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Hericium Erinaceus nelle patologie croniche dell’intestino

Hericium erinaceus è un fungo noto da oltre 1000 anni nella tradizione medica orientale dove è usato per numerose problematiche di salute.

Hericium erinaceus contiene numerose molecole biologicamente attive con attività anti-infiammatoria, anti-batterica, anti-tumorale e citotossica, e molecole molto particolari a basso peso molecolare, erinacine nel micelio ed ericenoni nel corpo fruttifero, in grado di attraversare la barriera ematoencefalica e di stimolare la sintesi di Nerve Growth Factor (NGF) a livello cerebrale.

Numerosi studi hanno dimostrato la sua capacità di migliorare situazioni infiammatorie gastrointestinali, dalla gastrite alle malattie cronico-degenerative dell’intestino quali IBD, UC e CD.

micoterapia

Molte altre patologie diverse dalla IBD, come le parassitosi e le patologie neoplastiche, coinvolgono il tratto gastroenterico e possono aumentare i livelli di FC.

La Calprotectina è una proteina del gruppo delle S-100 che ha numerose funzioni cellulari. È uno dei principali costituenti del citoplasma dei granulociti neutrofili, ma si trova anche nei monociti e nelle cellule epiteliali.

In corso di infiammazione intestinale, i leucociti attraversano la parete intestinale e rilasciano la calprotectina nel lume intestinale così che possiamo riscontrarla e determinarne la concentrazione attraverso un’analisi delle feci.

La concentrazione di calprotectina fecale (FC = fecal calprotectin) correla con il numero di granulociti che attraversano la mucosa e arrivano al lume  intestinale.

Tale dosaggio può essere molto utile nel distinguere un colon irritabile da una patologia infiammatoria intestinale come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa.

La concentrazione di FC correla con la gravità della condizione clinica e dell’infiammazione, con il livello di attività di patologie come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa, e può essere usato per monitorare l’andamento di malattia e per ottimizzare l’intervento terapeutico nei pazienti con patologie croniche e cronico-degenerative intestinali.

Il dosaggio della FC è una strategia diagnostica che può evitare inutile colonscopie, che possono avere rischi associati.

La FC è un marker stabile di infiammazione, (non viene degradata facilmente), è facilmente determinabile con l’analisi delle feci e per questo può essere utilizzata come strumento di screening per identificare pazienti con IBD, distinguendoli da quelli con IBS che non necessitano di colonscopia.

In questo studio osservazionale 56 pazienti, 23 UC, 12 CD, 11 IBD e 10 con situazioni infiammatorie intestinali diverse (carcinoma colo-rettale, mesotelioma peritoneale, e parassiti intestinali), tutti con elevati livelli di FC iniziale (T0) sono stati supplementati per 3 mesi con 2 grammi al giorno (1 grammo prima di pranzo e 1 grammo prima di cena) con una particolare formulazione di  Hericium erinaceuscostituita da 80% di micelio e corpo fruttifero e 20% di estratto idroalcolico (A.V.D. Reform S.r.l., Noceto, Italy). Dopo 3 mesi è stata effettuata la rivalutazione della FC (T3) che era significativamente ridotta in tutti i gruppi. Il gruppo con UC ha evidenziato una riduzione del 74,5%; quello CD del 74,8%; il gruppo con IBD del 75,8% e il gruppo con problematiche miste una riduzione del 70,1%. Tutti i soggetti hanno riportato notevole miglioramento o remissione dei sintomi e miglioramento della qualità della vita.

L’integrazione con questa particolare formulazione di Hericium erinaceus ha portato a un significativo controllo dell’infiammazione, confermato da una importante riduzione dei livelli di FC. Questi  dati forniscono un razionale per utilizzare H. erinaceus come potenziale supporto preventivo e come trattamento complementare di patologie infiammatorie gastro-intestinali.

… per l’articolo completo si rimanda al numero di Ottobre 2018 della rivista Natural 1

La micoterapia è una branca della fitoterapia, di origine cinese, che consiste nel curare diverse patologie tramite l’utilizzo dei funghi.

La micoterapia ha una storia millenaria: la prima testimonianza etnomicologica, la più antica, sinora individuata, risale a un periodo fra i 9.000 e i 7.500 anni fa: un’incisione in una grotta nel sud-est dell’Algeria, che riproduce delle figure in movimento, le quali tengono nella propria mano destra un fungo.

 

Per maggiori informazioni visita la pagina MICOTERAPIA o QUI

LATTANZA DI PESCE: memoria e concentrazione

La lattanza, o latte di pesce, generalmente è di aringa o di carpa o di altri pesci, ma la migliore lattanza è di merluzzo bianco (Gadus morhua). La lattanza di pesce presenta una concentrazione organica e bilanciata di aminoacidi essenziali coordinati a diversi oligoelementi fondamentali e vitamine, di cui le principali sono del gruppo B.

La lattanza, o latte di pesce, è costituita da sperma di pesce maschio, che si presenta sotto forma di una sostanza colloidale molle e bianca, che assomiglia a del latte cagliato. Generalmente la lattanza è di aringa o di carpa o di altri pesci, ma la migliore lattanza è di merluzzo bianco (Gadus morhua).

La lattanza di pesce presenta una concentrazione organica e bilanciata di aminoacidi essenziali coordinati a diversi oligoelementi fondamentali e vitamine, di cui le principali sono del gruppo B. Ma specialmente la lattanza ha il più alto contenuto di fosforo fra gli alimenti organici, in rapporto alla massa, ne contiene dal 7 al 10%.

Il fosforo organico della lattanza si trova in uno stato particolarmente assimilabile e attivo, interviene così efficacemente nei processi di ossificazione, ma specialmente è fondamentale per le funzioni nervose, migliora l’attenzione, la concentrazione e in modo particolare la memoria.

In quanto composta di particolari acidi grassi polinsaturi, assai ricchi anche di DNA, oltre che di fosforo e proteine, la lattanza opera nella rigenerazione del tessuto cerebrale e, più in generale, rigenera i tessuti che vanno incontro a degenerazione, rimuove le cellule morte e indirettamente agisce sulla pelle e sulla distensione delle rughe, infine fornisce una specifica rivitalizzazione delle principali funzioni nervose e psichiche.

Può essere utile una integrazione di lattanza di pesce:
– Per sostenere l’equilibrio delle funzioni nervose, la concentrazione, l’attenzione, e specialmente la memoria.
– Per risolvere i disturbi del sonno.
– Per migliorare le funzioni nervose in generale, o per sostenerle in periodi di stress o fatiche specifiche.
– Per la preparazione e il sostegno in caso di esami scolastici.
– Per recuperare stati di degenerazione nervosa, problemi di senescenza, problemi di memoria, confusione mentale, sclerosi, demenza senile, morbo di Alzheimer.
– Per fare fronte ai processi di invecchiamento nervoso.
– Per favorire la buona costituzione ossea.
– Per consentire una rigenerazione cellulare generale.
– Per intervenire in situazione di ridotta fecondità o in casi di sterilità maschile e femminile.

Bibliografia
Gentile, H., L’integrazione alimentare rivitalizzante, 2011.
Hoareau, D., Nutrithérapie marine, Parigi, 2009.
Secondé, J.-C., Les aliments de la mer: Se soigner, rajeunir, mieux vivre, Parigi, 2006.

 

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Hericium studio Università di Pavia

In anteprima lo studio pubblicato su pubmed eseguito presso Miconet, spinoff Università di Pavia su Micotherpy Hericium

Supplemento dietetico di Hericium erinaceus aumenta la memoria neurotrasmissione e la memoria di Ippocampo Mossy Fiber-CA3 nei topi wild-type

ABSTRACT
Hericium erinaceus (Bull.) Pers. è un fungo medicinale in grado di indurre un gran numero di effetti modulatori sulla fisiologia umana che vanno dal rafforzamento del sistema immunitario al miglioramento delle funzioni cognitive. Nei topi, integrazione alimentare con H. erinaceuspreviene la compromissione della memoria spaziale a breve termine e del riconoscimento visivo in un modello di Alzheimer. Sono stati recentemente segnalati altri effetti neurobiologici come l’effetto sulla crescita dei neuriti e la differenziazione nelle cellule PC12. Finora non sono state condotte indagini per valutare l’impatto di questa integrazione alimentare sulla funzione cerebrale in soggetti sani. Pertanto, abbiamo affrontato il problema considerando l’effetto sulle capacità cognitive e sulla neurotrasmissione ippocampale nei topi wild-type. Nei topi wild-type la supplementazione orale con H. erinaceusinduce, nel test di comportamento, un significativo miglioramento della memoria di riconoscimento e, nelle fette ippocampali, un aumento della corrente sinaptica eccitatoria spontanea ed evocata nella sinapsi muscosa-CA3 muscosa. In conclusione, abbiamo prodotto una serie di risultati a sostegno del concetto che H. erinaceus induce un effetto boost sulle funzioni neuronali anche in condizioni non patologiche.
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L’Ashwaganda, pianta usata da secoli nella medicina ayurvedica

L’Ashwagandha è una pianta dalle proprietà neuroprotettive, efficace contro il Parkinson, l’Alzheimer e con molte altre proprietà benefiche. 

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I benefici che si attribuiscono all’Ashwagandha riguardano proprio alcune delle malattie che affliggono maggiormente la società moderna, alle prese con i problemi legati all’invecchiamento della popolazione, e cioè il morbo di Parkinson e l’Alzheimer, come pure i problemi di nervosismo, depressione, insonnia ecc. Finché non si troveranno rimedi più efficaci contro questi problemi, potrebbe quindi valer la pena di provare anche con l’Ashwagandha (naturalmente solo dopo aver parlato con il proprio medico e semmai in aggiunta e non in sostituzione delle altre medicine). Nelle dosi giuste non fa male, come provato sia da studi su animali(6) sia dal fatto che è usata da secoli nella medicina ayurvedica (soprattutto come blando calmante, che agevola il sonno)

In casi d’ ansietà e depressione, un’amministrazione controllata per cinque giorni di questa pianta ha dimostrato un’attività ansiolitica simile a quella ottenuta con il lorazepam (Benzodiazepine) ed effetti antidepressivi analoghi a quelli del preparato farmaceutico imipramina (Tofranil) (1)

In una sperimentazione su larga scala (2) sono stati studiati gli effetti di questa pianta sulle conseguenze negative dello stress (compreso l’aumento dell’ormone dello stress, il cortisone) I risultati sono stati impressionanti: riduzione del livello del cortisone del 26%, diminuzione del tasso di zucchero nel sangue al mattino a digiuno e miglioramenti nei profili lipidici.
Negli ultimi 5 anni l’Istituto di Medicina Naturale dell’Università giapponese di Toyama ha condotto ricerche approfondite sui benefici dell’Ashwagandha sul cervello, riscontrando una significativa rigenerazione degli assoni , dei dendriti e delle sinapsi delle cellule neuronali, traendone la conclusione che questa pianta costituisca un potenziale trattamento per malattie neurodegenerative come l’Alzheimer ed il Parkinson.(3)

Uno studio precedente (4) aveva dimostrato che l’Ashwagandha inibisce l’acetilcolinesterase, un enzima responsabile della degradazione di uno dei messaggeri chimici chiave nel cervello. Le medicine attualmente usate contro l’Alzheimer, come l’Aricept, agiscono appunto in base a questo meccanismo. In aggiunta a questi documentati effetti neuroprotettivi e rigenerativi, un recente studio effettuato per ora solo “in vitro” (cellule in condizioni di laboratorio), ha dimostrato che la withaferina A. contenuta nell’Ashwagandha, avrebbe proprietà di inibizione della crescita di cellule tumorali del seno e del colon ancora più forti di quelle di preparati a base di doxorubicina (Caelix, Myocet).(5)

I principi attivi contenuti nella pianta appartengono al gruppo degli alcaloidi e lattoni steroidei. I lattoni comprendono una categoria di costituenti chiamati withanolidi. Ad oggi sono stati identificati e studiati 35 withanolidi ed un buona parte delle proprietà benefiche della pianta è attribuita a due di questi, la withaferina A e il withanolide D.

Infine, come se ciò non bastasse, oltre ai benefici per problemi sopra citati sono state dimostrate forti proprietà antimicrobiche contro numerosi ceppi batterici, compresa la salmonella. E’ comunque una caratteristica delle piante, che contengono fitocomplessi dalle proprietà variegate, il poter agire contro una vasta serie di problemi, a differenza dei preparati farmaceutici di sintesi, che agiscono magari in modo più forte, ma in modo molto specifico contro una sola patologia.

Riferimenti :
(1) Bhattacharya SK et al. “Anxioliytic-antidepressant activity of Withania somnifera glycowithanolides:an experimental study.” Phytomedicin,2000 Dec;7 (6):463-9
(2) Unpublished study, 2005.NutrGenesis,LLC
(3) Kuboyama T. et al. “Neuritic regeneration and synaptic reconstruction induced by withanolide A”, su Br J Pharmacol.2005 Apr;144(7):961-71
(4) Choudhary MI et al. “Cholinesterase inhibiting withanolides from Withania somnifera.”, su Chem Pharm Bull (Tokyo)2004 Nov;52(11):1358-61
(5) Owais M et al. “Antibacterial efficacy of Withania somnifera an indigenous medicinal plant against experimental murine salmonellosis”, in Phytomedicin 2005 Mar;12(3):229-35
(6) Aphale AA et al. “Subacute toxicity study of the combination of ginseng (Panax ginseng) and ashwaganda (Withania somnifera) in rats: a safety assessment.”, su Indian J Physiol Pharmacol. 1998 Apr; 42(2):299-302

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Morbo di Alzheimer: zafferano, vitamina B12 ed Hericium Erinaceus possono essere utili

Solo in Italia, i malati di Alzheimer sono più di 520.000, con 80.000 nuovi casi all’anno. Da qui al 2020 si prevedono circa 115.000 di nuove diagnosi di Alzheimer. L’età media dei malati è di 77 anni (il 66,8% costituito da over 75 anni, l’8,9% da pazienti sotto i 65 anni e un quarto circa da malati di età compresa tra i 66 ed i 75 anni). Sono soprattutto le donne a soffrire di questo terribile male.

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Il morbo di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa progressivamente invalidante la cui incidenza stimata è del 1% nelle persone di età superiore a 65 anni; le cause della sua insorgenza non sono ancora note anche se sembrano essere stati individuati diversi fattori di rischio quali la familiarità, l’esposizione a sostanze tossiche o traumi, l’età avanzata.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Current Alzheimer Research e condotto da un gruppo di ricercatori della Temple University della Pennsylvania, anche il consumo eccessivo di cibi ad elevato contenuto dell’amminoacido metionina quali fagioli, uova, aglio, lenticchie, cipolle, carne rossa, pesce, yogurt e semi contribuirebbe ad aumentare il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer.
Questo perchè, come spiega Domenico Praticò, uno dei ricercatori che ha partecipato allo studio, quando la metionina raggiunge livelli troppo elevati il nostro organismo regisce trasformandola in un altro amminoacido chiamato omocisteina per i quale studi precedenti condotti sugli esseri umani hanno già dimostrano una responsabilità nell’insorgenza del morbo di Alzheimer e Demenza.

UTILE SEMBRA ESSERE INVECE UN’INTEGRAZIONE DELLA DIETA CON ZAFFERANO, VITAMINA B12 ED HERICIUM ERINACEUS

Lo ZAFFERANO, la nota spezia usata sin dall’antichità per dare sapore a molte pietanze, sembra racchiudere in sè proprietà terapeutiche che potrebbero rivelarsi efficaci nella lotta contro varie malattie cerebrali, tra le quali il morbo di Alzheimer.

Le proprietà antiossidanti dello zafferano, il cui nome scientifico è Crocus sativus, pianta appartenente alla famiglia delle iridacee, sono conosciute da molto tempo come pure è nota l’azione che la crocina, carotenoide che dona allo zafferano il suo caratteristico colore arancione, e il safranale, spezia che dona allo zafferano il suo inonfondibile aroma, svolgono per proteggere l’organismo dall’azione dei radicali liberi che provocano in un primo momento danni cellulari ed in un secondo tempo possono generare varie malattie. Le sue proprietà benefiche per la salute del cervello sono state oggetto di dibattito tra decine di studiosi greci e stranieri di fama mondiale durante un incontro recentemente organizzato ad Atene.

I benefici dell’azione antiossidante dello zafferano sono stati illustrati dal professor Moschos Polissiou dell’Università di Agricoltura di Atene il quale ha ricordato come le sostanze contenute nello zafferano possano proteggere e rivitalizzare le cellule, migliorare la circolazione sanguigna in particolare nel tessuto cerebrale e la memoria, ridurre vari disturbi cardiovascolari e tenere sotto controllo la crescita di cellule cancerogene che possono formarsi nel cervello, oltre a ridurre i danni causati da malattie cerebrali come l’Alzheimer.

La scienza dell’alimentazione sta davvero facendo passi da giganti e ogni giorno si scopre sempre qualcosa in più per curare o prevenire malattie molto gravi, proprio come il morbo di Alzheimer. Secondo un recente studio, svolto dai ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma, la vitamina B12 potrebbe essere un antidoto portentoso. La ricerca durata ben 7 anni ha permesso di verificare il ruolo di questa vitamina.
Si sono sottoposti alla sperimentazione 271 finlandesi volontari tra i 65 e i 79 anni, sani all’inizio della ricerca, 17 dei quali hanno sviluppato la demenza senile nel corso dello studio. I partecipanti sono stati periodicamente sottoposti ad analisi del sangue per analizzare i livelli di vitamina B12 e di omocisteina (un aminoacido associato alla vitamina B12) i cui eccessivi livelli sono collegati a effetti negativi sulla salute del cervello (compreso l’ictus). Il focus della ricerca ha verificato che per ogni micromole di omocisteina in più il rischio di malattia di Alzheimer aumenta del 16%, mentre per ogni picomole in più della forma attiva della vitamina B12 il rischio si riduce del 2%.

HERICIUM ERINACEUS
Fungo raro, considerato una prelibatezza, assomiglia alla testa di un leone. Si sviluppa preferibilmente su alberi di quercia ancora vivi, oppure su faggio, noce, platani ed altre latifoglie. Cresce sul tronco ad una altezza di circa 3-4 metri. Il corpo fruttifero assomiglia alla testa di un leone, per questo in Asia è chiamato testa di leone.
La presenza di una sostanza simile al NGF stimola la sintesi di mielina e la ricostruzione delle fibre nervose. I suoi effetti sul sistema nervoso sono multipli ed articolati; il suo utilizzo è utile nel trattamento dell’ansia, dello stress, dei deficit mnemonici e dell’insonnia.

Studi clinici hanno riscontrato risultati incoraggianti nel trattamento della sclerosi multipla e del morbo di Alzheimer.

Contiene numerosi minerali (Potassio, Zinco, Ferro, Germanio, Selenio, Fosforo), tutti gli aminoacidi essenziali, polisaccaridi immunomodulanti (ß-glucani) e ad effetto antitumorale (FIII – FIII2b), ericenoni, erinacine ed un fattore simile al Nerve Growth Factor (NGF). È un fungo che lavora principalmente sui tessuti di derivazione ectodermica (mucose e sistema nervoso).

Possiede un gruppo di sostanze bio-attive, hericenon A,B,C,D,E,che inducono la produzione del fattore stimolante della crescità del tessuto nervoso (NGSF) composto capace di stimolare la rigenerazione dei neuroni cerebrali gravemente danneggiati ma ancora in vita.

 

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Vitamina B12 contro l’Alzheimer

Nuove confortanti evidenze sul ruolo della vitamina B12 nel prevenire la demenza senile arrivano dalla Svezia. Uno studio pubblicato su “Neurology” afferma infatti che la presenza di vitamina B12 nel sangue protegge e previene l’insorgenza di Alzheimer.

La ricerca condotta dal gruppo di ricerca del dottor Hoosmand del Karolinska Institutet di Stoccolma ha monitorato per 7 anni un gruppo di anziani di età compresa tra i 65 e i 79 anni, che all’inizio dell’osservazione non presentavano demenza. Dei 271 volontari 17 hanno sviluppato la malattia e tutti periodicamente sono stati sottoposti ad analisi del sangue. Ciò che è emerso è che chi non presenta segni di demenza ha alti livelli ematici di vitamina B12, mentre in chi la malattia è insorta è stato riscontrato un innalzamento dei livelli di un’altra molecola, l’omocisteina, ritenuta responsabile di problemi cardiaci, ictus e danni …e danni cerebrali, la cui concentrazione può essere tenuta a bada proprio dalla VITAMINA B12. Le due sostanze hanno una relazione quantitativa con l’insorgenza della malattia, difatti, per ogni micromole di omocisteina in eccesso il rischio diAlzheimer aumenta del 16%, mentre per ogni picomole in più della forma attiva di VITAMINA B12 il rischio diminuisce del 2%.
Certo la dimensione del campione è limitata ma questo lavoro si aggiunge ai già tanti che negli anni passati hanno correlato gli effetti protettiva della vitamina B e che lasciano sperare nello sviluppo di nuove terapie a base di VITAMINE B.
Ad esempio uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition e svolto da alcuni ricercatori dell’Università di Oxford, aveva dimostrato come in pazienti anziani con livelli bassi di vitamina B12 i danni neurologici subiti fosseero il doppio rispetto ai coetanei dotati del giusto apporto vitaminico.
Precedenti studi della stessa squadra di ricercatori avevano messo in luce come il vino e il cioccolato, oltre al latte, possano arrecare effetti benefici simili a quelli evidenziati dal latte.
Gli studiosi inglesi stanno cercando di capire se gli integratori vitaminici possano aiutare a risolvere i problemi di memoria.
Un altro studio svolto dai ricercatori dell’Università di Oxford, diretto sempre da David Smith e pubblicato sulla rivista “Neurology”, aveva premiato la vitamina B12 come elemento fondamentale per avere e conservare una buona memoria.
I ricercatori avevano evidenziato che pazienti anziani con un basso livello di vitamina B12 sono soggetti maggiormente al rischio di incorrere in vere e proprie amnesie, con un rischio sei volte maggiore a chi, invece, ha un livello medio-alto di vitamina B12.

Questo ulteriore studio dimostrava, quindi, come non fosse un luogo comune dire che mangiare il pesce fa bene al cervello: la vitamina B12 si trova infatti in grande quantità nel pesce, nella carne e nel latte e previene il deterioramento neurologico.
Un’altra ricerca, pubblicata su “Neuropsychology”, metteva in luce i rapporti tra un genotipo e la predisposizione di alcuni anziani alla malattia di Alzheimer. Il genotipo in questione, l’allele ε4 nel gene dell’apolipoproteina E (APOE), è presente in circa il 15% delle persone ed è un fattore di rischio per la demenza. La ricerca indica che quasi una persona su quattro fra coloro che hanno una copia dell’allele 4 e quasi metà delle persone che hanno due copie dell’allele 4 svilupperà la malattia di Alzheimer.
È già noto alla ricerca, inoltre, che bassi livelli di due VITAMINE B, B12 e i folati sono legati ad una diminuzione della memoria e ad un maggior rischio di essere colpiti dalla malattia di Alzheimer. Finora pochi studi avevano esaminato insieme i due fattori, genotipo e VITAMINE, in relazione alle prestazioni cognitive di chi raggiunge le età più mature. Lo studio è stato condotto da ricercatori svedesi e britannici su 167 persone in buona salute, dall’età media di 83 anni.
A ciascuno dei partecipanti è stato praticato il prelievo del sangue per verificare i livelli delle vitamine ed il genotipo. Infine sono stati sottoposti ad una serie di test della memoria.
Dallo studio è emerso che la combinazione di bassi livelli di vitamina B12 e del genotipo con l’allele 4 è associabile in maniera significativa con una memoria meno efficiente. Gli autori dello studio precisano inoltre che le persone dal genotipo con l’allele 4 possono ottenere notevoli benefici per le loro capacità cognitive assumendo le vitamine B12 e folati. Si può dunque ritenere che assumere più vitamine del gruppo B può essere un efficace arma preventiva per la salute di chi ha superato certe soglie di età.
Ovviamente questo va fatto sotto il controllo e il consiglio del proprio medico curante: un’assunzione vitaminica eccessiva, infatti, fa male anziché fare bene.

SUPPLEMENTAZIONE DI VITAMINE DEL GRUPPO B E DEGENERAZIONE MACULARE

La degenerazione maculare legata all’età (DMLE) è una patologia che colpisce circa un 1 milione di Italiani e che costituisce la prima causa di cecità tra la popolazione anziana nel mondo occidentale.
In una ricerca condotta da ricercatori dell’Harvard Medical School, 5200 donne con età superiore ai 40 anni e affette da disturbi cardiovascolari sono state suddivise in due gruppi e sottoposte a una combinazione giornaliera di 50 milligrammi di vitamina B6, 1 mg di vitamina B12 e 2,5 mg di acido folico, oppure a placebo.
A sette anni di distanza, 137 casi di degenerazione maculare legata all’età sono stati riscontrati nel campione di pazienti, 70 dei quali hanno comportato gravi handicap visivi.

I risultati hanno mostrato che le donne sottoposte a supplemento di vitamina B avevano una probabilità minore del 34 per cento di andare incontro a DMLE rispetto alle pazienti trattate con placebo, e una probabilità minore del 41 per cento di riportare danni gravi alla vista.

Ulteriori ricerche sono necessarie a supportare questa ipotesi, sostengono i ricercatori, tuttavia l’utilizzo di una combinazione integrata di vitamina B e acido folico potrebbe rivelarsi un mezzo preventivo utile ed economico per allontanare il rischio di degenerazione maculare legata all’età nei pazienti adulti.

Bibliografia.
Folic Acid, Pyridoxine, and Cyanocobalamin Combination Treatment and Age-Related Macular Degeneration in Women: The Women’s Antioxidant and Folic Acid Cardiovascular Study. Arch Intern Med 2009; 169(4):335-341.

Ecco l’importanza di assumere integratori a basso dosaggio altamente biodisponibili ed assimilabili.

Fonte: Franco Papale

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Germanio organico liquido: incrementa l’energia vitale

Dalle ricerche effettuate risulta che il Ge-132 agisce nell’organismo umano a tre livelli: – come “attivatore” della risposta immunitaria normale – come “trasportatore” di molecole di O2 – come “accaparratore” e depuratore di radicali liberi.

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C’è una precisa qualità che distingue le cose viventi da quelle non viventi.

Questa qualità, che può essere definita “forza vitale”, fluisce da organo ad organo nel nostro corpo integrandone le funzioni in un unico “vedere”, respirare, in una persona viva.
Lesistenza di una forza vitale è stata riconosciuta per secoli dalla medicina orientale e più recentemente in occidente attraverso il lavoro di coraggiosi pionieri come Nordenstrom e Becke.

La forza vitale è elettrica.

La forza vitale fluisce attraverso i nervi ma anche attraverso i vasi sanguigni e da cellula a cellula in ogni tessuto.
L’energia vitale mantiene l’ambiente elettronico che tutte le cellule vitali hanno bisogno di avere per funzionare in armonia. Inoltre, l’energia vitale è anche chimica. L’energia vitale procura l’energia chimica che guida le circa 100.000 reazioni chimiche che il metabolismo mette in opera.

L’ energia vitale è continuamente reintegrata di momento in momento dal processo di conversione elettrochimico.
Questo è il meccanismo attraverso il quale l’energia del cibo viene convertita in energia chimica della quale le cellule hanno bisogno per mantenersi vitali. E l’ossigeno che conduce questo processo di conversione elettrochimico.

L’ energia vitale viene generata dall’energia contenuta negli elettroni delle molecole del cibo.

Enzimi e coenzimi catalitici lavorano in stretta collaborazione per estrarre l’energia dalle coppie di elettroni derivati dalle molecole del cibo. Quando c’è un dispendio della loro energia gli elettroni sono collocati in combinazione con ioni idrogeno ed ossigeno a formare acqua. Il processo è accelerato o rallentato in base alla quantità di ossigeno disponibile per quest’ultima tappa. Più ossigeno è disponibile più è veloce la conversione dell’energia del cibo in energia vitale.

Il Germanio incrementa l’azione dell’ossigeno nel generare la forza vitale attraverso meccanismi che ancora non si comprendono.
La connessione tra l’ossigenazione dei tessuti e la salute tissutale sembra completamente diretta poiché il rifornimento di ossigeno è generalmente il fattore limitante nei confronti del funzionamento e della sopravvivenza tissutale.

Attraverso la spinta sull’efficienza dell’ossigeno nel collocare gli elettroni spesi è probabile che il Ge-132 abbia un profondo effetto energizzante potendo virtualmente rifornire energicamente (di combustibile) tutte le funzioni vitali del corpo.

Dai dati risulta che il Ge-132 agisce nell’organismo umano a tre livelli:

•come “attivatore” della risposta immunitaria normale; probabilmente questa è la funzione fondamentale del Ge-132 e può risultare molto utile in malattie come il cancro e l’AIDS.
•come “trasportatore” di molecole di all’interno di tessuti e cellule, in alternativa alla funzione svolta dall’emoglobina.
•come “accaparratore” e depuratore di radicali liberi i quali sembra abbiano una funzione fondamentale nei processi di invecchiamento e nelle malattie autoimmuni.

Il meccanismo della possibile azione antiproliferativa non è ancora conosciuto. Si è ipotizzato che l’attività antiproliferativa sia dovuta ad un potenziamento immunitario. Ci sono prove che il Ge-132 stimoli l’attività delle cellule natural killer (NK) e linfociti T citotossici, così come un incremento della produzione di interferone.

E’ stato dimostrato che il potenziamento della risposta immunitaria negli esseri umani si attua nei modi seguenti:

a) Aumento dei livelli di interferone gamma che svolge un ruolo di immunoregolazione
La cinetica dell’interferone gamma indotto dal Ge-132, presenta un picco intorno alle 24 ore dopo la sua somministrazione orale e mostra una curva direttamente proporzionale al dosaggio usato. Quanto detto può spiegare l’effetto sinergico sulla produzione dei macrofagi. E’ importante, inoltre, notare che l’interferone gamma indotto dal Ge-132 ha un’azione antivirale simile a quella normalmente prodotta dal corpo umano.

b) Attivazione delle cellule “Natural Killer”
Si ottiene una citotossicità superiore a quella delle NK normali, sia in prove in vitro che in vivo con animali da laboratorio. Ciò può spiegare l’attività antitumorale di questo composto nell’essere umano.

c) Potenziamento dell’attività e del numero dei macrofagi
Nelle prove in vivo si è dimostrata un’alta sopravvivenza di cavie (più del 50%) a cancro inoculato con cellule del tipo FM3 e con associazione di titoli alti di macrofagi attivati da Ge-132. Prove simili a quella esposta sono state realizzate con cellule cancerogene di polmone tipo Lewis, di adenocarcinoma tipo Walker, o anche con ceppi AH 66 e AH 44.
Tutte sono state statisticamente significative ed hanno dato risultati incoraggianti, sia nell’inibizione del tumore originale come anche delle sue metastasi.
Lattività antitumorale si completa con l’ossigenazione a livello tissutale della zona e l’allontanamento dei radicali liberi. E stato anche dimostrato che il Ge-132 incrementa la produzione di anticorpi del tipo lgG – IgM.
Chiaramente, anche questa attivazione immunitaria è strettamente connessa con la risposta antitumorale.

Per quanto riguarda l’azione del Ge-132 sul controllo e miglioramento del dolore, probabilmente essa è connessa con l’ossigenazione tissutale e con la pulizia di radicali liberi.

Il Ge-132 viene assorbito nella prima parte del duodeno, anche se piccole quantità si diffondono nei tratti inferiori del tubo digerente.La somministrazione del composto prima o dopo i pasti non ha dato variazioni misurabili dell’assorbimento. La concentrazione ematica raggiunge il picco 2-3 ore dopo la somministrazione, per scendere della metà in un periodo di 4 ore.

La distribuzione del Ge-132 nell’organismo a 3 ore dalla somministrazione orale mostra una densità maggiore nella tiroide, dopo la 4a ora si presentano valori del composto nei reni e nella vescica. Dalle 6 alle 12 ore dalla somministrazione si trovano quantità di Ge-132 nel pancreas, nei reni, nella prostata e nei testicoli. Notiamo che ancora oggi si ignora perché questo composto abbia dei luoghi di ‘predilezione” a seconda del tempo di somministrazione. Dopo 12 ore dalla somministrazione non si trovano residui neppure in periodi di assunzione superiori ad un anno.

L’escrezione del Ge-132 inizia circa tre ore dopo la somministrazione e si realizza soprattutto per via renale, mentre il 15-18% si veritica attraverso le feci. Praticamente il 100% della quantità del composto viene eliminato nelle prime 24 ore successive alla somministrazione orale. Sebbene il Ge-132 puro non è stato ancora associato ad alcuna complicazione renale, ne dovrebbero evitare l’utilizzo bambini, donne incinte, mamme che allattano, persone con rischi di problemi renali oche assumono farmaci potenzialmente nefrotossici.

Non c’è una dose raccomandata; sono state usate dosi dai 10mg ogni 24 ore fino ai 100 mg per Kg di peso corporeo (in un uomo di 75 Kg = 7500mg al giorno). E’ certo che la risposta immunitaria aumenta in modo direttamente proporzionale alla dose. Di solito si utilizzano da 50 a 250 mg al giorno, indipendentemente dal peso del paziente a secondo della gravità della malattia (dosaggio medio 50mg di Ge-i 32). In ogni caso sembra non ci sia alcuna ragione per somministrarne più di 500mg ai giorno, visto che l’effetto prodotto arriva ad un livello stabile nella curva dose-risposta, anche somministrando successivamente il composto.

È molto probabile che il Ge-132 agisca cataliticamente in modo tale che piccole quantità possano avere effetti benefici. Il Ge-132 ha un effetto energizzante anche a dosaggi estremamente bassi.

Sebbene debbano essere fatti gli esperimenti definitivi, le evidenze suggeriscono che il Ge-132 agisce su funzioni vitali ad un livello fondamentale: quello della produzione dell’energia cellulare.

Per comprendere meglio come il Ge-i32 possa intensificare questo processo è necessario considerare il ruolo centrale giocato dall’ossigeno. L’ossigeno è la sostanza più essenziale per la sopravvivenza umana. A lungo termine l’abilità individuale di ottenere ed inviare adeguate quantità di ossigeno alle cellule dei propri tessuti ed organi è il maggiore determinante nell’aspettativa di vita.

Il Ge-132 inoltre, in aggiunta alle sue proprietà catalitiche per l’ossigeno potrebbe avere ulteriori proprietà antiossidanti.Gli antiossidanti derivati dagli alimenti (particolarmente la vitamina C, il betacarotene, la vitamina E, il selenio, il manganese e lo zinco) rappresentano insieme i bulloni di un sistema altamente sofisticato ed adattabile di difesa nei confronti dello stress operato sul corpo.

I radicali liberi rubano elettroni dalle molecole biologiche: gli antiossidanti neutralizzano i radicali liberi donando loro elettroni. Gli agenti antiossidanti proteggono le cellule aiutando il processo di trasferimento di elettroni, antagonizzando le ben note conseguenze dello slittamento di singoli elettroni verso molecole d’ossigeno: questa dislocazione di singoli elettroni durante il trasferimento di coppie di elettroni può produrre radicali liberi di ossigeno che sono in grado di determinare considerevoli danni biologici e clinici.
In teoria per contrastare questi effetti tossici, il Ge-132 può migliorare l’efficienza del trasferimento di elettroni.

Altro argomento che suggerisce le sue proprietà catalitiche nei confronti dell’ossigeno è la proprietà di essere attivo nei confronti di malattie della circolazione periferica.

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Azioni biologiche degli omega-3

Numerossime ricerche sono state effettuate sulla funzionalità degli acidi grassi essenziali omega-3 e queste hanno evidenziato che essi possono essere utili nel trattamento e nella prevenzione di moltissime malattie quali: ipercolesterolemia, ipertensione arteriosa, malattie cardiache, infarto, diabete, ictus, artrite, osteoporosi, obesità, anoressia e bulimia, schizofrenia, asma, dismenorrea, cancro al colon, all’utero, alla prostata e in numerose altre malattie infiammatorie.

omega3

Da quando, nel 1970, venne evidenziato che la popolazione Eschimese, pur introducendo con la dieta una elevata quantità di grassi, a differenza di quanto ci si poteva attendere in base ai criteri epidemiologici dei paesi occidentali, dimostrava una ridottissima incidenza di cardiopatia ischemica, sono apparsi inequivocabilmente chiari gli effetti benefici apportati da una aumentata introduzione di Acidi Grassi Polinsaturi Omega 3 su svariate patologie ed in particolare sul :

•SISTEMA CARDIOVASCOLARE
In base agli studi effettuati in vitro e in vivo, si è evidenziato che le azioni biologiche degli acidi grassi omega-3 riguardano la diminuzione del processo di aterosclerosi, diminuzione della pressione arteriosa, effetto antiaritmico, ipocolesterolemizzante e ipotrigliceridemizzante.

•GRAVIDANZA
L’importanza sotto il profilo biologico e fisiologico di un adeguato apporto nell’uomo di acidi grassi omega-3 non ha ormai bisogno di ulteriori conferme. Essi sono essenziali per la formazione di nuovi tessuti in quanto costituiscono un importante componente per la formazione delle membrane, che sono fondamentali per lo sviluppo della retina e del sistema nervoso centrale nel periodo fetale, da cui l’importanza, per la futura mamma, di una alimentazione corretta e completa che comprenda anche questi acidi grassi.

•PREVENZIONE E TERAPIA DELLE SINDROMI DEGENERATIVE CEREBRALI
Il cervello umano risulta essere uno dei maggiori consumatori di DHA; il cervello di un adulto normale contiene più di 20 grammi di DHA. Bassi livelli di DHA si sono correlati con bassi livelli di serotonina che a loro volta sono correlati ad una aumentata tendenza alla depressione.
Inoltre, recenti studi su pazienti con demenza di Alzheimer hanno rivelato un netto miglioramento della loro qualità di vita in seguito ad una supplementazione con acidi grassi omega-3.
Anche pazienti con schizofrenia o disturbi bipolari sembrano avvalersi positivamente della supplementazione con acidi grassi omega-3.
L’azione farmacologica più studiata, inizialmente, è stata la capacità di ridurre i trigliceridi. Altre ricerche hanno evidenziato un vasto ambito di proprietà, tutte potenzialmente utili nella prevenzione cardiovascolare, quali l’effetto antitrombotico, antiaterosclerotico e antinfiammatorio.

•MALATTIE AUTOIMMUNI
Nuove conferme stanno emergendo per l’attività degli acidi grassi omega 3 nei confronti di malattie infiammatorie croniche, autoimmuni, quali la colite ulcerosa, il morbo di Crohn, la psoriasi, l’artrite reumatoide.

Una serie di studi sperimentali ha dimostrato che un elevato apporto di acidi grassi n-3 può ridurre la tendenza alla trombosi anche negli animali, mentre altri studi sull’uomo hanno chiarito che l’assunzione di questi acidi grassi come supplementi alimentari modifica in senso favorevole la maggior parte dei fattori di rischio noti per la cardiopatia ischemica. Essi riducono inoltre la pressione arteriosa, la lipidemia e l’insorgenza di aritmie cardiache.

Nel 1985, ricercatori olandesi hanno pubblicato il primo studio prospettico di popolazione in cui si dimostrava, in un gruppo di 850 persone, una significativa riduzione dell’incidenza dei decessi imputabili a cardiopatia ischemica tra coloro che avevano fatto un moderato consumo quotidiano di pesce, rispetto a coloro che non ne avevano fatto uso. Da allora, numerosi studi epidemiologici hanno confermato che un moderato consumo di pesce grasso – ne bastano due/tre porzioni la settimana – proteggere dall’insorgenza di cardiopatia ischemica.

Molteplici studi mostrano che gli omega 3 sono in grado di alterare la composizione lipidica e modulare la struttura della membrana cellulare.

Si è ipotizzato che i molteplici e positivi effetti degli acidi grassi omega-3 siano da attribuirsi ad una loro azione regolatoria che comprenderebbe, con diversi meccanismi, vari fattori di trascrizione tra i quali i PPARs (peroxisome proliferator receptors). Infatti, recentemente è stato evidenziato, in diversi studi, l’effetto regolatorio degli acidi grassi omega-3 sull’espressione genica in diversi tipi cellulari quali adipociti, enterociti, cellule immunitarie e nervose. Alcuni studi in vitro su cellule endoteliali incubate con acidi grassi omega-3 hanno anche riportato un effetto di inibizione di espressione del TNF-α e di citochine, importanti per la regolazione di molecole coinvolte nei processi di flogosi e degenerativi.