrizionali ufficialmente riconosciute.

Una capsula 100% vegana

Anche la capsula è stata progettata in linea con la filosofia del prodotto. Mico-Chaga utilizza una capsula 100% vegetale, adatta a chi segue un’alimentazione vegana. La caratteristica colorazione viola della capsula è ottenuta utilizzando concentrato di succo di carota, evitando il ricorso a coloranti sintetici.

Perché scegliere Mico-Chaga?

La scelta di un integratore a base di Chaga non dovrebbe basarsi soltanto sulla quantità di fungo indicata in etichetta.

È importante considerare anche:

  • la specie utilizzata;
  • l’origine della materia prima;
  • la parte del fungo impiegata;
  • il processo di estrazione;
  • la quantità di β-glucani;
  • la presenza e la quantificazione dei triterpeni;
  • la presenza di composti caratteristici come acido betulinico e inotodiolo;
  • la qualità e la tracciabilità delle materie prime.

Mico-Chaga nasce proprio da questa filosofia: offrire un estratto puro di Inonotus obliquus del quale sia possibile conoscere e caratterizzare le principali componenti bioattive. È una scelta particolarmente interessante per chi cerca un prodotto specificamente dedicato al Chaga, anziché una miscela di differenti funghi medicinali.

Chaga: domande frequenti

Che cos’è il Chaga?

Il Chaga è il nome comune di Inonotus obliquus, un fungo che cresce soprattutto nelle foreste boreali e che presenta una lunga tradizione d’uso nella medicina popolare.

Quali sono le principali sostanze del Chaga?

Tra i principali componenti studiati troviamo polisaccaridi, β-glucani, triterpeni, polifenoli, betulina, acido betulinico e inotodiolo.

Il Chaga sostiene il sistema immunitario?

I polisaccaridi di Inonotus obliquus hanno mostrato attività immunomodulanti in numerosi studi sperimentali. Le evidenze cliniche nell’uomo sono però ancora insufficienti per attribuire al Chaga specifici effetti terapeutici.

Il Chaga è un antiossidante?

Gli estratti di Chaga hanno mostrato attività antiossidante in diversi modelli sperimentali. Questo rappresenta uno degli ambiti di ricerca più studiati sul fungo.

Il Chaga cura i tumori?

Alcuni composti del Chaga sono studiati per possibili attività antitumorali in laboratorio, ma non esistono evidenze sufficienti per considerare il Chaga una cura contro il cancro. Non deve sostituire le terapie oncologiche prescritte.

Come viene utilizzato tradizionalmente?

Tradizionalmente il Chaga veniva soprattutto preparato sotto forma di infuso o decotto a partire dal fungo essiccato.

Il Chaga è sempre sicuro?

L’uso prolungato o in quantità elevate può comportare rischi, e in letteratura sono stati riportati casi di nefropatia da ossalati associati al consumo di Chaga.

In sintesi

Il Chaga (Inonotus obliquus) è un fungo di interesse nutraceutico caratterizzato dalla presenza di polisaccaridi, triterpeni, polifenoli e altri composti bioattivi.

La ricerca scientifica sta approfondendo soprattutto le sue proprietà antiossidanti e immunomodulanti, oltre alle possibili interazioni dei suoi componenti con diversi processi biologici.

Il crescente interesse per gli estratti standardizzati rappresenta un’importante evoluzione rispetto all’uso tradizionale del fungo. Tuttavia, per molte delle applicazioni oggi studiate sono ancora necessari studi clinici nell’uomo.

Per questo il Chaga va considerato soprattutto come un fungo oggetto di ricerca e di interesse nutraceutico, senza attribuirgli proprietà terapeutiche non ancora dimostrate.

Nota: le informazioni presenti in questo articolo hanno finalità informative e non sostituiscono il parere del medico, del farmacista o di altro professionista sanitario.

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Bibliografia

Le informazioni relative alla composizione, ai principi bioattivi e alla ricerca su Inonotus obliquus sono state approfondite attraverso la letteratura scientifica indicizzata su PubMed.

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  2. Lu Y. et al., Recent Developments in Inonotus obliquus (Chaga mushroom) Polysaccharides, Polymers, 2021.
  3. Tee Yon Ern P. et al., Therapeutic properties of Inonotus obliquus (Chaga mushroom): A review, Mycology, 2024.
  4. Study on the hypolipidemic effect of Inonotus obliquus polysaccharide in hyperlipidemia rats based on the regulation of intestinal flora.
  5. Study of active components and mechanisms mediating the hypolipidemic effect of Inonotus obliquus polysaccharides.
  6. Hyun K.W. et al., Isolation and characterization of a novel platelet aggregation inhibitory peptide from the medicinal mushroom, Inonotus obliquus, Peptides, 2006.

 

 

Una domanda che ha suscitato interesse negli ultimi anni riguarda il possibile ruolo di N-acetilcisteina (NAC), vitamine, minerali e sostanze vegetali nel sostenere l’organismo dopo la vaccinazione contro Covid-19.

È importante affrontare questo argomento con equilibrio.

I vaccini a mRNA contro SARS-CoV-2 utilizzano una molecola di RNA messaggero che fornisce temporaneamente alle cellule le istruzioni per produrre la proteina Spike. Il sistema immunitario riconosce questa proteina e sviluppa una risposta immunitaria costituita da anticorpi e cellule T. Successivamente, l’mRNA vaccinale viene degradato dai normali meccanismi cellulari. Questo processo costituisce il normale meccanismo d’azione del vaccino.

Effetti avversi: cosa sappiamo realmente?

Come per qualsiasi farmaco o vaccino, anche i vaccini contro Covid-19 possono essere associati a effetti indesiderati. La maggior parte delle reazioni è generalmente transitoria. Esistono tuttavia eventi avversi rari che sono stati identificati attraverso la farmacovigilanza.

Tra questi, miocardite e pericardite sono state riconosciute come eventi molto rari associati ai vaccini mRNA Comirnaty e Spikevax. L’EMA indica che il rischio complessivo è molto basso e che questi eventi si verificano più frequentemente nei giovani uomini, soprattutto nei giorni successivi alla vaccinazione.

È quindi importante non confondere evento avverso segnalato dopo una vaccinazione con effetto certamente causato dalla vaccinazione.

La farmacovigilanza valuta infatti il rapporto temporale, la frequenza dell’evento nella popolazione e tutte le possibili spiegazioni alternative. L’EMA sottolinea espressamente che una segnalazione di sospetto evento avverso non dimostra, da sola, un rapporto causale.

È possibile prevenire gli effetti avversi con gli integratori?

Al momento non esiste una combinazione di integratori scientificamente dimostrata capace di prevenire gli effetti avversi dei vaccini mRNA, né esiste un protocollo validato per “eliminare la Spike” o neutralizzare gli effetti della vaccinazione attraverso sostanze naturali.

Alcune molecole, come NAC, vitamina C, vitamina D, zinco, quercetina e curcumina, possiedono attività biologiche interessanti e sono state studiate nel contesto dello stress ossidativo, dell’infiammazione e delle infezioni respiratorie. Tuttavia, ciò non significa che assumere queste sostanze prima o dopo la vaccinazione impedisca un eventuale evento avverso.

Per questo è più corretto parlare di supporto nutrizionale e fisiologico dell’organismo, anziché di prevenzione degli effetti collaterali vaccinali.

I principali nutrienti e composti di interesse

Se l’obiettivo è sostenere i normali sistemi di difesa antiossidante, la funzionalità immunitaria e il metabolismo cellulare, esistono diverse sostanze che meritano attenzione. Non costituiscono un trattamento degli eventi avversi vaccinali, ma possono essere considerate all’interno di una corretta alimentazione e, quando appropriato, di un’integrazione personalizzata.

Vitamina D

La vitamina D non è importante soltanto per il metabolismo del calcio e la salute delle ossa. Il suo recettore è presente in numerose cellule del sistema immunitario e la vitamina D partecipa alla regolazione della risposta immunitaria innata e adattativa.

Una quantità adeguata di vitamina D contribuisce quindi al normale funzionamento del sistema immunitario. L’interesse nei confronti delle infezioni respiratorie nasce anche dall’osservazione che livelli insufficienti sono associati, in alcuni studi, a una maggiore suscettibilità alle infezioni respiratorie. Tuttavia, gli studi di integrazione non hanno prodotto risultati uniformi e il beneficio sembra essere più plausibile nelle persone con livelli insufficienti o carenti.

Vitamina C: difesa antiossidante e sistema immunitario

La vitamina C è uno dei principali micronutrienti coinvolti nella protezione delle cellule dallo stress ossidativo.

Agisce come antiossidante e partecipa a numerosi processi biologici, tra cui la sintesi del collagene, il metabolismo del ferro e il normale funzionamento del sistema immunitario. A livello immunitario contribuisce alla funzione di diverse cellule, comprese quelle coinvolte nella risposta innata e adattativa.

Un aspetto interessante è che la vitamina C non agisce semplicemente come una molecola che “neutralizza i radicali liberi”: è inserita in una rete più ampia di sistemi antiossidanti cellulari.

Questo rende particolarmente interessante la sua associazione concettuale con NAC e glutatione, pur trattandosi di meccanismi differenti.

In sintesi: vitamina C → protezione cellulare + supporto della normale funzione immunitaria.

N-acetilcisteina: il collegamento con il glutatione

La N-acetilcisteina (NAC) occupa una posizione particolare perché fornisce cisteina, uno dei precursori necessari alla sintesi del glutatione ridotto (GSH).

Il meccanismo fondamentale può essere rappresentato: NAC → cisteina → glutatione → equilibrio redox

Il glutatione rappresenta uno dei principali sistemi antiossidanti intracellulari e partecipa alla protezione delle cellule dall’eccesso di stress ossidativo.

La NAC possiede inoltre un gruppo tiolico (-SH) e può intervenire nella chimica dei legami disolfuro. Tuttavia, la letteratura più recente invita a non considerarla semplicemente come un generico “spazzino di radicali liberi”: una parte importante dei suoi effetti dipende dalla modulazione del metabolismo dei tioli e della disponibilità intracellulare di glutatione.

Questa caratteristica rende la NAC particolarmente interessante quando si parla di stress ossidativo, infiammazione e apparato respiratorio.

Acido alfa-lipoico: metabolismo energetico e sistemi redox

L’acido alfa-lipoico (ALA) è una molecola coinvolta in importanti reazioni del metabolismo energetico mitocondriale.

La sua particolarità è la presenza di una forma ossidata e di una forma ridotta, caratteristica che le permette di partecipare ai processi di ossidoriduzione. L’ALA è stato studiato anche per il possibile ruolo nel mantenimento dell’equilibrio redox e nella modulazione dello stress ossidativo. Il suo interesse, quindi, non deriva dall’idea che possa “eliminare” sostanze specifiche dall’organismo, ma dalla sua relazione con metabolismo mitocondriale e sistemi antiossidanti.

Quercetina: flavonoide e modulazione dei segnali infiammatori

La quercetina è un flavonoide presente in numerosi alimenti vegetali, tra cui cipolle, mele e altri vegetali.

La ricerca sperimentale ha evidenziato un’interazione con diverse vie cellulari coinvolte nella risposta infiammatoria e nello stress ossidativo. Tra i meccanismi studiati vi sono la modulazione del glutatione, delle specie reattive dell’ossigeno e dell’inflammasoma NLRP3. Questo è interessante perché NLRP3 rappresenta uno dei sistemi intracellulari coinvolti nell’attivazione della risposta infiammatoria. Tuttavia, gran parte delle evidenze meccanicistiche deriva da studi preclinici, mentre le prove cliniche sono molto più limitate. Per questo è corretto descrivere la quercetina come molecola di interesse per la ricerca sull’infiammazione e sullo stress ossidativo.

Zinco: immunità, enzimi e integrità cellulare

Lo zinco è un minerale essenziale coinvolto in centinaia di processi biologici.

È particolarmente importante per il sistema immunitario: partecipa alla proliferazione e alla funzione delle cellule immunitarie, alla sintesi delle proteine e del DNA e ai processi di riparazione cellulare. Una carenza di zinco può compromettere la normale funzione immunitaria. Questo significa che lo zinco ha un ruolo importante nel mantenimento della normale risposta immunitaria, ma non che aumentarne l’assunzione oltre il necessario produca automaticamente una maggiore protezione.

L’integrazione ha quindi maggiore razionalità quando esiste un apporto insufficiente. Un eccesso prolungato può inoltre interferire con il metabolismo del rame, motivo per cui dosaggi elevati non dovrebbero essere utilizzati senza una precisa indicazione.

Magnesio: metabolismo energetico e funzione neuromuscolare

Il magnesio è coinvolto in centinaia di reazioni enzimatiche.

È necessario per il normale metabolismo energetico, la sintesi proteica e la funzione muscolare e nervosa. Contribuisce inoltre alla regolazione della pressione sanguigna e al metabolismo della vitamina D. Il suo ruolo, quindi, è molto più ampio rispetto alla semplice funzione di “rilassante muscolare” con cui viene spesso associato.

Nel contesto di questo articolo il magnesio può essere considerato soprattutto come elemento di supporto dello stato nutrizionale e del metabolismo cellulare.

Curcumina: modulazione dell’infiammazione e dello stress ossidativo

La curcumina, principale componente bioattivo della curcuma, è probabilmente uno dei composti vegetali più studiati in relazione all’infiammazione.

Una meta-analisi pubblicata nel 2024 ha rilevato effetti favorevoli della supplementazione di curcumina su diversi biomarcatori, tra cui PCR, IL-6, TNF-α, malondialdeide, SOD e glutatione perossidasi, oltre ad alcuni parametri di funzione endoteliale. Gli autori sottolineano comunque che i risultati non sono uniformi per tutti gli outcome.

Una revisione sistematica ancora più ampia, comprendente 103 studi randomizzati e 7.216 partecipanti, ha evidenziato effetti su diversi parametri metabolici, infiammatori e ossidativi, ma ha classificato la certezza delle evidenze come variabile, da alta a molto bassa a seconda dell’esito.

Studi in vitro hanno esplorato la possibilità che la curcumina possa interferire con alcuni meccanismi coinvolti nell’infezione da SARS-CoV-2. In particolare, sono state studiate interazioni con la proteina Spike e con proteine cellulari come TMPRSS2 e ADAM17, coinvolte nei processi di ingresso e risposta cellulare al virus. Alcuni modelli sperimentali hanno inoltre osservato un’inibizione della replicazione virale a determinate concentrazioni di curcumina.

Questi dati rendono la curcumina interessante come sostanza studiata nella modulazione dell’infiammazione e dell’equilibrio ossidativo.

Supporto cardiovascolare e metabolismo cellulare

Supporto dell'organismo dopo la vaccinazione

Dato che i potenziali effetti collaterali successivi alla somministrazione del farmaco a mRNA sono spesso riguardanti l’apparato cardiovascolare, è opportuno utilizzare integratori in grado di supportare la produzione di NO e la funzionalità mitocondriale dell’endotelio vascolare:

L-citrullina: arginina e ossido nitrico

La L-citrullina è un aminoacido che può essere convertito in L-arginina, contribuendo alla disponibilità del substrato necessario alla sintesi dell’ossido nitrico (NO).

Il percorso può essere rappresentato: Citrullina → arginina → NO → regolazione del tono vascolare

L’ossido nitrico prodotto dall’endotelio contribuisce al rilassamento della muscolatura vascolare e alla regolazione del flusso sanguigno. La ricerca clinica sulla citrullina ha quindi studiato soprattutto pressione arteriosa, rigidità arteriosa e funzione endoteliale. Una meta-analisi del 2025 ha analizzato gli studi randomizzati disponibili proprio su questi parametri.

Questo rende la citrullina interessante dal punto di vista cardiovascolare.

Coenzima Q10: mitocondri, ATP e sistema cardiovascolare

Il Coenzima Q10 (CoQ10) svolge un ruolo fondamentale nella catena respiratoria mitocondriale e quindi nella produzione di ATP, la principale forma di energia utilizzabile dalle cellule.

È particolarmente interessante per tessuti ad alto consumo energetico, come il cuore e i muscoli. Il CoQ10 partecipa inoltre all’equilibrio redox cellulare.

Una meta-analisi del 2024 comprendente 12 studi e 489 partecipanti ha rilevato un miglioramento della dilatazione flusso-mediata (FMD), un parametro utilizzato per valutare la funzione endoteliale, dopo supplementazione con CoQ10. Gli stessi autori sottolineano tuttavia la necessità di ulteriori studi.

Vitamina K2: metabolismo osseo e vascolare

La vitamina K è necessaria per l’attivazione di diverse proteine coinvolte nel metabolismo del calcio. Tra queste vi è la Matrix Gla Protein (MGP), una proteina presente nei tessuti vascolari che, quando adeguatamente attivata, partecipa ai meccanismi fisiologici che contrastano la calcificazione delle arterie.

Questo meccanismo ha suscitato particolare interesse nei confronti della vitamina K2, soprattutto per il suo possibile ruolo nel metabolismo vascolare del calcio. Tuttavia, è importante distinguere il meccanismo biologico dalla dimostrazione di un’effettiva riduzione degli eventi cardiovascolari nell’uomo: al momento le evidenze cliniche non sono sufficienti per affermare che la supplementazione di vitamina K2 prevenga le malattie cardiovascolari.

Nattokinasi

La nattokinasi è un enzima proteolitico prodotto durante la fermentazione della soia utilizzata per ottenere il natto, alimento tradizionale giapponese. È conosciuta soprattutto per la sua attività fibrinolitica, cioè la capacità di interagire con i processi coinvolti nella degradazione della fibrina.

Un interessante filone di ricerca ha esaminato anche il possibile rapporto tra nattokinasi e proteina Spike di SARS-CoV-2.

In uno studio sperimentale pubblicato nel 2022 su Molecules, la nattokinasi ha determinato la degradazione della proteina Spike in modo dose- e tempo-dipendente in modelli cellulari. Gli autori hanno osservato una riduzione della Spike anche quando questa era espressa sulla superficie delle cellule. Lo studio ha inoltre valutato l’effetto della nattokinasi su componenti coinvolte nell’interazione virus-cellula, fornendo un possibile razionale per ulteriori ricerche sul suo effetto antivirale.

Bromelina

La bromelina, complesso di enzimi proteolitici ottenuto dall’ananas (Ananas comosus), è stata studiata per le sue proprietà antinfiammatorie, proteolitiche e fibrinolitiche.

Per quanto riguarda SARS-CoV-2, studi in vitro hanno evidenziato un’interessante attività nei confronti della proteina Spike. In particolare, la bromelina ha mostrato una degradazione della Spike dose- e tempo-dipendente e, nei modelli sperimentali utilizzati, una riduzione dell’infettività virale. Sono stati inoltre studiati possibili effetti sulle proteine coinvolte nell’ingresso del virus nella cellula, tra cui ACE2 e TMPRSS2.

Un lavoro più recente pubblicato su Scientific Reports ha inoltre studiato la combinazione bromelina + N-acetilcisteina (BromAc) utilizzando campioni di aspirato tracheale provenienti da pazienti Covid-19 critici. In laboratorio, BromAc ha determinato la scissione della subunità S1 della Spike e dei frammenti contenenti il dominio RBD.

Conclusione

NAC, vitamina C, vitamina D, zinco, magnesio, quercetina, curcumina, acido alfa-lipoico, CoQ10, citrullina e altre sostanze naturali rappresentano un interessante patrimonio di strumenti nutrizionali che la ricerca sta approfondendo per il loro ruolo nel mantenimento dell’equilibrio fisiologico dell’organismo.

Il loro interesse riguarda soprattutto processi fondamentali come difesa antiossidante, metabolismo del glutatione, funzione immunitaria, equilibrio infiammatorio, produzione energetica mitocondriale e salute dell’endotelio vascolare.

In questo contesto, la N-acetilcisteina assume un ruolo particolarmente interessante: fornendo cisteina, contribuisce alla disponibilità di uno dei precursori necessari alla sintesi del glutatione, uno dei principali sistemi di difesa antiossidante delle nostre cellule.

Ma l’interesse non riguarda una singola molecola. È proprio l’integrazione tra micronutrienti, antiossidanti, composti vegetali e sostanze coinvolte nel metabolismo cellulare a rappresentare una delle prospettive più interessanti della nutrizione moderna.

Un organismo adeguatamente nutrito dispone infatti di maggiori risorse per mantenere l’omeostasi, affrontare gli stress fisiologici e sostenere nel tempo le proprie funzioni cellulari.

Questo non significa attribuire agli integratori il ruolo di farmaci o di “antidoti”, ma riconoscere il loro possibile valore all’interno di una strategia più ampia di prevenzione e mantenimento della salute, basata innanzitutto su alimentazione, stile di vita, attività fisica e adeguato apporto di micronutrienti.

Bibliografia

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  4. Daei S, et al. Effect of Coenzyme Q10 Supplementation on Vascular Endothelial Function. High Blood Pressure & Cardiovascular Prevention. 2024;31(2):113-126. Meta-analisi di 12 studi e 489 partecipanti, con evidenza di un miglioramento della FMD dopo integrazione con CoQ10. PubMed – CoQ10 e funzione endoteliale
  5. Shibata T, et al. Nattokinase, a serine protease, degrades the SARS-CoV-2 spike protein. Molecules. 2022. Studio sperimentale sul possibile effetto proteolitico della nattokinasi nei confronti della proteina Spike. PubMed – Nattokinasi e proteina Spike
  6.  NAC (N-AcetilCisteina) e Covid-19

 

 

 

La N-acetilcisteina (NAC), conosciuta anche come N-AcetilCisteina, è una molecola derivata dalla cisteina da molti anni utilizzata in ambito medico come mucolitico e come trattamento dell’intossicazione da paracetamolo. Il suo interesse scientifico, tuttavia, va oltre queste applicazioni: la NAC rappresenta infatti un importante precursore della sintesi del glutatione ridotto (GSH), uno dei principali sistemi antiossidanti intracellulari.

Durante la pandemia di Covid-19, questa caratteristica ha attirato una notevole attenzione da parte della ricerca scientifica. L’ipotesi era che il ripristino delle riserve di glutatione potesse contribuire a contrastare lo stress ossidativo, modulare l’infiammazione e sostenere la risposta dell’organismo all’infezione da SARS-CoV-2.

Ma cosa sappiamo oggi?

La risposta è più articolata di quanto suggeriscano i primi studi. Le evidenze sperimentali hanno fornito una solida base biologica per studiare la NAC nel Covid-19, mentre gli studi clinici hanno prodotto risultati non completamente concordanti. Alcune meta-analisi recenti suggeriscono un possibile beneficio in determinati pazienti, ma non esiste una dimostrazione definitiva che la NAC possa prevenire il contagio o rappresentare una terapia specifica contro il Covid-19.

NAC: che cos’è e perché è importante il glutatione?

La N-acetilcisteina è una forma modificata della cisteina, un aminoacido che contribuisce alla sintesi del glutatione.

Il glutatione (GSH) è un tripeptide formato da glutammato, cisteina e glicina e costituisce uno dei principali sistemi di difesa delle cellule contro l’eccesso di specie reattive dell’ossigeno (ROS).

La NAC può quindi agire come fonte di cisteina, favorendo la disponibilità del substrato necessario alla produzione di glutatione. Questo meccanismo è ben documentato ed è uno dei motivi per cui la molecola viene utilizzata da molti anni in medicina. La documentazione farmacologica ufficiale della FDA descrive il meccanismo dell’acetilcisteina indicando che la molecola può mantenere o ripristinare i livelli di glutatione; la scheda riporta inoltre che l’acetilcisteina può essere metabolizzata a cisteina, che viene successivamente utilizzata per formare glutatione.

Il rapporto tra NAC e glutatione è particolarmente interessante quando l’organismo è sottoposto a un’elevata produzione di radicali liberi. In condizioni di stress ossidativo, infatti, la produzione di ROS può aumentare considerevolmente e superare la capacità dei sistemi antiossidanti endogeni di neutralizzarli.

Si crea così uno squilibrio:

stress ossidativo → consumo di antiossidanti → alterazione dell’equilibrio redox → maggiore vulnerabilità cellulare

La NAC viene studiata proprio perché può contribuire a ristabilire questo equilibrio attraverso il metabolismo della cisteina e del glutatione.

Covid-19 e stress ossidativo: perché la NAC è stata studiata?

L’infezione da SARS-CoV-2 non interessa soltanto il virus in sé. Nei casi più importanti può coinvolgere numerosi meccanismi biologici dell’organismo ospite, compresi infiammazione, stress ossidativo, alterazioni della risposta immunitaria e danno dell’epitelio respiratorio.

Questo ha portato i ricercatori a studiare sostanze capaci di agire non direttamente sul virus, ma sui processi cellulari che accompagnano l’infezione.

La NAC rientra proprio in questa prospettiva.

Il suo interesse deriva da tre caratteristiche principali:

  • capacità di contribuire alla disponibilità di cisteina per la sintesi del glutatione;
  • attività mucolitica;
  • possibile modulazione di processi ossidativi e infiammatori.

È importante però distinguere tra meccanismo biologicamente plausibile ed efficacia clinica dimostrata.

Il fatto che una molecola possa influenzare un determinato processo cellulare non significa automaticamente che la sua somministrazione migliori l’evoluzione di una malattia.

NAC e sistema immunitario

NAC (N-AcetilCisteina) e Covid-19

Il sistema immunitario deve mantenere un delicato equilibrio.

Da una parte deve riconoscere e contrastare l’agente infettivo; dall’altra, una risposta infiammatoria eccessiva può contribuire al danno dei tessuti.

Per questo motivo la ricerca sulla NAC si è concentrata anche sulla possibilità di modulare il redox cellulare e alcune vie di segnalazione coinvolte nella risposta infiammatoria.

Una delle vie maggiormente studiate è NF-κB, un importante regolatore della trascrizione di numerosi geni coinvolti nell’infiammazione e nella risposta immunitaria.

Studi sperimentali hanno mostrato che la NAC può modulare l’attività di NF-κB, una delle principali vie di segnalazione coinvolte nella risposta infiammatoria, e ridurre la produzione di alcuni mediatori pro-infiammatori. In modelli di cellule epiteliali respiratorie infettate da virus influenzali e RSV, la NAC ha ridotto l’attivazione di NF-κB e la produzione di mediatori come IL-6, IL-8 e TNF-α, associandosi anche a una riduzione dello stress ossidativo intracellularee.

Tuttavia, gran parte di queste osservazioni deriva da studi in vitro o preclinici e non può essere automaticamente tradotta in un’efficacia terapeutica nell’uomo.

NAC e virus respiratori: cosa avevano mostrato gli studi precedenti al Covid-19?

L’interesse verso la NAC non nasce con SARS-CoV-2. Già prima della pandemia erano disponibili studi sull’impiego della molecola nelle patologie respiratorie e nelle infezioni virali.

Uno degli studi più interessanti è stato pubblicato nel 1997 sull’European Respiratory Journal (DOI: 10.1183/09031936.97.10071535). Lo studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, coinvolse 262 partecipanti e valutò l’assunzione di N-acetilcisteina (600 mg due volte al giorno) per sei mesi. I ricercatori osservarono una significativa riduzione della frequenza e della gravità degli episodi simil-influenzali e della durata della permanenza a letto. È importante sottolineare che la NAC non impedì l’infezione da influenza A/H1N1, ma ridusse la probabilità che l’infezione si manifestasse clinicamente.

La ricerca coinvolse 262 persone, prevalentemente anziane, che assunsero NAC 600 mg due volte al giorno oppure placebo per sei mesi.

La NAC non impedì l’infezione influenzale, ma tra i soggetti infettati solo il 25% di quelli trattati con NAC sviluppò una forma sintomatica, rispetto al 79% del gruppo placebo. Lo studio riportò inoltre una riduzione della frequenza, della gravità e della durata degli episodi simil-influenzali.

Questo risultato è particolarmente interessante perché suggerisce una distinzione importante:

la NAC non sembrava impedire necessariamente l’infezione, ma poteva attenuare la manifestazione clinica dell’episodio influenzale.

Non si può però trasferire automaticamente questo risultato al Covid-19. Influenza e SARS-CoV-2 sono virus differenti e gli effetti osservati in una malattia non costituiscono automaticamente una prova di efficacia nell’altra.

NAC e Covid-19: cosa dice la ricerca clinica?

Durante la pandemia sono stati condotti diversi studi per valutare la NAC come possibile trattamento aggiuntivo nei pazienti con Covid-19.

I risultati sono stati variabili.

Un trial randomizzato, doppio cieco e controllato con placebo, condotto su 135 pazienti con Covid-19 grave, ha valutato una dose elevata di NAC per via endovenosa. Il trattamento non ha determinato una riduzione significativa della necessità di ventilazione meccanica né un miglioramento significativo degli altri principali endpoint clinici.

Anche una meta-analisi pubblicata nel 2023, comprendente studi randomizzati e osservazionali, aveva evidenziato una notevole incertezza sull’efficacia della NAC nella polmonite da Covid-19. Gli autori sottolineavano infatti che la certezza complessiva delle evidenze era molto bassa, a causa soprattutto dell’imprecisione e dell’indirettezza dei dati, e concludevano che erano necessari ulteriori studi prima di poter formulare raccomandazioni per la pratica clinica.

Un’altra meta-analisi pubblicata nel 2024 ha esaminato cinque studi randomizzati controllati, per un totale di 651 pazienti. Non sono state osservate differenze statisticamente significative tra NAC e controllo per quanto riguarda mortalità, necessità di ventilazione meccanica invasiva, ricovero in terapia intensiva, durata della degenza ospedaliera o permanenza in terapia intensiva. Gli autori hanno pertanto concluso che la somministrazione di NAC non aveva dimostrato un miglioramento degli esiti clinici nei pazienti con Covid-19 e che il suo impiego routinario non era supportato dalle evidenze disponibili.

Le evidenze più recenti riaprono il dibattito

La questione, tuttavia, non si è chiusa.

Una meta-analisi pubblicata nel 2025 ha preso in considerazione 10 studi randomizzati controllati, per un totale di 1.424 pazienti. L’analisi ha evidenziato una possibile riduzione della mortalità nei pazienti trattati con NAC: l’odds ratio aggregato era 0,49 (IC 95%: 0,25–0,94), corrispondente a una riduzione del 51% delle probabilità di morte nel campione analizzato. Tuttavia, gli studi presentavano una eterogeneità moderata-alta (I² = 67%) e alcuni presentavano possibili criticità metodologiche. Gli autori sottolineano pertanto la necessità di ulteriori grandi studi randomizzati per confermare il risultato e stabilire quali dosaggi e modalità di somministrazione siano realmente più efficaci.

Un’altra meta-analisi pubblicata nel 2025, denominata CoViNAC, ha incluso 11 studi randomizzati, per complessivi 1.125 pazienti, nella valutazione della mortalità. L’analisi ha evidenziato una possibile riduzione del rischio di morte nei pazienti trattati con NAC (RR 0,59; IC 95% 0,39–0,88), mentre sei studi, per complessivi 656 pazienti, hanno evidenziato anche un miglioramento dei tassi di recupero o dimissione (RR 1,09; IC 95% 1,03–1,14). Tuttavia, gli autori hanno rilevato una eterogeneità moderata per l’analisi della mortalità (I² = 62%) e una certezza delle evidenze da moderata a bassa a seconda dell’esito. I risultati sono quindi interessanti, ma non possono essere considerati una prova definitiva che la NAC costituisca una terapia standard per il Covid-19..

Questa apparente contraddizione tra le diverse meta-analisi è un elemento importante da comprendere.

La ricerca sulla NAC e Covid-19 è ancora caratterizzata da eterogeneità.

Cambiano:

  • dosaggio della NAC;
  • via di somministrazione;
  • momento dell’inizio del trattamento;
  • gravità della malattia;
  • terapie concomitanti;
  • caratteristiche dei pazienti;
  • numero dei partecipanti ai singoli studi.

Tutti questi fattori possono modificare il risultato finale.

NAC e polmoni: un duplice interesse

NAC (N-AcetilCisteina) e Covid-19

Uno degli aspetti più interessanti della NAC è che la molecola possiede una caratteristica farmacologica indipendente dalla sua azione sul glutatione: è un mucolitico.

La NAC è infatti in grado di rompere i legami disolfuro presenti nelle glicoproteine del muco, contribuendo a renderlo meno viscoso. Questo meccanismo spiega il suo impiego storico nelle patologie respiratorie caratterizzate da secrezioni bronchiali dense.

Ma il sistema respiratorio è anche uno dei tessuti maggiormente esposti allo stress ossidativo. Per questo la ricerca ha studiato la NAC come molecola capace di intervenire contemporaneamente su due fronti: muco respiratorio + equilibrio redox

Questa combinazione rappresenta una delle ragioni dell’interesse scientifico della NAC nelle malattie respiratorie.

NAC, glutatione e infiammazione: il possibile collegamento

Il rapporto tra NAC, glutatione e infiammazione può essere rappresentato in modo semplice:

NAC → cisteina → glutatione (GSH) → controllo dello stress ossidativo → modulazione delle risposte cellulari

Quando aumenta lo stress ossidativo, il glutatione viene utilizzato per neutralizzare le specie ossidanti e può essere convertito nella sua forma ossidata.

La disponibilità di cisteina rappresenta uno dei fattori che possono limitare la sintesi del glutatione. La NAC può quindi aumentare la disponibilità di questo precursore. È proprio questo meccanismo che rende la NAC interessante non soltanto nel campo delle infezioni respiratorie, ma più in generale nella ricerca sul redox cellulare, sulla funzione mitocondriale e sui processi infiammatori.

Non significa, tuttavia, che assumere NAC determini automaticamente un aumento clinicamente significativo del glutatione in ogni persona o che questo si traduca necessariamente in una migliore risposta a SARS-CoV-2.

NAC e Covid-19: prevenzione o trattamento?

Questa è probabilmente la domanda più importante.

La NAC non deve essere considerata una terapia antivirale specifica contro SARS-CoV-2 e non esistono prove sufficienti per considerarla un integratore capace di prevenire il Covid-19.

Il suo interesse scientifico riguarda soprattutto i meccanismi biologici che possono accompagnare un’infezione: stress ossidativo, disponibilità di glutatione, risposta infiammatoria e secrezioni respiratorie. Gli studi clinici condotti durante la pandemia hanno prodotto risultati contrastanti. Per questo è più corretto parlare di potenziale ruolo coadiuvante, ancora oggetto di ricerca, piuttosto che di trattamento dimostrato.

Questa distinzione è fondamentale anche dal punto di vista della comunicazione scientifica.

NAC e influenza: un precedente interessante, ma non una prova per il Covid

Lo studio italiano del 1997 rimane uno dei dati più interessanti per comprendere perché la NAC sia stata studiata durante la pandemia.

Nei soggetti che avevano assunto 600 mg di NAC due volte al giorno per sei mesi, l’infezione influenzale non risultava eliminata, ma la malattia clinicamente evidente appariva molto meno frequente e meno intensa. Questo risultato ha suggerito un possibile effetto sulla risposta dell’organismo all’infezione, piuttosto che un’attività antivirale diretta.

È un concetto importante anche per interpretare correttamente la ricerca sul Covid-19: modulare lo stress ossidativo e l’infiammazione non equivale necessariamente a eliminare il virus.

NAC: una molecola interessante oltre il Covid-19

NAC (N-AcetilCisteina) e Covid-19

L’interesse per la N-acetilcisteina non dipende esclusivamente dal Covid-19.

La molecola possiede una storia clinica consolidata come mucolitico e come antidoto nell’intossicazione da paracetamolo. La documentazione farmacologica statunitense conferma il ruolo dell’acetilcisteina nel ripristino delle riserve di glutatione e nella protezione dal metabolita tossico del paracetamolo.

La ricerca contemporanea sta inoltre approfondendo il ruolo della NAC nei processi collegati a:

  • stress ossidativo;
  • metabolismo del glutatione;
  • infiammazione;
  • salute respiratoria;
  • equilibrio redox cellulare;
  • funzione immunitaria.

Questi ambiti sono scientificamente interessanti, ma devono essere distinti dalle indicazioni terapeutiche ufficialmente riconosciute.

La N-acetilcisteina è oggetto di più di 12 555 pubblicazioni scientifiche

NAC come integratore: in sintesi

Grazie alle sue proprietà antiossidanti e mucolitiche, la N-acetilcisteina (NAC) è una sostanza di particolare interesse per il supporto dell’equilibrio redox dell’organismo. La NAC rappresenta infatti una fonte di cisteina, aminoacido necessario per la sintesi del glutatione (GSH), uno dei principali sistemi di difesa antiossidante delle cellule.

Sotto consiglio medico, la NAC può risultare utile come supporto alla terapia standard per combattere vari disturbi causati dallo stress ossidativo, come malattie cardiache, diabete, infertilità e persino alcune condizioni psichiatriche

Il suo interesse è legato anche alla capacità di contribuire alla gestione dello stress ossidativo e di modulare alcuni processi infiammatori. Inoltre, grazie all’azione mucolitica, la NAC contribuisce a rendere il muco meno viscoso, favorendone l’eliminazione dalle vie respiratorie.

Dosi e modo d’uso

Le quantità di N-acetilcisteina (NAC) utilizzate negli studi scientifici variano in funzione dell’obiettivo e dell’ambito di impiego. In generale, nella letteratura sono stati studiati dosaggi compresi indicativamente tra 400 e 1.800 mg al giorno, con protocolli differenti a seconda della condizione considerata.

Per l’azione mucolitica, vengono comunemente utilizzati dosaggi nell’ordine di 400-600 mg al giorno, eventualmente suddivisi in più somministrazioni. Quantità analoghe sono state studiate anche nell’ambito dell’integrazione antiossidante, mentre in alcuni studi dedicati all’attività fisica sono stati utilizzati dosaggi superiori.

La NAC assunta per via orale presenta una biodisponibilità limitata, ma la sua funzione come fonte di cisteina può comunque contribuire alla sintesi endogena di glutatione (GSH). Alcuni studi hanno infatti osservato un aumento dei livelli di glutatione e di altri sistemi antiossidanti dopo integrazione con NAC.

Per l’utilizzo della NAC come integratore è quindi opportuno attenersi alle indicazioni riportate sull’etichetta del prodotto e, in caso di impiego prolungato o di specifiche condizioni cliniche, al parere dello specialista.

Conclusioni: cosa possiamo dire oggi sulla NAC e Covid-19?

La N-acetilcisteina (NAC) rappresenta una delle molecole più interessanti tra quelle studiate per il suo rapporto con il glutatione, lo stress ossidativo e l’infiammazione.

Il razionale biologico è solido: la NAC fornisce cisteina, contribuisce alla sintesi del glutatione e possiede anche un’azione mucolitica. Queste caratteristiche hanno portato i ricercatori a ipotizzare un possibile ruolo di supporto nelle infezioni respiratorie, compreso il Covid-19.

Gli studi clinici sul SARS-CoV-2, tuttavia, non hanno prodotto risultati univoci. Alcune ricerche e meta-analisi recenti suggeriscono possibili benefici, soprattutto in determinati contesti clinici, mentre altre analisi di studi randomizzati non hanno evidenziato miglioramenti significativi degli esiti principali.

La conclusione più corretta, quindi, è che la NAC presenta un razionale biologico interessante e continua a essere oggetto di ricerca, ma non può essere considerata una cura specifica o una prevenzione del Covid-19.

Il suo vero interesse scientifico risiede probabilmente nell’interazione tra NAC, glutatione, stress ossidativo e risposta infiammatoria.

In altre parole, più che chiedersi se la NAC sia semplicemente “contro il Covid-19”, è più utile comprendere come la modulazione dell’equilibrio redox possa influenzare la risposta dell’organismo alle infezioni respiratorie.

Nota importante

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce il parere del medico. La NAC può avere indicazioni, controindicazioni, interazioni e dosaggi differenti a seconda della formulazione e della situazione clinica. In presenza di Covid-19 o di sintomi respiratori importanti, non deve essere utilizzata per sostituire le terapie prescritte o ritardare una valutazione medica.

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  4. Erboristeria Arcobaleno: N-Acetilcisteina (NAC): una molecola chiave
  5. Erboristeria Arcobaleno: Supporto dell’organismo dopo la vaccinazione

Fonti

  1. Studio su influenza A/B e RSV – PubMed: la ricerca mostra, in cellule epiteliali alveolari, una riduzione di IL-8, IL-6, TNF-α, H₂O₂ e della traslocazione di NF-κB dopo trattamento con NAC. N-acetyl-L-cysteine (NAC) inhibit mucin synthesis and pro-inflammatory mediators… – PubMed
  2. Studio su influenza e NF-κB – PubMed: evidenzia che l’infezione influenzale aumenta lo stress ossidativo e attiva NF-κB, mentre il pretrattamento con NAC attenua l’attivazione di NF-κB e l’induzione di IL-8. Role of oxidants in influenza virus-induced gene expression – PubMed
  3. Revisione 2024 sui meccanismi molecolari della NAC nelle infezioni respiratorie: utile soprattutto perché aggiorna il quadro e sottolinea che molte evidenze sono ancora precliniche. Molecular Mechanisms of N-Acetylcysteine in RSV Infections… – PubMed
  4. Varikasuvu SR et al. (2025). COVID-19 clinical outcomes and N-acetylcysteine (CoViNAC study): a GRADE compliant meta-analysis of randomized controlled trials.
    Cellular and Molecular Biology, 71(5), 95–102. Leggi lo studio su PubMed
  5. Oda T et al. (1997). Role of oxidants in influenza virus-induced gene expression. Studio sperimentale sul rapporto tra stress ossidativo, infezione influenzale, NF-κB e produzione di mediatori infiammatori. Leggi lo studio su PubMed