Una selezione di integratori naturali per difese immunitarie formulati per supportare il benessere dell’organismo e sostenere le naturali difese in modo quotidiano.

Con l’arrivo dell’autunno cambiano temperatura, umidità, abitudini quotidiane e maggiore permanenza negli ambienti chiusi. È anche il periodo dell’anno in cui aumentano le occasioni di esposizione ai virus responsabili delle infezioni delle vie respiratorie.

Quando si parla di prevenzione stagionale si pensa spesso alla sola vitamina C o a un generico “rinforzo delle difese immunitarie”. La ricerca degli ultimi anni ha invece evidenziato un quadro molto più complesso: sistema immunitario, microbiota intestinale e apparato respiratorio sono strettamente collegati.

È all’interno di questo modello che si inserisce il concetto di Asse Intestino-Polmone (Gut-Lung Axis): una rete di comunicazione biologica nella quale l’equilibrio del microbiota intestinale può influenzare la risposta immunitaria anche a livello delle mucose respiratorie.

Questo non significa che l’intestino sia una “barriera” capace da sola di impedire le infezioni respiratorie, ma che il benessere intestinale rappresenta uno dei componenti che contribuiscono al corretto funzionamento delle difese dell’organismo.

Che cos’è l’Asse Intestino-Polmone?

Il termine Gut-Lung Axis descrive la comunicazione bidirezionale tra microbiota intestinale, sistema immunitario e apparato respiratorio. L’intestino ospita una grande comunità di microrganismi che interagiscono continuamente con le cellule immunitarie e con la barriera intestinale. I metaboliti prodotti dal microbiota e i segnali immunologici possono influenzare risposte che interessano anche organi distanti, compresi i polmoni.

Allo stesso tempo, ciò che avviene a livello respiratorio può modificare la risposta immunitaria sistemica e, indirettamente, l’equilibrio intestinale. La ricerca sul Gut-Lung Axis è in continua evoluzione e comprende studi sul microbiota, sull’infiammazione, sulle infezioni respiratorie e sulle malattie croniche dell’apparato respiratorio.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2024 su Frontiers in Cellular and Infection Microbiology ha analizzato il ruolo dei probiotici nei pazienti e nei modelli sperimentali di BPCO, contribuendo al crescente interesse verso il rapporto tra microbiota intestinale e salute respiratoria.

Probiotici e microbiota: dal benessere intestinale alle difese respiratorie

I probiotici sono microrganismi vivi che, quando somministrati in quantità adeguate, possono conferire un beneficio alla salute. Il loro interesse nell’ambito della prevenzione stagionale nasce anche dagli studi sulle infezioni delle alte vie respiratorie.

Una revisione Cochrane aggiornata al 2022 ha analizzato 24 studi per un totale di 6.950 partecipanti, comprendendo bambini, adulti e persone anziane. Gli autori hanno osservato che i probiotici possono ridurre il rischio di episodi di infezione respiratoria acuta e possono anche ridurne la durata, pur sottolineando che la certezza dell’evidenza varia a seconda dell’esito considerato.

Questo punto è particolarmente importante: non tutti i probiotici sono uguali.

Gli effetti osservati negli studi dipendono infatti da:

  • ceppo utilizzato;
  • dose;
  • durata della supplementazione;
  • caratteristiche della popolazione;
  • formulazione;
  • obiettivo dello studio.

Per questo motivo è più corretto parlare di probiotici selezionati e studiati per specifiche funzioni, piuttosto che considerare indistintamente tutti i prodotti contenenti fermenti lattici equivalenti tra loro.

Il microbiota come parte dell’ecosistema immunitario

Il microbiota intestinale contribuisce all’interazione tra barriera intestinale e sistema immunitario. Un microbiota equilibrato può partecipare alla regolazione delle risposte immunitarie e al mantenimento dell’integrità della barriera intestinale. Questo rappresenta uno dei possibili meccanismi alla base dell’interesse per l’Asse Intestino-Polmone.

L’obiettivo, quindi, non è semplicemente “aumentare i batteri buoni”, ma favorire un ecosistema intestinale funzionale, tenendo conto di alimentazione, stile di vita, integrità della barriera intestinale e caratteristiche individuali.

Autunno e difese immunitarie

Vitamina D: un micronutriente importante per la funzione immunitaria

La vitamina D svolge numerose funzioni nell’organismo e partecipa anche alla regolazione della risposta immunitaria. Il suo ruolo nella prevenzione delle infezioni respiratorie è stato oggetto di numerosi studi clinici.

Una delle analisi più citate è la meta-analisi di dati individuali pubblicata sul BMJ, che ha esaminato 25 studi randomizzati e oltre 10.900 partecipanti. Nel complesso, la supplementazione di vitamina D è risultata associata a una riduzione del rischio di almeno un’infezione respiratoria acuta, con un effetto più evidente nei soggetti con carenza marcata di vitamina D e nei regimi di somministrazione giornalieri o settimanali senza grandi dosi in bolo.

Questo risultato non significa che la vitamina D possa impedire tutte le infezioni respiratorie. Il suo ruolo deve essere interpretato all’interno di un quadro più ampio e soprattutto in relazione allo stato vitaminico individuale.

Quando si valuta un’integrazione, è quindi importante considerare:

  • alimentazione;
  • esposizione solare;
  • età;
  • periodo dell’anno;
  • condizioni individuali;
  • eventuale misurazione della 25-OH-vitamina D;
  • quantità già assunta attraverso alimenti e integratori.

Zinco: un micronutriente essenziale per il sistema immunitario

Lo zinco è un minerale essenziale coinvolto in numerosi processi biologici. Secondo il National Institutes of Health, lo zinco partecipa alla funzione immunitaria, alla sintesi delle proteine e del DNA, alla divisione cellulare e al mantenimento delle barriere tissutali.

È quindi comprensibile l’interesse verso questo micronutriente quando si parla di supporto nutrizionale delle difese.

Le diverse forme di zinco

Gli integratori possono contenere diverse forme di zinco, tra cui:

  • citrato;
  • gluconato;
  • picolinato;
  • bisglicinato;
  • ossido;
  • altre forme organiche o inorganiche.

La biodisponibilità può variare tra le diverse formulazioni, ma la letteratura non permette di affermare semplicemente che una determinata forma sia sempre superiore a tutte le altre.

Una revisione del 2024 sulle diverse forme di zinco ha evidenziato proprio la necessità di interpretare con cautela i dati sulla biodisponibilità: alcune forme sembrano avere un assorbimento migliore in determinati studi, ma il quadro complessivo non consente di trasformare questa osservazione in una regola universale.

Il punto fondamentale rimane quindi assicurare un adeguato apporto di zinco, evitando al tempo stesso dosaggi eccessivi e prolungati senza una reale necessità.

Vitamina B9 e metilfolato: perché i folati sono importanti

La vitamina B9, o folato, è indispensabile per numerosi processi biologici. Partecipa alla sintesi del DNA e dell’RNA, al metabolismo degli amminoacidi e alle reazioni di metilazione. Questi processi sono particolarmente importanti nei tessuti caratterizzati da un rapido rinnovamento cellulare.

Il 5-MTHF (5-metiltetraidrofolato) rappresenta una delle forme di folato utilizzate negli integratori. È però importante evitare una semplificazione frequente: il metilfolato non deve essere presentato come l’unica forma di vitamina B9 efficace né come una soluzione automatica per chi possiede una variante del gene MTHFR.

Il National Institutes of Health riconosce il 5-MTHF come forma disponibile negli integratori e segnala che può essere utile in alcune persone, mentre le evidenze comparative sulla biodisponibilità delle diverse forme non sono completamente univoche.

Anche il CDC sottolinea che la presenza di una variante MTHFR non significa che una persona debba evitare l’acido folico.

Questo permette di inserire il folato all’interno di un approccio nutrizionale razionale: non come ingrediente miracoloso, ma come micronutriente coinvolto in processi fondamentali per il metabolismo cellulare e il normale funzionamento dell’organismo.

Un approccio integrato: quattro elementi, un unico ecosistema

Probiotici, vitamina D, zinco e folati non svolgono la stessa funzione.

È proprio questa la ragione per cui possono essere considerati, dal punto di vista nutrizionale, all’interno di un approccio integrato.

ComponentePrincipale ruolo fisiologicoInteresse nell’ambito stagionale
ProbioticiInterazione con microbiota e sistema immunitarioSupporto dell’equilibrio intestinale e possibile riduzione delle infezioni respiratorie
Vitamina DRegolazione di numerose funzioni, comprese quelle immunitarieParticolare interesse in caso di livelli insufficienti
ZincoFunzione immunitaria, sintesi proteica e divisione cellulareContributo al normale funzionamento del sistema immunitario
Folato/B9Sintesi del DNA, metabolismo cellulare e metilazioneSupporto ai normali processi di rinnovamento cellulare

La parola chiave è quindi sinergia, ma intesa correttamente.

Non significa che l’associazione di più sostanze garantisca automaticamente un effetto maggiore. Significa piuttosto considerare componenti con funzioni differenti all’interno di un progetto nutrizionale complessivo.

Perché l’autunno è un momento strategico per occuparsi dell’equilibrio intestinale

Prepararsi all’autunno non dovrebbe significare aspettare la comparsa dei primi sintomi. L’attenzione può essere rivolta prima di tutto alle basi dello stato di salute.

  • Alimentazione equilibrata: una dieta varia e ricca di alimenti vegetali fornisce fibre e numerosi micronutrienti utili al mantenimento dell’organismo e contribuisce alla diversità del microbiota intestinale.
  • Sonno regolare: il sonno rappresenta una componente fondamentale dell’equilibrio immunitario e metabolico.
  • Movimento: l’attività fisica regolare contribuisce al mantenimento della salute generale e del benessere metabolico.
  • Gestione dello stress: stress e alterazioni delle abitudini quotidiane possono influenzare numerosi sistemi fisiologici, compreso l’equilibrio intestinale.
  • Attenzione al microbiota: alimentazione, farmaci, infezioni, stress e stile di vita possono modificare la composizione e la funzionalità del microbiota.
  • Integrazione mirata: quando necessario, l’integrazione dovrebbe essere scelta in funzione delle reali esigenze nutrizionali, della formulazione e dei dosaggi, evitando l’idea che “più” significhi necessariamente “meglio”.

Dall’intestino alle vie respiratorie: una nuova visione della prevenzione stagionale

Il concetto di Asse Intestino-Polmone sta contribuendo a modificare il modo in cui viene studiato il rapporto tra microbiota e sistema immunitario. La ricerca non autorizza ancora a considerare il microbiota intestinale come una semplice “cura” delle infezioni respiratorie. Le evidenze disponibili suggeriscono però che esiste una relazione biologica importante tra equilibrio intestinale, risposta immunitaria e salute respiratoria.

I probiotici rappresentano uno degli strumenti maggiormente studiati in questo ambito; la vitamina D presenta dati clinici interessanti soprattutto in presenza di livelli insufficienti; lo zinco è essenziale per numerose funzioni immunitarie; il folato è indispensabile per i processi cellulari e la sintesi del materiale genetico.

Questi elementi possono quindi essere considerati all’interno di una strategia nutrizionale più ampia, sempre distinguendo tra supporto nutrizionale, prevenzione e trattamento delle malattie.

Conclusione

Con l’arrivo dell’autunno, prendersi cura delle proprie difese non significa necessariamente accumulare integratori. Significa soprattutto creare le condizioni perché l’organismo possa funzionare correttamente: alimentazione equilibrata, microbiota, adeguato apporto di micronutrienti, movimento, sonno e corretti stili di vita.

L’Asse Intestino-Polmone rappresenta oggi uno dei campi più interessanti della ricerca sul rapporto tra microbiota e immunità. I dati disponibili sui probiotici, sulla vitamina D, sullo zinco e sui folati offrono prospettive interessanti, ma devono essere interpretati alla luce della qualità delle evidenze scientifiche e delle caratteristiche individuali.

La prevenzione stagionale, in altre parole, può iniziare dall’intestino, ma non finisce lì.

Altri articoli

  1. Erboristeria Arcobaleno: SOS cambio stagione: la natura risponde
  2. Erboristeria Arcobaleno:  Depressione stagionale
  3. Erboristeria Arcobaleno: Respirare la propoli per rafforzare le difese
  4. Erboristeria Arcobaleno: Malanni di stagione: prevenzione naturale
  5. Erboristeria Arcobaleno: PROBLEMI DIGESTIVI al cambio di stagione
  6. Erboristeria Arcobaleno: Potenziare le difese immunitarie
  7. Erboristeria Arcobaleno: Rinforza in modo naturale le difese del tuo bimbo
  8.  Erboristeria Arcobaleno: Sistema immunitario e salute
  9. Erboristeria Arcobaleno: Sistema immunitario e antiossidanti
  10. Erboristeria Arcobaleno: Caratteristiche adattive del sistema immunitario: IMMUNITÀ ADDESTRATA
  11. Erboristeria Arcobaleno: Sistema Immunitario: il nostro scudo biologico

Approfondimenti

  1. Probiotici e infezioni respiratorie – Cochrane Review La revisione ha analizzato 24 studi e 6.950 partecipanti, evidenziando possibili benefici dei probiotici nella prevenzione delle infezioni respiratorie acute, con livelli di certezza differenti a seconda degli esiti. Probiotics for preventing acute upper respiratory tract infections – Cochrane
  2. Vitamina D e infezioni respiratorie – BMJ Meta-analisi individual participant data di 25 studi randomizzati e oltre 10.900 partecipanti. Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory tract infections – BMJ
  3. Zinco e funzione immunitaria – NIH Informazioni sulle funzioni dello zinco, compreso il suo ruolo nel normale funzionamento del sistema immunitario. Zinc – NIH Office of Dietary Supplements
  4. Folato e 5-MTHF – NIH Informazioni sulle funzioni del folato e sulle diverse forme disponibili negli integratori. Folate – NIH Office of Dietary Supplements
  5. MTHFR e acido folico – CDC Il CDC fornisce informazioni sulle varianti MTHFR e sull’utilizzo dell’acido folico. MTHFR Gene Variant and Folic Acid Facts – CDC
  6. Gut-Lung Axis e microbiota La ricerca sul rapporto tra microbiota intestinale e salute respiratoria è in rapida evoluzione e comprende studi sui probiotici e sulle patologie respiratorie. Frontiers – Gut-Lung Axis e probiotici


Il Chaga, conosciuto scientificamente come Inonotus obliquus, è un fungo medicinale che cresce principalmente nelle regioni fredde e boreali dell’emisfero settentrionale, soprattutto su betulle. Utilizzato da lungo tempo nelle tradizioni popolari del Nord Europa e dell’Asia settentrionale, oggi è oggetto di crescente interesse da parte della ricerca scientifica per la particolare ricchezza di polisaccaridi, polifenoli e triterpeni.

Per il suo caratteristico aspetto scuro e irregolare, il Chaga viene chiamato anche “diamante della foresta” o “perla nera”.

Le ricerche moderne stanno studiando in particolare le proprietà antiossidanti e immunomodulanti degli estratti di Inonotus obliquus, oltre al possibile coinvolgimento di alcuni suoi composti bioattivi in diversi processi biologici.

Che cos’è il Chaga (Inonotus obliquus)?

Inonotus obliquus è un fungo appartenente alla famiglia delle Hymenochaetaceae. Cresce prevalentemente sui tronchi di betulla e di altre latifoglie nelle foreste boreali e nelle zone caratterizzate da climi freddi.

La parte più caratteristica è lo sclerozio, una formazione scura e dura che si sviluppa sulla corteccia dell’albero e che contiene numerosi composti bioattivi.

Il Chaga è conosciuto nella medicina tradizionale di alcune popolazioni dell’Europa settentrionale, della Russia e dell’Asia. Tradizionalmente veniva preparato soprattutto come decotto o infuso, ottenuto dalla lavorazione del fungo essiccato.

La ricerca moderna ha successivamente concentrato l’attenzione sulla composizione chimica del fungo e sulle caratteristiche dei suoi estratti.

Chaga e medicina tradizionale

Il fungo Chaga (Inonotus obliquus) vanta una lunga storia di utilizzo nella medicina popolare di diverse aree del mondo, in particolare Russia, Siberia, Cina, Giappone, Corea ed Europa orientale.

Tradizionalmente veniva preparato soprattutto sotto forma di infuso o decotto, ottenuto dal fungo essiccato, e utilizzato nell’ambito delle pratiche popolari per il benessere generale e per diversi disturbi dell’apparato digerente.

Le fonti storiche riportano l’impiego del Chaga anche in relazione a disturbi gastrointestinali, problematiche epatiche e cardiovascolari e, in alcune tradizioni, come rimedio popolare per altre condizioni.

L’interesse della ricerca moderna nasce proprio da questa lunga tradizione d’uso. Gli studi hanno successivamente analizzato la composizione di Inonotus obliquus, identificando numerose sostanze bioattive, tra cui polisaccaridi, β-glucani, triterpeni, polifenoli, betulina, acido betulinico e inotodiolo.

Dalla medicina popolare alla ricerca scientifica

Chaga: la perla nera

Negli ultimi decenni il Chaga è stato studiato soprattutto per le sue possibili attività antiossidanti e immunomodulanti. Sono state inoltre condotte ricerche sperimentali sui suoi componenti in relazione a diversi processi biologici.

Il valore del Chaga risiede quindi oggi soprattutto nell’interesse scientifico verso la sua particolare composizione e verso le biomolecole che contiene.

Questo approccio permette di valorizzare la tradizione del “fungo della perla nera” senza confondere l’uso tradizionale con una dimostrata efficacia terapeutica.

A partire dal XX secolo sono aumentati gli studi dedicati alla composizione del Chaga e alle possibili attività biologiche dei suoi estratti. Le ricerche hanno evidenziato la presenza di numerose molecole di interesse, favorendo lo sviluppo di estratti più concentrati e standardizzati.

Quali sono i principali principi attivi del Chaga?

Uno degli aspetti più interessanti di Inonotus obliquus è la varietà di sostanze bioattive presenti nel fungo.

Tra le principali troviamo:

  • polisaccaridi, inclusi polisaccaridi ricchi di β-glucani;
  • triterpeni;
  • polifenoli e composti fenolici;
  • betulina e acido betulinico;
  • inotodiolo;
  • altri composti ad attività antiossidante.

La composizione può variare in funzione dell’origine del fungo, della parte utilizzata e soprattutto del metodo di estrazione e standardizzazione.

Le revisioni scientifiche più recenti evidenziano proprio l’importanza della struttura dei polisaccaridi, del loro peso molecolare e delle caratteristiche dell’estratto nel determinare le attività biologiche osservate negli studi sperimentali.

Polisaccaridi del Chaga e sistema immunitario

I polisaccaridi di Inonotus obliquus rappresentano una delle categorie di composti maggiormente studiate. Le ricerche sperimentali hanno evidenziato possibili attività immunomodulanti, cioè la capacità di influenzare alcuni meccanismi coinvolti nella risposta immunitaria.

Questo non significa che il Chaga “stimoli” indiscriminatamente le difese immunitarie. Il termine immunomodulante indica più correttamente un’interazione con specifici meccanismi della risposta immunitaria.

Le evidenze disponibili suggeriscono un potenziale interesse dei polisaccaridi del Chaga per la ricerca nutraceutica e farmacologica, ma sono necessari ulteriori studi clinici per stabilire quanto questi risultati possano essere trasferiti all’uomo.

Chaga e attività antiossidante

Un’altra caratteristica frequentemente studiata di Inonotus obliquus è la sua attività antiossidante. Diversi composti presenti nel fungo, tra cui polisaccaridi e sostanze fenoliche, sono stati studiati per la loro capacità di interagire con i processi ossidativi.

Studi sperimentali hanno evidenziato attività di contrasto ai radicali liberi in differenti modelli di laboratorio.

Chaga, betulina e acido betulinico

Tra le sostanze di particolare interesse presenti nel Chaga troviamo betulina e acido betulinico, composti appartenenti alla famiglia dei triterpeni. L’acido betulinico è stato oggetto di numerosi studi sperimentali, anche nell’ambito della ricerca oncologica. Alcuni lavori hanno osservato effetti biologici su cellule tumorali in modelli di laboratorio.

È tuttavia fondamentale precisare che questi risultati non dimostrano che il Chaga sia una cura contro il cancro. La ricerca oncologica sul fungo riguarda principalmente meccanismi cellulari e modelli preclinici e non può essere utilizzata per sostituire terapie oncologiche comprovate.

Chaga e ricerca cardiovascolare

Tra gli ambiti di ricerca che hanno suscitato interesse verso il Chaga (Inonotus obliquus) rientra anche quello cardiovascolare.

Alcuni studi sperimentali hanno valutato l’azione degli estratti di Chaga sul metabolismo dei lipidi e sullo stress ossidativo, osservando risultati interessanti soprattutto in modelli animali.

In particolare, uno studio condotto per otto settimane su ratti alimentati con una dieta ad alto contenuto di grassi ha osservato, dopo la somministrazione di polisaccaridi di Inonotus obliquus, una riduzione del colesterolo totale, del colesterolo LDL e dei trigliceridi, associata a un aumento di alcuni parametri legati alla capacità antiossidante dell’organismo.

Altri studi condotti su modelli animali hanno riportato risultati favorevoli anche sui livelli di colesterolo HDL, comunemente definito “colesterolo buono”.

Un ulteriore filone di ricerca ha esaminato l’interazione degli estratti di Chaga con l’aggregazione piastrinica, osservando in laboratorio una possibile attività inibitoria.

Chaga e apparato gastrointestinale

L’apparato gastrointestinale rappresenta uno degli ambiti legati alla tradizione d’uso del Chaga. Le preparazioni tradizionali venivano consumate soprattutto sotto forma di decotto. La ricerca contemporanea sta inoltre studiando i polisaccaridi di Inonotus obliquus in relazione al microbiota intestinale e all’asse intestino-sistema immunitario. Si tratta di un settore di ricerca particolarmente interessante, ma ancora in evoluzione.

Chaga: fungo intero, polvere ed estratto

Il Chaga può essere utilizzato in diverse forme.

  • Fungo essiccato: la materia prima essiccata può essere utilizzata per preparare tradizionalmente infusi o decotti.
  • Polvere: la polvere deriva dalla lavorazione del fungo essiccato. La concentrazione dei diversi composti può però variare considerevolmente in base alla materia prima e al processo produttivo.
  • Estratto: gli estratti di Chaga sono ottenuti attraverso specifici processi di estrazione finalizzati a concentrare determinate categorie di composti.

La qualità di un estratto dipende quindi non soltanto dalla quantità di materia prima utilizzata, ma anche dal processo di estrazione, dalla standardizzazione e dalla composizione finale.

Gli estratti possono essere ottenuti con tecnologie sostenibili che preservano l’integrità dei composti funzionali. Il risultato è un’elevata concentrazione delle sostanze di interesse medico, con un miglior profilo di efficacia. Inoltre, la standardizzazione assicura una composizione costante in termini di contenuto di polisaccaridi, terpeni, zinco e altri micronutrienti..

Chaga e sicurezza: attenzione all’uso prolungato

Un aspetto particolarmente importante riguarda il contenuto di ossalati. In letteratura sono stati descritti casi di danno renale associati all’assunzione prolungata o elevata di preparazioni a base di Chaga, in particolare di polvere. È quindi opportuno evitare l’automedicazione con quantità elevate o l’uso prolungato senza una valutazione professionale.

Particolare prudenza è consigliabile in presenza di problemi renali, terapie farmacologiche o condizioni cliniche che richiedano un controllo medico.

Curiosità

Oggi il Chaga è uno dei funghi medicinali più popolari e studiati a livello internazionale.

Nel 1955 è stato ufficialmente riconosciuto dal Russian Medical Research Council per il suo impiego nel trattamento dei tumori, in particolare quelli gastrici e polmonari.

Il premio Nobel Aleksandr Solženicyn ne ha descritto l’uso tradizionale e le sue proprietà medicinali nei suoi scritti del 1968 e del 1971, ispirati alle esperienze vissute in Siberia.

Mico-Chaga Hifas da Terra: estratto puro di Chaga

Chaga: la perla nera

Tra gli integratori a base di Inonotus obliquus, Mico-Chaga di Hifas da Terra, proposto da Erboristeria Arcobaleno, è una formulazione specificamente dedicata al Chaga. A differenza degli integratori che associano diverse specie di funghi medicinali, Mico-Chaga è progettato esclusivamente a base di estratto di Chaga (Inonotus obliquus), arricchito con vitamina C da acerola.

Il risultato è una formulazione pensata per chi desidera conoscere con precisione la natura dell’estratto utilizzato e le principali biomolecole che lo caratterizzano.

Un estratto di Chaga standardizzato

Uno degli aspetti più interessanti di Mico-Chaga è la standardizzazione dell’estratto.

Hifas da Terra pone particolare attenzione alla quantità e alla tipologia delle biomolecole presenti nel Chaga, tra cui:

  • β-glucani fungini β-(1-3),(1-6) D-glucani;
  • triterpeni;
  • ergotioneina;
  • acido betulinico;
  • inotodiolo.

La presenza di queste sostanze permette di caratterizzare l’estratto in modo più preciso rispetto alla semplice indicazione generica “Chaga”. In particolare, acido betulinico e inotodiolo sono due composti caratteristici di Inonotus obliquus e rappresentano interessanti marcatori della composizione dell’estratto.

Secondo i dati riportati da Hifas da Terra, la dose giornaliera di Mico-Chaga fornisce oltre 370 mg di β-(1-3),(1-6) D-glucani, oltre a composti triterpenoidi, acido betulinico, inotodiolo ed ergotioneina.

Il particolare rapporto tra Chaga e betulla

Il Chaga presenta una caratteristica particolarmente interessante legata al suo rapporto con la betulla, uno degli alberi sui quali cresce spontaneamente.

La betulla è naturalmente ricca di betulina. Il metabolismo del fungo è in grado di trasformare la betulina in altri composti, tra cui l’acido betulinico, una delle molecole che hanno contribuito a suscitare l’interesse della ricerca scientifica sul Chaga.

La presenza di acido betulinico e inotodiolo nell’estratto rappresenta quindi un elemento particolarmente interessante per la caratterizzazione di un Chaga di qualità.

Mico-Chaga e vitamina C

Mico-Chaga associa all’estratto di Chaga la vitamina C proveniente dall’acerola. La vitamina C svolge numerose funzioni fisiologiche riconosciute e, in particolare, contribuisce alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo e al normale funzionamento del sistema immunitario.

Questa associazione completa la formulazione offrendo, accanto alle biomolecole naturalmente presenti nel fungo, un nutriente con funzioni nutrizionali ufficialmente riconosciute.

Una capsula 100% vegana

Anche la capsula è stata progettata in linea con la filosofia del prodotto. Mico-Chaga utilizza una capsula 100% vegetale, adatta a chi segue un’alimentazione vegana. La caratteristica colorazione viola della capsula è ottenuta utilizzando concentrato di succo di carota, evitando il ricorso a coloranti sintetici.

Perché scegliere Mico-Chaga?

La scelta di un integratore a base di Chaga non dovrebbe basarsi soltanto sulla quantità di fungo indicata in etichetta.

È importante considerare anche:

  • la specie utilizzata;
  • l’origine della materia prima;
  • la parte del fungo impiegata;
  • il processo di estrazione;
  • la quantità di β-glucani;
  • la presenza e la quantificazione dei triterpeni;
  • la presenza di composti caratteristici come acido betulinico e inotodiolo;
  • la qualità e la tracciabilità delle materie prime.

Mico-Chaga nasce proprio da questa filosofia: offrire un estratto puro di Inonotus obliquus del quale sia possibile conoscere e caratterizzare le principali componenti bioattive. È una scelta particolarmente interessante per chi cerca un prodotto specificamente dedicato al Chaga, anziché una miscela di differenti funghi medicinali.

Chaga: domande frequenti

Che cos’è il Chaga?

Il Chaga è il nome comune di Inonotus obliquus, un fungo che cresce soprattutto nelle foreste boreali e che presenta una lunga tradizione d’uso nella medicina popolare.

Quali sono le principali sostanze del Chaga?

Tra i principali componenti studiati troviamo polisaccaridi, β-glucani, triterpeni, polifenoli, betulina, acido betulinico e inotodiolo.

Il Chaga sostiene il sistema immunitario?

I polisaccaridi di Inonotus obliquus hanno mostrato attività immunomodulanti in numerosi studi sperimentali. Le evidenze cliniche nell’uomo sono però ancora insufficienti per attribuire al Chaga specifici effetti terapeutici.

Il Chaga è un antiossidante?

Gli estratti di Chaga hanno mostrato attività antiossidante in diversi modelli sperimentali. Questo rappresenta uno degli ambiti di ricerca più studiati sul fungo.

Il Chaga cura i tumori?

Alcuni composti del Chaga sono studiati per possibili attività antitumorali in laboratorio, ma non esistono evidenze sufficienti per considerare il Chaga una cura contro il cancro. Non deve sostituire le terapie oncologiche prescritte.

Come viene utilizzato tradizionalmente?

Tradizionalmente il Chaga veniva soprattutto preparato sotto forma di infuso o decotto a partire dal fungo essiccato.

Il Chaga è sempre sicuro?

L’uso prolungato o in quantità elevate può comportare rischi, e in letteratura sono stati riportati casi di nefropatia da ossalati associati al consumo di Chaga.

In sintesi

Il Chaga (Inonotus obliquus) è un fungo di interesse nutraceutico caratterizzato dalla presenza di polisaccaridi, triterpeni, polifenoli e altri composti bioattivi.

La ricerca scientifica sta approfondendo soprattutto le sue proprietà antiossidanti e immunomodulanti, oltre alle possibili interazioni dei suoi componenti con diversi processi biologici.

Il crescente interesse per gli estratti standardizzati rappresenta un’importante evoluzione rispetto all’uso tradizionale del fungo. Tuttavia, per molte delle applicazioni oggi studiate sono ancora necessari studi clinici nell’uomo.

Per questo il Chaga va considerato soprattutto come un fungo oggetto di ricerca e di interesse nutraceutico, senza attribuirgli proprietà terapeutiche non ancora dimostrate.

Nota: le informazioni presenti in questo articolo hanno finalità informative e non sostituiscono il parere del medico, del farmacista o di altro professionista sanitario.

Altri articoli

  1. Erboristeria Arcobaleno: Terpeni alleati naturali della salute
  2. Erboristeria Arcobaleno: Funghi: una fonte di benessere inesplorata
  3. Erboristeria Arcobaleno: Betulla, acido betulinico e fungo chaga
  4. Erboristeria Arcobaleno: Chaga: il diamante nero della betulla
  5. Erboristeria Arcobaleno: Il chaga: un fungo terapeutico conosciuto e utilizzato dai popoli siberiani da tempi remoti

Bibliografia

Le informazioni relative alla composizione, ai principi bioattivi e alla ricerca su Inonotus obliquus sono state approfondite attraverso la letteratura scientifica indicizzata su PubMed.

  1. Glamočlija J. et al., Chemical characterization and biological activity of Chaga (Inonotus obliquus), a medicinal “mushroom”, Journal of Ethnopharmacology, 2015.
  2. Lu Y. et al., Recent Developments in Inonotus obliquus (Chaga mushroom) Polysaccharides, Polymers, 2021.
  3. Tee Yon Ern P. et al., Therapeutic properties of Inonotus obliquus (Chaga mushroom): A review, Mycology, 2024.
  4. Study on the hypolipidemic effect of Inonotus obliquus polysaccharide in hyperlipidemia rats based on the regulation of intestinal flora.
  5. Study of active components and mechanisms mediating the hypolipidemic effect of Inonotus obliquus polysaccharides.
  6. Hyun K.W. et al., Isolation and characterization of a novel platelet aggregation inhibitory peptide from the medicinal mushroom, Inonotus obliquus, Peptides, 2006.

 

 

Una domanda che ha suscitato interesse negli ultimi anni riguarda il possibile ruolo di N-acetilcisteina (NAC), vitamine, minerali e sostanze vegetali nel sostenere l’organismo dopo la vaccinazione contro Covid-19.

È importante affrontare questo argomento con equilibrio.

I vaccini a mRNA contro SARS-CoV-2 utilizzano una molecola di RNA messaggero che fornisce temporaneamente alle cellule le istruzioni per produrre la proteina Spike. Il sistema immunitario riconosce questa proteina e sviluppa una risposta immunitaria costituita da anticorpi e cellule T. Successivamente, l’mRNA vaccinale viene degradato dai normali meccanismi cellulari. Questo processo costituisce il normale meccanismo d’azione del vaccino.

Effetti avversi: cosa sappiamo realmente?

Come per qualsiasi farmaco o vaccino, anche i vaccini contro Covid-19 possono essere associati a effetti indesiderati. La maggior parte delle reazioni è generalmente transitoria. Esistono tuttavia eventi avversi rari che sono stati identificati attraverso la farmacovigilanza.

Tra questi, miocardite e pericardite sono state riconosciute come eventi molto rari associati ai vaccini mRNA Comirnaty e Spikevax. L’EMA indica che il rischio complessivo è molto basso e che questi eventi si verificano più frequentemente nei giovani uomini, soprattutto nei giorni successivi alla vaccinazione.

È quindi importante non confondere evento avverso segnalato dopo una vaccinazione con effetto certamente causato dalla vaccinazione.

La farmacovigilanza valuta infatti il rapporto temporale, la frequenza dell’evento nella popolazione e tutte le possibili spiegazioni alternative. L’EMA sottolinea espressamente che una segnalazione di sospetto evento avverso non dimostra, da sola, un rapporto causale.

È possibile prevenire gli effetti avversi con gli integratori?

Al momento non esiste una combinazione di integratori scientificamente dimostrata capace di prevenire gli effetti avversi dei vaccini mRNA, né esiste un protocollo validato per “eliminare la Spike” o neutralizzare gli effetti della vaccinazione attraverso sostanze naturali.

Alcune molecole, come NAC, vitamina C, vitamina D, zinco, quercetina e curcumina, possiedono attività biologiche interessanti e sono state studiate nel contesto dello stress ossidativo, dell’infiammazione e delle infezioni respiratorie. Tuttavia, ciò non significa che assumere queste sostanze prima o dopo la vaccinazione impedisca un eventuale evento avverso.

Per questo è più corretto parlare di supporto nutrizionale e fisiologico dell’organismo, anziché di prevenzione degli effetti collaterali vaccinali.

I principali nutrienti e composti di interesse

Se l’obiettivo è sostenere i normali sistemi di difesa antiossidante, la funzionalità immunitaria e il metabolismo cellulare, esistono diverse sostanze che meritano attenzione. Non costituiscono un trattamento degli eventi avversi vaccinali, ma possono essere considerate all’interno di una corretta alimentazione e, quando appropriato, di un’integrazione personalizzata.

Vitamina D

La vitamina D non è importante soltanto per il metabolismo del calcio e la salute delle ossa. Il suo recettore è presente in numerose cellule del sistema immunitario e la vitamina D partecipa alla regolazione della risposta immunitaria innata e adattativa.

Una quantità adeguata di vitamina D contribuisce quindi al normale funzionamento del sistema immunitario. L’interesse nei confronti delle infezioni respiratorie nasce anche dall’osservazione che livelli insufficienti sono associati, in alcuni studi, a una maggiore suscettibilità alle infezioni respiratorie. Tuttavia, gli studi di integrazione non hanno prodotto risultati uniformi e il beneficio sembra essere più plausibile nelle persone con livelli insufficienti o carenti.

Vitamina C: difesa antiossidante e sistema immunitario

La vitamina C è uno dei principali micronutrienti coinvolti nella protezione delle cellule dallo stress ossidativo.

Agisce come antiossidante e partecipa a numerosi processi biologici, tra cui la sintesi del collagene, il metabolismo del ferro e il normale funzionamento del sistema immunitario. A livello immunitario contribuisce alla funzione di diverse cellule, comprese quelle coinvolte nella risposta innata e adattativa.

Un aspetto interessante è che la vitamina C non agisce semplicemente come una molecola che “neutralizza i radicali liberi”: è inserita in una rete più ampia di sistemi antiossidanti cellulari.

Questo rende particolarmente interessante la sua associazione concettuale con NAC e glutatione, pur trattandosi di meccanismi differenti.

In sintesi: vitamina C → protezione cellulare + supporto della normale funzione immunitaria.

N-acetilcisteina: il collegamento con il glutatione

La N-acetilcisteina (NAC) occupa una posizione particolare perché fornisce cisteina, uno dei precursori necessari alla sintesi del glutatione ridotto (GSH).

Il meccanismo fondamentale può essere rappresentato: NAC → cisteina → glutatione → equilibrio redox

Il glutatione rappresenta uno dei principali sistemi antiossidanti intracellulari e partecipa alla protezione delle cellule dall’eccesso di stress ossidativo.

La NAC possiede inoltre un gruppo tiolico (-SH) e può intervenire nella chimica dei legami disolfuro. Tuttavia, la letteratura più recente invita a non considerarla semplicemente come un generico “spazzino di radicali liberi”: una parte importante dei suoi effetti dipende dalla modulazione del metabolismo dei tioli e della disponibilità intracellulare di glutatione.

Questa caratteristica rende la NAC particolarmente interessante quando si parla di stress ossidativo, infiammazione e apparato respiratorio.

Acido alfa-lipoico: metabolismo energetico e sistemi redox

L’acido alfa-lipoico (ALA) è una molecola coinvolta in importanti reazioni del metabolismo energetico mitocondriale.

La sua particolarità è la presenza di una forma ossidata e di una forma ridotta, caratteristica che le permette di partecipare ai processi di ossidoriduzione. L’ALA è stato studiato anche per il possibile ruolo nel mantenimento dell’equilibrio redox e nella modulazione dello stress ossidativo. Il suo interesse, quindi, non deriva dall’idea che possa “eliminare” sostanze specifiche dall’organismo, ma dalla sua relazione con metabolismo mitocondriale e sistemi antiossidanti.

Quercetina: flavonoide e modulazione dei segnali infiammatori

La quercetina è un flavonoide presente in numerosi alimenti vegetali, tra cui cipolle, mele e altri vegetali.

La ricerca sperimentale ha evidenziato un’interazione con diverse vie cellulari coinvolte nella risposta infiammatoria e nello stress ossidativo. Tra i meccanismi studiati vi sono la modulazione del glutatione, delle specie reattive dell’ossigeno e dell’inflammasoma NLRP3. Questo è interessante perché NLRP3 rappresenta uno dei sistemi intracellulari coinvolti nell’attivazione della risposta infiammatoria. Tuttavia, gran parte delle evidenze meccanicistiche deriva da studi preclinici, mentre le prove cliniche sono molto più limitate. Per questo è corretto descrivere la quercetina come molecola di interesse per la ricerca sull’infiammazione e sullo stress ossidativo.

Zinco: immunità, enzimi e integrità cellulare

Lo zinco è un minerale essenziale coinvolto in centinaia di processi biologici.

È particolarmente importante per il sistema immunitario: partecipa alla proliferazione e alla funzione delle cellule immunitarie, alla sintesi delle proteine e del DNA e ai processi di riparazione cellulare. Una carenza di zinco può compromettere la normale funzione immunitaria. Questo significa che lo zinco ha un ruolo importante nel mantenimento della normale risposta immunitaria, ma non che aumentarne l’assunzione oltre il necessario produca automaticamente una maggiore protezione.

L’integrazione ha quindi maggiore razionalità quando esiste un apporto insufficiente. Un eccesso prolungato può inoltre interferire con il metabolismo del rame, motivo per cui dosaggi elevati non dovrebbero essere utilizzati senza una precisa indicazione.

Magnesio: metabolismo energetico e funzione neuromuscolare

Il magnesio è coinvolto in centinaia di reazioni enzimatiche.

È necessario per il normale metabolismo energetico, la sintesi proteica e la funzione muscolare e nervosa. Contribuisce inoltre alla regolazione della pressione sanguigna e al metabolismo della vitamina D. Il suo ruolo, quindi, è molto più ampio rispetto alla semplice funzione di “rilassante muscolare” con cui viene spesso associato.

Nel contesto di questo articolo il magnesio può essere considerato soprattutto come elemento di supporto dello stato nutrizionale e del metabolismo cellulare.

Curcumina: modulazione dell’infiammazione e dello stress ossidativo

La curcumina, principale componente bioattivo della curcuma, è probabilmente uno dei composti vegetali più studiati in relazione all’infiammazione.

Una meta-analisi pubblicata nel 2024 ha rilevato effetti favorevoli della supplementazione di curcumina su diversi biomarcatori, tra cui PCR, IL-6, TNF-α, malondialdeide, SOD e glutatione perossidasi, oltre ad alcuni parametri di funzione endoteliale. Gli autori sottolineano comunque che i risultati non sono uniformi per tutti gli outcome.

Una revisione sistematica ancora più ampia, comprendente 103 studi randomizzati e 7.216 partecipanti, ha evidenziato effetti su diversi parametri metabolici, infiammatori e ossidativi, ma ha classificato la certezza delle evidenze come variabile, da alta a molto bassa a seconda dell’esito.

Studi in vitro hanno esplorato la possibilità che la curcumina possa interferire con alcuni meccanismi coinvolti nell’infezione da SARS-CoV-2. In particolare, sono state studiate interazioni con la proteina Spike e con proteine cellulari come TMPRSS2 e ADAM17, coinvolte nei processi di ingresso e risposta cellulare al virus. Alcuni modelli sperimentali hanno inoltre osservato un’inibizione della replicazione virale a determinate concentrazioni di curcumina.

Questi dati rendono la curcumina interessante come sostanza studiata nella modulazione dell’infiammazione e dell’equilibrio ossidativo.

Supporto cardiovascolare e metabolismo cellulare

Supporto dell'organismo dopo la vaccinazione

Dato che i potenziali effetti collaterali successivi alla somministrazione del farmaco a mRNA sono spesso riguardanti l’apparato cardiovascolare, è opportuno utilizzare integratori in grado di supportare la produzione di NO e la funzionalità mitocondriale dell’endotelio vascolare:

L-citrullina: arginina e ossido nitrico

La L-citrullina è un aminoacido che può essere convertito in L-arginina, contribuendo alla disponibilità del substrato necessario alla sintesi dell’ossido nitrico (NO).

Il percorso può essere rappresentato: Citrullina → arginina → NO → regolazione del tono vascolare

L’ossido nitrico prodotto dall’endotelio contribuisce al rilassamento della muscolatura vascolare e alla regolazione del flusso sanguigno. La ricerca clinica sulla citrullina ha quindi studiato soprattutto pressione arteriosa, rigidità arteriosa e funzione endoteliale. Una meta-analisi del 2025 ha analizzato gli studi randomizzati disponibili proprio su questi parametri.

Questo rende la citrullina interessante dal punto di vista cardiovascolare.

Coenzima Q10: mitocondri, ATP e sistema cardiovascolare

Il Coenzima Q10 (CoQ10) svolge un ruolo fondamentale nella catena respiratoria mitocondriale e quindi nella produzione di ATP, la principale forma di energia utilizzabile dalle cellule.

È particolarmente interessante per tessuti ad alto consumo energetico, come il cuore e i muscoli. Il CoQ10 partecipa inoltre all’equilibrio redox cellulare.

Una meta-analisi del 2024 comprendente 12 studi e 489 partecipanti ha rilevato un miglioramento della dilatazione flusso-mediata (FMD), un parametro utilizzato per valutare la funzione endoteliale, dopo supplementazione con CoQ10. Gli stessi autori sottolineano tuttavia la necessità di ulteriori studi.

Vitamina K2: metabolismo osseo e vascolare

La vitamina K è necessaria per l’attivazione di diverse proteine coinvolte nel metabolismo del calcio. Tra queste vi è la Matrix Gla Protein (MGP), una proteina presente nei tessuti vascolari che, quando adeguatamente attivata, partecipa ai meccanismi fisiologici che contrastano la calcificazione delle arterie.

Questo meccanismo ha suscitato particolare interesse nei confronti della vitamina K2, soprattutto per il suo possibile ruolo nel metabolismo vascolare del calcio. Tuttavia, è importante distinguere il meccanismo biologico dalla dimostrazione di un’effettiva riduzione degli eventi cardiovascolari nell’uomo: al momento le evidenze cliniche non sono sufficienti per affermare che la supplementazione di vitamina K2 prevenga le malattie cardiovascolari.

Nattokinasi

La nattokinasi è un enzima proteolitico prodotto durante la fermentazione della soia utilizzata per ottenere il natto, alimento tradizionale giapponese. È conosciuta soprattutto per la sua attività fibrinolitica, cioè la capacità di interagire con i processi coinvolti nella degradazione della fibrina.

Un interessante filone di ricerca ha esaminato anche il possibile rapporto tra nattokinasi e proteina Spike di SARS-CoV-2.

In uno studio sperimentale pubblicato nel 2022 su Molecules, la nattokinasi ha determinato la degradazione della proteina Spike in modo dose- e tempo-dipendente in modelli cellulari. Gli autori hanno osservato una riduzione della Spike anche quando questa era espressa sulla superficie delle cellule. Lo studio ha inoltre valutato l’effetto della nattokinasi su componenti coinvolte nell’interazione virus-cellula, fornendo un possibile razionale per ulteriori ricerche sul suo effetto antivirale.

Bromelina

La bromelina, complesso di enzimi proteolitici ottenuto dall’ananas (Ananas comosus), è stata studiata per le sue proprietà antinfiammatorie, proteolitiche e fibrinolitiche.

Per quanto riguarda SARS-CoV-2, studi in vitro hanno evidenziato un’interessante attività nei confronti della proteina Spike. In particolare, la bromelina ha mostrato una degradazione della Spike dose- e tempo-dipendente e, nei modelli sperimentali utilizzati, una riduzione dell’infettività virale. Sono stati inoltre studiati possibili effetti sulle proteine coinvolte nell’ingresso del virus nella cellula, tra cui ACE2 e TMPRSS2.

Un lavoro più recente pubblicato su Scientific Reports ha inoltre studiato la combinazione bromelina + N-acetilcisteina (BromAc) utilizzando campioni di aspirato tracheale provenienti da pazienti Covid-19 critici. In laboratorio, BromAc ha determinato la scissione della subunità S1 della Spike e dei frammenti contenenti il dominio RBD.

Conclusione

NAC, vitamina C, vitamina D, zinco, magnesio, quercetina, curcumina, acido alfa-lipoico, CoQ10, citrullina e altre sostanze naturali rappresentano un interessante patrimonio di strumenti nutrizionali che la ricerca sta approfondendo per il loro ruolo nel mantenimento dell’equilibrio fisiologico dell’organismo.

Il loro interesse riguarda soprattutto processi fondamentali come difesa antiossidante, metabolismo del glutatione, funzione immunitaria, equilibrio infiammatorio, produzione energetica mitocondriale e salute dell’endotelio vascolare.

In questo contesto, la N-acetilcisteina assume un ruolo particolarmente interessante: fornendo cisteina, contribuisce alla disponibilità di uno dei precursori necessari alla sintesi del glutatione, uno dei principali sistemi di difesa antiossidante delle nostre cellule.

Ma l’interesse non riguarda una singola molecola. È proprio l’integrazione tra micronutrienti, antiossidanti, composti vegetali e sostanze coinvolte nel metabolismo cellulare a rappresentare una delle prospettive più interessanti della nutrizione moderna.

Un organismo adeguatamente nutrito dispone infatti di maggiori risorse per mantenere l’omeostasi, affrontare gli stress fisiologici e sostenere nel tempo le proprie funzioni cellulari.

Questo non significa attribuire agli integratori il ruolo di farmaci o di “antidoti”, ma riconoscere il loro possibile valore all’interno di una strategia più ampia di prevenzione e mantenimento della salute, basata innanzitutto su alimentazione, stile di vita, attività fisica e adeguato apporto di micronutrienti.

Bibliografia

  1. Aldini G, et al. N-Acetylcysteine as an antioxidant and disulphide breaking agent: the reasons why. Free Radical Research. 2018;52(7):751-762. Riferimento fondamentale per il ruolo della NAC come precursore del glutatione, antiossidante e agente mucolitico. PubMed – NAC, glutatione e stress ossidativo
  2. Jafari A, et al. Curcumin on Human Health: A Comprehensive Systematic Review and Meta-Analysis of 103 Randomized Controlled Trials. Phytotherapy Research. 2024;38(12):6048-6061. Revisione di 103 trial randomizzati e 7.216 partecipanti sugli effetti della curcumina. PubMed – Curcumina e salute umana
  3. Luo P, Li Z, Liu K, Gao W. Effects of L-citrulline supplementation and watermelon intake on arterial stiffness and endothelial function in middle-aged and older adults. Frontiers in Nutrition. 2025;12:1632952. Meta-analisi sull’effetto della citrullina sulla funzione endoteliale e sui parametri vascolari. Studio – L-citrullina e funzione endoteliale
  4. Daei S, et al. Effect of Coenzyme Q10 Supplementation on Vascular Endothelial Function. High Blood Pressure & Cardiovascular Prevention. 2024;31(2):113-126. Meta-analisi di 12 studi e 489 partecipanti, con evidenza di un miglioramento della FMD dopo integrazione con CoQ10. PubMed – CoQ10 e funzione endoteliale
  5. Shibata T, et al. Nattokinase, a serine protease, degrades the SARS-CoV-2 spike protein. Molecules. 2022. Studio sperimentale sul possibile effetto proteolitico della nattokinasi nei confronti della proteina Spike. PubMed – Nattokinasi e proteina Spike
  6.  NAC (N-AcetilCisteina) e Covid-19

 

 

 

La N-acetilcisteina (NAC), conosciuta anche come N-AcetilCisteina, è una molecola derivata dalla cisteina da molti anni utilizzata in ambito medico come mucolitico e come trattamento dell’intossicazione da paracetamolo. Il suo interesse scientifico, tuttavia, va oltre queste applicazioni: la NAC rappresenta infatti un importante precursore della sintesi del glutatione ridotto (GSH), uno dei principali sistemi antiossidanti intracellulari.

Durante la pandemia di Covid-19, questa caratteristica ha attirato una notevole attenzione da parte della ricerca scientifica. L’ipotesi era che il ripristino delle riserve di glutatione potesse contribuire a contrastare lo stress ossidativo, modulare l’infiammazione e sostenere la risposta dell’organismo all’infezione da SARS-CoV-2.

Ma cosa sappiamo oggi?

La risposta è più articolata di quanto suggeriscano i primi studi. Le evidenze sperimentali hanno fornito una solida base biologica per studiare la NAC nel Covid-19, mentre gli studi clinici hanno prodotto risultati non completamente concordanti. Alcune meta-analisi recenti suggeriscono un possibile beneficio in determinati pazienti, ma non esiste una dimostrazione definitiva che la NAC possa prevenire il contagio o rappresentare una terapia specifica contro il Covid-19.

NAC: che cos’è e perché è importante il glutatione?

La N-acetilcisteina è una forma modificata della cisteina, un aminoacido che contribuisce alla sintesi del glutatione.

Il glutatione (GSH) è un tripeptide formato da glutammato, cisteina e glicina e costituisce uno dei principali sistemi di difesa delle cellule contro l’eccesso di specie reattive dell’ossigeno (ROS).

La NAC può quindi agire come fonte di cisteina, favorendo la disponibilità del substrato necessario alla produzione di glutatione. Questo meccanismo è ben documentato ed è uno dei motivi per cui la molecola viene utilizzata da molti anni in medicina. La documentazione farmacologica ufficiale della FDA descrive il meccanismo dell’acetilcisteina indicando che la molecola può mantenere o ripristinare i livelli di glutatione; la scheda riporta inoltre che l’acetilcisteina può essere metabolizzata a cisteina, che viene successivamente utilizzata per formare glutatione.

Il rapporto tra NAC e glutatione è particolarmente interessante quando l’organismo è sottoposto a un’elevata produzione di radicali liberi. In condizioni di stress ossidativo, infatti, la produzione di ROS può aumentare considerevolmente e superare la capacità dei sistemi antiossidanti endogeni di neutralizzarli.

Si crea così uno squilibrio:

stress ossidativo → consumo di antiossidanti → alterazione dell’equilibrio redox → maggiore vulnerabilità cellulare

La NAC viene studiata proprio perché può contribuire a ristabilire questo equilibrio attraverso il metabolismo della cisteina e del glutatione.

Covid-19 e stress ossidativo: perché la NAC è stata studiata?

L’infezione da SARS-CoV-2 non interessa soltanto il virus in sé. Nei casi più importanti può coinvolgere numerosi meccanismi biologici dell’organismo ospite, compresi infiammazione, stress ossidativo, alterazioni della risposta immunitaria e danno dell’epitelio respiratorio.

Questo ha portato i ricercatori a studiare sostanze capaci di agire non direttamente sul virus, ma sui processi cellulari che accompagnano l’infezione.

La NAC rientra proprio in questa prospettiva.

Il suo interesse deriva da tre caratteristiche principali:

  • capacità di contribuire alla disponibilità di cisteina per la sintesi del glutatione;
  • attività mucolitica;
  • possibile modulazione di processi ossidativi e infiammatori.

È importante però distinguere tra meccanismo biologicamente plausibile ed efficacia clinica dimostrata.

Il fatto che una molecola possa influenzare un determinato processo cellulare non significa automaticamente che la sua somministrazione migliori l’evoluzione di una malattia.

NAC e sistema immunitario

NAC (N-AcetilCisteina) e Covid-19

Il sistema immunitario deve mantenere un delicato equilibrio.

Da una parte deve riconoscere e contrastare l’agente infettivo; dall’altra, una risposta infiammatoria eccessiva può contribuire al danno dei tessuti.

Per questo motivo la ricerca sulla NAC si è concentrata anche sulla possibilità di modulare il redox cellulare e alcune vie di segnalazione coinvolte nella risposta infiammatoria.

Una delle vie maggiormente studiate è NF-κB, un importante regolatore della trascrizione di numerosi geni coinvolti nell’infiammazione e nella risposta immunitaria.

Studi sperimentali hanno mostrato che la NAC può modulare l’attività di NF-κB, una delle principali vie di segnalazione coinvolte nella risposta infiammatoria, e ridurre la produzione di alcuni mediatori pro-infiammatori. In modelli di cellule epiteliali respiratorie infettate da virus influenzali e RSV, la NAC ha ridotto l’attivazione di NF-κB e la produzione di mediatori come IL-6, IL-8 e TNF-α, associandosi anche a una riduzione dello stress ossidativo intracellularee.

Tuttavia, gran parte di queste osservazioni deriva da studi in vitro o preclinici e non può essere automaticamente tradotta in un’efficacia terapeutica nell’uomo.

NAC e virus respiratori: cosa avevano mostrato gli studi precedenti al Covid-19?

L’interesse verso la NAC non nasce con SARS-CoV-2. Già prima della pandemia erano disponibili studi sull’impiego della molecola nelle patologie respiratorie e nelle infezioni virali.

Uno degli studi più interessanti è stato pubblicato nel 1997 sull’European Respiratory Journal (DOI: 10.1183/09031936.97.10071535). Lo studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, coinvolse 262 partecipanti e valutò l’assunzione di N-acetilcisteina (600 mg due volte al giorno) per sei mesi. I ricercatori osservarono una significativa riduzione della frequenza e della gravità degli episodi simil-influenzali e della durata della permanenza a letto. È importante sottolineare che la NAC non impedì l’infezione da influenza A/H1N1, ma ridusse la probabilità che l’infezione si manifestasse clinicamente.

La ricerca coinvolse 262 persone, prevalentemente anziane, che assunsero NAC 600 mg due volte al giorno oppure placebo per sei mesi.

La NAC non impedì l’infezione influenzale, ma tra i soggetti infettati solo il 25% di quelli trattati con NAC sviluppò una forma sintomatica, rispetto al 79% del gruppo placebo. Lo studio riportò inoltre una riduzione della frequenza, della gravità e della durata degli episodi simil-influenzali.

Questo risultato è particolarmente interessante perché suggerisce una distinzione importante:

la NAC non sembrava impedire necessariamente l’infezione, ma poteva attenuare la manifestazione clinica dell’episodio influenzale.

Non si può però trasferire automaticamente questo risultato al Covid-19. Influenza e SARS-CoV-2 sono virus differenti e gli effetti osservati in una malattia non costituiscono automaticamente una prova di efficacia nell’altra.

NAC e Covid-19: cosa dice la ricerca clinica?

Durante la pandemia sono stati condotti diversi studi per valutare la NAC come possibile trattamento aggiuntivo nei pazienti con Covid-19.

I risultati sono stati variabili.

Un trial randomizzato, doppio cieco e controllato con placebo, condotto su 135 pazienti con Covid-19 grave, ha valutato una dose elevata di NAC per via endovenosa. Il trattamento non ha determinato una riduzione significativa della necessità di ventilazione meccanica né un miglioramento significativo degli altri principali endpoint clinici.

Anche una meta-analisi pubblicata nel 2023, comprendente studi randomizzati e osservazionali, aveva evidenziato una notevole incertezza sull’efficacia della NAC nella polmonite da Covid-19. Gli autori sottolineavano infatti che la certezza complessiva delle evidenze era molto bassa, a causa soprattutto dell’imprecisione e dell’indirettezza dei dati, e concludevano che erano necessari ulteriori studi prima di poter formulare raccomandazioni per la pratica clinica.

Un’altra meta-analisi pubblicata nel 2024 ha esaminato cinque studi randomizzati controllati, per un totale di 651 pazienti. Non sono state osservate differenze statisticamente significative tra NAC e controllo per quanto riguarda mortalità, necessità di ventilazione meccanica invasiva, ricovero in terapia intensiva, durata della degenza ospedaliera o permanenza in terapia intensiva. Gli autori hanno pertanto concluso che la somministrazione di NAC non aveva dimostrato un miglioramento degli esiti clinici nei pazienti con Covid-19 e che il suo impiego routinario non era supportato dalle evidenze disponibili.

Le evidenze più recenti riaprono il dibattito

La questione, tuttavia, non si è chiusa.

Una meta-analisi pubblicata nel 2025 ha preso in considerazione 10 studi randomizzati controllati, per un totale di 1.424 pazienti. L’analisi ha evidenziato una possibile riduzione della mortalità nei pazienti trattati con NAC: l’odds ratio aggregato era 0,49 (IC 95%: 0,25–0,94), corrispondente a una riduzione del 51% delle probabilità di morte nel campione analizzato. Tuttavia, gli studi presentavano una eterogeneità moderata-alta (I² = 67%) e alcuni presentavano possibili criticità metodologiche. Gli autori sottolineano pertanto la necessità di ulteriori grandi studi randomizzati per confermare il risultato e stabilire quali dosaggi e modalità di somministrazione siano realmente più efficaci.

Un’altra meta-analisi pubblicata nel 2025, denominata CoViNAC, ha incluso 11 studi randomizzati, per complessivi 1.125 pazienti, nella valutazione della mortalità. L’analisi ha evidenziato una possibile riduzione del rischio di morte nei pazienti trattati con NAC (RR 0,59; IC 95% 0,39–0,88), mentre sei studi, per complessivi 656 pazienti, hanno evidenziato anche un miglioramento dei tassi di recupero o dimissione (RR 1,09; IC 95% 1,03–1,14). Tuttavia, gli autori hanno rilevato una eterogeneità moderata per l’analisi della mortalità (I² = 62%) e una certezza delle evidenze da moderata a bassa a seconda dell’esito. I risultati sono quindi interessanti, ma non possono essere considerati una prova definitiva che la NAC costituisca una terapia standard per il Covid-19..

Questa apparente contraddizione tra le diverse meta-analisi è un elemento importante da comprendere.

La ricerca sulla NAC e Covid-19 è ancora caratterizzata da eterogeneità.

Cambiano:

  • dosaggio della NAC;
  • via di somministrazione;
  • momento dell’inizio del trattamento;
  • gravità della malattia;
  • terapie concomitanti;
  • caratteristiche dei pazienti;
  • numero dei partecipanti ai singoli studi.

Tutti questi fattori possono modificare il risultato finale.

NAC e polmoni: un duplice interesse

NAC (N-AcetilCisteina) e Covid-19

Uno degli aspetti più interessanti della NAC è che la molecola possiede una caratteristica farmacologica indipendente dalla sua azione sul glutatione: è un mucolitico.

La NAC è infatti in grado di rompere i legami disolfuro presenti nelle glicoproteine del muco, contribuendo a renderlo meno viscoso. Questo meccanismo spiega il suo impiego storico nelle patologie respiratorie caratterizzate da secrezioni bronchiali dense.

Ma il sistema respiratorio è anche uno dei tessuti maggiormente esposti allo stress ossidativo. Per questo la ricerca ha studiato la NAC come molecola capace di intervenire contemporaneamente su due fronti: muco respiratorio + equilibrio redox

Questa combinazione rappresenta una delle ragioni dell’interesse scientifico della NAC nelle malattie respiratorie.

NAC, glutatione e infiammazione: il possibile collegamento

Il rapporto tra NAC, glutatione e infiammazione può essere rappresentato in modo semplice:

NAC → cisteina → glutatione (GSH) → controllo dello stress ossidativo → modulazione delle risposte cellulari

Quando aumenta lo stress ossidativo, il glutatione viene utilizzato per neutralizzare le specie ossidanti e può essere convertito nella sua forma ossidata.

La disponibilità di cisteina rappresenta uno dei fattori che possono limitare la sintesi del glutatione. La NAC può quindi aumentare la disponibilità di questo precursore. È proprio questo meccanismo che rende la NAC interessante non soltanto nel campo delle infezioni respiratorie, ma più in generale nella ricerca sul redox cellulare, sulla funzione mitocondriale e sui processi infiammatori.

Non significa, tuttavia, che assumere NAC determini automaticamente un aumento clinicamente significativo del glutatione in ogni persona o che questo si traduca necessariamente in una migliore risposta a SARS-CoV-2.

NAC e Covid-19: prevenzione o trattamento?

Questa è probabilmente la domanda più importante.

La NAC non deve essere considerata una terapia antivirale specifica contro SARS-CoV-2 e non esistono prove sufficienti per considerarla un integratore capace di prevenire il Covid-19.

Il suo interesse scientifico riguarda soprattutto i meccanismi biologici che possono accompagnare un’infezione: stress ossidativo, disponibilità di glutatione, risposta infiammatoria e secrezioni respiratorie. Gli studi clinici condotti durante la pandemia hanno prodotto risultati contrastanti. Per questo è più corretto parlare di potenziale ruolo coadiuvante, ancora oggetto di ricerca, piuttosto che di trattamento dimostrato.

Questa distinzione è fondamentale anche dal punto di vista della comunicazione scientifica.

NAC e influenza: un precedente interessante, ma non una prova per il Covid

Lo studio italiano del 1997 rimane uno dei dati più interessanti per comprendere perché la NAC sia stata studiata durante la pandemia.

Nei soggetti che avevano assunto 600 mg di NAC due volte al giorno per sei mesi, l’infezione influenzale non risultava eliminata, ma la malattia clinicamente evidente appariva molto meno frequente e meno intensa. Questo risultato ha suggerito un possibile effetto sulla risposta dell’organismo all’infezione, piuttosto che un’attività antivirale diretta.

È un concetto importante anche per interpretare correttamente la ricerca sul Covid-19: modulare lo stress ossidativo e l’infiammazione non equivale necessariamente a eliminare il virus.

NAC: una molecola interessante oltre il Covid-19

NAC (N-AcetilCisteina) e Covid-19

L’interesse per la N-acetilcisteina non dipende esclusivamente dal Covid-19.

La molecola possiede una storia clinica consolidata come mucolitico e come antidoto nell’intossicazione da paracetamolo. La documentazione farmacologica statunitense conferma il ruolo dell’acetilcisteina nel ripristino delle riserve di glutatione e nella protezione dal metabolita tossico del paracetamolo.

La ricerca contemporanea sta inoltre approfondendo il ruolo della NAC nei processi collegati a:

  • stress ossidativo;
  • metabolismo del glutatione;
  • infiammazione;
  • salute respiratoria;
  • equilibrio redox cellulare;
  • funzione immunitaria.

Questi ambiti sono scientificamente interessanti, ma devono essere distinti dalle indicazioni terapeutiche ufficialmente riconosciute.

La N-acetilcisteina è oggetto di più di 12 555 pubblicazioni scientifiche

NAC come integratore: in sintesi

Grazie alle sue proprietà antiossidanti e mucolitiche, la N-acetilcisteina (NAC) è una sostanza di particolare interesse per il supporto dell’equilibrio redox dell’organismo. La NAC rappresenta infatti una fonte di cisteina, aminoacido necessario per la sintesi del glutatione (GSH), uno dei principali sistemi di difesa antiossidante delle cellule.

Sotto consiglio medico, la NAC può risultare utile come supporto alla terapia standard per combattere vari disturbi causati dallo stress ossidativo, come malattie cardiache, diabete, infertilità e persino alcune condizioni psichiatriche

Il suo interesse è legato anche alla capacità di contribuire alla gestione dello stress ossidativo e di modulare alcuni processi infiammatori. Inoltre, grazie all’azione mucolitica, la NAC contribuisce a rendere il muco meno viscoso, favorendone l’eliminazione dalle vie respiratorie.

Dosi e modo d’uso

Le quantità di N-acetilcisteina (NAC) utilizzate negli studi scientifici variano in funzione dell’obiettivo e dell’ambito di impiego. In generale, nella letteratura sono stati studiati dosaggi compresi indicativamente tra 400 e 1.800 mg al giorno, con protocolli differenti a seconda della condizione considerata.

Per l’azione mucolitica, vengono comunemente utilizzati dosaggi nell’ordine di 400-600 mg al giorno, eventualmente suddivisi in più somministrazioni. Quantità analoghe sono state studiate anche nell’ambito dell’integrazione antiossidante, mentre in alcuni studi dedicati all’attività fisica sono stati utilizzati dosaggi superiori.

La NAC assunta per via orale presenta una biodisponibilità limitata, ma la sua funzione come fonte di cisteina può comunque contribuire alla sintesi endogena di glutatione (GSH). Alcuni studi hanno infatti osservato un aumento dei livelli di glutatione e di altri sistemi antiossidanti dopo integrazione con NAC.

Per l’utilizzo della NAC come integratore è quindi opportuno attenersi alle indicazioni riportate sull’etichetta del prodotto e, in caso di impiego prolungato o di specifiche condizioni cliniche, al parere dello specialista.

Conclusioni: cosa possiamo dire oggi sulla NAC e Covid-19?

La N-acetilcisteina (NAC) rappresenta una delle molecole più interessanti tra quelle studiate per il suo rapporto con il glutatione, lo stress ossidativo e l’infiammazione.

Il razionale biologico è solido: la NAC fornisce cisteina, contribuisce alla sintesi del glutatione e possiede anche un’azione mucolitica. Queste caratteristiche hanno portato i ricercatori a ipotizzare un possibile ruolo di supporto nelle infezioni respiratorie, compreso il Covid-19.

Gli studi clinici sul SARS-CoV-2, tuttavia, non hanno prodotto risultati univoci. Alcune ricerche e meta-analisi recenti suggeriscono possibili benefici, soprattutto in determinati contesti clinici, mentre altre analisi di studi randomizzati non hanno evidenziato miglioramenti significativi degli esiti principali.

La conclusione più corretta, quindi, è che la NAC presenta un razionale biologico interessante e continua a essere oggetto di ricerca, ma non può essere considerata una cura specifica o una prevenzione del Covid-19.

Il suo vero interesse scientifico risiede probabilmente nell’interazione tra NAC, glutatione, stress ossidativo e risposta infiammatoria.

In altre parole, più che chiedersi se la NAC sia semplicemente “contro il Covid-19”, è più utile comprendere come la modulazione dell’equilibrio redox possa influenzare la risposta dell’organismo alle infezioni respiratorie.

Nota importante

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce il parere del medico. La NAC può avere indicazioni, controindicazioni, interazioni e dosaggi differenti a seconda della formulazione e della situazione clinica. In presenza di Covid-19 o di sintomi respiratori importanti, non deve essere utilizzata per sostituire le terapie prescritte o ritardare una valutazione medica.

Altri articoli:

  1. Erboristeria Arcobaleno: Glutatione, N-acetilcisteina (NAC) e disintossicazione dell’organismo
  2. Erboristeria Arcobaleno:  Glutatione, NAC e Polidatina
  3. Erboristeria Arcobaleno: Glutatione: il guardiano interno
  4. Erboristeria Arcobaleno: N-Acetilcisteina (NAC): una molecola chiave
  5. Erboristeria Arcobaleno: Supporto dell’organismo dopo la vaccinazione

Fonti

  1. Studio su influenza A/B e RSV – PubMed: la ricerca mostra, in cellule epiteliali alveolari, una riduzione di IL-8, IL-6, TNF-α, H₂O₂ e della traslocazione di NF-κB dopo trattamento con NAC. N-acetyl-L-cysteine (NAC) inhibit mucin synthesis and pro-inflammatory mediators… – PubMed
  2. Studio su influenza e NF-κB – PubMed: evidenzia che l’infezione influenzale aumenta lo stress ossidativo e attiva NF-κB, mentre il pretrattamento con NAC attenua l’attivazione di NF-κB e l’induzione di IL-8. Role of oxidants in influenza virus-induced gene expression – PubMed
  3. Revisione 2024 sui meccanismi molecolari della NAC nelle infezioni respiratorie: utile soprattutto perché aggiorna il quadro e sottolinea che molte evidenze sono ancora precliniche. Molecular Mechanisms of N-Acetylcysteine in RSV Infections… – PubMed
  4. Varikasuvu SR et al. (2025). COVID-19 clinical outcomes and N-acetylcysteine (CoViNAC study): a GRADE compliant meta-analysis of randomized controlled trials.
    Cellular and Molecular Biology, 71(5), 95–102. Leggi lo studio su PubMed
  5. Oda T et al. (1997). Role of oxidants in influenza virus-induced gene expression. Studio sperimentale sul rapporto tra stress ossidativo, infezione influenzale, NF-κB e produzione di mediatori infiammatori. Leggi lo studio su PubMed

 

 

Testo rielaborato da un articolo del Dott. Gabriele Graziani pubblicato su “Scienza e Conoscenza”, n. 41 (luglio-settembre 2012).

L’argento: un materiale conosciuto da millenni

L’argento accompagna la storia dell’uomo da migliaia di anni. Oltre al suo valore come metallo prezioso, è stato impiegato fin dall’antichità per conservare acqua e alimenti grazie alle sue proprietà antimicrobiche. Greci, Romani e numerose civiltà utilizzavano recipienti e stoviglie in argento per limitare il deterioramento dei cibi, molto prima della scoperta dei microrganismi.

Con l’avvento della microbiologia, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, numerosi ricercatori iniziarono a studiare scientificamente le proprietà antibatteriche dell’argento, che per diversi decenni trovò applicazione in medicina prima dell’introduzione degli antibiotici.

Cos’è l’argento colloidale?

Con il termine “argento colloidale” vengono spesso identificati prodotti molto diversi tra loro. In realtà è importante distinguere tre principali categorie:

  • Argento ionico, costituito prevalentemente da ioni d’argento disciolti in acqua.
  • Argento ionico stabilizzato, ottenuto con l’aggiunta di proteine o altri agenti stabilizzanti.
  • Argento colloidale propriamente detto, formato da nanoparticelle di argento metallico disperse in acqua ultrapura.

Queste differenze non sono solamente terminologiche, ma influenzano le caratteristiche fisiche e il comportamento del prodotto.

L’argento ionico appare generalmente trasparente, mentre un vero colloide può assumere una leggera colorazione giallo-dorata dovuta all’interazione delle nanoparticelle con la luce.

Perché la dimensione delle particelle è importante?

Uno degli aspetti più interessanti della tecnologia colloidale riguarda la dimensione delle particelle.

Riducendo l’argento fino a dimensioni nanometriche aumenta enormemente la superficie disponibile rispetto alla stessa quantità di metallo. Una superficie maggiore significa una maggiore possibilità di interazione con l’ambiente circostante.

Per questo motivo, nella valutazione di un argento colloidale non conta soltanto la concentrazione espressa in ppm (parti per milione), ma anche:

  • dimensione media delle particelle;
  • distribuzione delle particelle;
  • superficie totale disponibile;
  • purezza della sospensione.

Dall’era pre-antibiotica alla ricerca moderna

Argento colloidale: storia, caratteristiche e applicazioni

Prima della diffusione degli antibiotici, preparazioni a base di argento venivano utilizzate in diversi ambiti della medicina.

Con l’introduzione della penicillina e delle successive classi di antibiotici, l’interesse verso queste applicazioni diminuì rapidamente.

Negli ultimi decenni, tuttavia, il crescente problema della resistenza agli antibiotici ha riacceso l’interesse della ricerca nei confronti dell’argento, soprattutto per applicazioni locali e come materiale antimicrobico.

Oggi composti dell’argento vengono impiegati, ad esempio, in:

  • medicazioni avanzate per ferite;
  • dispositivi medici;
  • rivestimenti antibatterici;
  • alcuni prodotti per il trattamento delle ustioni.

Questi utilizzi sono supportati da evidenze scientifiche e fanno parte della pratica clinica in specifici contesti.

Come agisce l’argento?

Numerosi studi hanno dimostrato che gli ioni d’argento possono interferire con diversi processi fondamentali dei microrganismi, tra cui:

  • l’integrità della membrana cellulare;
  • alcuni enzimi coinvolti nel metabolismo;
  • la replicazione cellulare.

Proprio perché agisce attraverso molteplici meccanismi, l’argento rappresenta un interessante oggetto di ricerca nella lotta contro alcuni microrganismi.

Va tuttavia sottolineato che l’efficacia dipende dalla forma chimica dell’argento, dalla concentrazione, dal tipo di applicazione e dal microrganismo coinvolto.

Argento ionico e argento colloidale: quali differenze?

Dal punto di vista chimico esiste una differenza sostanziale.

L’argento ionico è costituito da atomi che hanno perso un elettrone e risultano quindi altamente reattivi.

L’argento colloidale, invece, è formato da nanoparticelle di argento metallico sospese in acqua.

Secondo diversi autori, queste due forme possono avere comportamenti differenti una volta impiegate nelle varie applicazioni. Per questo motivo è importante conoscere la composizione reale del prodotto e non basarsi esclusivamente sulle indicazioni commerciali.

Sicurezza e utilizzo

L’argento è utilizzato da molti anni in medicina, soprattutto per applicazioni esterne e dispositivi medici.

Per quanto riguarda l’assunzione orale o sistemica di argento colloidale, le autorità sanitarie raccomandano prudenza.

Attualmente non esistono prove scientifiche sufficienti che ne dimostrino efficacia e sicurezza per il trattamento o la prevenzione delle malattie infettive mediante assunzione per bocca. Inoltre, un uso improprio o prolungato di prodotti contenenti argento può comportare effetti indesiderati, tra cui l’argiria, una rara ma permanente pigmentazione grigio-bluastra della pelle.

Per questo motivo qualsiasi utilizzo terapeutico deve essere valutato con un medico o un professionista sanitario qualificato.

Il futuro della ricerca

La nanotecnologia ha aperto nuove prospettive nello studio dell’argento.

Le nanoparticelle sono oggi oggetto di numerose ricerche in ambito biomedico per sviluppare materiali sempre più efficaci e sicuri destinati a:

  • medicazioni avanzate;
  • rivestimenti antibatterici;
  • biomateriali;
  • dispositivi impiantabili.

Molti studi sono ancora in corso e saranno necessari ulteriori dati clinici per definire pienamente le potenzialità terapeutiche dell’argento colloidale.

Conclusioni

L’argento rappresenta uno dei materiali antimicrobici più studiati della storia della medicina. Le moderne tecnologie hanno permesso di sviluppare preparazioni sempre più sofisticate, in particolare nel campo delle nanoparticelle.

Sebbene la ricerca continui a evidenziarne interessanti applicazioni, è importante distinguere tra gli utilizzi supportati da solide evidenze scientifiche — come quelli in ambito topico e nei dispositivi medici — e gli impieghi per i quali sono ancora necessari ulteriori studi.

Una corretta informazione permette di valorizzare le potenzialità dell’argento senza attribuirgli proprietà che, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, non risultano ancora definitivamente dimostrate.

Altri articoli

  1. Erboristeria Arcobaleno: Fitoterapia: il futuro è colloidale
  2. Erboristeria Arcobaleno: Collagene e Acido Ialuronico colloidali spray
  3. Erboristeria Arcobaleno: Argento colloidale: infinita bontà di madre terra
  4. Erboristeria Arcobaleno: Argento colloidale: come funziona
  5. Erboristeria Arcobaleno: Long Life: oro, argento e rame atomici
  6. Erboristeria Arcobaleno:  ARGENTO ORO COLLOIDI
  7. Erboristeria Arcobaleno: Argento colloidale: un potente antibatterico naturale
  8. Erboristeria Arcobaleno: Oro colloidale: metallo prezioso per la nostra salute
  9. Erboristeria Arcobaleno: Oro colloidale, una miniera di salute
  10. Erboristeria Arcobaleno:  Argento colloidale atomico
  11. Erboristeria Arcobaleno: Fosforo colloidale spray
  12. Erboristeria Arcobaleno: Resistenza antimicrobica (AMR)
Bibliografia essenziale
  1. Alexander JW. History of the medical use of silver. Surgical Infections. 2009;10(3):289-292.
  2. Rai M, Yadav A, Gade A. Silver nanoparticles as a new generation of antimicrobials. Biotechnology Advances. 2009;27(1):76-83.
  3. Lemire JA, Harrison JJ, Turner RJ. Antimicrobial activity of metals: mechanisms, molecular targets and applications. Nature Reviews Microbiology. 2013;11:371-384.
  4. Marambio-Jones C, Hoek EMV. A review of the antibacterial effects of silver nanomaterials and potential implications for human health and the environment. Journal of Nanoparticle Research. 2010;12:1531-1551.
  5. National Center for Complementary and Integrative Health (NCCIH). Colloidal Silver: What You Need To Know. National Institutes of Health (NIH).

Nota editoriale: Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative e non sostituiscono il parere del medico. Le applicazioni cliniche dell’argento sono oggi principalmente riconosciute in ambito topico (ad esempio medicazioni avanzate e dispositivi medici). L’impiego di argento colloidale per uso orale o sistemico non è approvato come trattamento di patologie dalle principali autorità sanitarie e richiede sempre il parere di un professionista.


Dall’antica alimentazione di Aztechi e Maya fino ai programmi spaziali moderni: la spirulina è davvero il “superfood del futuro” o la sua fama supera le evidenze scientifiche?

La spirulina, conosciuta scientificamente come Spirulina platensis (o Arthrospira platensis), è un cianobatterio tra le forme di vita più antiche del pianeta. Vive in acque alcaline e calde e deve il suo nome alla caratteristica forma a spirale.

Il suo utilizzo non è una moda recente: già Aztechi, Maya e popolazioni africane la consumavano come alimento e rimedio naturale. Oggi, il suo ritorno sulla scena globale è legato alla sua incredibile densità nutrizionale, tanto da essere stata definita nel 1974, durante la Conferenza Mondiale dell’Alimentazione, “cibo del futuro”.

Non solo: la spirulina è stata inclusa anche nei programmi alimentari degli astronauti, grazie alla sua capacità di fornire nutrienti essenziali in poco spazio e con elevata efficienza.

Missioni spaziali: la spirulina come risorsa per il futuro

A partire dagli anni Novanta, la NASA e la Agenzia Spaziale Europea hanno iniziato a studiare la spirulina come risorsa strategica per le missioni spaziali di lunga durata, includendola tra gli alimenti più promettenti per l’alimentazione degli astronauti.

Il suo interesse non si limita però al semplice apporto nutrizionale. Grazie alla capacità di svolgere la fotosintesi clorofilliana, la spirulina può contribuire attivamente ai sistemi di supporto vitale nello spazio: è in grado di assorbire anidride carbonica, produrre ossigeno e partecipare alla purificazione dell’acqua, diventando così un elemento chiave in ambienti chiusi come le stazioni spaziali. Inoltre, la presenza di organismi “viventi” e verdi sembra avere anche un effetto positivo sul benessere psicologico degli equipaggi, contribuendo a ridurre lo stress durante le missioni.

Un esempio concreto di queste applicazioni è il progetto MELiSSA (Micro-Ecological Life Support System Alternative), sviluppato dall’ESA. In questo sistema, la spirulina viene coltivata all’interno di un fotobioreattore, un ambiente controllato e illuminato artificialmente. Gli esperimenti hanno dimostrato che questi cianobatteri riescono a produrre ossigeno con la stessa efficienza osservata sulla Terra, trasformando la luce in energia e generando biomassa utilizzabile come alimento.

Questa duplice funzione — produzione di ossigeno e fonte nutrizionale ad alto valore — rende la spirulina particolarmente interessante per il futuro dell’esplorazione spaziale. La possibilità di coltivarla in sistemi chiusi, simili ad acquari, apre infatti la strada a missioni sempre più autonome, in cui il cibo potrà essere prodotto direttamente nello spazio o su altri pianeti.

Non a caso, l’ESA sta già immaginando scenari futuri in cui la spirulina sarà protagonista anche a tavola: in una possibile missione su Marte, piatti come gnocchi alla spirulina o preparazioni a base di microalghe potrebbero entrare a far parte della dieta degli astronauti, unendo sostenibilità, innovazione e nutrizione.

Spirulina nello spazio

Un esempio significativo è rappresentato da Samantha Cristoforetti, prima astronauta donna italiana dell’Agenzia Spaziale Europea, che durante la missione ISS 42/43 ha contribuito a un programma dedicato alla nutrizione e alla salute nello spazio.

Nel corso di questo progetto sono stati sviluppati alimenti pensati per gli astronauti: non solo funzionali e nutrienti, ma anche piacevoli dal punto di vista gustativo. Oggi, infatti, è possibile portare in orbita veri e propri piatti della tradizione italiana, come lasagne, parmigiana o caponata, dimostrando come il cibo nello spazio stia evolvendo verso standard sempre più elevati.

In questo contesto innovativo, la spirulina assume un ruolo particolarmente interessante. Come sottolineato dalla stessa Cristoforetti, questa microalga non è solo una fonte concentrata di nutrienti, ma può avere applicazioni strategiche anche nei sistemi di supporto alla vita nello spazio. Grazie alla sua capacità di effettuare fotosintesi, infatti, la spirulina potrebbe contribuire alla produzione di ossigeno all’interno delle stazioni spaziali, oltre che fornire alimento agli equipaggi.

Si tratta di una prospettiva che apre scenari affascinanti per il futuro dell’esplorazione spaziale: un unico organismo in grado di nutrire, rigenerare l’aria e supportare la vita umana in ambienti estremi.

Un concentrato di nutrienti

Dal punto di vista nutrizionale, la spirulina è considerata uno degli alimenti più completi in natura. Contiene:

  • Proteine : 60-70% del peso secco, profilo completo di amminoacidi
  • Vitamine del gruppo B : B1, B2, B3, B6, B8, B9, e una forma di B12 (pseudovitamina)
  • Vitamine liposolubili : D, E, K
  • Beta-carotene : precursore della vitamina A, 10 volte più delle carote
  • Ferro : 28 a 50 mg per 100g, sotto forma di ferro vegetale ferrico (7)
  • Minerali : zinco, rame, magnesio, potassio, calcio, selenio

Una piccola quantità (circa 7 grammi) apporta proteine di qualità comparabile a quelle delle uova e numerosi micronutrienti essenziali.

Tuttavia, è importante precisare che alcune credenze diffuse sono da ridimensionare: ad esempio, la spirulina contiene una forma di vitamina B12 non pienamente biodisponibile per l’uomo.

Benefici

Molti dei benefici attribuiti alla spirulina trovano riscontro nella letteratura scientifica, anche se spesso con limiti legati a campioni ridotti o studi preliminari.

Salute cardiovascolare

Uno degli effetti più documentati è la riduzione del colesterolo e dei trigliceridi.

Una meta-analisi ha evidenziato diminuzioni significative del colesterolo totale e LDL. I risultati sono davvero impressionanti:

  • Riduzione del colesterolo totale: -46,76 mg/dL
  • Riduzione del colesterolo LDL (il “cattivo”): -41,32 mg/dL
  • Riduzione dei trigliceridi: -44,23 mg/dL
  • Aumento del colesterolo HDL (il “buono”): +6,06 mg/dL

Questi risultati sono statisticamente significativi (p<0,001). Il meccanismo d’azione è stato chiarito da uno studio giapponese pubblicato nel Giornale di Nutrizione: la ficocianina inibisce l’assorbimento intestinale del colesterolo e ne riduce il riassorbimento biliare, aumentando così la sua escrezione.

Una rivista pubblicata in Terapie Cardiovascolari  conferma l’azione globale della spirulina su tutti i parametri della sindrome metabolica, combinando effetti ipolipidemizzanti, antiossidanti e antinfiammatori.

Controllo della glicemia

Diversi studi suggeriscono un miglioramento nella gestione degli zuccheri nel sangue, utile soprattutto nel diabete di tipo 2.

Uno studio su modello animale pubblicato in Biologia Farmaceutica ha evidenziato il potenziale antidiabetico della ficocianina. I risultati mostrano una riduzione della glicemia a digiuno e un miglioramento della sensibilità all’insulina.

Un altro studio sull’uomo pubblicato nel Giornale di Cibo Medicinale  con 4,5g di spirulina al giorno per 6 settimane ha osservato una riduzione della pressione arteriosa sistolica e un miglioramento del profilo lipidico, due parametri spesso alterati nella sindrome metabolica.

Azione antinfiammatoria e antiossidante

La ficocianina, uno dei principali pigmenti, svolge un ruolo chiave nel contrasto allo stress ossidativo e ai processi infiammatori.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2021 su Antiossidanti  ha analizzato 9 studi su 415 soggetti. I ricercatori hanno osservato un effetto significativo sulla capacità antiossidante totale (TAC) e un miglioramento della superossido dismutasi (SOD), un enzima chiave della difesa antiossidante.

Concretamente, i benefici della spirulina includono una protezione delle vostre cellule contro lo stress ossidativo, questo invecchiamento cellulare accelerato causato dai radicali liberi. E non è solo un concetto astratto: lo stress ossidativo è coinvolto in molte patologie croniche.

Neuroprotezione

Uno studio pubblicato su Archives of Physiology and Biochemistry (1) ha dimostrato che la spirulina protegge dallo stress ossidativo cerebrale e migliora le funzioni cognitive (1). Questi risultati suggeriscono un potenziale interessante nel contesto dell’invecchiamento cerebrale.

Sistema immunitario

Alcune ricerche indicano un effetto immunomodulatore, con possibile miglioramento della risposta dell’organismo alle infezioni.

L’effetto immuno-modulatore, ovvero la capacità di stimolare la risposta del sistema immunitario, è legata alla elevata quantità di ferro e magnesio contenuta nell’alga spirulina. L’elevato contenuto di vitamina K e di omega 3, invece, aiuta a fluidificare il sangue e contrasta l’effetto negativo dei trigliceridi sul sistema cardiovascolare.

Peso corporeo

Studi recenti suggeriscono che l’assunzione regolare possa contribuire alla riduzione del peso e del grasso corporeo, soprattutto a dosaggi superiori ai 2 g al giorno e per periodi prolungati.

Anemia

Uno degli ambiti più interessanti riguarda il possibile ruolo della spirulina nel contrasto all’anemia, in particolare quella da carenza di ferro.

La spirulina contiene:

  • ferro altamente biodisponibile
  • vitamine del gruppo B (coinvolte nella produzione dei globuli rossi)
  • proteine utili alla sintesi dell’emoglobina

Alcuni studi clinici (2) hanno osservato un aumento dei livelli di emoglobina e un miglioramento dello stato nutrizionale in soggetti anemici, inclusi anziani e bambini malnutriti.

Grazie al contenuto di ferro e proteine, può supportare:

  • la resistenza fisica
  • il recupero muscolare
  • il contrasto all’anemia

Ciò che è notevole osservare è che il ferro della spirulina (ferro ferrico vegetale) viene ben assorbito provocando meno effetti collaterali gastrointestinali rispetto al ferro farmaceutico . Uno studio (3) di biodisponibilità pubblicato nel Giornale di Chimica Agricola e Alimentare ha confermato che il ferro della spirulina è paragonabile al ferro eme in termini di assorbimento, senza gli effetti collaterali ossidanti del ferro ferroso (3).

Sostegno del microbiota intestinale

Uno studio pubblicato nel Giornale di Biochimica Nutrizionale  ha dimostrato che la spirulina aumenta le popolazioni di Roseburia e Lactobacillus nell’intestino, proteggendo al contempo contro l’infiammazione epatica legata all’età .

Più antica ma altrettanto pertinente, uno studio del Giornale Internazionale di Microbiologia Alimentare aveva già dimostrato che la spirulina stimola la crescita di Lactococcus lactis, Streptococcus thermophilus, Lactobacillus casei, L. acidophilus e L. bulgaricus. È un vero effetto prebiotico.

Prestazione sportiva e recupero

Una rivista pubblicata nel 2024 nel Giornale degli Integratori Alimentari ha fatto il punto sulla situazione delle benefici della spirulina tra gli sportivi. Le conclusioni sono incoraggianti:

  • Miglioramento della composizione corporea nei soggetti in sovrappeso
  • Miglioramento della capacità aerobica nei soggetti non o moderatamente allenati
  • Miglioramento della forza e della potenza muscolare
  • Riduzione della perossidazione lipidica e dell’infiammazione
  • Accelerazione del recupero muscolare

Spirulina Platensis è adatta a tutti gli sportivi che cercano un’alternativa naturale ed efficace agli integratori multivitaminici-minerali e ricostituenti di sintesi, agli sportivi che cercano un’integrazione sicura senza incorrere nel rischio di assumere integratori nocivi per la propria salute, agli sportivi a rischio malnutrizione come gli atleti di endurance, sportivi vincolati a categoria di peso, sportivi vegani o vegetariani e atleti senior.

Se utilizzata come supplemento sportivo, Spirulina può rappresentare un aiuto importante nella copertura dei fabbisogni dei vari nutrienti. Il Ministero della Salute ne sottolinea l’effetto fisiologico utile per “l’azione di sostegno e nutriente”. Spirulina Platensis è un ottimo alimento per TUTTI gli sportivi, incluso chi pratica sport estremi, per i quali è da considerarsi un alimento di sopravvivenza e di emergenza.

Benefici della spirulina per la pelle e preparazione al sole

Con la sua ricchezza di beta-carotene (10 volte più delle carote), la spirulina contribuisce a preparare la pelle al sole.  Gli antiossidanti della spirulina, in particolare la ficocianina e il beta-carotene , aiutano a proteggere le cellule dai danni causati dai raggi UV.

Benefici specifici per le donne

Le donne hanno esigenze nutrizionali particolari, in particolare per quanto riguarda il ferro. Con il 20-50% delle donne che soffrono di carenze di ferro secondo gli studi, la spirulina rappresenta una soluzione naturale interessante.

I benefici della spirulina per le donne sono molteplici:

  • Ferro altamente biodisponibile : combattere la stanchezza legata al ciclo (4, 5)
  • Proteine complete : supporta la massa muscolare
  • Beta-carotene : contribuisce alla salute della pelle e dei capelli
  • GLA : può aiutare a ridurre i sintomi della sindrome premestruale

Durante la gravidanza, la spirulina può costituire un integratore naturale di ferro, ma ti consiglio di consultare il tuo medico o l’ostetrica prima di qualsiasi integrazione.

Per capelli più sani 

I capelli sono fatti di una particolare proteina che si chiama cheratina: l’assunzione di Alga Spirulina favorisce la sua sintesi da parte del corpo. Più cheratina significa capelli più robusti, sani, compatti e luminosi.

Controindicazioni

Per quanto riguarda gli effetti collaterali, potenziali rischi derivano dalla contaminazione della Spirulina con microcistine, ma normalmente è ben tollerata. In soggetti sensibili sono state evidenziate: nausea, diarrea, stanchezza e mal di testa. La Spirulina contiene l’aminoacido Fenilalanina che è da evitare se si soffre di Fenilchetonuria (rara malattia genetica che impedisce il corretto metabolismo della fenilalanina, che si accumula nel cervello creando danni). Se la Spirulina è altamente contaminata da microcistine può provocare danni al fegato, shock e morte in particolare sui bambini. Per quanto riguarda gli effetti sulla tiroide della Spirulina, essendo un’alga di acqua dolce non contiene molto iodio e non influisce in modo importante sulla funzionalità della tiroide.

L’importanza dell’origine: qualità e sicurezza prima di tutto

Spirulina: dall’antichità allo spazio

Un aspetto cruciale, spesso sottovalutato quando si parla di spirulina, riguarda la provenienza e la qualità del prodotto. Essendo un microrganismo che cresce in ambienti acquatici, la spirulina è particolarmente esposta al rischio di contaminazione da metalli pesanti (come piombo, arsenico e alluminio), batteri e sostanze chimiche presenti nelle acque di coltivazione.

La sua crescita naturale avviene solo in condizioni molto specifiche: acque alcaline, ricche di sali minerali e con temperature comprese tra i 30 e i 40°C. Tuttavia, la crescente domanda globale ha portato alla diffusione di coltivazioni intensive, spesso localizzate in aree dove i controlli qualitativi sono meno rigorosi, in particolare in alcune regioni dell’Estremo Oriente.

Proprio per questo motivo, nel 2017 l’agenzia francese per la sicurezza sanitaria ANSES ha segnalato che la spirulina, se prodotta in condizioni non controllate, può contenere cianotossine, contaminanti chimici e metalli pesanti, rappresentando un potenziale rischio per la salute.

Casi di contaminazione sono stati infatti documentati in diversi paesi, tra cui Cuba, Thailandia, Messico, India e persino Stati Uniti, evidenziando come il problema non sia limitato a specifiche aree ma legato soprattutto agli standard di produzione.

Alla luce di queste evidenze, diventa fondamentale scegliere prodotti certificati e tracciabili, preferendo quando possibile spirulina di origine italiana o europea, dove i controlli sono generalmente più rigorosi. Evitare prodotti “low cost” di dubbia provenienza non è solo una scelta qualitativa, ma una vera e propria garanzia per la propria salute.

In questo contesto, affidarsi a realtà specializzate come Erboristeria Arcobaleno può rappresentare un valido supporto nella scelta di integratori sicuri e selezionati, come le alghe della linea Consonni Bioalghe, apprezzate per l’attenzione alla qualità e alla filiera produttiva.

Conclusione: tra tradizione, scienza e uso consapevole

La spirulina rappresenta un esempio affascinante di come un alimento antico possa trovare spazio nella nutrizione moderna e persino nelle sfide del futuro, come quelle legate alla sostenibilità e all’esplorazione spaziale.

Il suo profilo nutrizionale è indubbiamente ricco e interessante, e alcune applicazioni — come il supporto nei casi di carenze nutrizionali o di anemia lieve — trovano un riscontro concreto nella letteratura scientifica. Allo stesso tempo, è importante distinguere tra ciò che è dimostrato e ciò che è ancora oggetto di studio.

Un aspetto fondamentale, spesso sottovalutato, riguarda però la qualità del prodotto. La spirulina, infatti, può essere soggetta a contaminazioni (come microcistine o metalli pesanti) se non coltivata e lavorata secondo standard rigorosi.

Più che un “superfood miracoloso”, la spirulina è un’integrazione funzionale che può dare benefici reali se utilizzata nel modo corretto. Il suo valore emerge soprattutto quando è inserita in un contesto più ampio fatto di alimentazione equilibrata, stile di vita sano e attenzione alla qualità di ciò che si consuma.

In un panorama spesso dominato da mode alimentari, la spirulina invita a un approccio più critico e informato: non una scorciatoia per la salute, ma uno strumento utile, da conoscere e usare con consapevolezza.

Fonte: https://www.biovie.fr/it/blog/

Altri articoli

  1. Erboristeria Arcobaleno: Alga spirulina:energia da vendere
  2. Erboristeria Arcobaleno: Spirulina e ipertensione
  3. Erboristeria Arcobaleno: Alghe: il cibo del futuro
  4. Erboristeria Arcobaleno: Spirulina: un armonioso equilibrio di vitamine e minerali
  5. Erboristeria Arcobaleno: ALGHE: un superfood primordiale
  6. Erboristeria Arcobaleno: ALGHE
  7. Erboristeria Arcobaleno: Alghe, il cibo del futuro?
  8. Erboristeria Arcobaleno: Il potere Verde-Blu della spirulina 
  9. Erboristeria Arcobaleno:  Micro-alghe verdazzurre Spirulina e Klamath, il vero “green food” 
  10. Erboristeria Arcobaleno:  Ficocianine: una potente molecola naturale 
  11. Erboristeria Arcobaleno:  Anemia clorofilla e alghe

Bibliografia

  1. Gargouri M, et al. “Spirulina mitigates cognitive dysfunction.” Arch Physiol Biochem, 2019.
  2. Niang K, et al. “Spirulina supplementation in anemic young women.” J Nutr Health Food Sci, 2015.
  3. Walter A, et al. “Spirulina iron is highly bioavailable in humans.” J Agric Food Chem, 2016.
  4. Niang K, et al. “Spirulina supplementation in anemic young women.” J Nutr Health Food Sci, 2015.
  5. Walter A, et al. “Spirulina iron is highly bioavailable in humans.” J Agric Food Chem, 2016.
  6. Effects of spirulina on weight loss and blood lipids: a review, BMJ
  7. Antiinflammatory and antihyperalgesic activity of C-phycocyanin, Anesthesia & Analgesia
  8. Role of Spirulina in the Control of Glycemia and Lipidemia in Type 2 Diabetes Mellitus, Journal of Medicinal Food
  9. Enhancement of antitumor natural killer cell activation by orally administered Spirulina extract in mice, Cancer science
  10. Effects of dietary Spirulina on vascular reactivity, Journal of Medicinal Food
  11. Ergogenic and antioxidant effects of spirulina supplementation in humans, Medicine and science in sports and exercise
  12. Enciclopedia of Dietary Supplements, 2nd Ed. – Blue-Green Algae (Cyanobacteria) W.W. Carmichael, M.Stukenberg, J.M.Betz
  13. NIH, Medline Plus – Blue-Green Algae
  14. Cingi C., Conk-Dalay M., Cakli H., Bal C., The effects of spirulina on allergic rhinitis, Epub 2008 Mar 15. Doi: 10.1007/s00405-008-0642-8.

 

Dalle bacche alle gemme, il ribes nero è una pianta ricca di virtù benefiche: un alleato naturale per il benessere dell’organismo, tra tradizione erboristica e moderne ricerche.

Originario delle regioni fredde della Siberia e diffuso in gran parte dell’Europa, il Ribes nigrum, comunemente noto come ribes nero, è un arbusto dalle molteplici proprietà benefiche. Utilizzato da secoli nella tradizione fitoterapica, oggi è apprezzato sia per il suo valore nutrizionale sia per le sue applicazioni in ambito erboristico e integrativo.

Dalle foglie ai frutti, fino alle gemme e ai semi, ogni parte della pianta racchiude principi attivi preziosi che contribuiscono al benessere generale dell’organismo, sostenendo le difese naturali e aiutando a contrastare stati infiammatori e stress.

Caratteristiche botaniche e diffusione

Il Ribes nigrum è una pianta officinale tradizionalmente attribuita alla famiglia delle Saxifragaceae (oggi più comunemente inclusa nelle Grossulariaceae). È originaria delle zone montuose dell’Eurasia e cresce spontaneamente in Asia settentrionale e nelle regioni del nord e centro Europa. Nelle aree mediterranee, dove le condizioni climatiche sono meno favorevoli alla crescita spontanea, viene prevalentemente coltivata per la produzione dei suoi frutti.

Si presenta come un arbusto deciduo, alto generalmente tra 1,5 e 2 metri, con portamento eretto e ramificato. I fusti, inizialmente lisci e chiari, tendono a diventare più scuri e rugosi con l’invecchiamento della pianta.

Le foglie sono lungamente picciolate, con margine dentato e una tipica forma lobata. La pagina inferiore è caratterizzata da una leggera peluria e dalla presenza di numerose ghiandole secretrici di colore giallastro, responsabili del caratteristico profumo intenso e aromatico della pianta.

La fioritura avviene tra aprile e maggio: i fiori, riuniti in piccoli grappoli pendenti, presentano una colorazione bianco-verdastra all’esterno e tonalità rossastre all’interno.

Il frutto è una bacca globosa di colore nero intenso, dal sapore aromatico e gradevole, ricca di piccoli semi. È proprio questa bacca a rappresentare la parte più conosciuta e utilizzata della pianta, sia in ambito alimentare che fitoterapico.

Cenni storici

La pianta officinale di Ribes nigrum ha origini antiche e affascinanti. Le prime coltivazioni documentate risalgono all’XI secolo in Russia, dove veniva impiegata principalmente come pianta medicinale all’interno dei giardini dei monasteri, luoghi in cui si sviluppava e si custodiva il sapere erboristico dell’epoca.

Qualche secolo più tardi, gli erboristi tedeschi iniziarono a raccomandare l’uso delle bacche di ribes nero per il trattamento dei calcoli renali e dei disturbi epatici. Dalle stesse bacche venivano preparati sciroppi utilizzati per lenire la tosse e i malanni polmonari.

Nel corso del XVI secolo, la pianta si diffuse in Francia, in particolare nella Valle della Loira, dove veniva chiamata “albero del pepe” o “cassia di Poitevin”. Fu proprio in questo periodo che iniziò a essere coltivata anche come frutto da consumo.

Il ribes nero rimase a lungo una pianta di nicchia, ma nel XVIII secolo venne riportato in auge da P. Bailly de Montaran (1712), che lo definì una vera e propria “panacea universale”, riconoscendone il potenziale nel supportare numerose funzioni dell’organismo. In questo periodo divenne molto popolare nei giardini francesi e largamente utilizzato nella pratica erboristica.

Dopo una fase di minore interesse, il ribes nero tornò alla ribalta nel XX secolo, soprattutto grazie allo sviluppo della gemmoterapia. Le sue gemme, in particolare, vennero considerate una delle risorse più preziose di questa disciplina, tanto da essere definite la “perla” della gemmoterapia per le loro proprietà di sostegno globale all’organismo.

Composizione nutrizionale

Il ribes nero è particolarmente apprezzato per il suo profilo nutrizionale ricco e completo. In 100 grammi di prodotto si trovano:

  • Vitamina C: circa 181 mg
  • Carboidrati: 15,38 g
  • Proteine: 1,4 g
  • Lipidi: 0,41 g
  • Fibre: 4,3 g
  • Ferro e manganese

Inoltre, contiene acidi grassi essenziali come acido alfa-linolenico e gamma-linolenico, utili per il controllo del metabolismo lipidico.

Benefici e virtù del ribes nero

Il Ribes nigrum è particolarmente apprezzato per la sua ricca composizione nutrizionale, che lo rende un valido alleato naturale per il benessere dell’organismo. Le sue proprietà derivano dalla presenza di vitamina C, polifenoli, flavonoidi e antocianine, sostanze note per il loro effetto protettivo e riequilibrante.

Azione antiossidante

Uno dei principali punti di forza del ribes nero è la sua elevata capacità antiossidante. I polifenoli e la vitamina C aiutano a contrastare i radicali liberi, contribuendo a proteggere le cellule dallo stress ossidativo, responsabile dell’invecchiamento cellulare e di numerose patologie croniche.

Le antocianine e i flavonoidi, inoltre, svolgono un ruolo importante nel rafforzare i capillari e migliorare la microcircolazione. Per questo motivo il ribes nero è spesso utilizzato come supporto naturale in caso di fragilità capillare, couperose ed emorroidi.

Attività antinfiammatoria

Il ribes nero è tradizionalmente noto per la sua azione antinfiammatoria. In ambito fitoterapico viene impiegato per sostenere l’organismo nella gestione degli stati infiammatori, in particolare a livello articolare e muscolare.

È inoltre associato a un’azione di stimolo delle ghiandole surrenali, favorendo la produzione di cortisolo, un ormone fisiologico coinvolto nella regolazione dei processi infiammatori e delle risposte immunitarie.

Questa attività lo rende un rimedio naturale frequentemente utilizzato come supporto in caso di allergie stagionali, congiuntiviti, dermatiti e disturbi delle vie respiratorie come rinite, bronchite e laringite.

Sostegno al sistema immunitario

Grazie all’elevato contenuto di vitamina C, il ribes nero contribuisce a rafforzare le difese naturali dell’organismo. Il suo consumo può risultare particolarmente utile nei periodi più freddi o nei cambi di stagione, aiutando a prevenire le infezioni e a favorire un recupero più rapido.

Benessere di circolazione e capillari

Le sue sostanze bioattive favoriscono la microcircolazione, risultando utili in caso di fragilità capillare, couperose ed emorroidi (studio).

Benefici per la salute degli occhi

Le sostanze antiossidanti presenti nel ribes nero, in particolare le antocianine, sono note per il loro effetto benefico sulla funzione visiva. Possono contribuire a migliorare l’adattamento alla visione notturna e a sostenere la salute oculare, anche aiutando a ridurre la pressione endoculare, fattore di rischio per alcune patologie come il glaucoma.

Uno  studio ha inoltre mostrato che le antocianine possono supportare la circolazione oculare e contribuire a rallentare il deterioramento del campo visivo nei pazienti con glaucoma, se utilizzati come supporto.

La grande versatilità del ribes nero lo rende adatto a molteplici forme di utilizzo, dagli alimenti agli integratori fitoterapici. Ogni parte della pianta – bacche, foglie, gemme e semi – può essere impiegata con finalità specifiche, offrendo un approccio naturale e completo al benessere.

Le diverse parti della pianta e i loro utilizzi

Ribes nero: il prezioso frutto siberianoLe bacche

Le bacche rappresentano una fonte preziosa di vitamine e antiossidanti. Possono essere consumate fresche o sotto forma di succhi, sciroppi e gelatine. Contribuiscono alla protezione vascolare, alla regolazione del colesterolo e al controllo della glicemia grazie alla presenza di pectina.

Le foglie

Le foglie di ribes nero possiedono proprietà:

  • diuretiche
  • depurative
  • antireumatiche
  • antinfiammatorie

Sono tradizionalmente utilizzate per favorire l’eliminazione delle tossine e sostenere la funzionalità renale e articolare.

Le gemme

Le gemme vengono utilizzate in gemmoterapia sotto forma di macerati gliceralcolici. Sono apprezzate per il loro utilizzo nei disturbi infiammatori e per il supporto all’organismo nei cambi stagionali, contribuendo all’equilibrio del sistema immunitario e alla risposta allo stress.

Olio di semi di ribes nero

Contiene tra l’11 e il 24% di GLA, un acido grasso della famiglia degli omega 6. Pochi studi sono stati condotti sull’olio di semi di ribes nero. Uno di essi (2) mostra che l’integrazione di olio di semi di ribes nero promuove la risposta immunitaria (protezione da virus e batteri) in persone anziane sane.

Un altro (3) suggerisce la sua efficacia nel ridurre la pressione sanguigna. L’olio di ribes nero è oggi principalmente raccomandato esternamente per le sue proprietà anti invecchiamento.

Applicazioni tradizionali e utilizzi del ribes nero

Grazie alla sua ricca composizione in flavonoidi, vitamina C e altri composti bioattivi, il Ribes nigrum trova ampio impiego nella tradizione fitoterapica come supporto naturale per diversi disturbi.

Allergie e dermatiti

Il ribes nero è particolarmente apprezzato per il suo contenuto di quercetina e flavonoidi, sostanze note per la loro azione antiossidante e modulante della risposta immunitaria. Per questo motivo viene spesso utilizzato come supporto naturale in caso di allergie stagionali, irritazioni delle vie respiratorie e manifestazioni cutanee come dermatiti e orticaria.

Dolori muscolari e articolari

Tradizionalmente, il ribes nero viene impiegato per alleviare dolori muscolari da affaticamento, tensioni alla schiena e disturbi articolari. Questo utilizzo è legato alla sua azione di sostegno nei processi infiammatori e al ruolo che gli viene attribuito nel supporto della risposta fisiologica dell’organismo.

Malattie stagionali

Il ribes nero è spesso utilizzato nei periodi invernali per sostenere l’organismo in caso di raffreddore, mal di gola, stati influenzali e affezioni delle vie respiratorie come bronchiti e riniti. In particolare, gli estratti ottenuti dalle gemme sono impiegati come supporto naturale per rafforzare le difese e favorire il recupero.

Controindicazioni e precauzioni

Nonostante i numerosi benefici, l’utilizzo del ribes nero richiede alcune attenzioni, soprattutto in presenza di condizioni specifiche.

È consigliata cautela o il parere di un professionista in caso di:

  • ipertensione arteriosa, soprattutto se grave
  • gravidanza e allattamento
  • età pediatrica inferiore ai 3-4 anni

Inoltre, il ribes nero può non essere indicato in presenza di:

  • patologie renali: per via della sua azione diuretica, potrebbe affaticare ulteriormente l’apparato urinario
  • terapie anticoagulanti: può potenziare l’effetto dei farmaci che regolano la coagulazione del sangue
  • pressione arteriosa elevata: è opportuno valutare attentamente l’assunzione in caso di ipertensione

Per quanto riguarda disturbi del sistema nervoso o condizioni neurologiche, è sempre consigliabile un confronto con il proprio medico prima dell’utilizzo.

I gemmoderivati e gli estratti di ribes nero

Ribes nero: il prezioso frutto siberiano

Tra le forme più utilizzate del ribes nero troviamo i gemmoderivati, ottenuti dalla macerazione di gemme, giovani getti e radichette in una soluzione gliceroalcolica. Questo processo consente di estrarre l’insieme dei principi attivi presenti nei tessuti embrionali della pianta.

Un esempio è rappresentato dai preparati LES (Linfa Embrionale Spagyrica), realizzati attraverso tecniche che prevedono l’impiego di tessuti vegetali freschi, lavorati entro poche ore dalla raccolta per preservarne il patrimonio fitochimico.

Questi estratti sono utilizzati come complemento alle pratiche fitoterapiche tradizionali, con l’obiettivo di sostenere l’organismo nei processi di riequilibrio e depurazione.

ERBORISTERIA ARCOBALENO suggerisce l’assunzione di LES RIBES NIGRUM oppure di RIBES NIGRUM PSC* .

I LES sono prodotti complementari alle terapie allopatiche, omeopatiche e fitoterapiche tradizionali in quanto agiscono sulla stimolazione del sistema cellulare favorendo la depurazione dell’organismo e l’interazione tra le componenti fitochimiche degli estratti delle cellule staminali vegetali e il sistema neuroimmunologico umano. La disintossicazione o meglio depurazione è il frutto della stimolazione dell’organismo, l’eccitazione dei tessuti e l’eliminazione delle tossine da parte degli ormoni della crescita. La depurazione può essere ricondotta al trattamento dei disturbi della Forza Vitale dell’organismo.

Estratti di cellule staminali vegetali (PSC™)

Accanto ai gemmoderivati tradizionali, è possibile valutare anche preparazioni più innovative come i prodotti della linea PSC™ – Plant Stem Cells.

Si tratta di estratti ottenuti da cellule staminali vegetali, ricavati dalla macerazione di tessuti embrionali della pianta in una soluzione di glicerolo e alcool, senza aggiunta di acqua. Questa metodologia consente di preservare un’elevata concentrazione di principi attivi naturalmente presenti nei tessuti in fase di crescita.

I tessuti embrionali vegetali sono particolarmente ricchi di fitormoni e sostanze bioattive che possono interagire con l’organismo umano, contribuendo al sostegno dei processi fisiologici e al mantenimento dell’equilibrio generale.

Studi e ricerche

Alcune ricerche hanno indagato le proprietà del ribes nero anche in ambito antivirale. In particolare, uno studio condotto dall’Institute of Molecular Virology in Germania ha analizzato un estratto ottenuto da foglie di ribes nero (Ribes nigrum folium).

I risultati hanno evidenziato un’attività interessante contro diversi ceppi del virus dell’influenza A, sia in vitro che in modelli animali. L’estratto sembra agire interferendo con l’ingresso del virus nelle cellule ospiti e contribuendo a ridurre la carica virale. Questi dati aprono prospettive interessanti per future applicazioni, pur rimanendo nell’ambito della ricerca scientifica.

Conclusione

Il ribes nero si conferma una pianta estremamente versatile, utilizzata da secoli per sostenere l’organismo in diverse condizioni, dalle allergie ai disturbi stagionali, fino al benessere articolare.

Le sue diverse preparazioni – dalle bacche agli estratti di gemme – permettono un utilizzo mirato e adattabile alle esigenze individuali. Pur richiedendo alcune precauzioni, il Ribes nigrum rappresenta ancora oggi un valido supporto naturale, capace di integrare in modo armonioso uno stile di vita orientato al benessere.

Bibliografia

  1. Nakamura Y, Matsumoto H, Todoki K. Endothelium-dependent vasorelaxation induced by black currant concentrate in rat thoracic aorta. Jpn. J. Pharmacol., 89, 29–35 (2002).
  2. Wu D, et al. Effect of dietary supplementation with black currant seed oil on the immune response of healthy elderly subjects. Am J Clin Nutr. 1999;70(4):536–43
  3. Deferne, J.L.; Leeds, A.R. Resting blood pressure and cardiovascular reactivity to mental arithmetic in mild hypertensive males supplemented with blackcurrant seed oil. J. Hum. Hypertens., 1996, 10(8), 531-537
  4. Ehrhardt C, Dudek SE, Holzberg M, Urban S, Hrincius ER, Haasbach E, et al. A plant extract of ribes nigrum folium possesses anti¬influenza virus activity in vitro and in vivo by preventing virus entry to host cells. Plos One 2013;8(5), e63657.
  5. Erboristeria Arcobaleno: LES estratti – gemmoderivati monopianta – Forza Vitale

 

 

Non è una semplice intolleranza alimentare, ma uno squilibrio metabolico complesso: quando l’enzima DAO funziona poco, l’istamina si accumula e può influenzare numerosi sistemi dell’organismo.

Cos’è la DAO e perché è fondamentale

La diaminossidasi (DAO) è un enzima prodotto principalmente a livello della mucosa dell’intestino tenue, ma presente anche in altri tessuti come reni, placenta e, in misura minore, fegato. Il suo compito principale è degradare l’istamina introdotta con gli alimenti prima che venga assorbita nel circolo sanguigno.

In condizioni fisiologiche, questo sistema funziona in modo efficiente: l’istamina contenuta nei cibi viene rapidamente neutralizzata e non provoca effetti rilevanti. Quando però l’attività della DAO si riduce, questa funzione di “barriera” viene meno e l’istamina può accumularsi nel sangue, dando origine a una serie di sintomi spesso difficili da interpretare.

Il ruolo dell’istamina nell’organismo

L’istamina è una molecola essenziale per il corretto funzionamento del corpo umano. Non è soltanto coinvolta nelle reazioni allergiche, ma svolge un ruolo chiave in diversi processi fisiologici.

  • Regola la secrezione di acido cloridrico nello stomaco
  • Partecipa alla risposta immunitaria
  • Agisce come neurotrasmettitore nel sistema nervoso centrale
  • Contribuisce alla regolazione del sonno, della temperatura corporea e dell’appetito
  • Interviene nei processi ormonali, inclusi quelli tiroidei e del ciclo mestruale

Questa ampia gamma di funzioni spiega perché un suo squilibrio possa avere effetti diffusi e non sempre immediatamente riconducibili a una causa specifica.

Come viene metabolizzata l’istamina

La degradazione dell’istamina avviene principalmente attraverso due enzimi:

  • DAO (diaminossidasi) → agisce a livello extracellulare, soprattutto nell’intestino
  • HNMT (istamina-N-metiltransferasi) → agisce a livello intracellulare, soprattutto nel fegato

Tra i due sistemi, la DAO rappresenta il principale meccanismo di difesa contro l’istamina introdotta con la dieta. Quando la sua attività è ridotta, la capacità dell’organismo di gestire l’istamina diminuisce e si crea un accumulo progressivo.

Comprendere il ruolo cruciale della DAO nella degradazione dell’istamina è fondamentale per gestire correttamente le condizioni legate a un’elevata concentrazione di istamina e migliorare la qualità della vita.

Quando la DAO non funziona: accumulo di istamina

Una ridotta attività della DAO comporta un aumento della concentrazione di istamina nel plasma. Questo fenomeno non è immediato né facilmente correlabile a un singolo alimento, ma è piuttosto il risultato di un accumulo progressivo.

Per questo motivo, il termine “intolleranza all’istamina” è oggi considerato riduttivo:

  • non descrive una reazione immunologica classica
  • non segue una relazione diretta causa-effetto
  • dipende dalla quantità totale di istamina accumulata nel tempo

La causa principale della ridotta attività della DAO è rappresentata da varianti genetiche che riducono l’attività dell’enzima DAO. Studi indicano che circa il 10–13% della popolazione presenta questi polimorfismi, con maggiore incidenza nelle donne.

Accanto alla componente genetica, esistono numerosi fattori che possono compromettere la funzione della DAO. Tra questi, l’uso di alcuni farmaci è particolarmente rilevante: antinfiammatori non steroidei, antibiotici, antidepressivi e altri principi attivi possono inibire temporaneamente l’enzima.

Anche le patologie intestinali giocano un ruolo importante. Condizioni come celiachia, morbo di Crohn, colite ulcerosa o disbiosi alterano la mucosa intestinale, riducendo la produzione di DAO. A questo si aggiunge l’effetto dell’alcol, che sia inibisce direttamente l’enzima sia danneggia le cellule che lo producono.

I sintomi: un quadro variabile e spesso confuso

Istamina e deficit di DAO

L’eccesso di istamina nel sangue può manifestarsi con sintomi molto diversi tra loro, coinvolgendo vari sistemi dell’organismo.

  • Neurologici: emicrania, mal di testa, difficoltà di concentrazione
  • Gastrointestinali: gonfiore, nausea, sindrome dell’intestino irritabile
  • Cardiovascolari: tachicardia, ipotensione o ipertensione
  • Respiratori: congestione nasale, rinite non allergica
  • Muscolo-scheletrici: dolori diffusi, affaticamento

La variabilità e la non specificità di questi sintomi rendono la condizione facilmente confondibile con allergie, disturbi funzionali intestinali o altre problematiche croniche.

Istamina, cervello e ADHD: un collegamento emergente

Negli ultimi anni, l’attenzione scientifica si è spostata anche sugli effetti dell’istamina a livello cerebrale. L’istamina, infatti, agisce come neurotrasmettitore e modula funzioni fondamentali come attenzione, vigilanza, apprendimento e regolazione emotiva.

Questo ha portato a esplorare un possibile collegamento con il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), una condizione del neurosviluppo caratterizzata da difficoltà di concentrazione, impulsività e disorganizzazione, spesso presente fin dall’infanzia ma talvolta persistente anche in età adulta.

Alcuni studi hanno evidenziato che nei soggetti con ADHD è frequente la presenza di polimorfismi genetici associati a una ridotta attività della DAO. Questo suggerisce che un’alterazione del metabolismo dell’istamina possa contribuire a modificare l’equilibrio neurochimico.

L’ipotesi più rilevante riguarda il possibile sviluppo di neuroinfiammazione, uno stato infiammatorio cronico a basso grado che può interferire con i circuiti neuronali coinvolti nell’attenzione e nel controllo degli impulsi. In questo contesto, livelli elevati di istamina potrebbero amplificare alcuni sintomi tipici dell’ADHD, come difficoltà di concentrazione, iperattività mentale e instabilità emotiva.

È importante sottolineare che l’ADHD resta una condizione multifattoriale. Il metabolismo dell’istamina rappresenta un possibile fattore aggiuntivo, non una causa unica.

Istamina, DAO e fibromialgia: un possibile collegamento

Recentemente  è stato ipotizzato anche un possibile ruolo del metabolismo dell’istamina anche nella fibromialgia, una sindrome cronica caratterizzata da dolore diffuso, affaticamento e disturbi del sonno. Sebbene la fibromialgia sia riconosciuta come una condizione multifattoriale, alcuni studi suggeriscono che un accumulo di istamina possa contribuire ad amplificare i sintomi.

In particolare, una ridotta attività della diaminossidasi (DAO) potrebbe favorire un aumento dei livelli di istamina circolante, con effetti sul sistema nervoso e sulla percezione del dolore. L’istamina, infatti, è coinvolta nei meccanismi di neuroinfiammazione e può influenzare la sensibilizzazione centrale, uno dei processi chiave alla base della fibromialgia.

Alcune evidenze indicano che pazienti fibromialgici possono presentare livelli di attività DAO inferiori rispetto ai soggetti sani, suggerendo un possibile contributo del metabolismo dell’istamina nella modulazione dei sintomi.

Intestino irritabile, istamina e DAO

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è una condizione funzionale del tratto gastrointestinale, caratterizzata da dolore addominale, gonfiore, crampi, alterazioni dell’alvo e affaticamento. Si tratta di una patologia multifattoriale, in cui interagiscono componenti neurologiche, immunitarie e intestinali.

Negli ultimi anni è emerso un possibile coinvolgimento dell’istamina anche in questo quadro. Alcune evidenze suggeriscono che una quota significativa dei sintomi gastrointestinali nei pazienti con IBS possa essere associata a un eccesso di istamina, che contribuisce ad aumentare la sensibilità viscerale e la motilità intestinale.

Alterazioni della barriera intestinale, come l’aumentata permeabilità (nota come leaky gut), possono favorire il passaggio di istamina nel circolo sanguigno, amplificando i sintomi. Allo stesso tempo, la disbiosi intestinale — frequentemente riscontrata nei pazienti con IBS — è caratterizzata da un aumento di batteri produttori di istamina, contribuendo ulteriormente al carico totale.

In questo contesto, una ridotta attività della diaminossidasi (DAO), spesso compromessa proprio da infiammazione e alterazioni della mucosa intestinale, può ridurre la capacità di degradare l’istamina, favorendone l’accumulo.

È importante considerare che sintomi simili possono essere causati anche da altre condizioni, come l’intolleranza ai FODMAP, la SIBO (Small Intestinal Bacterial Overgrowth), la candidosi intestinale o le alterazioni della permeabilità intestinale. Per questo motivo, una valutazione differenziale accurata è fondamentale.

Emicrania, istamina e deficit di DAO: il ruolo dell’infiammazione neurogena nella genesi del dolore

Un ulteriore ambito in cui l’accumulo di istamina sembra avere un ruolo rilevante è rappresentato dall’emicrania, un disturbo neurologico episodico caratterizzato da cefalea intensa, spesso associata a nausea, fotofobia e fonofobia. Si tratta di una condizione molto diffusa, con un impatto significativo sulla qualità della vita, soprattutto nelle donne e nella popolazione in età attiva.

L’eccesso di questa amina può infatti attivare meccanismi di infiammazione neurogena, contribuendo alla vasodilatazione e alla sensibilizzazione delle vie del dolore.

In questo contesto, una ridotta attività della diaminossidasi (DAO) può favorire l’accumulo di istamina, aumentando la predisposizione agli attacchi emicranici. È stato inoltre osservato che numerosi farmaci comunemente utilizzati — anche per il trattamento sintomatico della cefalea — possono interferire con l’attività della DAO o con il metabolismo dell’istamina, contribuendo indirettamente al mantenimento del quadro clinico.

Questi elementi suggeriscono che, in alcuni soggetti, il metabolismo dell’istamina possa rappresentare un fattore aggravante dell’emicrania, pur all’interno di una condizione multifattoriale.

Il ruolo dell’alimentazione

Istamina e deficit di DAOTutti gli alimenti contengono istamina, ma il suo livello varia notevolmente. In generale, aumenta con i processi di fermentazione, stagionatura e conservazione prolungata.

Esistono poi alimenti che, pur contenendo poca istamina, ne favoriscono il rilascio o interferiscono con la DAO. Tra questi rientrano cioccolato, fragole, agrumi, kiwi e frutta secca.

  •  Alimenti ricchi di istamina: gli alimenti freschi o non lavorati contengono in genere una minima dose di istamina. Il suo contenuto aumenta però significativamente tramite processi microbiologici, come maturazione, fermentazione, stagionatura e una prolungata conservazione. Fondamentalmente si può affermare: più a lungo un alimento viene tenuto a magazzino o sottoposto a stagionatura, maggiore è il suo contenuto di istamina.
    Fanno parte degli alimenti ad alto tenore di istamina: bibite alcoliche, in particolare vino rosso e spumante, formaggio, fonduta di formaggio, salumi crudi, come salame o speck, frutti di mare, pesce e salse di pesce, crauti, determinati tipi di verdure, quali pomodori, spinaci e melanzane.
  • Alimenti Istamino-liberatori: sono definiti istamino-liberatori quegli alimenti che contengono in sé poca istamina, ma che possono favorire la liberazione di istamina nell’intestino oppure bloccare l’enzima diaminossidasi (DAO), che degrada l’istamina. Fanno parte degli alimenti istamino-liberatori, fra gli altri: cioccolato, cacao, determinati tipi di frutta, quali fragole, agrumi, ananas, kiwi Funghi Noci. Esiste inoltre una serie di sostanze chimiche (ad es. alcol, determinati componenti di medicinali), che riducono drasticamente l’effetto dell’enzima contenuto nell’organismo. L’istamina che proviene dall’esterno viene assunta per lo più tramite alimenti che la contengono.

L’alimentazione priva di istamina richiede un grande sacrificio e, in ogni caso, deve essere seguita secondo le indicazioni di uno specialista. Inoltre, è possibile considerare l’assunzione di Alimenti a Fini Medici Speciali (DAO), nutraceutici, postbiotici e integratori alimentari. Questi prodotti possono alleviare, ridurre o eliminare i sintomi della carenza di DAO, migliorando la qualità della vita.

Micronutrienti e funzione enzimatica

L’efficienza della DAO dipende anche dalla disponibilità di alcuni micronutrienti. La vitamina B6 è un cofattore essenziale per l’attività enzimatica, mentre il rame è parte integrante della struttura della DAO. Lo zinco contribuisce al corretto funzionamento del sistema e la vitamina C favorisce la degradazione dell’istamina.

Una carenza di questi nutrienti può ridurre ulteriormente la capacità dell’organismo di smaltire l’istamina.

Come intervenire

La gestione dell’accumulo di istamina non si basa su un’unica strategia, ma richiede un approccio integrato. È importante ridurre il carico alimentare di istamina senza ricorrere a restrizioni eccessive, migliorare la salute intestinale e valutare eventuali fattori che inibiscono la DAO, come farmaci o consumo di alcol.

In alcuni casi può essere utile il supporto con integratori specifici, inclusi enzimi DAO e micronutrienti, sempre sotto indicazione di un professionista.

Colostro e salute intestinale: supporto alla mucosa e al metabolismo dell’istamina

Oltre al supporto diretto dell’organismo attraverso l’assunzione di integratori a base di DAO, è fondamentale considerare lo stato della mucosa intestinale, che rappresenta il principale sito di produzione e attività di questo enzima. Un’alterazione della barriera intestinale può infatti compromettere la sintesi e la funzionalità della DAO, favorendo l’assorbimento di istamina e il suo accumulo sistemico.

In questo contesto, il colostro ha suscitato crescente interesse per le sue proprietà biologiche. Si tratta di una sostanza ricca di componenti bioattivi, tra cui immunoglobuline (in particolare IgG), lattoferrina, fattori di crescita (come IGF-1 e TGF-β) e peptidi antimicrobici. Questi elementi svolgono un ruolo importante nel supporto dell’integrità della mucosa intestinale e nella modulazione della risposta immunitaria.

Dal punto di vista fisiologico, il colostro può contribuire a rafforzare le giunzioni strette (tight junctions) tra le cellule intestinali, riducendo la permeabilità intestinale. Questo è particolarmente rilevante nei casi di cosiddetta “leaky gut”, una condizione in cui la barriera intestinale risulta compromessa e consente il passaggio nel circolo sanguigno di sostanze normalmente non assorbite, tra cui l’istamina.

Inoltre, il colostro può avere un effetto modulante sul microbiota intestinale, favorendo un ambiente più equilibrato e riducendo la proliferazione di batteri produttori di istamina. Un microbiota più stabile e meno infiammatorio può contribuire indirettamente a ridurre il carico totale di istamina nell’organismo.

Un altro aspetto rilevante è la sua azione sul sistema immunitario mucosale. Le immunoglobuline e i fattori immunomodulanti contenuti nel colostro possono aiutare a ridurre l’infiammazione cronica a basso grado della mucosa intestinale, condizione spesso associata a una ridotta attività della DAO.

È importante sottolineare che, sebbene i dati disponibili siano promettenti, l’utilizzo del colostro come supporto nella gestione del metabolismo dell’istamina deve essere considerato come parte di un approccio integrato. Questo dovrebbe includere anche una corretta alimentazione, il ripristino dell’equilibrio del microbiota, l’eventuale integrazione di micronutrienti e la gestione dei fattori che possono inibire la DAO, come farmaci o alcol.

Conclusione

L’accumulo di istamina non è il risultato di un singolo fattore, ma di un disequilibrio complesso tra produzione, introduzione e degradazione. La DAO rappresenta un elemento centrale in questo sistema, ma la sua attività è strettamente legata alla salute intestinale e all’equilibrio generale dell’organismo.

Le evidenze attuali suggeriscono che questo squilibrio possa contribuire non solo a sintomi gastrointestinali, ma anche a disturbi neurologici e dolore cronico. Per questo motivo, un approccio efficace deve essere integrato e personalizzato, includendo alimentazione, supporto della mucosa intestinale, equilibrio del microbiota e valutazione dei fattori individuali.

L’obiettivo non è eliminare l’istamina, ma ristabilire un equilibrio fisiologico che permetta all’organismo di gestirla in modo efficiente, migliorando così il benessere e la qualità della vita.

Fonti:

Bibliografia

  1. Galimberti D et al. Nutrigenomica e Epigenetica: dalla biologia alla clinica, 2017 Edra Ed.
  2. Comas-Basté O, Sánchez-Pérez S, Veciana-Nogués MT, Latorre-Moratalla M, Vidal-Carou MDC. Histamine Intolerance: The Current State of the Art. Biomolecules. 2020;10(8):1181. Published 2020 Aug 14. doi:10.3390/biom10081181
  3. Bover-Cid S., Latorre-Moratalla M.L., Veciana-Nogués M.T., Vidal-Carou M.C. Encyclopedia of Food Safety. Volume 2. Elsevier; Amsterdam, The Netherlands: 2014. Processing Contaminants: Biogenic Amines; pp. 381–391.
  4. EFSA Panel on Biological Hazards (BIOHAZ) Scientific Opinion on risk based control of biogenic amine formation in fermented foods. EFSA J. 2011;9:1–93. doi: 10.2903/j.efsa.2011.2393.
  5. Sánchez-Pérez S., Comas-Basté O., Rabell-González J., Veciana-Nogués M., Latorre-Moratalla M., Vidal-Carou M. Biogenic Amines in Plant-Origin Foods: Are They Frequently Underestimated in Low-Histamine Diets? Foods. 2018;7:205. doi: 10.3390/foods7120205.
  6. Vlieg-Boerstra B.J., van der Heide S., Oude Elberink J.N.G., Kluin-Nelemans J.C., Dubois A.E.J. Mastocytosis and adverse reactions to biogenic amines and histamine-releasing foods: What is the evidence? Neth. J. Med. 2005;63:244–249.
  7. Kovacova-Hanuskova E., Buday T., Gavliakova S., Plevkova J. Histamine, histamine intoxication and intolerance. Allergol. Immunopathol. (Madr.) 2015;43:498–506. doi: 10.1016/j.aller.2015.05.001.
  8. Cornillier H., Giraudeau B., Samimi M., Munck S., Hacard F., Jonville-Bera A.P., Jegou M.H., D’acremont G., Pham B.N., Chosidow O., et al. Effect of diet in chronic spontaneous urticaria: A systematic review. Acta Derm. Venereol. 2019;99:127–132. doi: 10.2340/00015555-3015.
  9. Parker A.M., Watson R.R. Nutrients in Dairy and Their Implications for Health and Disease. Elsevier;
  10. Amsterdam, The Netherlands: 2017. Lactose Intolerance; pp. 205–211.

 

 

Dalla riscoperta della ghiandola pineale negli anni Settanta agli studi più recenti pubblicati su riviste internazionali: la melatonina emerge come molecola chiave nella regolazione biologica e potenziale supporto in oncologia.

Le basi di questa visione derivano dal lavoro di Paolo Lissoni, insieme a Luigi Di Bella e collaboratori. A queste si aggiungono contributi più recenti di Giuseppe Di Bella, con Fabrizio Mascia e Giuseppe Gualano, pubblicati su International Journal of Molecular Sciences. Il quadro si inserisce nella psiconeuroimmunologia, disciplina che studia l’interazione tra mente, sistema endocrino e immunità.

Dalla pineale “inattiva” a regolatore centrale

Fino agli anni Settanta la ghiandola pineale era considerata poco rilevante. Le ricerche di Lissoni e Di Bella contribuiscono a ridefinirne il ruolo come centro di integrazione tra sistemi biologici. La pineale regola il ritmo luce-buio e traduce le variazioni ambientali in segnali biologici.

La scoperta fondamentale riguarda la melatonina, secreta soprattutto di notte, con livelli che possono essere tre o quattro volte superiori rispetto al giorno. Questa molecola non si limita al sonno, ma interviene su immunità, proliferazione cellulare e risposta allo stress.

La “ghiandola anticancro”: tra visione filosofica e dati sperimentali

All’interno di questa visione, la ghiandola pineale viene interpretata come un centro di integrazione dell’unità biologica dell’organismo. In questa prospettiva, il cancro rappresenterebbe non solo una malattia cellulare, ma una perdita di equilibrio complessivo tra dimensione biologica, psichica e regolatoria.

Accanto a queste interpretazioni più ampie, esistono anche dati sperimentali. Numerosi studi su modelli animali hanno mostrato che la rimozione della ghiandola pineale (pinealectomia) è associata a:

  • aumento dell’incidenza di tumori spontanei
  • maggiore crescita e diffusione di tumori già presenti

Questi risultati hanno contribuito a ipotizzare un ruolo protettivo della pineale.

Inoltre, diverse condizioni associate a maggiore rischio oncologico – come stress cronico, depressione e alterazioni ambientali – risultano correlate a una riduzione della produzione di melatonina. Questo elemento ha portato alcuni ricercatori a suggerire che la funzionalità pineale possa rappresentare un indicatore biologico rilevante nello stato di salute generale.

Melatonina e non solo: la complessità degli ormoni pineali

Le conoscenze più recenti indicano che la ghiandola pineale non produce una sola molecola, ma un insieme di sostanze biologicamente attive. Tra queste:

  • melatonina (prodotta durante l’oscurità)
  • 5-metossitriptofolo (nelle ore di luce)
  • 5-metossitriptamina (nel pomeriggio)
  • 5-metossi-indol-acetico (al mattino)

Queste molecole, tutte derivate dal triptofano, suggeriscono una regolazione temporale estremamente sofisticata.

Accanto agli indoli, la pineale produce anche peptidi come:

  • epitalamina
  • arginina-vasotocina

Questo porta a superare l’idea della melatonina come unico ormone pineale, introducendo il concetto di un sistema integrato di regolazione biologica.

Le ricerche suggeriscono che queste molecole seguano ritmi circadiani distinti. Da qui nasce l’ipotesi di una regolazione cronobiologica: melatonina nelle ore notturne e altri indoli durante il giorno, per mantenere un equilibrio fisiologico continuo.

Proprietà antitumorali: i meccanismi della melatonina

L’azione anticancro della ghiandola pineale è oggi principalmente studiata attraverso la melatonina, che riassume diversi meccanismi fondamentali:

  • azione antiproliferativa e citotossica
  • effetto citodifferenziante (riduzione dell’aggressività tumorale)
  • stimolo dell’immunità antitumorale (interleuchina-2 e interleuchina-12)
  • inibizione dei fattori di crescita tumorali (come EGF)
  • azione anti-angiogenetica

Alcuni studi sperimentali suggeriscono inoltre che altre molecole pineali, come la 5-metossitriptamina, possano avere effetti biologici rilevanti, anche se questo campo è ancora in fase di ricerca.

Melatonina e cancro: osservazioni cliniche

Gli studi clinici riportati da Lissoni mostrano che nei pazienti oncologici la secrezione di melatonina è ridotta, soprattutto nelle ore notturne. Nelle forme metastatiche il ritmo circadiano può scomparire del tutto. Questo fenomeno viene interpretato come segnale di perdita dell’equilibrio biologico.

Anche fattori come stress, depressione e alterazioni ambientali risultano associati a una riduzione della melatonina, suggerendo un possibile legame con l’insorgenza o la progressione tumorale.

Le proprietà biologiche della melatonina

Ghiandola pineale, melatonina e tumori

Le ricerche attribuiscono alla melatonina diversi effetti rilevanti. Agisce sul sistema immunitario con funzione immunostimolante, favorendo la produzione di interleuchina-2 e l’attivazione delle cellule natural killer. Ha proprietà antiossidanti, protegge il sistema cardiovascolare e contribuisce alla regolazione della crescita cellulare.

Secondo lo studio pubblicato su International Journal of Molecular Sciences, la melatonina favorisce anche l’apoptosi delle cellule tumorali e riduce la proliferazione attraverso l’inibizione dei fattori di crescita. Inoltre, esercita effetti sul sangue, regolando piastrine e risposta leucocitaria.

Ricerca clinica e applicazioni terapeutiche

Gli studi clinici descrivono tre principali ambiti di utilizzo. L’impiego della sola melatonina mostra una limitata regressione tumorale ma una maggiore stabilizzazione della malattia e un incremento della sopravvivenza rispetto alle attese. L’associazione con interleuchina-2 aumenta le risposte tumorali. L’uso insieme alla chemioterapia riduce la tossicità e migliora la tolleranza ai trattamenti.

Nel Metodo Di Bella, la melatonina è considerata un fattore necessario ma non sufficiente. Viene utilizzata in combinazione con altre molecole per creare un effetto sinergico sul sistema biologico.

Melatonina e aggressività del tumore

Un elemento evidenziato negli studi più recenti è la correlazione tra livelli di melatonina e caratteristiche del tumore. Nei tumori più differenziati e meno aggressivi si osservano livelli più elevati di melatonina, insieme a serotonina e somatostatina. Nei tumori ad alta proliferazione, invece, la melatonina risulta ridotta o quasi assente.

Questo dato suggerisce un possibile ruolo della melatonina come indicatore biologico della progressione tumorale.

Psiconeuroimmunologia e dimensione psicologica

Le ricerche della dott.ssa Messina evidenziano un legame tra stato psicologico e risposta immunitaria. Nei pazienti con riduzione della sfera affettiva e spirituale si osservano livelli più bassi di linfociti e interleuchina-2, e livelli più alti di citochine immunosoppressive.

Questi risultati indicano che le condizioni emotive influenzano direttamente la biologia dell’organismo, inserendosi nel quadro complesso della malattia oncologica.

Integrazione di melatonina

In Italia la melatonina è venduta come integratore fino a 1 mg, una dose spesso considerata sufficiente per il sonno ma potenzialmente limitata per altri scopi. I dosaggi utilizzati negli studi possono variare molto, da frazioni di milligrammo fino a dosi più elevate in contesti clinici specifici.

Il punto fondamentale è evitare l’autosomministrazione ad alte dosi. La melatonina agisce su un sistema ormonale complesso: per questo, quando si pensa a un uso prolungato o mirato, può essere utile una valutazione individuale, anche tramite test dei livelli.

Non crea dipendenza. A differenza dei sedativi, la melatonina non induce tolleranza né richiede un aumento progressivo della dose.

La produzione naturale inizia a ridursi già tra i 35 e i 40 anni, con un calo più marcato dopo i 50.

L’assunzione quotidiana, a dosi moderate, è generalmente ben tollerata secondo gli studi disponibili, ma per utilizzi prolungati o dosaggi elevati è consigliabile il confronto con un medico.

Dal punto di vista chimico, la melatonina naturale e quella sintetica sono identiche. Le differenze riguardano soprattutto la qualità del prodotto e la formulazione: quelle a rilascio prolungato tendono a imitare meglio la secrezione fisiologica.

Anche l’alimentazione può contribuire indirettamente. Alcuni alimenti contengono piccole quantità di melatonina (come ciliegie, noci, avena), ma è più rilevante l’apporto di triptofano, il suo precursore, presente in alimenti come uova, pesce, latticini, legumi e frutta secca. Vitamina B6 e magnesio supportano la conversione in melatonina.

Conclusione: il ruolo dell’assunzione di melatonina

L’insieme delle ricerche suggerisce che la melatonina sia una molecola centrale nella regolazione dell’equilibrio biologico, con effetti su immunità, infiammazione e crescita cellulare. Nei pazienti oncologici la sua riduzione appare associata a una maggiore aggressività della malattia.

Tuttavia, nonostante le proprietà biologiche documentate, la melatonina non può essere considerata una terapia oncologica autonoma. Il suo ruolo più realistico è quello di supporto, sia nella regolazione del ritmo sonno-veglia sia come possibile modulatore biologico in protocolli integrati.

In sintesi, la melatonina rappresenta un elemento di grande interesse scientifico e clinico, ma il suo utilizzo in oncologia richiede ancora conferme definitive e deve avvenire sotto controllo medico, all’interno di un approccio terapeutico complesso.

Altri articoli

  1. Erboristeria Arcobaleno: Melatonina: effetti Anti-Età e sperimentazione diretta
  2. Erboristeria Arcobaleno:  Melatonina e sistema glinfatico
  3. Erboristeria Arcobaleno:  Il potere nascosto della melatonina
  4. Erboristeria Arcobaleno: Ghiandola pineale ed epitalamina

Fonti

  1. http://www.metododibella.org/files/2014/12/pages/lissoni-impiego-degli-ormoni-pinealici-nella.pdf
  2. https://www.erboristeriarcobaleno.com/files/200676135313.pdf
  3. Hardeland R. Melatonin and the theories of aging: a critical appraisal of melatonin’s role in antiaging mechanisms. Journal of Pineal Research, 2013. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24112071/
  4. Tan DX, Manchester LC, et al. Melatonin as a Potent and Inducible Endogenous Antioxidant. Molecules, 2015. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26501252/
  5. Carrillo-Vico A, et al. Melatonin: Buffering the Immune System. Int J Mol Sci, 2013. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23609496/
  6. Givler D, et al. Chronic Administration of Melatonin: Physiological and Clinical Considerations. Neurology International, 2023. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37092533/
  7. Markle JC, et al. Melatonin and age-related macular degeneration. JAMA Ophthalmology, 2024. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38568596

Bibliografia

  1. Di Bella G, Mascia F, Gualano G. Melatonin anticancer effects: review. Int J Mol Sci. 2013;14(2):2410–2430. Available from: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23348932/
  2. Seely D, Wu P, Fritz H, Kennedy DA, Tsui T, Seely AJ, et al. Melatonin as adjuvant cancer care: a systematic review and meta-analysis of randomized trials. Integr Cancer Ther. 2012;11(4):293–303. Available from: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK71712/
  3. Reiter RJ, Rosales-Corral SA, Tan DX, Acuna-Castroviejo D, Qin L, Yang SF, et al. Melatonin as an anti-cancer agent: mechanisms and clinical implications. Int J Mol Sci. 2017;18(4):843. Available from: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33789681/
  4. Sanchez-Sanchez AM, Antolin I, Puente-Moncada N, Suarez S, Gomez-Lobo M, Rodriguez C. Melatonin cytotoxicity and cancer cell metabolism. PLoS One. 2015;10(8):e0135420. Available from: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30510430/

 

 

Un albero millenario che sfida il tempo e affascina l’uomo: tra realtà scientifica, tradizione erboristica e curiosità, la sequoia continua a raccontare la sua storia.

Maestosa, longeva e simbolo di resistenza: la sequoia è molto più di un semplice albero. Considerata tra gli organismi viventi più grandi e antichi del pianeta, questa pianta ha attraversato epoche geologiche, adattandosi ai cambiamenti climatici e diventando oggi un’icona della biodiversità. Accanto al suo valore naturalistico, la sequoia ha trovato spazio anche nella fitoterapia, dove le sue gemme sono utilizzate per preparazioni tradizionali note per le loro proprietà toniche. Tuttavia, tra scienza e tradizione, è importante distinguere ciò che è comprovato da ciò che appartiene alla cultura erboristica.

La sequoia: un gigante della natura

Le sequoie crescono principalmente nella California e, in particolare, lungo la catena montuosa della Sierra Nevada. Qui trovano il loro habitat ideale: un clima fresco, inverni nevosi e terreni ricchi di minerali. Possono superare i 90 metri di altezza e vivere per oltre 2000 anni, diventando veri e propri monumenti naturali.

Uno degli esemplari più celebri è Hyperion, l’albero più alto del mondo, che supera i 115 metri.

In Italia sono presenti alcuni esemplari dalle dimensioni più contenute, tuttavia alcune piante superano l’altezza di 50 metri.

Questi alberi non sono solo spettacolari: svolgono anche un ruolo fondamentale nell’ecosistema, assorbendo grandi quantità di anidride carbonica e offrendo habitat a numerose specie animali.

Origine del nome

Il nome “sequoia” deriva da Sequoyah, figura storica appartenente al popolo Cherokee, noto per aver inventato un sistema di scrittura sillabico per la sua lingua.

La Sequoia prese il nome a seguito di un evento che coinvolse un uomo bianco e una donna appartenente alla tribù pellerossa dei Cherokee. La “squaw” si chiamava Sequo-Yah e per commemorare George Guesz, figlio della coppia suddetta, l’appellativo fu trasferito alla pianta in omaggio all’alfabeto da 85 caratteri da lui inventato, che fu fondamentale per tramandare ai posteri la storia della tribù Cherokee.

Il nome di Sequojah in realtà significa “piede di porco” in quanto l’indiano era affetto da una malformazione al piede. Le Sequoie si trovano specialmente in America, in particolare nella zona della California, dove vivevano i Red Wood Indians, cioè gli indiani della foresta di legno rosso o delle Sequoie.

La connessione tra l’uomo e l’albero è simbolica: entrambi rappresentano resistenza, memoria e identità culturale.

Il gigante silenzioso: alla scoperta della SequoiaLa sequoia in fitoterapia

In ambito erboristico, la sequoia è utilizzata sotto forma di gemmoderivato, ottenuto dalla macerazione di gemme fresche in una soluzione idroalcolica e glicerica. Questa pratica rientra nella gemmoterapia, una branca della fitoterapia che impiega tessuti vegetali embrionali.

Tradizionalmente, il gemmoderivato di sequoia viene associato a:

  • effetto tonico e stimolante
  • supporto al benessere della prostata
  • miglioramento dell’energia fisica e mentale
  • azione “anti-invecchiamento”

Energia, vitalità e tono generale

Nella pratica fitoterapica, la sequoia viene spesso associata a un effetto “tonico”, cioè capace di sostenere l’organismo nei momenti di affaticamento.

Può essere utilizzata:

  • nei periodi di stress o convalescenza
  • in caso di stanchezza persistente
  • come supporto generale nell’invecchiamento

Articolazioni e sistema osseo

La sequoia è talvolta proposta come supporto per:

  • benessere articolare
  • mineralizzazione ossea

La sequoia gigantea ha anche una buona efficacia osteoblastica pertanto viene impiegata anche nel trattamento dell’osteoporosi e per migliorare il consolidamento delle fratture. É segnalata anche una buona azione eutrofica, utile per donare benessere generale, specialmente nell’anziano affetto da sindrome depressiva.

Sistema ormonale e vitalità maschile

Uno degli ambiti più citati è quello della vitalità maschile, dove la sequoia viene tradizionalmente utilizzata per:

  • sostenere energia e tono generale
  • accompagnare i cambiamenti legati all’età (andropausa)

Cosa dice la scienza

Nonostante il suo ampio utilizzo nella medicina naturale, la sequoia è ancora oggetto di interesse e studio da parte della ricerca scientifica. Le sue gemme contengono composti preziosi, come flavonoidi e polifenoli, noti per le loro proprietà antiossidanti e per il contributo al benessere generale dell’organismo.

Allo stato attuale, tuttavia, gli studi clinici disponibili non sono ancora sufficienti per confermare in modo definitivo tutte le applicazioni tradizionalmente attribuite a questa pianta. In particolare, gli effetti su ambiti specifici come:

  • tumori
  • fertilità
  • Malattia di Alzheimer
  • produzione ormonale

restano oggetto di approfondimento e richiedono ulteriori ricerche per essere pienamente compresi.

Per questo motivo, la sequoia può essere considerata un valido supporto nell’ambito del benessere naturale, da utilizzare con consapevolezza e, quando necessario, affiancata al parere di un professionista.

Curiosità

Un essere vivente “antico quanto i dinosauri”

Le sequoie esistono da oltre 200 milioni di anni, quindi già popolavano la Terra ai tempi dei dinosauri. Sono tra le specie vegetali più antiche ancora esistenti.

Non è solo alta… è enorme!

La Sequoia gigantea non è l’albero più alto (quel primato spetta alla sequoia sempreverde), ma è il più grande in volume. Il record appartiene al General Sherman Tree, che contiene più legno di qualsiasi altro albero sulla Terra.

L’albero più alto del mondo

L’esemplare più alto conosciuto è Hyperion, una sequoia sempreverde alta oltre 115 metri.  Si trova nel Redwood National Park, ma la posizione esatta è segreta per proteggerlo.

Il fuoco non la distrugge… la aiuta!

Può sembrare incredibile, ma le sequoie:

  • resistono agli incendi grazie alla corteccia spessa fino a 60 cm
  • hanno bisogno del fuoco per riprodursi, perché il calore apre le pigne

Bevono dalla nebbia

Le sequoie costiere assorbono acqua anche dalla nebbia attraverso le foglie, non solo dalle radici. Questo le aiuta a sopravvivere in ambienti con poche piogge estive.

Un sistema di “auto-riparazione”

Se una sequoia viene danneggiata:

  • può continuare a vivere anche se è cava all’interno
  • riesce a rigenerare parti del tronco nel tempo

Alcuni alberi sopravvivono anche dopo fulmini o incendi devastanti.

Ecosistemi verticali

Una singola sequoia può ospitare:

  • muschi
  • felci
  • insetti
  • piccoli animali

È praticamente una foresta verticale!

Anche in Italia!

Non sono originarie dell’Europa, ma alcune sequoie crescono anche in Italia, come quelle nel parco del Castello di Sammezzano in Toscana.

Crescono lentamente… ma inesorabilmente

Le sequoie:

  • crescono per secoli senza fermarsi
  • aumentano di volume anche quando sono già gigantesche

Alberi “sacri” per i popoli nativi

Per molte tribù native americane, le sequoie non erano semplici alberi ma esseri spirituali.
Si credeva che:

  • custodissero la memoria degli antenati
  • fossero un ponte tra cielo e terra
  • trasmettessero energia e saggezza

Alcuni racconti narrano che abbracciare una sequoia aiutasse a ritrovare equilibrio interiore.

Oltre alla loro bellezza e imponenza, le sequoie giganti sono state fonte di ispirazione per diverse leggende e miti popolari. Tra questi, il più celebre riguarda la sequoia di Hyperion, considerata l’albero più alto del mondo, con i suoi impressionanti 115,55 metri di altezza. La leggenda narra che l’albero sarebbe stato creato dal dio greco della foresta, Pan, che lo avrebbe fatto crescere fino a raggiungere il cielo per poter contemplare il mondo dall’alto. Altri racconti popolari, invece, attribuiscono alle sequoie giganti proprietà magiche e terapeutiche, ritenendole in grado di guarire le malattie e le ferite dell’anima.

Consigli

Il gigante silenzioso: alla scoperta della Sequoia

ERBORISTERIA ARCOBALENO suggerisce l’assunzione di LES SEQUOIA GIGANTEA .

Gli estratti LES sono prodotti tramite la macerazione di gemme, giovani getti e radicelle di alberi e arbusti in una soluzione gliceralcolica; l’estratto ottenuto è la tintura base della gemma ad una gradazione alcolica pari al 60% che viene successivamente diluita in rapporto 1:10 con acqua, alcool e glicerolo.
Forza Vitale ha applicato le pratiche spagyriche alla lavorazione dei gemmoderivati, ottenendo un preparato che contiene tutto lo spettro fitochimico dei tessuti embrionali vegetali utilizzati, e un’intensa attività vibrazionale aggiunta dalla circolazione del preparato.
Tutti gli estratti LES sono prodotti da tessuti embrionali vegetali freschi, che vengono immersi entro 12 ore dalla raccolta nella soluzione gliceralcolica; è utile ricordare che studi indipendenti hanno comprovato che che l’utilizzo di tessuti vegetali congelati, diminuisce per più del 20% la potenza fitochimica dell’estratto.

I LES sono prodotti complementari alle terapie allopatiche, omeopatiche e fitoterapiche tradizionali in quanto agiscono sulla stimolazione del sistema cellulare favorendo la depurazione dell’organismo e l’interazione tra le componenti fitochimiche degli estratti delle cellule staminali vegetali e il sistema neuroimmunologico umano. La disintossicazione o meglio depurazione è il frutto della stimolazione dell’organismo, l’eccitazione dei tessuti e l’eliminazione delle tossine da parte degli ormoni della crescita. La depurazione può essere ricondotta al trattamento dei disturbi della Forza Vitale dell’organismo.

La gemmoterapia è la branca della fitoterapia che utilizza parti fresche vegetali allo stato embrionale (come gemme o giovani getti) i cui principi attivi sono estratti mediante un solvente appropriato ed è, come rimedio per la salute dell’uomo, tra le prime terapie naturali scoperte ed utilizzate dagli uomini cosi come dai primati. Sperimentalmente, si è potuto constatare che molti principi attivi, contenuti in notevole quantità nelle gemme, si ritrovano, spesso, solo in tracce nelle parti adulte delle piante. Di Sequoia gigante, in gemmoterapia si utilizzano i giovani getti, che verranno macerati secondo la procedura indicata in farmacopea al fine di ottenere poi il gemmoderivato secondo la scuola francese

I giovani getti di Sequoia contengono flavonoidi (rutina, quercitrina ecc.) e composti fenolici; nella parte lignea sono presenti ciclitoli: sequoitolo, myoinositolo e pinitolo.

Conclusione

La sequoia è un rimedio affascinante della tradizione fitoterapica, apprezzato per il suo utilizzo come tonico generale, soprattutto nella persona adulta e anziana. Utilizzata con consapevolezza, può rappresentare un supporto complementare, ma non sostituisce trattamenti medici né terapie validate.

Bibliografia

  1. Fondamenti scientifici della moderna Meristeroterapia. Fernando Pietrà di Clima| Marcello Nicoletti. 2016-2018 Nuova Ipsa Editore Palermo.
  2. Brigo, B.: L’uomo, la fitoterapia, la gemmoterapia. Ed. tecniche nuove, Milano 1997.
  3. Brigo, B.: Fitoterapia e Gemmoterapia nella pratica clinica. La Grafica Briantea, Como 1991.
  4. Brigo, B.: Salute e benessere con le piante. Ed. Gribaudo, Verona, 2009.
  5. Campanini, E.: Manuale pratico di gemmoterapia. Ed. Tecniche nuove, Milano1996.
  6. Campanini, E.: Terapie complementari in geriatria, Ed. Tecniche nuove, Milano 2011
  7. Bergeret, C., Tétau, M.: La Phytothérapie renovée. Ed. Maloine. Paris.
  8. Duraffourd, C., D’Hervicourt, L., Lapraz, J.C.: Cahiers de Phytothérapie, 1,2,3,4, Masson, Paris 1983-1985.
  9. Henry, P.: Bases biologiques de la gemmothérapie, Saint-Norbert, Tongerlo A. Belgio 1959.
  10. Henry, P.: Conception et pratique de la gemmothérapie, Bulletin d’Organothérapie et de Gérontologie.