La vitamina D è conosciuta come la “vitamina del sole”, ma è davvero sufficiente trascorrere qualche ora all’aria aperta durante l’estate per garantirne livelli ottimali? La risposta, sorprendentemente, è non sempre.
Sebbene la stagione estiva favorisca la produzione naturale di vitamina D, esistono numerose condizioni in cui l’organismo non riesce a sintetizzarne quantità adeguate. Età avanzata, malattie intestinali, utilizzo di creme solari, pelle scura, sovrappeso e scarsa esposizione ai raggi UVB possono rendere necessaria un’integrazione anche nei mesi più soleggiati.
Che cos’è la vitamina D e perché è così importante?
La vitamina D è una vitamina liposolubile che, dal punto di vista biologico, si comporta come un vero e proprio pro-ormone.
Una volta attivata dall’organismo, regola centinaia di processi metabolici ed è coinvolta nel corretto funzionamento di numerosi tessuti.
Tra le sue principali funzioni troviamo:
- favorisce l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo;
- contribuisce alla normale mineralizzazione delle ossa;
- sostiene la funzione muscolare;
- partecipa al mantenimento della normale funzione del sistema immunitario;
- contribuisce alla normale divisione cellulare.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha inoltre evidenziato il coinvolgimento della vitamina D nella regolazione della risposta infiammatoria e dell’immunità innata e adattativa.
Come viene prodotta la vitamina D?
Contrariamente a quanto si pensa, gli alimenti rappresentano solo una piccola parte dell’apporto totale di vitamina D. Circa l’80-90% del fabbisogno viene infatti soddisfatto grazie alla sintesi cutanea indotta dall’esposizione ai raggi UVB.
Quando la pelle viene esposta alla luce solare, il 7-deidrocolesterolo presente nell’epidermide viene trasformato in colecalciferolo (vitamina D3). Questa molecola, tuttavia, non è ancora biologicamente attiva: viene prima convertita nel fegato in 25-idrossivitamina D [25(OH)D], la principale forma circolante e quella misurata negli esami del sangue per valutare lo stato della vitamina D. Successivamente, nei reni, subisce un’ulteriore trasformazione diventando calcitriolo, la forma attiva che l’organismo utilizza per regolare numerosi processi fisiologici.
In condizioni ottimali, un’esposizione al sole di circa 20-30 minuti può consentire all’organismo di sintetizzare quantità elevate di vitamina D, stimate tra 15.000 e 20.000 UI. Tuttavia, la produzione effettiva varia considerevolmente in base a diversi fattori, tra cui età, fototipo, latitudine, stagione, orario della giornata, superficie corporea esposta e condizioni atmosferiche.
Per mantenere una concentrazione ematica adeguata durante tutto l’anno, molti esperti ritengono auspicabile raggiungere valori di 25(OH)D superiori a 50 ng/mL, soprattutto nelle persone con specifici fattori di rischio o particolari condizioni cliniche. Nei pazienti affetti da alcune malattie autoimmuni, il medico può valutare l’opportunità di mantenere livelli ancora più elevati, sempre sulla base di un monitoraggio personalizzato.
Gli alimenti ricchi di vitamina D
L’alimentazione contribuisce mediamente al 10-20% del fabbisogno. Le principali fonti naturali sono:
- pesci grassi come salmone, sgombro, aringa e sardine;
- olio di fegato di merluzzo;
- tuorlo d’uovo;
- fegato;
- funghi esposti alla luce UV;
- latte, yogurt e cereali fortificati.
Anche seguendo una dieta varia ed equilibrata, difficilmente è possibile raggiungere il fabbisogno esclusivamente attraverso gli alimenti.
Perché in estate potremmo essere comunque carenti?

La stagione estiva favorisce certamente la sintesi della vitamina D, ma non garantisce livelli ottimali in tutte le persone.
Un primo aspetto riguarda l’orario di esposizione. I raggi UVB sono maggiormente efficaci tra le 11:00 e le 16:00, proprio nella fascia oraria in cui è raccomandato limitare l’esposizione diretta per ridurre il rischio di scottature e tumori cutanei.
Inoltre, l’utilizzo di creme solari ad alta protezione, indumenti coprenti, cappelli e ombrelloni, indispensabili per proteggere la pelle dai danni dei raggi ultravioletti, riduce la quantità di UVB che raggiunge la cute e, di conseguenza, la produzione di vitamina D.
Esistono poi condizioni che limitano ulteriormente la sintesi cutanea. Alcuni farmaci possono provocare fotosensibilità o fotodermatiti, costringendo a evitare l’esposizione al sole. Anche chi lavora prevalentemente in ambienti chiusi, trascorre poco tempo all’aperto oppure vive in aree con elevato inquinamento atmosferico può produrre quantità inferiori di vitamina D.
Infine, non bisogna dimenticare che la capacità della pelle di sintetizzare vitamina D diminuisce fisiologicamente con l’età, motivo per cui gli anziani rappresentano una delle categorie maggiormente esposte al rischio di carenza anche durante i mesi estivi.
Dopo i 60 anni il sole non basta più?
Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda l’invecchiamento della pelle. Con il passare degli anni diminuisce progressivamente la concentrazione di 7-deidrocolesterolo, la sostanza da cui origina la vitamina D.
Gli studi indicano che la capacità di sintesi può ridursi di circa il 13% ogni dieci anni.
Negli anziani inoltre:
- la pelle produce meno vitamina D;
- il picco di sintesi compare più lentamente;
- si trascorre generalmente meno tempo all’aperto;
- la funzione renale può ridurre l’attivazione della vitamina.
Per questo motivo gli over 60 rappresentano una delle categorie più esposte al rischio di carenza.
Chi rischia una carenza di vitamina D anche in estate?
Le categorie maggiormente a rischio comprendono:
- persone con più di 60 anni;
- soggetti con osteoporosi;
- donne in post-menopausa;
- persone con celiachia;
- malattie infiammatorie intestinali (come morbo di Crohn e colite ulcerosa);
- pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica;
- persone obese;
- chi segue diete molto restrittive o povere di grassi;
- chi lavora sempre in ambienti chiusi;
- persone che utilizzano costantemente creme solari ad alta protezione;
- individui con pelle scura, nei quali la maggiore quantità di melanina riduce la sintesi cutanea.
Quali sintomi può provocare una carenza?
Una lieve carenza può non dare sintomi evidenti. Quando diventa significativa possono comparire:
- stanchezza persistente;
- debolezza muscolare;
- dolori ossei;
- maggiore suscettibilità alle infezioni;
- difficoltà di recupero muscolare;
- maggiore rischio di cadute negli anziani.
Nel lungo periodo aumenta il rischio di osteopenia, osteoporosi e fratture.
Quando è consigliabile assumere un integratore?
L’integrazione non dovrebbe essere automatica. La scelta dipende dai valori ematici della 25(OH) vitamina D, dalla storia clinica e dalla presenza di fattori di rischio.
Generalmente il medico può valutare un’integrazione nei soggetti:
- anziani;
- con osteoporosi;
- con carenza documentata dagli esami;
- con scarso assorbimento intestinale;
- con esposizione solare insufficiente.
La vitamina D è liposolubile e viene assorbita meglio se assunta durante un pasto contenente una quota di grassi buoni, come olio extravergine d’oliva, frutta secca o pesce.
È possibile assumere troppa vitamina D?
Sì. Essendo una vitamina liposolubile, può accumularsi nell’organismo.
Un’integrazione eccessiva, soprattutto se prolungata e non controllata, può provocare ipercalcemia, nausea, vomito, debolezza, alterazioni della funzione renale e calcificazioni dei tessuti.
Per questo motivo è sempre opportuno evitare il “fai da te” e seguire il dosaggio consigliato dal professionista sanitario.
Conclusioni
L’estate rappresenta certamente il periodo migliore per favorire la sintesi naturale della vitamina D, ma non garantisce automaticamente livelli ottimali per tutti.
L’età, alcune patologie, la scarsa esposizione al sole, l’uso corretto delle creme protettive e diversi fattori individuali possono rendere insufficiente la produzione cutanea anche nei mesi più luminosi.
In presenza di fattori di rischio o di una carenza documentata, un’integrazione mirata può contribuire a mantenere la salute delle ossa, sostenere la funzione muscolare e supportare il normale funzionamento del sistema immunitario.
Domande frequenti
In estate bisogna sempre sospendere la vitamina D?
No. Se l’integrazione è stata prescritta dal medico per correggere una carenza, trattare particolari condizioni cliniche o prevenire complicanze in soggetti a rischio, potrebbe essere opportuno proseguirla anche durante l’estate. L’eventuale sospensione o modifica del dosaggio deve sempre essere valutata dal medico sulla base degli esami del sangue e delle caratteristiche individuali.
Bastano 15 minuti di sole al giorno?
Non esiste una risposta valida per tutti. La quantità di vitamina D prodotta dipende da numerosi fattori, tra cui l’orario di esposizione, la stagione, la latitudine, il fototipo, l’età, la superficie corporea esposta, l’utilizzo di creme solari e le condizioni atmosferiche. In alcune persone, anche un’esposizione quotidiana può non essere sufficiente a mantenere livelli ottimali.
Le creme solari impediscono completamente la produzione di vitamina D?
No. Le creme solari ad alta protezione possono ridurre la sintesi della vitamina D perché limitano il passaggio dei raggi UVB, ma non la bloccano completamente nelle normali condizioni di utilizzo. Rimangono comunque indispensabili per prevenire scottature, fotoinvecchiamento e tumori della pelle e non devono essere evitate.
Qual è l’esame per verificare i livelli di vitamina D?
L’esame di riferimento è il dosaggio della 25-idrossivitamina D [25(OH)D] nel sangue. È il parametro utilizzato dal medico per valutare lo stato della vitamina D e stabilire l’eventuale necessità di un’integrazione.
Qual è la differenza tra vitamina D2 e vitamina D3?
La vitamina D3 (colecalciferolo) è la forma che il nostro organismo produce naturalmente grazie all’esposizione ai raggi UVB ed è presente anche negli alimenti di origine animale, come pesce grasso, fegato e tuorlo d’uovo.
La vitamina D2 (ergocalciferolo) deriva principalmente da fonti vegetali, in particolare dai funghi esposti alla luce ultravioletta, ed è utilizzata anche per l’arricchimento di alcuni alimenti.
Entrambe contribuiscono ad aumentare i livelli di vitamina D, ma numerosi studi indicano che la vitamina D3 è generalmente più efficace nel mantenere concentrazioni adeguate di 25(OH)D nel sangue.
La vitamina D può prevenire il diabete?
La vitamina D non rappresenta un trattamento per il diabete e non può sostituire uno stile di vita sano. Tuttavia, alcune evidenze scientifiche suggeriscono che, nelle persone con prediabete, un’adeguata disponibilità di vitamina D possa contribuire, insieme a una corretta alimentazione e all’attività fisica, a ridurre il rischio di progressione verso il diabete di tipo 2.
La vitamina D sembra infatti influenzare la sensibilità all’insulina, la funzione delle cellule beta del pancreas e alcuni processi infiammatori. Per questo motivo, le più recenti linee guida indicano che, in soggetti selezionati e con documentata insufficienza, il medico può valutare un’integrazione come parte di una strategia preventiva complessiva.
Quando assumere la vitamina D: prima o dopo i pasti?
Essendo una vitamina liposolubile, la vitamina D viene assorbita meglio se assunta durante o subito dopo un pasto contenente una quota di grassi salutari, come olio extravergine d’oliva, pesce, avocado o frutta secca. Assumerla a stomaco pieno può favorirne l’assorbimento e migliorarne l’efficacia.
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Riferimenti
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1. Esposizione al sole
Oltre al potenziale effetto sulla steatosi epatica, il camu-camu (
All’interno di questo quadro complesso, caratterizzato da alterazioni dei sistemi di regolazione e da una possibile ridotta efficienza energetica cellulare, può risultare utile considerare un’integrazione nutrizionale mirata.
Dove si trova il rame nel corpo
Tra le forme disponibili sul mercato, negli ultimi anni ha acquisito visibilità il rame colloidale, una preparazione in cui minuscole particelle di rame sono disperse in acqua bi-distillata. Questa particolare struttura fisico-chimica è alla base delle proprietà che vengono attribuite a questo tipo di integrazione, tra cui un’assimilazione rapida e una buona biodisponibilità.
Quando l’apporto alimentare non è sufficiente o il metabolismo della vitamina B12 risulta compromesso, può essere utile ricorrere a un’integrazione specifica.








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