” Io sono un grande utilizzatore e sostenitore di un‘integrazione alimentare fatta con intelligenza, eppure ti sarà già capitato di sentir dire proprio dal tuo medico che gli integratori non servono a nulla o che addirittura fanno male, perché questo?

Avendo lavorato per anni come medico, voglio affrontare questo tema in maniera molto chiara e diretta: la ragione è che i medici non conoscono a sufficienza la materia. Non sono tenuti a studiare praticamente nulla riguardo a nutrizione, integrazione alimentare, allenamento fisico e lavoro interiore, che sono quelli che io chiamo i quattro fondamenti e che sono le tematiche di cui la gente ha più bisogno oggi per fare vera prevenzione.

A volte i medici mettono addirittura questi temi al fianco di pratiche alternative che non hanno nessuna base scientifica. La medicina e la facoltà di medicina ha un po’ messo in disparte il tema della promozione della salute.

Anche se stanno nascendo altre professioni in quest’area, per esempio i farmacisti specializzati in nutrizione, il medico non può non essere parte di questa evoluzione perché è l’unico che può davvero comprendere le condizioni e le necessità delle persone

Perché i medici faticano a parlare di integratori?

Vediamo di capire meglio perché si fa così fatica a parlare di integratori con il medico e perché invece dovremmo considerarli nella nostra alimentazione, e voglio ricordarti che tutte le cose che ti sto dicendo non sono mie invenzioni, ma provengono da dati pubblicati in letteratura.

  1. Il medico ragiona per macro carenze che provocano patologie gravi e acute (lo scorbuto, la pellagra, etc.) e siccome non vede le macro carenze, non riconosce che esistono anche le micro carenze croniche. Le micro carenze croniche non raggiungono mai un livello così intenso da creare una patologia importante, ma sono sufficienti ad alterare il metabolismo, ad aumentare il rischio di sviluppare malattie e ad accelerare l’invecchiamento.
  2. Il medico parte dal presupposto che una dieta equilibrata ti dà tutto ciò che ti serve. E la domanda vera è: che ti serve a far cosa? Perché se è a sopravvivere sono d’accordo, ma se è per vivere a lungo in perfetta salute non sono così convinto.
  3. La qualità degli alimenti non è mai stata così scarsa come oggi. Gli alimenti sono ricchi di una sola cosa: calorie; e sono poveri di tutto il resto: nutrienti. Oltre a questo c’è da considerare anche la cottura che altera le concentrazioni dei nutrienti, quindi non si può dare per scontato che l’alimentazione equilibrata ci dia tutto quello che serve.
  4. Oggi lo stress non è più acuto e momentaneo, ma è uno stress cronico che logora l’organismo e che ovviamente aumenta il consumo di determinati nutrienti. È una condizione che non esisteva in passato.
  5. Nella medicina che riguarda le terapie e i farmaci, oggi ci sono formidabili linee guida che vengono costruite da dati scientifici immensi e facilitano quindi l’operatività del medico perché può dare delle indicazioni molto chiare su cosa funziona e cosa non funziona. Nell’ambito della nutrizione questo c’è ma in maniera non così categorica e nell’ambito degli integratori sostanzialmente manca. L’appassionato della materia che va a guardare gli studi, trova indicazioni scientifiche assolutamente sufficienti soprattutto su alcuni integratori ma occorre studiare. La persona che fa altro di mestiere, che si occupa di altre problematiche, di pazienti, di patologie, non ha il tempo di andare in profondità su questi temi e siccome quelle linee guida chiare mancano, allora ti risponde dicendo “non ci sono evidenze scientifiche”, ma così non è!

Credo che sia veramente augurabile che sempre più medici si interessino a questa materia. Questo non è un atto d’accusa nei confronti del medico, anzi è un invito ad un’alleanza. Il medico è un tassello fondamentale e lo diventa ancora di più se si impossessa pienamente dei temi della nutrizione, della nutraceutica, dell’allenamento fisico e del lavoro interiore.

Se sei medico cerca di capire come affrontare questi temi e stare così più vicino ai tui pazienti perché oggi più che mai abbiamo bisogno di evitare che i pazienti delusi dal rapporto col medico, finiscano con il seguire delle strade che sono assolutamente non scientifiche e pericolose. Ogni medico ha la responsabilità di tenere vicino i propri pazienti soprattutto sviluppando grande capacità di ascolto.

Io personalmente ci tengo ad informare correttamente le persone per aiutarle a raggiungere un più alto grado di salute e benessere, per questo motivo il Metodo Ongaro® si fonda su basi scientifiche.

Se sei un professionista della salute e il tuo obiettivo è quello di migliorare la vita delle persone che ti seguono, è importante che tu conosca anche queste dinamiche in modo tale da poter veramente trasformare in meglio la vita delle persone.

Io da tempo ormai faccio il coach a tempo pieno. Ma tu come medico o professionista della salute, se sei interessato a collaborare con me, puoi candidarti al Metodo Ongaro® Certification Program, un programma di certificazione dedicato ai professionisti della salute che vogliono diventare sempre più autorevoli grazie all’acquisizione di nuove competenze”.

Biografia

Filippo Ongaro nasce a Milano il 30 giu­gno del 1970 e cresce tra Milano, Londra e Venezia seguendo gli spostamenti familiari legati al lavoro di giornalista e scrittore di suo padre Alberto, a lungo inviato speciale de L’Europeo.

Influenzato, oltre che dal lavoro del padre anche dai libri e dalla vita di sua zia Franca Ongaro Basaglia che, con il marito Franco Basaglia, riformò la psichiatria italiana, il Dr. Ongaro cresce in un ambiente familiare e culturale creativo che lo stimola costantemente ad andare oltre gli schemi prefissati.

Oltre a dedicarsi all’attività clinica, il Dr. Ongaro é autore di numerosi libri divulgativi e collabora regolarmente con varie testate giornalisti­che nazionali e con emittenti radiofoniche e televisive.

Formazione

Si Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’università di Ferrara e successivamente vince il concorso e frequenta la Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport diretta dal Prof. Francesco Conconi.

Durante la scuola di specializzazione lavora presso la Deutsche Sporthochschule (Scuola Superiore dello Sport) di Colonia (Germania) e inizia a frequentare lo European Astronaut Centre dell’Agenzia Spaziale Europea situato appunto a Colonia dove poco dopo inizierà a lavorare stabilmente.

In questo periodo collabora strettamente con il Prof. Carmelo Bosco, fisiologo dell’esercizio di fama internazionale.

Presso l’Agenzia Spaziale Europea il Dr. Ongaro lavora come medico degli astronauti occupandosi in parti­colare degli aspetti legati alla nutrizione, alla preparazione fisica e alla riabilitazione degli equipaggi.

In questa funzione collabora con gli esperti del Johnson Space Center della NASA (Houston) e del Gagarin Cosmonaut Training Center (Russia) e ha l’opportunità di lavorare a stretto contatto con numerosi centri di ricerca europei ed internazionali. E’ durante quest’intensa esperienza clinica che conosce sua moglie Sonja, psicologa tedesca e consulente dell’Agenzia Spaziale Europea che diventerà la sua principale collaboratrice.

Oltre ad occuparsi della salute degli astronauti, il Dr. Ongaro in questi anni da vita ad un vero e proprio pro­getto di trasferimento tecnologico: studiando la letteratura scientifica, entrando in contatto con i ricercatori e rielaborando i loro risultati in termini pratici, riesce ad apportare sostanziali miglioramenti ai programmi medici e riabilitativi riservati agli astronauti.

Approccio

È da questo lavoro negli ambienti più avanzati della medicina che il Dr. Ongaro matura l’idea che la medicina pratica, quella che viene offerta nel quotidiano ai pazienti negli ambulatori e negli ospedali necessiti di una profonda trasformazione.

Si tratta infatti nella maggior parte dei casi di una medicina poco orientata alla prevenzione e che tende ad intervenire tardivamente, quando la malattia ha già preso il sopravvento sulla salute fisica e psichica della persona.

La medicina anti­aging non è né una disciplina alternativa né una nuova specialità medica ma piuttosto il primo approccio preventivo completo all’invecchiamento e alle sue malattie che trae le sue origini dalle più recenti scoperte scientifiche.

Attività ed incarichi

Il Dr. Ongaro è il primo italiano ad avere ottenuto il Diploma in Medicina Funzionale presso l’Institute for Functional Medicine (AFMCP) e la Board Certification in medicina anti-aging (ABAARM) presso l’Ame­rican Academy of Anti­aging & Regenerative Medicine.

Avendo compreso in profondità il potenziale di prevenzione e cura di questo nuovo approccio alla medicina, il Dr. Ongaro e sua moglie contribuiscono a fondare l’Istituto di Medicina Rigenerativa e Anti-Aging (ISMERIAN, Treviso) di cui il Dr. Ongaro è tuttora Diret tore Scientifico. 

ISMERIAN diventerà rapidamente un punto di riferimento italiano ed europeo per pazienti e medici che cercano un approccio nuovo ma altamente scientifico alla prevenzione delle patologie croniche ed è la sede principale del lavoro clinico del Dr. Ongaro.

Oltre ad intervenire a numerosi congressi nazionali ed esteri, il Dr. Ongaro é docente al Master in Space Physiology & Health presso il King’s Col­lege di Londra ed é membro del Human Health & Performance Center della NASA. Per scelta il Dr. Ongaro non si é mai dedicato alla ricerca preferendo la sfera dello studio, dell’applicazione clinica e della divulgazione, ritenendo per altro che troppo spesso i risultati delle ricerche pubblicate non vengano utilizzati nella medicina pratica. Socio Fondatore & CEO Metodo Ongaro Switzerland SA.

Il Dr. Ongaro è Vice Presidente dell’Associazione Medici Italiani Anti-Aging e membro delle seguenti associazioni scientifiche: American Academy of Anti-Aging Medicine, Institute for Functional Medicine, European Society of Preventive, Regenerative and Anti-Aging Medicine ed ha ottenuto una certificazione dall’International School of Gynecological Endocrinology.

Libri

Da diversi anni Filippo Ongaro è un autore molto seguito ed apprezzato. I suoi numerosi libri hanno aiutato moltissime persone più persone possibili a cambiare stile di vita e a migliorare la loro esistenza (https://www.metodo-ongaro.com/libri).

 

Socio Fondatore & CEO Metodo Ongaro Switzerland SA

(https://www.metodo-ongaro.com/)

 

 

Per il benessere digestivo e assimilativo quotidiano inizia con NutriZym®  un integratore alimentare a base di enzimi da maltodestrine fermentate ed estratti vegetali con Alfa-Galattosidasi, in grado di favorire la funzione digestiva ed epatica per un’adeguata e completa assimilazione degli alimenti.

NutriZym® è composto da una nuova miscela potenziata di enzimi digestivi, utili per un supporto digestivo completo e ad ampio spettro. Gli enzimi fungali da maltodestrine fermentate, selezionati per la loro stabilità, resistono adeguatamente in tutte le diverse zone del tratto gastrointestinale (acide, basiche, neutre), raggiungendo la loro massima funzionalità alla temperatura corporea. La combinazione enzimatica include oltre amilasi, proteasi, lattasi, lipasi, anche maltasi acida, utile nella ripartizione finale del maltosio, uno dei principali disaccaridi prodotti dalla digestione dell’amido. L’enzima Alfa-Galattosidasi è tra gli elementi distintivi dell’integratore, per un’azione mirata contro gli oligosaccaridi non digeribili (raffinosio, stachiosio ed il verbascosio), integrato alle azioni benefiche del finocchio selvatico e della melissa.

ENZIMI

Gli enzimi catalizzano e regolano innumerevoli reazioni biochimiche all’interno dell’organismo e spesso la loro importanza è sottovalutata. Esiste una stretta relazione tra enzimi digestivi e cattiva digestione che si riflette sullo stato generale di salute della persona. È noto come i cibi crudi e fermentati siano naturalmente ricchi degli specifici enzimi necessari alla loro predigestione. Così, i latticini non pastorizzati sono naturalmente ricchi in Lipasi e Lattasi, i cereali germogliati contengono elevate quantità di Amilasi e Glicoamilasi e la stessa carne cruda è ricca di Proteasi. Durante la prima ora della digestione, nella parte alta dello stomaco (porzione cardiaca) avviene una vera e propria “autodigestione” parziale degli alimenti crudi e non pastorizzati. Ciò riduce il volume di enzimi che pancreas e intestino devono produrre nelle successive fasi della digestione.

Il risultato, non è solo una migliore digestione ed assimilazione degli alimenti, ma anche una maggior possibilità per il pancreas di dedicarsi alla produzione di enzimi antiossidanti, energetici e sistemici. Purtroppo, la dieta moderna, ha drasticamente ridotto la quantità di cibi crudi e “vitali” e gli alimenti a lunga conservazione, cotti o devitalizzati, di cui ci nutriamo, non svolgono più quel processo di “autodigestione”. Di fatto, nel corso del tempo, le ripercussioni di questa condizione coinvolgono tutto il sistema endocrino, le connessioni linfatiche e immunologiche di fegato e intestino tenue (con cute, milza e vescica) che, sottoposte a notevole stress, conducono a un vero e proprio esaurimento energetico, ormonale e metabolico.

Questo sovraccarico quotidiano di lavoro concorre, in parte, a spiegare perché il pancreas negli individui delle società industrializzate è spesso ipertrofico. Una dieta caratterizzata in prevalenza da cibi cotti, troppo elaborati, denaturati, demineralizzati, devitaminizzati, oltre a causare l’esaurimento enzimatico, è anche difficilmente assimilabile, soprattutto se consumata in pasti veloci. È inoltre opportuno considerare che con l’età è stata evidenziata una ridotta sintesi degli acidi biliari da parte del fegato e una riduzione degli enzimi digestivi prodotti dal pancreas (1-2).

Grazie al suo apporto in proteasi, amilasi, glicoamilasi, maltasi, lipasielattasi, può contrastare l’esaurimento enzimatico e sostenere la corretta degradazione e assimilazione degli alimenti. Amilasi e glucoamilasi, attivi nella digestione dei carboidrati, agiscono efficacemente nella digestione iniziale dei polisaccaridi come l’amido, a differenza della Maltasi, enzima intestinale attivo nel duodeno, che favorisce la corretta demolizione del maltosio e l’assimilazione finale di alimenti come riso, pasta e patate.

In generale la Maltasi o Glicosidasi è anche presente in diversi tessuti (es. cuore e muscolo) ed è importante per degradare il glicogeno a glucosio. Nel piccolo intestino, maltasi e lattasi scindono i disaccaridi in mono- saccaridi. In caso di carenza enzimatica, l’accumulo di unità disaccaridiche nel lume intestinale, può trattenere i liquidi provocando diarrea, distensione e dolore addominale. La lattasi endogena, presente nell’orletto a spazzola degli enterociti, è il primo enzima ad essere perso in caso di malattie intestinali e un
adeguato apporto può limitare gli effetti negativi indotti da una sua carenza o distruzione. La lipasi abbatte i trigliceridi in monogliceridi e acidi grassi liberi ed è un enzima fondamentale per la digestione dei grassi.

Nello stomaco, pepsina ed acido cloridrico concorrono alla digestione delle proteine, affidando alle proteasi l’abbattimento finale dei piccoli polipeptidi in amminoacidi. Ma se le proteasi sono essenziali per la digestione delle proteine, non dimentichiamo che la loro azione risulta importante anche nella regolazione di varie funzioni corporee.

Ecco perché una buona integrazione di enzimi digestivi naturali ed efficaci, come gli enzimi fungali da maltodestrine fermentate, non solo può condurre ad una rapida eliminazione dei problemi di digestione ed assimilazione, ma può contribuire a rigenerare l’intero sistema metabolico ed energetico della persona (3).

In generale le insufficienze enzimatico-digestive generano, con il tempo, anche una serie di compromissioni del nostro sistema immunitario. È risaputo che la carenza di enzimi esogeni e la parallela iperstimolazione del pancreas a produrre enzimi digestivi, genera un’attivazione anomala dei leucociti. Le ripercussioni di questo declino possono esacerbare condizioni anomale, non limitate a una cattiva digestione, ma estese a sensibilità alimentari, intolleranze, fermentazioni intestinali, putrefazione fino ad arrivare al fenomeno noto “dell’intestino permeabile”.

È infatti noto che frammenti molecolari dei cibi indigeriti, in particolare quelli di origine proteica, rientrano in circolo attraverso la membrana intestinale, scatenando nel tempo tutta una serie di reazioni immunitarie che possono sfociare dapprima nelle allergie, e poi in gravi forme infiammatorie e autoimmuni.

La supplementazione di enzimi digestivi può costituire un valido supporto terapeutico in questi casi (4). La terapia enzimatica ha dimostrato di essere efficace nel prevenire la formazione dei complessi immunitari circolanti che causano l’infiammazione intestinale cronica tipica di patologie come la colite o il morbo di
Crohn (5).

NutriZym® enzmi naturali

ÀLFA-GALATTOSÌDASI

In cereali e legumi come fagioli, piselli, lenticchie ma anche in alcuni tipi di verdure sono presentì alcuni oligosaccaridi non digeribili, denominati, in base al numero di unità di galattosio: raffmosio, stachiosio e verbascosio. Nel piccolo intestino gli enzimi non sono in grado di demolire completamente queste molecole che, accumulate, sono fermentate dalla microflora del colon, con aumento della produzione di gas intestinale.
L’alfa-galattosidasi è un enzima che ha la capacità di demolire gli oligosaccaridi indigeribili e di ridurre gli effetti collaterali della fermentazione batterica, come appunto l’eccessiva produzione di gas intestinali.

Gli effetti positivi dell’integrazione con alfa-galattosidasi sono stati evidenziati in diversi studi e, in particolare, due sperimentazioni umane, a doppio cieco, hanno dimostrato che può contrastare e alleviare efficacemente il gonfiore nonché la distensione addominale e, di conseguenza, il disagio e il dolore percepito (6-7).

FINOCCHIO SELVATICO

Il finocchio selvatico ha proprietà digestive e carminative (favorisce l’espulsione dei gas intestinali). In fitoterapia è consigliato per favorire la digestione, regolare l’appetito, ridurre il gonfiore e alleviare i crampi addominali. È anche un antispasmodico naturale per stomaco e intestino e aiuta ad eliminare bruciore, gonfiore, crampi e diarrea. Allevia anche i principali sintomi della sindrome del colon irritabile. È usato come coadiuvante anche in età pediatrica per calmare le coliche e i dolori addominali. È inoltre un eccellente antisettico del cavo orale, lenisce le infiammazioni delle gengive e rinfresca l’alito (8).

MELISSA

La melissa è una pianta che cresce spontanea ma può anche essere facilmente coltivata. Viene usata soprattutto nelle somatizzazioni viscerali dell’ansia, avendo proprietà sia antispastiche che sedative grazie al chempferolo, uno dei suoi componenti principali che agisce sul sistema nervoso centrale. Come antinfiammatorio e antispasmodico naturale è in grado di alleviare disturbi quali nausea, indigestione, crampi addominali e dolori legati al ciclo mestruale. Per gli stessi motivi, può essere utilizzata ai pasti per aiutare la digestione (9).

INGREDIENTI: Finocchio selvatico {Foeniculum vulgare M.) frutti e.s. (0,9-1,1% olioessenziale), Melissa officinalis L. foglie e.s.(12% derivati idrossicinnamici totali espressi come acido rosmarinico), Protexil* SP750 complesso enzimatico da substrati vegetali fermentati con Aspergillus oryzae (Proteasi), edulcorante: Eritritolo; Maltasi acida complesso enzimatico da substrati vegetali fermentati con Rhizopus oryzae, agente di carica: gomma d’Acacia; Lipaxil® complesso enzimatico da substrati vegetali fermentati con Rhizopus oryzae (Lipasi), Àmilaxil* complesso enzimatico da substrati vegetali fermentati con Aspergillus oryzae (Amilasi), amido di Mais pregelatinizzato, Alfa-galattosidasi, Peptidasi DPP IV complesso enzimatico da substrati vegetali fermentati con Aspergillus oryzae (Peptidasi), Bamboo (Bambusa arundinacea) germogli e.s. (35% Silicio di origine naturale), antiagglomerante: Beenato di glicerolo; Lattasi (Beta-galattosidasi), Lithothamnion calcareum alga tallo, edulcoranti: Taumatina, Stevia.

BIBLIOGRAFIA

  1. Laugier, R., et al., Changes in pancreatic exocrine secretion with age: pancreatic exocrine secretion does decrease in the elderly. Digestion, 1991. 50(3-4): p. 202-11.
  2. Wang, C.S., R.A. Floyd, and H.U. Kloer, Effect of aging on pancreatic lipolytic enzymes. Pancreas, 1986. 1 (5): p. 438-42.
  3. Howell E., Enzyme Nutrition. Avery, New Jersey,, 1985.
  4. La terapia enzimatica ha prodotto miglioramenti del 60% in casi di artrite reumatoide Horger I., e.a., Zirku-lierende Immunokomplexe bei poliarthritis-pstienten. Natura undGanzheitsmedzin, 1988.
  5. Stauder G, R.K., Streichhan P, Van Schaik W, Pollinger W., The use of hydrolytic enzymes as adjuvant therapy in AIDS/ARC/LAS patients. Biomed Pharmacother, 1988. 42(1 ):31 -4.
  6. Di Stefano, , et al., The effect of oral alpha-galactosidase on intestinal gas production and gas related symptoms. Dig Dis Sci, 2007. 52(1): p. 78-83.
  7. Ganiats, T.G., et al., Does Beano prevent gas? A double-blind crossover study of oral alpha-galactosidase to treat dietary oligosaccharide intolerance. J Fam Pract, 1994. 39(5): p. 441-5.
  8. Roberta Pasero, In linea con. la fitoterapia, Sapere&Salute Folia, anno 2, marzo 2003, num. 4, p. 17.
  9. Roberto Michele Suozzi, Le piante medicinali, Newton&Compton, Roma, 1994, p.79

https://www.erboristeriarcobaleno.it/enzimi/

La nattochinasi è un enzima digestivo (una proteasi alcalina) presente nel natto. L’enzima ha suscitato grande interesse per la prevenzione di disturbi cardiovascolari, data la sua attività fibrinolitica e anticoagulante. La proteina risulta infatti in grado di degradare direttamente la fibrina e di promuovere il processo fibrinolitico, meccanismo opposto a quello della coagulazione del sangue.

L’interesse scientifico per la nattochinasi come enzima utile all’apparato cardiovascolare è emerso solo più di recente, nel corso del XX secolo. Negli anni ’80 un ricercatore giapponese iniziò a studiare i potenziali effetti della nattochinasi: le sue ricerche iniziali suggerivano che potesse avere proprietà anticoagulanti.

Il natto è un alimento tradizionale giapponese fermentato, dalla consistenza viscida, appiccicosa e filante. Si ottiene bollendo o cuocendo a vapore i semi di soia, per poi fermentarli con il batterio Bacillus subtilis (chiamato anche Bacillus natto o Bacillus subtilis natto) (1).

La nattochinasi risulta particolarmente concentrata nella “porzione filante” del natto. Si ritiene che il consumo di natto contribuisca in modo significativo alla longevità della popolazione giapponese. Recenti studi hanno dimostrato che un’elevata assunzione di natto è associata a un ridotto rischio di mortalità per malattie cardiovascolari, in particolare per cardiopatie ischemiche (2).

L’interesse medico e salutistico nei confronti della nattochinasi è nato con la scoperta della sua attività fibrinolitica, utile per dissolvere i coaguli di sangue (3).

Oggi sappiamo che la nattochinasi possiede molteplici effetti preventivi e di alleviamento delle malattie cardiovascolari, inclusi effetti antitrombotici, antiipertensivi, anticoagulanti, anti-aterosclerotici e neuroprotettivi. La nattochinasi è nota anche come nattokinasi, subtilisina NAT od orokinasi. Si tratta di un potente enzima fibrinolitico che dimostra molti effetti positivi sulla salute cardiovascolare.

Oltre alla potente azione fibrinolitica/antitrombotica, sia negli studi sugli animali che sull’uomo, la nattochinasi ha mostrato attività:

  • antiipertensive;
  • antiaterosclerotiche;
  • ipolipemizzanti;
  • antipiastriniche/anticoagulanti;

Tutte queste azioni farmacologiche hanno particolare rilevanza per la prevenzione e il trattamento delle malattie cardiovascolari.

Rispetto ai tradizionali farmaci antitrombotici e antiipertensivi, la nattochinasi è caratterizzata da elevata sicurezza, basso costo, semplice processo di produzione, disponibilità orale e lunga emivita in vivo. In quanto tale, potrebbe diventare un farmaco di nuova generazione per i disturbi trombotici o cardiovascolari (3). Inoltre, è stato dimostrato che la nattochinasi riduce efficacemente il tessuto del polipo nasale attraverso la degradazione della fibrina, indicando il suo potenziale nel trattamento della rinosinusite cronica.

Tuttavia, nonostante i dati scientifici siano incoraggianti e promettenti, sono necessari ulteriori studi clinici per esaminare a fondo la prospettiva di impiego futuro della nattochinasi come farmaco.

TROMBOSI

La nattokinasi ha un potenziale preventivo e terapeutico nei pazienti con trombosi (cioè soggetti alla formazione di coaguli di sangue all’interno dei vasi sanguigni).

Studi su cellule e animali suggeriscono che la nattokinasi è molto attiva nella dissoluzione dei coaguli, più della plasmina o dell’elastasi .

Nei ratti, un’alta dose di nattochinasi ha completamente inibito la formazione di trombi, con un effetto simile a quello dell’aspirina (un noto anticoagulante) e il vantaggio dell’assenza di effetti avversi.

In uno studio su 12 maschi adulti sani, una singola dose di nattochinasi ha degradato la fibrina e ridotto i livelli dei fattori della coagulazione con un effetto di lunga durata (oltre 8 ore).

In uno studio clinico, 45 soggetti sono stati divisi in 3 gruppi: un gruppo sano, pazienti a rischio di malattie cardiache e pazienti sottoposti a dialisi. Dopo il trattamento quotidiano con nattochinasi per 2 mesi, i fattori di rischio per le malattie cardiache (fibrinogeno, fattore VII e fattore VIII) sono diminuiti significativamente in tutti i gruppi (4).

In un altro studio, 76 pazienti moderatamente ipercolesterolemici che non assumevano terapie antiiperlipidemiche, antinfiammatori o farmaci che influenzano la funzione piastrinica hanno ricevuto nattokinasi (100 mg/die – 2.000 FU/die) o placebo per 8 settimane. Il gruppo nattokinasi ha mostrato aumenti significativi del tempo di tromboplastina parziale attivata, del tempo di protrombina e del tempo di chiusura del collagene-epinefrina (5).

PRESSIONE ALTA

La nattochinasi può aiutare ad abbassare la pressione sanguigna inattivando l’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE), che provoca il restringimento dei vasi sanguigni aiutando a controllare la pressione.

In effetti, diversi studi dimostrano che gli integratori di nattochinasi hanno ridotto la pressione sanguigna di circa 3 – 5,5 mmHg nei partecipanti con valori iniziali di 130/90 mmHg o superiori.

Ad esempio, in 2 studi clinici, uno con 79 e l’altro con 86 soggetti ipertesi, il gruppo che ha ricevuto una dose di nattochinasi una volta al giorno per 8 settimane ha ottenuto una riduzione della pressione sanguigna (sistolica e diastolica) rispetto al gruppo placebo (6).

ATEROSCLEROSI

In uno studio su 1.062 partecipanti, la nattochinasi è stata somministrata alla dose di 10.800 FU/giorno per 12 mesi. Gli Autori hanno scoperto che l’enzima gestiva efficacemente la progressione dell’aterosclerosi e dell’iperlipidemia, con un significativo miglioramento del profilo lipidico.

In particolare, è stata osservata una significativa riduzione dello spessore intima-media della carotide e delle dimensioni della placca carotidea.

L’effetto ipolipemizzante della nattochinasi era più evidente nei soggetti che fumavano, bevevano alcolici e nei soggetti con indice di massa corporea più elevato. L’esercizio fisico regolare ha ulteriormente migliorato gli effetti dell’enzima. Inoltre, la co-somministrazione di vitamina K2 e aspirina con nattochinasi ha prodotto un effetto sinergico.

In uno studio su 82 pazienti, l’integrazione giornaliera di nattochinasi è stata notevolmente più efficace nel ridurre le dimensioni della placca (-36,6%) che causa l’indurimento delle arterie (aterosclerosi) rispetto al trattamento con statine (-11,5%).

Pertanto, la nattochinasi può essere un modo efficace per sopprimere la progressione dell’aterosclerosi nei pazienti con placche aterosclerotiche.

COLESTEROLO E TRIGLICERIDI

Oltre ai suoi effetti anti-aterosclerotici, l’estratto di natto ha un effetto favorevole sui lipidi.

Studi su animali hanno confermato che la nattochinasi ha un effetto ipolipemizzante e riduce significativamente i livelli elevati di trigliceridi sierici, colesterolo totale e colesterolo LDL.

In uno studio su pazienti con iperlipidemia, il trattamento con nattochinasi (26 settimane a 6.000 FU/die) ha ridotto i livelli di trigliceridi e colesterolo totale e LDL, mentre ha aumentato il livello di colesterolo buono “HDL” (7).

Uno studio che ha confrontato la nattochinasi con le statine (farmaci per abbassare il colesterolo) ha suddiviso casualmente 82 pazienti nei due gruppi, trattandoli per 26 settimane. Entrambi i trattamenti hanno ridotto il colesterolo totale, LDL (il colesterolo “cattivo”) e i trigliceridi; tuttavia, solo il consumo di nattochinasi ha aumentato l’HDL (il colesterolo “buono”) .

In uno studio clinico, 47 soggetti con livelli elevati di colesterolo (iperlipidemia) hanno ricevuto solo nattochinasi, nattochinasi ed estratto di riso rosso fermentato o placebo per 6 mesi. Il trattamento con nattochinasi ha iniziato a ridurre i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue solo nell’ultimo mese dello studio. Tuttavia, la terapia combinata (nattochinasi e riso rosso fermentato) ha ridotto i livelli di LDL, colesterolo totale e trigliceridi, e aumentato l’HDL dal primo mese in poi.

In un piccolo studio pilota, gli Autori hanno osservato una diminuzione del colesterolo sierico, LDL-C e HDL-C nel gruppo nattochinasi dopo 8 settimane di integrazione alla dose di 4.000 FU, sebbene la differenza non fosse statisticamente significativa.

PER IL SISTEMA NERVOSO (8)

La nattokinasi, grazie alle sue proprietà fibrinolitiche, ha dimostrato di avere un effetto positivo per combattere l’apparizione di fibrille amiloidi nelle terminazioni nervose dei neuroni.

Le fibrille amiloidi vengono create per difetti genetici e vengono potenziate da cause ambientali, per la maggior parte ancora da determinare, generando l’apparizione di amiloidosi, una condizione associata a un’alterazione proteica anormale di amiloide con importanti effetti negativi sulla salute, soprattutto legati a una patologia tra le più conosciute come l’Alzheimer.

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DOSI E MODO D’USO

Non ci sono prove sufficienti per suggerire una dose ottimale di nattochinasi orale.

L’attività della nattochinasi è misurata in FU, sigla che indica il numero di unità fibrinolitiche (FU).

In genere, gli studi sugli esseri umani tendono a utilizzare circa 5.000 FU al giorno, solitamente suddivise in due dosi separate assunte durante i pasti.

Sulla base di alcuni studi sull’uomo, 2.000 FU/die hanno prodotto i maggiori benefici cardiovascolari e antitrombotici . Tuttavia, è ormai noto che è necessaria un’elevata dose di nattochinasi per ottenere effetti ipolipemici.

Ad esempio, in uno studio a lungo termine, dosi inferiori a 3.600 FU al giorno sono risultate inefficaci nell’abbassare i lipidi e sopprimere la progressione dell’aterosclerosi, mentre la dose di 10.800 FU/giorno è risultata sicura e ben tollerata.

In un recente rapporto volto a determinare l’effetto di NK sulla progressione dell’aterosclerosi subclinica, si è concluso che l’integrazione di nattochinasi alla dose di 2.000 FU non ha alcun effetto sulla progressione dell’aterosclerosi subclinica in individui sani a basso rischio cardiovascolare.

Al contrario, negli studi che utilizzano dosi più elevate, pari a 6.000 FU e 7.000 FU al giorno, la nattochinasi è risultata efficace nell’abbassare il livello di colesterolo totale, trigliceridi e colesterolo LDL nei pazienti iperlipidemici; inoltre, è stata efficace nel ridurre lo spessore intima-media dell’arteria carotide comune (CCA-IMT) e la dimensione della placca carotidea.

COME AGISCE

La nattokinasi ha un’elevata stabilità gastrointestinale (anche per quanto riguarda le variazioni di pH e temperatura) e presenta un discreto assorbimento nel tratto intestinale. Nonostante il suo nome, non è un enzima chinasi ma appartiene alla famiglia di enzimi della serina proteasi, che lavorano per degradare altre proteine.

L’attività fibrinolitica della nattokinasi è correlata a un complesso meccanismo d’azione:

  • scompone i coaguli di sangue idrolizzando direttamente la fibrina (una proteina che forma coaguli di sangue);
  • converte la pro-urochinasi endogena in urochinasi (l’aumento dell’attività dell’urochinasi porta a un aumento della plasmina nel sangue);
  • degrada l’inibitore-1 dell’attivatore del plasminogeno, che inibisce la formazione di plasmina (che a sua volta degrada la fibrina);
  • aumenta l’attivatore tissutale del plasminogeno (t-PA, che scompone la fibrina).

I dati disponibili suggeriscono che gli effetti antiaterosclerotici della nattochinasi sono dovuti alla combinazione delle suddette proprietà antitrombotiche e anticoagulanti, con quelle antiossidanti e ipolipemizzanti.

I prodotti di degradazione della nattokinasi, in seguito alla distruzione da parte del calore o dell’acido, possono abbassare la pressione sanguigna riducendo l’attività della renina e dell’angiotensina II. Alcuni Autori hanno proposto che l’estratto di natto sopprima l’ispessimento intimale attraverso un effetto sinergico attribuito alle sue proprietà antiossidanti e anti-apoptotiche.

Un altro studio ha dimostrato che la nattochinasi ha prevenuto l’arteriosclerosi mediante l’azione antiossidante diretta, portando a una ridotta perossidazione lipidica e a un miglioramento del metabolismo lipidico (inibizione dell’ossidazione delle LDL).

CONTROINDICAZIONI E AVVERTENZE

Poiché la nattochinasi può fluidificare il sangue, non dev’essere associata ad altri agenti fluidificanti del sangue come l’aspirina o il warfarin. Ciò può aumentare il rischio di emorragia, come il sanguinamento cerebrale nei pazienti con malattia dei piccoli vasi. Inoltre, l’associazione di nattochinasi ed eparina ne aumenta significativamente l’attività fibrinolitica.

Secondo un rapporto, esiste anche il rischio di coagulazione delle valvole cardiache meccaniche se la nattochinasi viene usata in sostituzione del warfarin. Più in generale, è caldamente sconsigliato intraprendere l’integrazione di nattochinasi in aggiunta (o peggio ancora in sostituzione) del trattamento farmacologico prescritto dal medico, a meno che non sia specificamente consigliato dallo specialista.

I pazienti trattati con warfarin dovrebbero evitare di consumare natto perché può diminuire l’INR, a causa dell’elevato contenuto di vitamina K2. Inoltre, il natto contiene B. subtilis vivente, che continua a sintetizzare la vitamina K2 nell’intestino per diversi giorni dopo l’assunzione.

Infine, si consiglia di evitare l’uso di nattochinasi in gravidanza e allattamento, considerata l’assenza di dati sulla sicurezza e l’efficacia.

EFFETTI COLLATERALI

Il natto è considerato generalmente sicuro da assumere come alimento. Ciò si basa sulla mancanza di effetti collaterali segnalati da studi clinici sull’uomo e sul fatto che fa parte della dieta giapponese da migliaia di anni .

Inoltre, è stato dimostrato che non vi è alcuna preoccupazione per la tossicità quando gli adulti assumono 1.000-14.000 FU di nattochinasi al giorno.

Fonte: https://magazine.x115.it/

Riferimenti bibliografici

  1. Nattokinase: un agente antitrombotico orale per la prevenzione delle malattie cardiovascolari (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5372539/)
  2. Assunzione alimentare di soia e natto e mortalità per malattie cardiovascolari negli adulti giapponesi: lo studio di Takayama (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27927636/)
  3. Nattokinase: un’alternativa promettente nella prevenzione e nel trattamento delle malattie cardiovascolari (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6043915/)
  4. La nattokinasi riduce i livelli plasmatici di fibrinogeno, fattore VII e fattore VIII nei soggetti umani (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/19358933/)
  5. Gli effetti dell’integrazione di nattochinasi sul tempo di chiusura del collagene-epinefrina, sul tempo di protrombina e sul tempo di tromboplastina parziale attivata in soggetti non diabetici e ipercolesterolemici (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31070609/)
  6. Il consumo di nattokinasi è associato a una riduzione della pressione sanguigna e del fattore di von Willebrand, un marcatore di rischio cardiovascolare: risultati di uno studio clinico multicentrico nordamericano randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5066864/)
  7. [Uno studio clinico sull’effetto della nattochinasi sull’aterosclerosi e sull’iperlipidemia dell’arteria carotide] (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28763875/)
  8. Meccanismi di Nattokinase nella protezione dell’ischemia cerebrale (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25446567/)
  9. Chen, H., Chen, J., Zhang, F., Li, Y., Wang, R., Zheng, Q., … Lin, Y. (2022). Effective management of atherosclerosis progress and hyperlipidemia with nattokinase: A clinical study with 1,062 participants. Frontiers in Cardiovascular Medicine, 9, 964977.
  10. Chen, H., McGowan, E. M., Ren, N., Lal, S., Nassif, N., Shad-Kaneez, F., … Lin, Y. (2018). Nattokinase: A Promising Alternative in Prevention and Treatment of Cardiovascular Diseases. Biomarker Insights, 13, 1177271918785130.
  11. Hsu, R. L., Lee, K. T., Wang, J. H., Lee, L. Y. L., & Chen, R. P. Y. (2009). Amyloid-degrading ability of nattokinase from bacillus subtilis natto. Journal of Agricultural and Food Chemistry, 57(2), 503–508.
  12. Kurosawa, Y., Nirengi, S., Homma, T., Esaki, K., Ohta, M., Clark, J. F., & Hamaoka, T. (2015). A single-dose of oral nattokinase potentiates thrombolysis and anti-coagulation profiles. Scientific Reports, 5, 11601. https://doi.org/10.1038/srep11601
  13. Selvarajan, E., & Bhatnagar, N. (2017). Nattokinase: An Updated Critical Review on Challenges and Perspectives. Cardiovascular & Hematological Agents in Medicinal Chemistry, 15(2), 128–135.

https://www.erboristeriarcobaleno.it/ipertensione/

L’estratto delle radici della Rodiola Rosea costituisce un alleato indispensabile per combattere la stanchezza fisica e mentale, favorire la concentrazione e migliorare il tono dell’umore agendo come anti-depressivo naturale. É un coadiuvante durante i regimi dietetici dimagranti.

La Rodiola rosea emerge come un rimedio naturale promettente con una vasta gamma di benefici per la salute mentale e fisica. Le sue proprietà adattogene, antifatica, e potenzialmente antidepressive la rendono una candidata interessante per ulteriori ricerche e per l’uso come complemento ai trattamenti convenzionali.

La rodiola (Rhodiola rosea) è una piccola pianta erbacea siberiana, con un grande potenziale medicinale.   Relativamente rara in natura, cresce ad altitudini elevate (fino a 2.280 m) nelle regioni artiche e montuose di Europa, Asia e Nord America (1).

La rodiola, Rhodiola rosea, è una pianta della famiglia delle Crassulaceae che può crescere fino a 3000 metri sul livello del mare. Le proprietà di questa pianta perenne sono state menzionate nel libro “De materia medica” scritto nel 77 d.C. da Dioscoride, considerato il padre della farmacologia.

In fitoterapia, è il rizoma della rodiola che viene utilizzato. Contiene flavonoidi (rodiolina, rodiosina, rodialina, kaempferolo) con proprietà antiossidanti e monoterpeni (rosaridina) con poteri antinfiammatori e immunostimolanti. Tuttavia, sono i fenilpropanoidi della Rhodiola, comprese le rosavine, che sono principalmente responsabili dell’attività della pianta. La Rhodiola rosea ha anche feniletanoidi, responsabili del caratteristico odore di rosa.

La rodiola è una pianta considerata adattogena. Come tale, soddisfa tre criteri: aiuta a far fronte allo stress, ha un’azione normalizzante in seguito agli squilibri causati dallo stress ed è completamente sicura, non disturba l’organismo. Una sostanza adattogena è un attivo capace di elevare la resistenza fisica di fronte agli stress ambientali e favorire l’adattamento dell’organismo a situazioni di carico straordinario. Gli adattogeni nootropi, come la Rodiola Rosea, sono sostanze in grado di migliorare le funzioni cerebrali con azione tonica. Nootropo è un termine che deriva dalle parole di origine greca nous e tropos il cui significato rispettivo è quello di “mente” e “cambiare/piegare”. I nootropi sono in altre parole tutte quelle sostanze che alterano le capacità cognitive favorendo stati di apprendimento cognitivo, motivazione, memoria e creatività.

“Cambiare la mente” dunque per migliorare il proprio stato di salute e benessere. In modo particolare la Rodiola rosea, oltre ad avere un potente effetto antidepressivo e anti-stress, è utile anche per stimolare l’agilità mentale, la concentrazione e la lucidità. E’ consigliata in caso di ansia e depressione. Le sue proprietà antinfiammatorie e la sua reputazione di pianta anti-invecchiamento le hanno fatto guadagnare il soprannome di “radice d’oro”. Infine, nell’elenco delle virtù che le sono state attribuite, vanno inclusi anche gli effetti neuroprotettivi e immunostimolanti.

ORIGINI E STORIA DELLA RODIOLA

La rodiola ha radici profonde nella terra e nella storia, essendo originaria delle fredde regioni del Nord Europa e della Siberia. La sua capacità di prosperare in habitat inospitali, come gli ambienti rocciosi e umidi delle zone alpine e prealpine, la rende una testimonianza vivente della forza della natura. In Italia, ad esempio, questa pianta si può trovare dai 1500 ai 3000 metri di altitudine, abbracciando il freddo pungente delle regioni montuose.

Secondo gli studi del naturopata ed erborista Jean Francois Astier – autore del testo “Rhodiola il più potente rimedio antistress” – la bevanda che Medea offre a Giasone per donargli la forza necessaria per sconfiggere il drago e impossessarsi del vello d’oro, è proprio un infuso a base di Rodiola rosea.

Nelle culture che hanno avuto la fortuna di scoprire la rodiola, essa è stata venerata per le sue proprietà vitalizzanti. I popoli siberiani credevano fermamente che il suo infuso potesse estendere la vita oltre il secolo di esistenza. Conosciuta come “rhosenrot“, ovvero radice d’oro per il profumo di rosa emanato dalla radice grattugiata,  la rodiola era un dono prezioso offerto alle coppie in procinto di sposarsi per augurare loro prole robusta e sana. Non solo: questa radice entrava nella composizione di elisir d’amore per le sue qualità stimolanti (2).

La radice d’oro era altrettanto apprezzata dai Vichinghi per la sua capacità di conferire forza e resistenza che la usavano anche per fermare il sanguinamento e per proteggere contro le infezioni.

Gli imperatori cinesi  la utilizzavano per curare un ampio spettro di disturbi. Anche nelle alte vette del Tibet, la rodiola era integrata nell’alimentazione quotidiana per aiutare l’adattamento all’alta quota, mentre in Siberia veniva impiegata per incrementare la resistenza alle temperature glaciali.

Durante il periodo sovietico, la rodiola fu oggetto di studi approfonditi per le sue proprietà adattogene. I ricercatori sovietici erano interessati a scoprire come questa pianta potesse migliorare le prestazioni fisiche e mentali, soprattutto in condizioni estreme. Così, nel corso degli anni, la rodiola ha consolidato la sua fama come un potente alleato naturale per il benessere dell’uomo, una storia che continua ancora oggi nei flaconi degli integratori e nelle tazze di tisane in tutto il mondo.

Oggi, la rodiola è un popolare integratore alimentare adattogeno.

Ricerche preliminari sembrano infatti confermare i benefici di questa pianta nell’aumentare l’energiala resistenza allo stress e alla fatica, l’umore e le capacità cognitive. Inoltre, la rodiola può aiutare a gestire la depressione e l’ansia, e migliorare la funzione sessuale maschile. Da recenti studi emergono anche potenziali effetti anti-invecchiamento, anti-infiammatori e immunostimolanti (3).

Gli estratti di Rhodiola rosea sembrano efficaci per migliorare la naturale resistenza del corpo agli stress psicofisici e per combattere la stanchezza e la depressione.

I principi attivi della rodiola rosea sono concentrati nella radice. La radice di rodiola contiene più di 140 principi attivi, inclusi glucosidi (tra cui rosavina e salidroside), acidi organici (come caffeico, gallico e clorogenico), tannini (catechine e proantocianidine), flavonoidi e polifenoli.

I 3 principi attivi più importanti includono (3):

  • salidroside(noto anche come rodioloside): è considerato il principio attivo più importate della rodiola;
  • rosavina: che condivide molte proprietà con il salidroside;
  • tirosolo: un antiossidante.

PROPRIETÀ E BENEFICI

La rodiola si distingue per una serie di proprietà che ne fanno un alleato fondamentale per il benessere dell’organismo. Ecco un elenco delle sue principali virtù:

  • Adattogena: la rodiola è celebre per la sua capacità di aumentare le resistenze dell’organismo allo stress psicofisico, contribuendo a ridurre il senso di fatica e stanchezza.
  • Antiossidante: i suoi estratti sono ricchi di sostanze come flavonoidi e acidi organici che contrastano l’azione dei radicali liberi.
  • Cardioprotettiva: offre protezione al cuore, aiutando a preservarne la salute e la funzionalità.
  • Tonica: contribuisce a migliorare l’efficienza fisica e mentale, favorendo un incremento generale della vitalità.
  • Immunostimolante: supporta il sistema immunitario, potenziando le difese naturali del corpo.
  • Antidepressiva: ha un lieve effetto antidepressivo grazie all’influenza sui livelli di monoamine cerebrali.
  • Ansiolitica: aiuta a controllare i sintomi legati all’ansia e alla fame ansiosa.
  • Stimolante sul Sistema Nervoso Centrale (SNC): migliora l’attenzione e la concentrazione, sostenendo le performance intellettuali.
  • Nootropa: incrementa le capacità cognitive, favorendo memoria e apprendimento.
  • Antifatica: è utile nel migliorare la resistenza alla fatica fisica e mentale.

ANSIA E STRESS

Due studi hanno indagato la sua azione sulla depressione. Il primo è stato pubblicato nel 2010 (4) e ha concluso che la Rhodiola  “è un’erba adattogena che può essere particolarmente utile nel trattamento della depressione astenica o letargica, e può essere combinata con gli antidepressivi convenzionali per alleviare alcuni dei loro comuni effetti collaterali”.  Un secondo studio, pubblicato nel 2007(5) in Armenia, valuta l’efficacia della Rhodiola nell’alleviare la depressione da lieve a moderata. Ha concluso che “l’estratto standardizzato SHR-5 [estratti di Rhodiola] mostra una potenza antidepressiva in pazienti con depressione da lieve a moderata quando somministrato a dosi di 340 o 680 mg/giorno per un periodo di 6 settimane”.

Secondo una revisione del 2012, la rodiola può essere un valido aiuto per la stanchezza fisica e mentale. Uno studio su 101 persone con problemi di stress ha valutato gli effetti di 400 mg al giorno di un estratto di rodiola, assunti per 4 settimane. Gli Autori hanno osservato miglioramenti significativi nei sintomi dello stress, come stanchezza, spossatezza e ansia, dopo soli 3 giorni 9. Dopo 4 settimane, tutti i partecipanti erano notevolmente migliorati.

È stato anche dimostrato che la Rodiola migliora i sintomi del burnout (sindrome dell’esaurimento da lavoro), che può verificarsi a causa di uno stress lavorativo elevato e cronico. In uno studio su 118 persone con burnout correlato allo stress, 400 mg di estratto di rodiola al giorno per 12 settimane hanno iniziato a produrre miglioramenti già dopo una settimana (6). I miglioramenti sono proseguiti fino alla conclusione dello studio dopo 12 settimane.

STANCHEZZA E FATICA

Gli estratti di Rhodiola rosea agiscono come adattogeni aumentando la resistenza aspecifica a stress fisici, chimici e biologici. In un paio di studi sull’uomo, la rodiola ha migliorato l’affaticamento mentale negli studenti universitari e nei giovani medici (vedi oltre).

Uno studio ha valutato gli effetti di 576 mg di rodiola al giorno, assunti per 4 settimane da 60 persone con affaticamento correlato allo stress. Rispetto al placebo, la rodiola è risultata efficace nel ridurre i livelli di affaticamento e migliorare l’attenzione (7).

FUNZIONI COGNITIVE, PRESTAZIONI INTELLETTUALI

Il potere adattogeno della Rhodiola la rende anche una pianta preziosa per ottimizzare le funzioni cognitive, che possono essere influenzate durante un periodo di stress o di superlavoro. Diversi studi hanno utilizzato estratti di Rhodiola (SHR-5) per osservare il suo effetto stimolante in un contesto di stress e fatica.

Il primo, risalente al 2000 (8) , ha cercato di studiare l’effetto stimolante della Rhodiola sugli studenti durante i periodi d’esame. La sua conclusione generale è stata che “il farmaco in studio ha dato risultati significativi rispetto al gruppo placebo”.

Un altro studio condotto nel 2008 in Svezia (9) conferma questo effetto su pazienti esausti che soffrono di sindrome da fatica: “Si conclude che la somministrazione ripetuta di estratto di R. ROSEA SHR-5 esercita un effetto anti-fatica che aumenta le prestazioni mentali, in particolare la capacità di concentrazione, e diminuisce la risposta del cortisolo allo stress da veglia”

UMORE E DEPRESSIONE

La rodiola può sostenere l’umore e migliorare molti sintomi della depressione. Similmente agli antidepressivi, con i quali può agire sinergicamente, la rodiola sembra aumentare i livelli di alcuni neurotrasmettitori che governano l’umore e le emozioni.

Uno studio RCT ha riportato che estratti di rodiola, al dosaggio di 340 e 680 mg/die per 6 settimane, hanno ridotto i sintomi depressivi, l’insonnia e l’instabilità emotiva in 89 persone con depressione lieve o moderata (10).

Entrambi i dosaggi (340 e 680 mg/die) hanno prodotto miglioramenti significativi nella depressione generale, nell’insonnia e nella stabilità emotiva, mentre solo la dose superiore ha migliorato l’autostima.

In un altro studio, l’associazione del farmaco antidepressivo sertralina con rodiola (600 mg/die) per un periodo di 12 settimane ha migliorato la qualità della vita e i sintomi clinici di pazienti con depressione da lieve a moderata, in misura superiore rispetto alla sola sertralina. Uno studio simile ha messo in confronto gli effetti della sertralina con quelli della rodiola. Sebbene entrambe abbiano ridotto i sintomi della depressione in maniera superiore al placebo, la sertralina ha avuto un effetto maggiore. In compenso, la rodiola ha prodotto meno effetti collaterali ed è stata meglio tollerata (11).

ESERCIZIO FISICO

Gli atleti e gli astronauti russi hanno tradizionalmente usato la rodiola per prevenire l’affaticamento e migliorare le prestazioni . In uno studio, l’assunzione acuta di un estratto di rodiola (200 mg, contenente il 3% di rosavina + 1% di salidroside) due ore prima di eseguire un test ciclistico, ha migliorato la prestazione atletica del 3%.

Un gruppo di ricercatori italiani ha riscontrato che 4 settimane di integrazione con Rhodiola rosea possono ridurre i livelli di lattato e i biomarcatori di danni muscolari in risposta all’esercizio aerobico in atleti allenati .

La rodiola potrebbe anche proteggere gli atleti dalle infezioni. In particolare, sappiamo che al termine di uno sforzo molto impegnativo, si apre una piccola finestra temporale in cui l’atleta risulta maggiormente suscettibile alle infezioni. In uno studio su maratoneti, gli atleti hanno assunto 600 mg al giorno di rodiola per un mese prima e per una settimana dopo la gara. I ricercatori hanno quindi prelevato campioni di sangue dai corridori e vi hanno introdotto virus. Nei corridori che avevano assunto Rhodiola, il virus è cresciuto e si è diffuso più lentamente rispetto al controllo.

FUNZIONE SESSUALE

La rodiola potrebbe avere un beneficio sulla funzione sessuale maschile, probabilmente grazie alle proprietà antidepressive e di sostegno all’umore. Uno studio ha scoperto che la rodiola migliorava tutti i sintomi nelle persone con burnout, inclusa la disfunzione sessuale. In un altro studio aperto, 26 uomini su 35 con disfunzione erettile e/o eiaculazione precoce hanno beneficiato di un miglioramento della funzione sessuale e di una normalizzazione del liquido prostatico, in seguito all’assunzione di 150-200 mg al giorno di rodiola per 3 mesi.

In uno studio, la combinazione di rodiola con zinco, acido folico e biotina ha mostrato di migliorare il controllo dell’eiaculazione e la qualità della vita sessuale nei pazienti affetti da eiaculazione precoce (12).

DISTURBI MESTRUALI E DELLA FERTILITÀ

Una revisione molto completa pubblicata nell’American Botanical Council nel 2002, che riunisce un gran numero di studi condotti sulla Rhodiola (13) , cita lavori sull’estratto di Rhodiola in donne che soffrono di amenorrea (perdita dei cicli mestruali) e di disturbi della fertilità. A quaranta donne con amenorrea è stata data la Rhodiola. rosea. In alcuni soggetti, il ciclo di trattamento è stato ripetuto da 2 a 4 volte. “Le mestruazioni normali sono state ripristinate in 25 donne, 11 delle quali sono rimaste incinte.

RODIOLA E MENOPAUSA

Anche durante la menopausa, quando molte donne possono sperimentare disturbi dell’umore, ansia e difficoltà nella concentrazione, la rodiola può offrire un contributo significativo. Aiutando a contrastare depressione lieve e astenia, questa pianta adattogena sostiene il benessere mentale e promuove il miglioramento delle capacità cognitive, inclusi memoria e concentrazione.

MANTENIMENTO DEL PESO CORPOREO

L’estratto di Rhodiola rosea è in grado di stimolare l’attività della lipasi, favorendo conseguentemente la mobilitazione dei grassi Tale proprietà è stata oggetto di alcuni interessanti studi volti a definire al meglio il ruolo che è possibile attribuire all’estratto secco ottenuto dalla radice di Rhodiola rosea nell’ambito di un programma mirato alla perdita od al mantenimento del peso corporeo.

RODIOLA E CUORE

E’ ormai a tutti noto come lo stress costituisca uno dei principali fattori di rischio delle patologie cardiache e dell’apparato cardiovascolare. L’azione adattogena esercitata dall’estratto di Rhodiola rosea si esplica mediante la modulazione della risposta del cuore allo stress ed è dunque indirizzata alla protezione del tessuto cardiaco. Gli esatti meccanismi con i quali possa realizzarsi un’azione di questo tipo necessitano di un ulteriore approfondimento. Da alcune sperimentazioni condotte su animali sembra comunque che l’estratto di Rhodiola rosea possa contribuire alla prevenzione delle patologie cardiache probabilmente mediante un’azione di modulazione del rilascio di catecolamine e di corticoidi nella fase di risposta allo stress. La Rodiola rosea è un valido alleato per migliorare e normalizzare il battito cardiaco, regolare la pressione arteriosa e quella polmonare.

MODO D’USO

Le dosi normalmente suggerite vanno da 200 a 500mg di estratto di rodiola al giorno.

Gli estratti di alta qualità, come quelli utilizzati nella ricerca medica, contengono almeno il 3% di rosavine e l’1% di salidroside. Altre specie di Rhodiola, come R. crenulata, possono contenere una concentrazione molto più elevata di salidroside. Pertanto, l’estratto dovrebbe essere titolato in rosavina (minimo al 3%) e non in salidroside, in quanto questa sostanza non è specifica della Rhodiola rosea.

La somministrazione di rodiola andrebbe iniziata almeno 7 giorni prima del periodo in cui ci si aspetta un aumentato stress psicofisico. L’assunzione andrà quindi prolungata per tutta la durata dell’evento, fino a un paio di mesi.

EFFETTI COLLATERALI

La rodiola ha un ottimo profilo di sicurezza e rappresenta un rimedio fitoterapico sicuro, privo di effetti collaterali noti. Negli studi sull’uomo che hanno studiato la supplementazione di rodiola, non si sono registrati effetti collaterali clinicamente rilevanti associati al trattamento.

Considerato il meccanismo d’azione, la rodiola potrebbe provocare irritabilità e insonnia nei soggetti sensibili; inoltre, risulta teoricamente controindicata in pazienti con episodi maniacali.

Possono anche manifestarsi effetti additivi se la rodiola viene somministrata insieme ad altri rimedi adattogeni e/o stimolanti, o farmaci antidepressivi. La sicurezza d’uso della rodiola in gravidanza non è stata stabilita. In assenza di dati, a scopo cautelativo, è da ritenersi sconsigliata in gravidanza e allattamento.

Fonti: https://www.nutrimea.com/ e https://magazine.x115.it/

BIBLIOGRAFIA

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  3. Rhodiola rosea L.:un’erba dalle proprietà antistress, antietà e immunostimolanti per la chemioprevenzione del cancro (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6208354/)
  4. Iovieno N, Dalton ED, Fava M, Mischoulon D. Second-tier natural antidepressants: review and critique. J Affect Disord. 2011 May;130(3):343-57. doi: 10.1016/j.jad.2010.06.010. Epub 2010 Jun 26. PMID: 20579741.
  5. Darbinyan V, Aslanyan G, Amroyan E, Gabrielyan E, Malmström C, Panossian A. Clinical trial of Rhodiola rosea L. extract SHR-5 in the treatment of mild to moderate depression. Nord J Psychiatry. 2007;61(5):343-8. doi: 10.1080/08039480701643290. Erratum in: Nord J Psychiatry. 2007;61(6):503. PMID: 17990195.
  6. Studio clinico esplorativo multicentrico, in aperto, con estratto di Rhodiola roseain pazienti affetti da sintomi di burnout (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5370380/)
  7. Uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, a gruppi paralleli, sull’estratto standardizzato shr-5 delle radici di Rhodiola rosea nel trattamento di soggetti con affaticamento correlato allo stress (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/19016404/)
  8. Spasov AA, Wikman GK, Mandrikov VB, Mironova IA, Neumoin VV. A double-blind, placebo-controlled pilot study of the stimulating and adaptogenic effect of Rhodiola rosea SHR-5 extract on the fatigue of students caused by stress during an examination period with a repeated low-dose regimen. Phytomedicine. 2000 Apr;7(2):85-9. doi: 10.1016/S0944-7113(00)80078-1. PMID: 10839209.
  9. Olsson EM, von Schéele B, Panossian AG. A randomised, double-blind, placebo-controlled, parallel-group study of the standardised extract shr-5 of the roots of Rhodiola rosea in the treatment of subjects with stress-related fatigue. Planta Med. 2009 Feb;75(2):105-12. doi: 10.1055/s-0028-1088346. Epub 2008 Nov
  10. Studio clinico sull’estratto SHR-5 di Rhodiola rosea L. nel trattamento della depressione da lieve a moderata (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17990195/)
  11. Rhodiola rosea contro sertralina per il disturbo depressivo maggiore: uno studio randomizzato controllato con placebo (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25837277/)
  12. Rhodiola rosea, folic acid, zinc and biotin (EndEP®) is able to improve ejaculatory control in patients affected by lifelong premature ejaculation: Results from a phase I-II study (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5038509/)
  13. Brown, R., Gerbarg, P., & Ramazanov, Z. (2006). Rhodiola rosea: A Phytomedicinal Overview.

A cura di “Il Giornale delle Fondazioni” intervista di Roberta Bolelli a Carlo Ventura, Direttore del Laboratorio Nazionale di Biologia Molecolare e Bioingegneria delle Cellule Staminali dell’INBB. Ogni cellula produce vibrazioni meccaniche, reagendo a suoni, oscillazioni dei campi magnetici, luce: si tratta di energia fisica che può essere potenzialmente utilizzata per riprogrammare cellule malate verso l’autoriparazione.

Il Prof. Carlo Ventura è nato a Trani (Bari) il 29-05-1958. Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna, ha conseguito sia il titolo di Specialista in Cardiologia che di Dottore di Ricerca in Biochimica presso la medesima Università. Ha trascorso ripetuti periodi di ricerca negli Stati Uniti presso il Laboratory of Cardiovascular Science (L.C.S.) del National Institute on Aging (N.I.A.) – National Institutes of Health (N.I.H.) di Baltimora. Attualmente è Professore Ordinario di Biologia Molecolare presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna. E’ direttore del Laboratorio Nazionale di Biologia Molecolare e Bioingegneria delle Cellule Staminali dell’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi (INBB) (www.inbb.it). Dirige la “Divisione di Bologna” dell’INBB, comprendente le Unità di Ricerca di Bologna, Firenze e Siena dell’INBB.  E’ Editor-in-Chief di World Journal of Stem Cells (2020 IF 5.326, Journal Citation Reports).

Nel 2010, nel contesto dell’INBB, ha fondato VID art|science (http://vidartscience.org), movimento internazionale che sviluppa un percorso transdisciplinare di Artisti e Scienziati nella convinzione che ogni manifestazione artistica possa parlare alle dinamiche più profonde della nostra biologia. E’ membro della American Society of Biochemistry and Molecular Biology (ASBMB) e della Cell Transplant Society. E’ autore di oltre centocinquanta pubblicazioni in estenso sulle più importanti riviste internazionali di biologia cellulare e molecolare.

PRINCIPALI SCOPERTE
Carlo Ventura ha scoperto i recettori delle endorfine nelle cellule miocardiche, assieme ad alcune vie di trasduzione del segnale ad essi accoppiate che sono risultate agire come regolatori fondamentali della omeostasi citoplasmatica del Ca2+ e del pH e della contrattilità miocardica.

Ha scoperto i recettori nucleari delle endorfine e segnali intranucleari associati con l’orientamento cardiaco in cellule staminali embrionali murine e umane adulte di diversa origine. Dopo questa scoperta è stato introdotto il termine “intracrino” per identificare un meccanismo o una molecola in grado di controllare l’omeostasi cellulare agendo a livello del nucleo o di un compartimento intracellulare. Queste scoperte hanno aperto la strada a nuovi approcci di ingegneria tissutale e rigenerazione miocardica.

Ha sintetizzato e sviluppato nuovi agenti, esteri misti di acido ialuronico, butirrico e retinoico (HBR), dotati di “logica differenziativa e paracrina” in grado di generare una resa elevata di cardio-/vasculo-genesi in vitro a partire da cellule staminali embrionali murine o mesenchimali umane, assieme ad una efficiente riparazione cardiovascolare in vivo in modelli animali di piccola (ratto) e grossa taglia (maiale) sottoposti ad infarto miocardico e trapianto intracardiaco di cellule staminali mesenchimali umane precondizionate ex vivo con HBR.

Ha scoperto che le energie fisiche (campi magnetici pulsati a frequenza estremamente bassa), radiofrequenze (radioelectric conveyed fields) e le energie vibrazionali (nanomeccaniche) sono capaci di orchestrare l’orientamento e il differenziamento terminale delle cellule staminali, aumentando la pluripotenzialità cellulare, senza l’intervento di agenti chimici o il trasferimento genico mediante vettori virali. Queste scoperte stanno aprendo la strada ad una strategia di “riprogrammazione diretta”, in situ, delle cellule staminali, dove queste già si trovano, residenti in tutti i tessuti del corpo umano. Gli studi in corso stanno puntando alla realizzazione di una nuova forma di medicina di precisione che non richieda il trapianto di cellule e tessuti, e sia basata sul potenziamento delle intrinseche capacità di autoguarigione.

Ventura ci porta verso le nuove frontiere della ricerca scientifica. “Le cellule come comunicazione, sonorità, trasformazione. Le cellule, forme elementari e fondamentali della vita, si dispiegano, interagiscono, si rigenerano, comunicano mediante vibrazioni, percepiscono ed emettono sonorità (…) per questo abbiamo concentrato la nostra ricerca sulla possibilità che l’energia sonora possa governare la differenziazione cellulare. Di qui nasce la nostra sperimentazione del rapporto tra la musica e la dinamica cellulare, attraverso le collaborazioni con Milford Graves leggenda nel mondo del Jazz e con il Maestro Bruno Oddenino protagonista della musicoterapia e della bioarmonia”.

Uno straordinario esploratore dei confini tra Arte e Scienza è il Prof. Carlo Ventura, Ordinario di Biologia Molecolare presso la Scuola di Medicina dell’Università di Bologna, il Laboratorio Nazionale di Biologia Molecolare e Bioingegneria delle Cellule Staminali dell’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi (INBB), Eldor Lab, e GUNA ATTRE (Advanced Therapies and Tissue REgeneration), entrambi presso gli “Acceleratori di Innovazione” del CNR di Bologna. E’ anche membro della American Society of Biochemistry and Molecular Biology (ASBMB) e della Cell Transplant Society.

Nel 2010, nel contesto dell’INBB, ha fondato VID art|science, per sviluppare un percorso transdisciplinare di Artisti e Scienziati verso il riconoscimento dell’unità intrinseca delle arti e delle scienze partendo dalla convinzione che ogni manifestazione artistica possa parlare alle dinamiche più profonde della nostra biologia.
Partendo dalla presa d’atto che il progresso ha spesso portato a una frammentazione della conoscenza e al conseguente divario tra studi umanistici e scienze, VID art|science promuove approcci transdisciplinari nelle arti e nelle scienze per esplorare l’unità delle arti visive, della musica, del movimento, dei concetti scientifici e delle espressioni multiculturali.

Lo abbiamo incontrato, incuriositi e interessati dagli elementi innovativi della sua ricerca e ne parliamo direttamente con lui.

COSA STA ACCADENDO OGGI NELLA BIOLOGIA E NEL RECUPERO DI QUESTA VISIONE UNITARIA TRA ARTE E SCIENZA?
Io credo che si stia aprendo una nuova prospettiva di superamento della separazione tra la cultura scientifica e la cultura umanistica, di una cultura che unisca il pensiero creativo di questi due mondi e le competenze dei loro protagonisti per dar vita a processi di innovazione profonda verso nuove frontiere della conoscenza. Questa non è soltanto un’aspirazione, ma deriva dalle esperienze maturate sul campo.

LA SUA RICERCA HA MOSTRATO COME LE CELLULE RISPONDANO CON DELLE VIBRAZIONI AGLI IMPULSI DEL SUONO, DELL’ARTE, DELLE EMOZIONI. QUINDI SI PUÒ AFFERMARE CHE L’ARTE E IN PARTICOLARE LA MUSICA INFLUENZANO LA DINAMICA DELLE NOSTRE CELLULE?
Per molto tempo la scienza ha ritenuto che le funzionalità e il comportamento delle cellule e quindi le terapie fossero governabili attraverso strumentazioni chimiche. La nostra ricerca ha invece dimostrato che la loro evoluzione è influenzata da energia fisica. Dopo la trasformazione di cellule staminali in cellule miocardiche attraverso l’esposizione a campi magnetici di bassissima frequenza, più di recente abbiamo sperimentato come l’esposizione a campi radioelettrici mediante un convogliatore REAC (Radio Electric Asymmetric Conveyer) può trasformare cellule staminali embrionali murine e cellule staminali umane adulte in cellule cardiache, nervose, vascolari, muscolari. Straordinaria ulteriore possibilità è quella di «riprogrammare» cellule umane adulte non staminali, un fattore importante per i processi di autoguarigione.

Ulteriore passaggio di questa ricerca è la nostra scoperta che dalle cellule promanano vibrazioni acustiche e che queste si modificano in relazione ai compiti che esse svolgono. Per cui abbiamo concentrato la nostra ricerca sulla possibilità che l’energia sonora possa governare la differenziazione cellulare. Di qui nasce la nostra sperimentazione del rapporto tra la musica e la dinamica cellulare, attraverso le collaborazioni con Milford Graves leggenda nel mondo del Jazz e con il Maestro Bruno Oddenino protagonista della musicoterapia e della “bioarmonia”.

ANCHE LEI QUINDI VEDE NELL’ART THERAPY UNA NUOVA FRONTIERA DELLA SALUTE?
L’arte può influenzare la dinamica delle nostre cellule staminali. In particolare che uno stimolo fisico sonoro ne possa stimolare il differenziamento è stato l’esito di una nostra sperimentazione che ha portato ad un brevetto congiunto dell’Università di Bologna e dell’Università della California-Los Angeles.
Le cellule del corpo umano generano continuamente vibrazioni e suoni che narrano il loro stato di salute o di sofferenza. Opportunamente convogliati alle cellule staminali, questi suoni sono in grado di farle trasformare nelle cellule mature del nostro organismo.
La musica e la parola, attraverso il potere diffusivo del suono, possono raggiungere queste cellule dove già si trovano, in ogni organo e tessuto del corpo umano, rendendole capaci di avviare addirittura un processo di autoguarigione.

QUINDI L’AUTOGUARIGIONE È POSSIBILE?
L’aumento della vita media comporta la necessità di un miglioramento delle condizioni di efficienza fisica e mentale anche nei soggetti anziani e allo stesso tempo pone l’esigenza di sviluppare terapie capaci di sostituire o rigenerare organi danneggiati da processi patologici o traumi.
La medicina rigenerativa rappresenta un vastissimo campo di ricerca sull’auto-guarigione (self-healing) perché il corpo possa utilizzare propri meccanismi per ricreare le cellule, ricostruire i tessuti e riparare gli organi danneggiati da malattie, traumi o semplice invecchiamento, ripristinandone le funzioni.
Nel complesso, dalle nostre scoperte emerge una nuova visione della biologia cellulare capace di generare nuovi approcci terapeutici basati sull’impiego di energie fisiche (campi elettromagnetici, vibrazioni del suono, luce, musica, parole) per raggiungere direttamente le cellule staminali dove queste si trovano in vivo, in qualsiasi tessuto del nostro corpo. Grazie alla natura diffusiva di queste energie, la riprogrammazione delle cellule staminali potrà essere effettuata in situ aprendo la strada ad una medicina rigenerativa basata sulla stimolazione della naturale capacità dei tessuti di sviluppare percorsi di autoguarigione, senza la necessità di trapianto di cellule staminali.

LA SUA PROSPETTIVA È UN APPROCCIO TRANSDISCIPLINARE CHE HA DATO VITA ACELLULE VID ART|SCIENCE, IL LABORATORIO DI SCIENZA ED ARTE DA LEI FONDATO. CI PUÒ PARLARE DELLE SUE INIZIATIVE E DEI SUOI SVILUPPI?
VID art|science è un movimento internazionale di Artisti e Scienziati accomunati dalla convinzione che ogni manifestazione artistica possa parlare alle dinamiche più profonde della nostra biologia. Negli ultimi anni si è sempre di più assistito allo sviluppo di percorsi di Arte e Scienza, in cui l’Arte si mostra capace di raccontare un percorso scientifico.
In questo contesto, dalla collaborazione con Julia von Stietencron (Designer e Artista Tessile che di VID è Direttore Artistico) sono nati diversi progetti innovativi di sperimentazione e approfondimento del rapporto Arte e Scienza.

Per esempio HeArt, Healing Art of the Heart (l’Arte del Cuore di portare sollievo, guarigione) un ambiente multisensoriale che diventa da un lato specchio delle nostre emozioni, dall’altro un luogo in cui l’Arte stessa genera forme e suoni capaci di donare bellezza, serenità e benessere. Con HeArt non rappresentiamo lo spettro di frequenze associate al battito cardiaco, ma rendiamo visibili tutte le vibrazioni del cuore umano, anche quelle non udibili, sotto forma di onde capaci di creare forme in continua evoluzione in un mezzo liquido, grazie ad un software sviluppato dal Dr. Marco Tausel nell’ambito del Team di VID art|science, in collaborazione con l’Institute of Hearth Math (Boulder Creek, California, USA). Lo spettatore diviene così esploratore delle forme d’Arte generate dal pulsare del proprio cuore, in un nuovo paesaggio interiore in cui vivere un’aumentata capacità di serenità e benessere.

MA ANCHE MUSICA E PAROLE INFLUENZANO IL SISTEMA CELLULARE?
Certo. Il Progetto Cell Melodies – che ha preso avvio da un primo evento realizzato proprio a Bologna, con la partecipazione di Milford Graves e Alessandro Bergonzoni – si esprime in eventi teatrali nei quali, sul palco, di fronte alla platea, oltre all’Artista ci sono anche cellule staminali umane adulte poste sul piano di lavoro di un microscopio. Mediante un sistema di Hyperspectral Imaging possiamo cogliere e rendere visibili le vibrazioni emesse dalle cellule staminali in risposta alle vibrazioni sonore, sia che si tratti di ritmi percussori, suoni di strumenti musicali o il suono della voce umana. Non solo. Possiamo seguire anche lo spettro delle vibrazioni emesse dall’Artista e analizzare lo spettro vibrazionale degli spettatori. Dalle risposte cellulari all’Arte possono scaturire nuove forme di espressione musicale, pittorica, narrativa e in definitiva artistica.

QUINDI VID PUÒ FAVORIRE SINERGIE SULL’INNOVAZIONE CREATIVA?
Sì. Ad esempio Le Stanze – struttura fondata nel 2018 da Julia von Stietencron con altre tre stiliste, unendo professionalità di diversi ambiti del design in attività che vanno da progetti in ambito sociale ed equo-solidale fino a collaborazioni artistiche e tecnologicamente innovative – sta realizzando (con il contributo per la parte tecnologica di Marco Tausel e mio) una collezione disegnata per incorporare wearables altamente tecnologici, capaci di aumentare lo stato di benessere della persona. Questi wearables saranno configurati come “ibridi” di materiali naturali con “nanostrutture” tecnologicamente avanzatissime. Per questo si parla di nanomotions. I segnali inviati dai wearables saranno codificati per aumentare lo stato di benessere di cellule e tessuti, incluso il benessere delle cellule staminali che, come è ormai dimostrato, risiedono in tutti i tessuti del corpo umano. Si aprono così nuove prospettive nel mondo della connettività, la connessione con noi stessi, col nostro interno.

Esperienze straordinarie, la cui sintesi più suggestiva forse possiamo trovare nelle parole di Alessandro Bergonzoni: «Quando Carlo Ventura, dopo un mio spettacolo, ha detto che quell’ “invisibile frequenza” che producevo era rappresentabile, guardabile e dimostrabile, ho accettato di diventare cavia, studio umano e parte di questa ricerca. Eccomi a disposizione per una prova–esperimento su strato e dimensione di un nuovo processo artistico scientifico».

Nelle antiche tradizioni spirituali si riscontra una comune identificazione nella vibrazione sonora come origine di ogni cosa, ed in particolare si attribuisce al suono come Parola, il potere di creare. Il mantra (mantra: parola che libera la mente).

Da epoche molto antiche i suoni e la armonie musicali hanno trovato applicazioni terapeutiche.
-E’ noto il passo bibblico che racconta la guarigione del Re Saul da uno stato depressivo, con somatizzazioni, grazie al suono dell’arpa di Davide.
– I narratori greci ci raccontano di Alessandro il Grande che curava i suoi disturbi psichici e somatici con le melodie della lira.
– Negli antichi manoscritti cinesi di Su Ma T’sien si legge che “la nota Tche agisce sul cuore e conduce l’uomo all’armonia dei riti perfetti”.
– Indicazioni che trovano sintonia con gli studi di Pitagora il quale usava melodie diatoniche, cromatiche ed enarmoniche per guarire il corpo e la mente, trasformando le emozioni negative in movimenti positivi dell’anima.
– Anche P.Deunov e M.O.Aivanhov danno estrema importanza alle potenzialità di guarigione dei suoni musicali, ed in particolare, per quanto riguarda i disturbi cardiaci, alle melodie intonate sul do naturale. A tale nota correlano la possibilità di generare rapidamente uno stato di calma e di gioiosità interiore che aiuta a mostrarsi positivi e vitali verso la vita.

Dagli ultimi studi sulla fisica quantistica è emerso che tutti gli organi del corpo umano ed ogni singola cellula emettono una particolare frequenza, e allo stesso tempo sono in grado di captare come delle antenne le frequenze provenienti dall’esterno.

Tali frequenze entrando in risonanza, portano le cellule ad emettere dei biofotoni* che sono il linguaggio di comunicazione che avvia una serie di processi: dall’auto-guarigione all’espulsione di sostanze nocive dal liquido intracellulare.
Possiamo quindi dire che in ogni istante il nostro corpo ed ogni singola cellula emettono una particolare e melodica sinfonia, ma quando una sola cellula è in disarmonia questa melodia diventa una cacofonia che porta squilibrio a tutti i processi metabolici e catabolici, al corpo, alla mente e allo spirito.
*Il termine “biofotoni” indica il fenomeno di emissione di energia luminosa da parte dei tessuti viventi. Ogni cellula emette segnali specifici, propri e caratteristici.
Ogni particella del nostro corpo ha una particolare frequenza vibratoria, più particelle con la medesima frequenza compongono un tessuto o un organo che risuonerà alla medesima frequenza (Risonanza libera).

Da ciò ogni organo risponde ad una frequenza specifica.

A tal proposito sono stati eseguiti degli studi approfonditi da Barbara Hero, una studiosa Americana che ha catalogato la frequenza propria degli organi del corpo umano e li ha messi in relazione con le note musicali della scala accordata con il LA di riferimento a 432Hz.
Noi siamo esseri complessi composti da molti organi differenti e da un numero infinito di particelle.
In altre parole potremmo dire che il corpo umano è un sistema vibrante complesso e ogni parte del nostro corpo possiede delle Frequenze di risonanza specifiche, l’insieme di queste frequenze crea un complesso armonico che determina il nostro grado personale di frequenza.
Potremmo paragonarci ad una grande orchestra: quando siamo in una condizione di equilibrio e armonia significa che tutti gli elementi che compongono l’orchestra stanno suonando in armonia tra di loro, ma se uno degli elementi dell’orchestra inizia a suonare delle note errate che non corrispondono all’armonia generale, creerà una condizione di disarmonia che influenzerà l’andamento di tutta l’orchestra.

FREQUENZE E NOTE DI ALCUNI ORGANI E PARTI DEL CORPO:

Esiste quindi un codice vibrazionale – di suono – che ci “racconta” quello che stanno facendo le cellule. Gli scienziati lo hanno applicato alla medicina rigenerativa, alle nostre cellule staminali ed esse si sono contratte “firmando” il proprio suono orizzontale e verticale, facendoli suonare insieme (orizzontale è un suono ondeggiante più basso, profondo, in linea retta; verticale si sente un ondeggiare verticale). Portando questi suoni e vibrazioni, con macchinari adattati appositamente, a una cellula staminale del grasso. Dopo due settimane, la cellula è diventata cellula miocardica che batte e si contrae, un micro cuore in vitro, qualcosa in cui non si sarebbero mai trasformate.

ECCO L’IDEA DELLA MEDICINA RIGENERATIVA: sfruttare questi codici, comprenderli, e sfruttare il potenziale diffusivo di queste energie fisiche. Noi tutti siamo cioè permeabili ai suoni, alla luce, ai campi elettromagnetici. Si possono raggiungere le cellule staminali dove già si trovano. Infatti, sono presenti in tutti i tessuti del corpo umano, le possiamo riprogrammare per realizzare una medicina rigenerativa che non ha bisogno di trapianti di tessuti ma che va a potenziare qualcosa che già tutti abbiamo dentro di noi: il cosiddetto potenziale di auto guarigione.
Suoni, movimenti, vibrazioni: al variare della musica esterna, le cellule cambiano il loro ritmo, la loro vibrazione. Dapprima le cellule sono andate dietro la vibrazione e melodia esterna, poi hanno sviluppato un ritmo loro proprio. Urlando o parlando pacatamente, le cellule rispondono, sorprendentemente parlando esse capiscono fin dentro il loro nucleo. La musica può parlare a dinamiche profonde del nostro essere.

Gli esseri umani sono parte della natura vibratoria dell’universo. Così come noi non vediamo tutte le radiazioni elettromagnetiche, sentiamo vibrazioni con le orecchie da venti a massimo ventimila hertz ma non possiamo sentire di più, che pure esiste. L’armonia melodica musicale fa vibrare in fase le nostre cellule. “Parla” alle dinamiche più profonde della nostra biologia.

Fonti:
– www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/siamo-musica
– https://opinione.it/hi-tech
– Carlo Ventura, David Muehsam, Life rhythm as a Symphony of Oscillatory Patterns: Electromagnetic Energy and Sound Vibration Modulates Gene Expression for Biological Signaling and Healing.

https://www.erboristeriarcobaleno.it/energie-sottili-cosa-sono/

salsapariglia indiana

La salsapariglia indiana (Hemidesmus indicus), è usata da secoli sia in India che dalle popolazioni indigene del Centro e del Sud America. Secondo uno studio premiato dalla Società Italiana di Farmacologia e da Farmindustria è l’unico prodotto di origine naturale in grado di provocare la “morte cellulare immunogenica”.

Sariva, anche conosciuta sarsaparilla indiana è una specie di pianta che si trova in Asia meridionale. Il nome botanico di Sariva è “Hemidesmus indicus”. È un arbusto slanciato, latifero, avventato, talvolta prostrato o semi-eretto. Le radici sono legnose, sottili e aromatiche. Le radici hanno un odore simile alla canfora, quindi la pianta è anche conosciuta come Kapoor. Sariva è anche chiamato “Anantmoola” in sanscrito: radice senza fine.

Hemidesmus indicus ha svolto un ruolo importante nella medicina tradizionale indiana (inclusa l’Ayurveda) e anche nella medicina europea. Le principali proprietà farmacologiche dell’H. indicus includono proprietà epatoprotettive, antitumorali, antidiabetiche, antiossidanti, neuroprotettive, antiofidiane, cardioprotettive, nefroprotettive, antiulcerogene, antinfiammatorie e antimicrobiche. Valutazioni fitochimiche della radice hanno rivelato la presenza di aldeidi aromatiche e loro derivati, fenoli, triterpenoidi e molti altri composti, alcuni dei quali sono stati attribuiti alla sua bioattività (2,3).

Salsapariglia indiana, utilizzata da secoli nella medicina tradizionale in Asia e in Sud America, potrebbe rivelarsi un alleato prezioso nella lotta contro i tumori. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Oncotarget (1), un gruppo di ricercatori ha mostrato come l’estratto di salsapariglia indiana (Hemidesmus indicus) sia in grado di uccidere le cellule tumorali attivando al tempo stesso i meccanismi di difesa del sistema immunitario: una particolare capacità antitumorale nota come “morte cellulare immunogenica” che non era mai stata osservata prima in un prodotto di origine naturale.

La scoperta, che potrebbe portare alla nascita di nuovi farmaci per la lotta contro il cancro, è valsa ad Elena Catanzaro – assegnista di ricerca dell’Università di Bologna che ha condotto lo studio – uno dei premi annuali consegnati della Società Italiana di Farmacologia e da Farmindustria.

MEDICINA TRADIZIONALE E PROPRIETÀ ANTITUMORALI
La salsapariglia indiana è usata nella medicina ayurvedica in India e dalle popolazioni indigene del Centro e del Sud America per curare diversi tipi di disturbi. “La medicina tradizionale ne consiglia l’uso sotto forma di decotto della sua radice”, conferma Elena Catanzaro. “Si tratta di un rimedio utilizzato da secoli in diverse parti del mondo e per questo abbiamo voluto analizzarne le caratteristiche in modo scientifico, utilizzando gli strumenti avanzati a nostra disposizione”. Un’indagine che ha subito prodotto risultati promettenti.

“Le prime scoperte interessanti su questa pianta sono arrivate già negli scorsi anni: con una serie di articoli abbiamo mostrato che Hemidesmus indicus è in grado di proteggere il DNA delle cellule da lesioni potenzialmente cancerogene”, conferma la ricercatrice. Il nuovo studio fa però un importante passo avanti. “Con questa nuova ricerca, per la prima volta, abbiamo messo in luce come la salsapariglia indiana abbia anche la capacità di combattere attivamente i tumori”.

MORTE CELLULARE IMMUNOGENETICA
Uno dei problemi principali della lotta contro il cancro è che il sistema immunitario non è in grado di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali, cosa che finisce per limitare l’efficacia delle terapie farmacologiche tradizionali. Per superare questo ostacolo, la ricerca si è allora concentrata su una serie di trattamenti in grado di risvegliare la risposta immunitaria, che però a loro volta non colpiscono direttamente le cellule tumorali. Due diverse direzioni terapeutiche che con Hemidesmus indicus potrebbero ricongiungersi su un terreno comune.

“L’estratto di Hemidesmus indicus – spiega Elena Catanzaro – ha un duplice effetto antitumorale: da una parte è in grado di uccidere le cellule tumorali e dall’altra fa sì che le cellule morenti siano riconosciute dal sistema immunitario, provocando così la naturale attivazione dei meccanismi di difesa dell’organismo. Si tratta di un fenomeno noto come morte cellulare immunogenica, e la salsapariglia indiana è l’unico prodotto di origine naturale capace di provocarlo”.

A differenza di altre sostanze di origine naturale con proprietà antitumorali, pensate solitamente per diminuire gli effetti tossici dei farmaci tradizionali, l’estratto di Hemidesmus indicus permetterebbe quindi anche di stimolare il sistema immunitario, sostenendo così la risposta dell’organismo nel combattere la malattia. I ricercatori ne hanno testato l’efficacia con successo su cellule di tumore del colon e del retto.

UNA NUOVA SPERANZA PER LA LOTTA CONTRO IL CANCRO?

Elena Catanzaro è cauta ma ottimista. “Questi risultati sono solo un primo passo verso la realizzazione di un vero e proprio farmaco”, precisa la ricercatrice. “Ma i dati che abbiamo ottenuto sono particolarmente promettenti: crediamo molto nelle proprietà di questa pianta”.

I PROTAGONISTI DELLO STUDIO
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Oncotarget con il titolo “Hemidesmus indicus induces immunogenic death in human colorectal cancer cells”. Gli autori sono: Eleonora Turrini, Elena Catanzaro, Manuele G. Muraro, Valeria Governa, Emanuele Trella, Valentina Mele, Cinzia Calcabrini, Fabiana Morroni, Giulia Sita, Patrizia Hrelia, Massimo Tacchini e Carmela Fimognari.

Lo studio è stato realizzato da un gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita coordinato dalla professoressa Carmela Fimognari, attivo al Campus di Rimini dell’Università di Bologna, in collaborazione con ricercatori dell’Università di Basilea (Svizzera).

LO STUDIO (5,6,7,8,9)

La resistenza alla morte cellulare e la capacità di superare la sorveglianza immunologica sono due delle strategie più insidiose dell’arsenale di difesa delle cellule tumorali. Di conseguenza, una strategia che potrebbe rivelarsi di altissimo valore terapeutico è quella che associa la completa ed estensiva eradicazione delle cellule tumorali all’attivazione del sistema immunitario, promuovendo la cosiddetta morte cellulare immunogenica (MCI).

La capacità di un composto di indurre MCI risiede nella contestuale induzione di stress ossidativo e del reticolo endoplasmatico (RE). Questi eventi attivano una via di segnalazione del pericolo che promuove la mobilizzazione degli effettori di questo processo, i DAMP (damage associated molecular patterns).

I DAMP sono molecole endogene, come calreticulina (CLR), proteine da shock termico (HSP) e ATP, che acquisiscono proprietà immunostimolanti se esposte sulla membrana cellulare o rilasciate nella matrice extracellulare. Quando mobilizzati, i DAMP agiscono sia da segnali di pericolo che come adiuvanti per il sistema immunitario innato. Se la capacità di indurre MCI da parte di diversi farmaci antitumorali è stata caratterizzata ampiamente, evidenze simili sui botanical drugs, costituiti da miscele complesse di più molecole attive, scarseggiano.

Lo scopo dello studio è stato quello di valutare la capacità del decotto di Hemidesmus indicus (Hi) di indurre MCI su una linea cellulare umana di carcinoma del colon (Dld-1). Il decotto di Hi è stato preparato secondo le linee guida della Farmacopea Ayurvedica Indiana. La pianta (voucher #MAPL/20/178) è stata raccolta dal Ram Bagh in Rajastan, India e autenticata dal Dott. MR Uniyal, Maharishi, Ayurveda Product Ltd (Noida, India). Il potenziale citotossico di Hi è stato valutato da solo o in presenza di N-acetilcisteina o di un inibitore dello stress del RE (acido tauroursodeossicolico). La vitalità cellulare è stata misurata usando il 4-metilumbelliferil etanoato e avvalendosi del lettore di piastra Victor X3 (Perkin Elmer). L’espressione di specifiche proteine è stata valutata per via citofluorimetrica [FACScalibur (Becton Dickinson); Guava EasyCyte 6-2L (Merck)] mediante anticorpi monoclonali marcati. Per misurare i livelli di ATP extracellulari, è stato utilizzato il kit ATPLite 1 step (Perkin Elmer).

Al fine di valutare la maturazione delle cellule dendritiche (CD) umane, CD immature (iCD) sono state co-coltivate con le Dld1 (1: 4) e trattate con Hi. L’espressione di specifici cluster di differenziamento sulle CD è stata analizzata mediante citometria a flusso. Hi induce una diminuzione della vitalità cellulare dose-dipendente e induce stress ossidativo e del RE.

Come conseguenza di questi eventi, Hi modula positivamente l’espressione e la mobilizzazione dei DAMP più caratteristici, inclusi CLR, HSP70 e ATP. Spinti da queste osservazioni, è stata studiata la capacità di Hi di promuovere l’attivazione delle iCD.

I risultati hanno mostrato che le cellule tumorali trattate con Hi promuovono il passaggio da uno stato immaturo a uno maturo delle cellule presentanti l’antigene generate in vitro.

In conclusione, è stata dimostrata per la prima volta la capacità di un botanical drug di innescare tutti gli eventi caratterizzanti la MCI. Infatti, il decotto di Hi è in grado di indurre un tipo immunogenico di morte cellulare, come indicato dalla sua capacità di indurre stress ossidativo e del RE, di attivare la mobilizzazione degli effettori di questo processo e di promuovere la maturazione delle iCD. Nel complesso, il profilo antitumorale di Hi che emerge da questo studio fornisce le basi per la progettazione di esperimenti in vivo al fine di valutare il reale potenziale di “vaccino endogeno” delle cellule tumorali trattate con Hi.

Nella foto: Elena Catanzaro, assegnista di ricerca dell’Università di Bologna che ha condotto lo studio

Fonti:

Bibliografia:

  1. L’Hemidesmus indicusinduce la morte immunogenica nelle cellule umane di cancro del colon-retto (https://www.oncotarget.com/article/25325/)
  2. Sarsaparilla indiana (Hemidesmus indicus): recenti progressi nella ricerca su etnobotanica, fitochimica e farmacologia (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32007632/)
  3. Studio in vitro del profilo citotossico, citostatico e antigenotossico di Hemidesmus indicus (L.) R.Br. (Apocynaceae) Estratto di droga grezza su cellule T linfoblastiche (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29415441/)
  4. Il potenziale bioattivo e terapeutico dell’Hemidesmus indicus R. Br. (Sarsaparilla indiana) radice (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22887725/)
  5. Catanzaro E.1, Turrini E.1, Muraro M.2,Trella E.3,Governa V.3, Mele V.3, Fimognari C.1
  6. Scienze per la qualità della vita, Università di Bologna, Rimini, Italia
  7. Oncology surgery, department of biomedicine, University hospital of Basel and University of Bas, Basilea, Svizzera
  8. Cancer immunotherapy, department of biomedicine, University hospital of Basel and University of Bas, Basilea, Svizzera
  9. https://congresso-sitox-2020.s3.eu-central-1.amazonaws.com/allegati/comunicazioni_orali/pdf/083_19308.pdf
  10. Uno studio a lungo termine sul potenziale anti-epatocarcinogenico di un medicinale indigeno composto da Nigella sativa, Hemidesmus indicus e Smilax glabra (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1475831/)

ascrobato di potassio

Ascorbato di Potassio: il nostro interesse per questa molecola, fortissimo agente antiossidante, è legato agli straordinari effetti contro le patologie degenerative ed i tumori in particolare perché agisce per ripristinare, attraverso l’acido ascorbico, il corretto equilibrio di potassio intracellulare (elemento importantissimo per regolare tutto il metabolismo cellulare), alterato dalla patologia degenerativa.

L’ascorbato di potassio è un sale derivato dalla vitamina C, che si ottiene miscelando in acqua fredda una bustina di acido ascorbico (la vitamina C, 150 mg) e una di bicarbonato di potassio (300 mg). Da alcuni anni la soluzione è stata potenziata con ribosio, uno zucchero (3 mg).
I componenti vanno sciolti in 20 cc di acqua (circa due dita) senza utilizzare cucchiaini di metallo (che ossida l’acido ascorbico). La soluzione deve essere bevuta dopo circa un minuto (quando smette la leggera effervescenza) ed entro mezz’ora al massimo dalla ricostituzione.

LA “SCOPERTA” DELL’ASCORBATO DI POTASSIO

Il primo a utilizzare l’ascorbato di potassio nella terapia dei tumori fu un chimico fiorentino, il Dr. Valsè-Pantellini (1917-1999). Come egli stesso racconta [1], la scoperta avvenne del tutto casualmente. Nel 1947 un suo conoscente, malato di un tumore inoperabile allo stomaco, gli chiese un consiglio su come calmare i forti dolori. Pantellini gli consigliò delle limonate con del bicarbonato. Qualche mese dopo rimase veramente sorpreso nel rivedere questa persona in perfetta salute. Scoprì allora che per sbaglio il bicarbonato di sodio era stato sostituito con bicarbonato di potassio.

Pantellini era sbalordito e volle approfondire la questione: come aveva potuto un composto così semplice produrre un risultato così straordinario? Si trattava di un caso, o c’era sotto qualcosa di importante?

Per prima cosa separò i componenti principali dal succo di limone (acido citrico, acido tartarico ed acido ascorbico) e li salificò con il bicarbonato di potassio, ottenendo diversi sali (rispettivamente citrato, tartarato ed ascorbato di potassio), che fece assumere ad alcuni malati di tumore in fase avanzatissima, con il consenso dei loro medici curanti. La somministrazione dei primi due sali non portava alcun beneficio, mentre l’assunzione di ascorbato di potassio cambiava radicalmente e velocemente la qualità di vita dei malati. Da quel momento si dedicò allo studio di questo sale del potassio, l’ascorbato, sviluppando delle interessanti ipotesi sulle cause del cancro e sulla sua possibile cura.

RUOLO FISIOLOGICO DEL POTASSIO, DEL SODIO E DEL RIBOSIO

Per capire in che modo un composto fisiologico così semplice possa interferire col metabolismo cellulare al punto di contrastare la crescita tumorale, bisogna innanzitutto comprendere alcuni complicati principi di fisiologia cellulare. Cercherò di semplificare al massimo.

Il potassio (K) è un elemento essenziale per l’organismo in quanto permette una corretta attività del metabolismo cellulare. Tra le sue innumerevoli funzioni, ha un ruolo chiave nella regolazione dell’apoptosi cellulare [2-3-4], una forma di morte cellulare programmata che, se carente, può implicare una crescita cellulare incontrollata, meccanismo alla base delle neoplasie.

La sua concentrazione è alta nelle cellule (è il principale ione intracellulare) e bassa nell’ambiente extracellulare. Al contrario dello ione Sodio (Na). Questa differenza di concentrazione dei due ioni fra l’interno e l’esterno della cellula è mantenuto grazie alla pompa sodio-potassio, un enzima che si trova nella membrana delle cellule, che effettua un trasporto attivo, sfruttando l’energia derivante dall’idrolisi dell’adenosintrifosfato (ATP).

La pompa sodio-potassio serve per controllare il volume e l’omeostasi cellulare, per conferire alle cellule nervose e muscolari la proprietà di eccitabilità, ed è correlata al trasporto attivo di glucidi ed amminoacidi.

Il D-Ribosio è uno zucchero presente in ogni cellula e fa parte di strutture complesse quali l’ RNA (o Acido Ribonucleico, molecola implicata nella regolazione ed espressione dei geni e nella sintesi delle proteine) e l’ATP (o Adenosintrifosfato, un “accumulatore” di energia, che poi viene “donata” mediante una reazione di idrolisi e messa a disposizione delle cellule per svolgere le loro principali funzioni). Inoltre è coinvolto nella sintesi di glicogeno (una lunga catena di più molecole di glucosio).

PATOGENESI DEI TUMORI: L’IPOTESI DI PANTELLINI

I radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento e della degenerazione cellulare, sono un normale prodotto del metabolismo cellulare. Gli organismi viventi tendono a mantenere costante la concentrazione di questi agenti ossidanti, tuttavia la loro produzione viene notevolmente aumentata a causa di numerosi fattori tra cui l’inquinamento, terapie farmacologiche eccessive, alimentazione errata e stress.
Quando la presenza di radicali liberi supera le capacità dell’organismo di neutralizzarli si genera una situazione critica, chiamata stress ossidativo, una delle principali cause dello sviluppo dei tumori.

E fin qui, nessuna novità. Però secondo gli studi classici sui tumori, l’ossidazione in eccesso dei tessuti produce mutazioni genetiche, responsabili della trasformazione della cellula in senso cancerogeno, per un danno diretto sul DNA.

Secondo la rivoluzionaria ipotesi di Pantellini, invece, lo stress ossidativo danneggia inizialmente le strutture della membrana cellulare, in particolare cosiddetta pompa Na/K, con conseguente squilibrio nelle concentrazioni dei due elettroliti che iniziano un processo di diffusione passivo dalle regioni con maggiore concentrazione a quelle con minore concentrazione, con il risultato di una perdita di potassio dal citoplasma ed una sua sostituzione con il sodio.

Le concentrazioni di ioni inappropriate turbano l’omeostasi cellulare e innescano una serie di reazioni (variazione del PH intracellulare e della concentrazione degli altri ioni intracellulari, alterazione di forma e d’azione delle proteine e degli enzimi citoplasmatici) che vengono lette dal “cervello” della cellula, il suo nucleo, come una spinta alla mutazione del proprio patrimonio genetico per adattarsi all’ambiente che sta mutando. In poche parole, la mutazione del DNA nucleare sarebbe una conseguenza di processi che avvengono nella “periferia” della cellula. [5-6]

Fatto questo già evidenziato da una ricerca del 1932 (Moraweck e Kishi), che rilevava come all’interno delle cellule di organismi sani vi era una percentuale di potassio maggiore che nelle cellule di individui affetti da tumori maligni, e che viene confermato da studi più recenti che correlano lo squilibrio della pompa sodio-potassio alla progressiva degenerazione della cellula cancerogena [7]

Inoltre l’alterata attività della pompa Na/k causa anche un aumentato ingresso di glucosio nella cellula (simporto Na+-glucosio), funzionale al metabolismo e alla proliferazione delle cellule tumorali che ne utilizzano enormi quantità.

Attualmente esiste un’ampia bibliografia sul ruolo di Na e K nello sviluppo e progressione del cancro [8-9] e di diverse malattie, soprattutto le neurodegenerative, come il Parkinson [10], ma va senz’altro attribuito a Pantellini il merito di aver avuto per primo questa intuizione.

IPOTESI SUL MECCANISMO D’AZIONE NELLA CURA DELLE MALATTIE DEGENERATIVE. RICERCHE IN ATTO 

L’impiego di ascorbato di potassio potenziato con il D-Ribosio nella prevenzione e cura di patologie tumorali trova la sua giustificazione nell’ipotesi di Pantellini secondo la quale i processi di degenerazione cellulare non vengono innescati da un danno diretto al DNA, ma da squilibri a livello della membrana cellulare.

E’ su questa base che si inseriscono i recenti studi condotti sull’ascorbato che ne hanno evidenziato la forte attività antiossidante nonché la sua capacità di rallentare la proliferazione di cellule tumorali di carcinoma mammario in vitro [11]. Secondo tali ricerche, la somministrazione di questo composto determina l’immissione di potassio all’interno delle cellule cancerose e la corrispondente fuoriuscita di sodio (e quindi del glucosio). In questo modo si ristabiliscono il ph, l’omeostasi cellulare e la rapida diminuzione delle riserve nutritive, riducendo la glicolisi (tipica delle cellule tumorali) e reintroducendo un blocco potenziale sulla mitosi. Per confronto, la linea cellulare “sana” di epitelio mammario, trattata con lo stesso composto, non ha evidenziato problemi ed ha continuato a crescere regolarmente.

L’azione dell’ ascorbato di potassio potenziato con il D-Ribosio sarebbe dunque quella di mantenere la corretta concentrazione di sodio e potassio nell’ambiente citoplasmatico delle cellule “sane” e di ripristinarla in quelle “malate”, creando un ambiente ostile per le cellule tumorali.

L’acido ascorbico avrebbe funzione di carrier, mentre il ribosio fungerebbe da catalizzatore, rendendo più rapido il trasferimento del catione nel citoplasma cellulare.

Esistono inoltre studi che dimostrano come l’ascorbato di potassio con ribosio somministrato a persone affette da gravi patologie congenite del tessuto connettivo (come la Sindrome di Costello), aiuti a contrastare efficacemente lo stress ossidativo, con netto miglioramento della malattia [12-14]. Altri hanno evidenziato la sua azione protettiva sull’ossidazione dei globuli rossi e dei linfociti umani [15-16]

Ciò fa supporre che l’ascorbato, in virtù delle sue proprietà antiossidanti e di riequilibrio dei meccanismi che sono all’origine della degenerazione cellulare, potrebbe essere usato con successo in molte altre malattie degenerative oltre il cancro. Per questo sarebbe importante che si effettuassero al più presto altre ricerche su più vasta scala per capire tutte le potenzialità di questo prodotto.

L’immissione di potassio all’interno di una cellula cancerosa può indurre la corrispondente fuoriuscita di sodio (e quindi del glucosio) dall’ambiente intracellulare. In questo modo possiamo ottenere:

– una nuova modificazione del pH locale intracellulare;
– una rapida diminuzione delle riserve nutritive, riducendo la glicolisi e reintroducendo un blocco potenziale sulla mitosi; così sembra possibile inibire il processo di proliferazione incontrollata.

Inoltre, l’ascorbato di potassio può operare efficacemente anche a livello di prevenzione, avendo l’obiettivo di mantenere costanti i livelli intracellulari di potassio. Infatti, come detto precedentemente, gli squilibri di questi livelli intracellulari con “intrusione” del sodio dalla regione extracellulare sarebbero responsabili (o comunque altamente implicati) della catena di eventi che può portare alla trasformazione della cellula in senso neoplastico.

L’assunzione preventiva di ascorbato di potassio ha quindi l’obiettivo di “proteggere” la cellula dal rischio di degenerazione.

QUANDO UTILIZZARE L’ASCORBATO DI POTASSIO CON RIBOSIO: INDICAZIONI E DOSI

L’ascorbato di potassio potenziato con Ribosio dovrebbe essere usato sempre in presenza di patologie neoplastiche. In questi casi si somministra 3 volte al giorno, possibilmente a digiuno (almeno 15-20 min prima dei pasti). Le quantità dipendono dalla taglia dell’animale: è impossibile far bere ad un gatto 20 ml di  soluzione ricostituita, mentre un cane di grossa taglia potrebbe arrivare a prenderne anche 30-40 ml (quindi 2 bustine di bicarbonato di potassio e 2 di ribosio e acido ascorbico) per volta. Nel Gatto è sconsigliata questa modalità, poiché avendo un pH dello stomaco particolarmente acido, uno stimolo a stomaco totalmente vuoto potrebbe provocare il vomito. Per cui nei Gatti è consigliabile utilizzarlo dopo qualche ora dal primo pasto.
Per l’assenza di tossicità e di effetti collaterali (almeno alle dosi raccomandate), l’assunzione del composto può essere protratta a vita.

L’ascorbato può essere usato anche in prevenzione in pazienti con significativi fattori di rischio, per esempio dopo un’asportazione chirurgica di un tumore, per evitare recidive, e persino in animali sani. In questo caso basta la somministrazione di 1 dose al giorno e si può usare la formulazione “classica”, cioè senza ribosio.

Pur trattandosi di un composto fisiologico completamente atossico e privo di effetti collaterali, almeno alle dosi raccomandate, sconsiglio vivamente l’utilizzo “fai da te” senza un’opportuna consultazione con un veterinario che possa monitorare oggettivamente l’andamento clinico e proporre le opportune analisi.

Inoltre è impossibile pensare che in una malattia grave e multifattoriale come il cancro l’ascorbato, per quanto efficace, possa essere utilizzato da solo, ma dovrà sempre essere inserito nell’ambito di protocolli concordati col proprio veterinario.

A tal proposito è importante sottolineare che l’ascorbato si presta ad essere associato sia alle medicine non convenzionali, sia a chemioterapie classiche, con l’accorgimento di non usarla nei giorni del trattamento. Infatti, come precisato sul sito della Fondazione Pantellini, l’ascorbato non dovrebbe essere considerato una metodica alternativa, bensì “una metodica di base perché agisce sui meccanismi bio-chimico-fisici di base del funzionamento cellulare e può essere applicata, con le dovute precauzioni ed accorgimenti, anche con i protocolli standard chemio e radioterapici”.

L’ ESPERIENZA della Dott.ssa Picca (Medico Veterinario esperto in omeopatia)

Ho recentemente introdotto l’uso dell’ascorbato nei miei protocolli di terapia antineoplastica, che si basano sull’uso di immunostimolanti naturali (micoterapici e fitoterapici), cura dell’alimentazione e omeopatia. Pur avendo ancora una casistica limitata (4 casi di osteosarcomi inoperabili attualmente in terapia, e un linfoma intestinale), ho senza dubbio notato in tutti un netto miglioramento delle condizioni generali dei pazienti, ripresa dell’appetito e vitalità, che a mio avviso è il massimo che si possa chiedere ad una terapia contro i tumori.

In un caso, Dream, un gatto di 11 con osteosarcoma della mascella, la massa sembra essersi “congelata” e il micio da 2 mesi e mezzo conduce una vita normale, mentre al momento della prima visita mostrava grave difficoltà a mangiare e respirare.
In altri casi la massa si è più o meno lentamente ingrandita, ma i pazienti sembrano conviverci senza grandi difficoltà (almeno fino ad un certo punto).

Ciccina, la gatta con linfoma intestinale, è morta dopo quasi 6 mesi di terapia durante i quali aveva continuato a mangiare regolarmente.

In ogni caso ho trovato questi primi risultati molto incoraggianti, e, pur sperando di avere meno casi possibile di malattie così gravi, proporrò l’uso dell’ascorbato ai proprietari di animali con malattie degenerative croniche per le quali la medicina ufficiale non possiede armi efficaci e definitive”.

Tratto da un articolo scritto dalla Dr.ssa Picca (Medico Veterinario esperto in omeopatia per @Armonie Animali  in http://www.marivet.it/

Bibliografia

  1. Gianfrancesco Valsè Pantellini (1997) Il cofattore K, Cinquant’anni di ricerca e terapia contro i tumori, , Ed. Andromeda)
  2. Hughes F, Bortner C, Purdy G, Cidlowski J (1997): Intracellular K+ suppresses the activation of apoptosis in lymphocytes. J. Biol Chem., (272), pp.30567-30576
  3. Hughes FM Jr, Cidlowski JA. (1999) Potassium is a critical regulator of apoptotic enzymes in vitro and in vivo. Adv. Enzyme Regul., 39, pp.157-171
  4. Montague J, Bortner C, Hughes F, Cidlowski J (1999) A necessary role for reduced intracellular potassium during the DNA degradation phase of apoptosis. Steroids, 64, pp.563-569
  5. Paoli G: La via del sale, Scienza e Conoscenza, 2007, 21:60-65
  6. Paoli G: Il metodo Pantellini, Scienza e Conoscenza, 2013, 46:16-23.
  7. J Environ Pathol Toxicol Oncol. 1996; 15(2-4):65-73. Potassium, sodium, and cancer: a review. Jansson B., Department of Biomathematics, University of Texas
  8. Journal of Experimental Therapeutics & Oncology . 2004, Vol. 4 Issue 2, p161-166. 6p. Targeting K+ channels for cancer therapy.Conti, Matteo
  9. The journal cell biology 2014 Archive, 21 July » 206 (2): 151 ReviewTargeting potassium channels in cancer. Xi Huang, Lily Yeh Jan
  10. Met Ions Life Sci. 2016;16:585-601. doi: 10.1007/978-3-319-21756-7_16. Sodium and Potassium Relating to Parkinson’s Disease and Traumatic Brain Injury. Ha Y, Jeong JA, Kim Y, Churchill DG.
  11. “Cancer Cell International” 2011, 11:30. Potassium bicarbonato and D-ribose effects on A72 canine and HTB-126 human cancer cell line proliferation in vitro. Croci S, Bruni L, Bussolanti S, Castaldo M, Dondi M: Dipartimento di Neuroscienze, Università di Parma
  12. “Anticancer Research” 2011 Nov; 31(11):3973-6 “Beckwith-wiedemann syndrome: potassium ascorbate with ribose therapy in a syndrome with high neoplastic risk.” ; Anichini C, Lo Rizzo C, Longini M, Paoli G, DI Bartolo RM, Proietti F, Buonocore G. Department of Pediatrics, Obstetrics and Reproductive Medicine, University of Siena.
  13. “Disease Markers” 2012 Sep 6; “Antioxidant effects of potassium ascorbate with ribose therapy in a case with Prader Willi Syndrome.”; Anichini C, Lotti F, Longini M, Proietti F, Felici And C, Buonocore G. Department of Pediatrics, Obstetrics and Reproductive Medicine, University of Siena, Siena, Italy.
  14. “Anticancer Research” 2013 Feb; 33(2):691-5.: “Antioxidant effects of potassium ascorbate with ribose in Costello syndrome.”; Anichini C, Lotti F, Pietrini A, Lo Rizzo C, Longini M, Proietti F, Felici C, Buonocore G. Department of Pediatrics, Obstetrics and Reproductive Medicine, University of Siena.
  15. Croci S, Pedrazzi G, Paoli G, Monetti D, Bronzetti G, Ortalli I (2001). Potassium ascorbate as protective agent in oxidation of red cells. Abstract of the International Conference on Antioxidants in Cancer Prevention and Therapy, Athens (Greece) :1571-1572
  16. Kevin J. Lenton, Hélène Therriault, Tamàs Fülöp, Hélène Payette, and J. Richard Wagner. Glutathione and ascorbate are negatively correlated with oxidative DNA damage in human lymphocytes Carcinogenesis, Apr 1999; 20: 607 – 613 

Il componente principale del Crespino è rappresentato dalla berberina, un alcaloide del gruppo della protoberberina: un valido rimedio naturale per contrastare il colesterolo alto e molti altri disturbi.

La berberina è una sostanza naturale, un alcaloide che trova spazio come integratore nella prevenzione e nel trattamento di molteplici disturbi. Isolata a partire da differenti piante medicinali tra le quali l’idraste, il crespino, il phellodendron, il coptide, la maonia e l’albero della curcuma, può avere effetti benefici per il diabete, il colesterolo alto e le infezioni da parassiti. Inoltre, la berberina possiede alcune potenziali proprietà di interesse cosmetologico e antiaging. Tradizionalmente, è stata utilizzata per curare infiammazioni, infezioni, parassiti, ferite, ulcere alla pelle e allo stomaco, indigestioni, emorroidi e diarrea in più parti del mondo. La diffusione del diabete è relativamente recente nella storia dell’umanità, ecco perché nell’antichità non era tra le malattie considerate trattabili con questa sostanza.

La caratteristica più curiosa di Berberis vulgaris è certamente il giallo brillante che tinge le sue radici e la parte interna della corteccia: proprio per questa peculiare colorazione, gli Indiani definiscono “albero della Curcuma” la varietà asiatica di questa pianta. In Italia, invece, Crespino deve il suo nome al latino “acrispinum”, che significa “dalle spine acute”: i rami sono infatti coperti di aculei, coi quali l’arbusto si difende dagli erbivori e grazie ai quali è adatto a delimitare i confini delle proprietà. Le abbondanti punte acuminate, inoltre, circondano le bacche, rosse e acidule, rendendone difficoltosa la raccolta. Proprio per la presenza di spine e per il sapore pungente dei frutti, in alcune zone del Paese la pianta è nota col nome popolare di “spina acida”.
È una pianta molto resistente, che si adatta a tutti i tipi di terreno e di clima: è però più facile trovarlo nelle zone di montagna, dove cresce fino a 2.000 m di altitudine.

CURIOSITÀ E USI TRADIZIONALI

Crespino è apprezzato come detossificante, in particolare nell’Ayurveda e nella Medicina Cinese viene impiegato come rimedio per eliminare le tossine dal corpo.
Entrambe le tradizioni lo utilizzano soprattutto quando gli accumuli di scorie pregiudicano il benessere e la funzionalità del fegato, dal momento che le radici della pianta proteggono e riequilibrano quest’organo. Qualora lo stato di intossicazione si manifesti sulla pelle con pruriti e irritazioni, Crespino è impiegato anche come lenitivo, applicato esternamente in impacchi locali.
Infine, per la cultura indiana e cinese, il sapore amaro delle radici di questo arbusto tonifica la digestione, perché migliora l’attività dello stomaco: secondo le analogie orientali, alle funzioni gastriche è associato il colore giallo, proprio lo stesso del legno di questa pianta.

L’impiego terapeutico della berberina, proviene dalla medicina cinese, come rimedio per la diarrea e la dissenteria. L’effetto antidiarroico della berberina dipende essenzialmente dall’inibizione della secrezione intestinale, dalla modulazione della motilità intestinale e dall’effetto riparativo sulla barriera intestinale, oltre che da un’azione antimicrobica.
Successivamente si è scoperto che la berberina aveva anche un effetto ipolipemizzante ed ipoglicemizzante come confermato nel 2004 da uno studio scientifico pubblicato su Nature.
Tuttavia, l’azione ipolipemizzante della berberina (anti-colesterolo e anti-trigliceridi) è prodotta con un meccanismo totalmente diverso da quello delle statine che, come detto, inibiscono l’enzima HMG-CoA-reduttasi. Infatti, il trattamento con berberina, si associa ad una maggiore espressione in membrana di una proteina recettoriale in grado di internalizzare le LDL, meccanismo che non coinvolge l’enzima HMG-CoA reduttasi. In sostanza, la berberina, è in grado di aumentare l’espressione del recettore per le LDL ma probabilmente potrebbe ridurre la colesterolemia anche inibendo l‘assorbimento di colesterolo e aumentandone la sua escrezione.
In conclusione la berberina potrebbe esercitare un’azione ipolipemizzante nuova e soprattutto non statino-simile. Questo è molto importante in quanto molte patologie endocrine (ipotiroidismosindrome di Cushingdeficit di GH etc.) posso causare ipercolesteromia.

I vari studi sperimentali e l’esperienza clinica attribuiscono alla berberina proprietà:

  • Antisettiche;
  • Ipolipidemizzanti;
  • Antiobesigene;
  • Antinfiammatorie e Antiossidanti;
  • Antipertensive;

Recentemente, la ricerca di base ha dimostrato che la berberina può essere utilizzata per abbassare il livello di glucosio nel sangue, migliorare la resistenza all’insulina, migliorare l’iperlipidemia e prevenire un lieve deterioramento cognitivo (1,2,3,4).

Le ricerche effettuate in ambito molecolare hanno in parte chiarito i meccanismi d’azione di questo principio attivo.

NEL DETTAGLIO, ALLA BERBERINA VENGONO ATTRIBUITE LE CAPACITÀ DI:

  • Interagire direttamente con il DNA, regolando l’espressione di geni coinvolti nei meccanismi di proliferazione e differenziazione cellulare;
  • Regolare il ciclo cellulare, controllando sia i meccanismi proliferativi che quelli apoptotici di morte programmata;
  • Inibire l’espressione e l’attività di alcuni enzimi, come le ciclossigenasi, coinvolti nella sintesi di mediatori dell’infiammazione;
  • Controllare la sintesi di vitamine del gruppo B, in particolare dei folati;
  • Controllare l’attività delle telomerasi, enzimi coinvolti nella regolazione della longevitàcellulare;
  • Inibire l’attività di numerosi enzimi come le NOX, coinvolti nel danno ossidativo indotto dalle specie reattive dell’ossigeno;
  • Aumentare l’espressione dei recettori per le LDL, riducendo così il rischio cardiovascolare;
  • Migliorare il profilo glicemico ottimizzando il flusso energetico cellulare e l’attività ormonale dell’insulina;
  • Inibire l’attività di alcuni enzimi come le MAO, coinvolti nella degradazione di neurotrasmettitori.

DIABETE

La berberina sembra particolarmente efficace nell’abbassare la glicemia in persone diabetiche. In uno studio, la berberina (500mg, 3 volte al giorno per 3 mesi) ha esibito un’efficacia simile alla metformina (un farmaco per il diabete). Ha ridotto i livelli di emoglobina glicata, glicemia a digiuno, glicemia post-prandiale e i livelli di trigliceridi in 36 pazienti con diabete di tipo 2 (5). Nell’altra metà dello studio, 48 pazienti con diabete di tipo 2 trattati con berberina hanno ottenuto risultati simili e hanno anche ridotto i livelli di insulina plasmatica. Anche il colesterolo totale e quello cattivo (LDL) sono diminuiti.

Secondo un’ampia revisione di 14 studi, la berberina sarebbe efficace quanto i farmaci per il diabete orale, tra cui metformina, glipizide e rosiglitazone. Anche secondo un’altra meta-analisi di 46 studi RCT, la berberina riduce la glicemia a digiuno (-10 mg/dl) e 2 ore dopo i pasti (-27 mg/dl), e l’emoglobina glicata (-0,38%), con un’efficacia analoga a quella dei farmaci antidiabetici (7).

Si ritiene che gli effetti ipoglicemizzanti della berberina siano dovuti a numerosi meccanismi. In particolare, la berberina ridurrebbe la produzione di glucosio nel fegato e migliorerebbe la sensibilità all’insulina.

SUPPORTA LA PRODUZIONE DI INSULINA NEL PANCREAS

Uno studio del 2012 ha evidenziato la capacità della berberina di diminuire il glucosio e l’insulina nel sangue degli esseri umani e degli animali, e di rafforzare la sensibilità all’insulina (8). I ricercatori hanno spiegato uno dei meccanismi che stanno dietro a questi benefici: la regolazione e la riparazione delle isole pancreatiche. Le isole sono gruppi di cellule nel pancreas che producono gli ormoni. Uno di questi ormoni è l’insulina, che consente alle cellule di assorbire il glucosio e di usarlo per la produzione di energia. “Questi risultati indicano che la berberina può fornire una regolazione bidirezionale nelle isole pancreatiche. Nel classico diabete di tipo 2 con significativa resistenza all’insulina, la berberina ha abbassato i livelli di insulina nel sangue attraverso l’incremento della sensibilità all’insulina stessa.

Tuttavia, nel diabete di tipo 1 o nell’ultimo stadio del diabete di tipo 2 caratterizzato da una scarsa funzionalità delle cellule β, la berberina è stata in grado di incrementare la secrezione di insulina attraverso la riparazione delle isole danneggiate, cosa che potrebbe essere dovuta alle sue proprietà antiossidanti e di antiperossidante dei lipidi.”

CUORE E COLESTEROLO

La berberina può essere utilizzata come trattamento ipolipemizzante alternativo per i pazienti che non tollerano le statine (9). La berberina, infatti, riduce i livelli di trigliceridi e la pressione sanguigna, nonché il colesterolo totale e LDL (cattivo), contribuendo a ridurre il rischio di malattie cardiache (10).

Ad esempio, in uno studio su 32 pazienti con colesterolo alto, l’integrazione di berberina per 3 mesi ha ridotto notevolmente il colesterolo totale, i trigliceridi e il colesterolo LDL. È stato anche dimostrato che riduce l’apolipoproteina B del 13-15%, che è un fattore di rischio cardiovascolare molto importante .

In un altro studio su 40 soggetti con problemi di colesterolo moderati, sia la berberina da sola che un integratore multi-ingrediente (berberina, policosanoli, estratto di lievito rosso, acido folico e astaxantina), somministrati quotidianamente per 4 settimane, hanno ridotto il colesterolo totale, LDL e i trigliceridi e aumentato il colesterolo buono (HDL).

Secondo una meta-analisi di 41 studi RCT su un totale di 4.838 adulti con iperlipidemia, l’integrazione di berberina si è rivelata efficace nel ridurre il colesterolo totale (-12,1 mg/dl) e i trigliceridi (-17,4 mg/dl). La riduzione del colesterolo LDL (-9,3 mg/dl) è stata giudicata non statisticamente significativa.

Secondo un’ampia metanalisi della ricerca clinica, i supplementi di berberina in combinazione con la terapia convenzionale (amlodipina) riducono la pressione sistolica dopo 2 mesi (10) . La combinazione ridurrebbe la pressione massima di 5 mmHg e la pressione minima di 2 mmHg rispetto al solo trattamento farmacologico.

INVECCHIAMENTO E SALUTE DELLA PELLE

In alcuni studi, la berberina ha dimostrato di esibire potenti effetti antiossidanti e antinfiammatori, senz’altro positivi nel quadro della medicina antiaging. Infatti, il danno cumulativo al DNA causato dalle specie reattive dell’ossigeno (ROS) nei mitocondri è stato a lungo considerato la causa principale dell’invecchiamento.

L’uso di Berberina, soprattutto se associato ad altri principi attivi, potrebbe contrastare il danno ossidativo indotto dai ROS e dai raggi UV, proteggendo le strutture cellulari cutanee dalla degenerazione cellulare e dal tanto temuto photoaging . A tal proposito alcuni studi preliminari suggeriscono l’utilità della Berberina nel regolare la sintesi di melanina, rendendola pertanto un possibile rimedio anche in corso di discromatismi cutanei (11).

RIDUCE L’INTENSITÀ DELL’ACNE

Uno studio iraniano del 2012 su adolescenti con acne da moderata a grave ha abbassato il loro indice Michaelson di gravità dell’acne del 45% in media in quattro settimane, a confronto di un farmaco placebo. Agli adolescenti è stata somministrata una dose orale quotidiana da 600 mg di estratto di crespino.

ELIMINA BATTERI, VIRUS E FUNGHI

Molti studi scientifici rivelano la capacità della berberina di eliminare batteri, virus, funghi e parassiti. Uno studio del 2014 ha evidenziato la capacità della berberina di combattere lo sviluppo della candida, un’infezione fungina che inizia nel sistema digerente e può diffondersi in tutto il corpo (12).

Uno studio del 2011 su dei roditori ha ridotto la mortalità del virus dell’influenza dal 90% al 55%. Nel 2005 dei ricercatori hanno scoperto che la berberina aiutava determinati antibiotici a combattere il batterio mortale dello staphylococcus aureus (MRSA) resistente alla meticillina-resistenti in una relazione sinergica rispetto ai gruppi di controllo (13).

ALTRI BENEFICI

Alcune prove suggeriscono che la berberina può migliorare la salute:

  • nelle donne con PCOS (sindrome dell’ovaio policistico) e insulino-resistenza;
  • aiutando a combattere la depressione;
  • nei pazienti con “fegato grasso” (steatosi epatica non alcolica);
  • ostacolando le infezioni di microrganismi dannosi, inclusi batteri, virus, funghi e parassiti;
  • esercitando potenti effetti antiossidanti e antinfiammatori.

SILIMARINA

Per ottimizzare l’azione della berberina, si è pensato ad alcune sostanze che siano in grado di bloccare questi trasportatori ABC e di conseguenza di inibire la ri-espulsione della berberina.
Infatti, esistono degli inibitori naturali di questi trasportatori e, tra questi, il più importante è la silimarina, estratto dal cardo mariano. Altre sostanze (ginsenoidi, catechine gallate, naringenina) hanno un meccanismo simile ma la silimarina è il più conosciuto e studiato, oltre ad essere il più sicuro in quanto la sua azione si concentrerebbe quasi esclusivamente a livello intestinale.

ASSOCIAZIONE BERBERINA – SILIMARINA

Diversi studi hanno valutato e confermato l’efficacia dell’associazione berberina-silimarina come trattamento ipolipemizzante sia nel paziente naive, che nel paziente già in terapia con statine.
Nei pazienti non trattati, la somministrazione di berberina – silimarina riduce in modo significativo il colesterolo totale (-25%), il colesterolo LDL (-30%) ed i trigliceridi (-20%).
Una buona efficacia di tale associazione è stata confermata anche nei pazienti intolleranti ad alti dosaggi di statine. In alcuni casi di pazienti completamente intolleranti alle statine la somministrazione di berberina – silimarina è stata addirittura in grado di sostituire totalmente le statine.

DOSI ED EFFETTI COLLATERALI

Molti degli studi citati nell’articolo hanno utilizzato dosaggi nell’intervallo da 900 a 1500 mg al giorno. È comune assumere 500 mg di berberina 3 volte al giorno, prima dei pasti (per un totale di 1500 mg al giorno). Nel complesso, la berberina ha un ottimo profilo di sicurezza. Raramente sono stati osservati lievi effetti collaterali, come disagio addominale (nausea, crampi, diarrea). Il crespino da cui è estratta la berberina è considerato una pianta velenosa. La berberina infatti è un alcaloide (composto chimico presente nelle piante) che in dosi massicce può risultare pericoloso.

CONCLUSIONI

La berberina è una molecola di particolare interesse nel trattamento dell’ipecolesterolemia, nostante la sua bassa biodisponibilità orale. Poiché la sua biodisponibilità è strettamente legata al meccanismo farmaco-estrusore dei trasportatori ABC presente sulle cellule intestinali, il contemporaneo uso di un inibitore come la silimarina consente il miglioramento cinetico della berberina ed il potenziamento della sua azione clinica.
L’uso dell’associazione berberina – silimarina nel paziente ipercolesterolemico non trattato determina una riduzione della dislipidemia del 25-30%. Nel paziente in terapia con statine ma non a target, l’aggiunta dell’associazione consente un’ulteriore riduzione del 12-15%. L’associazione berberina – silimarina, inoltre, consente di migliorare la tollerabilità alle statine consentendo di ridurne la dose anche del 50%, senza perdere efficacia ipolipemizzante. Nei non responders, invece, può essere utile incrementare il dosaggio della berberina. (Dott. Massimiliano Andrioli
Specialista in Endocrinologia e Malattie del Ricambio)

Fonti: https://magazine.x115.it e https://www.endocrinologiaoggi.it/

BIBLIOGRAFIA:

  1. Effetti della berberina sulla glicemia in pazienti con diabete mellito di tipo 2: una revisione sistematica della letteratura e una meta-analisi (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30393248/)
  2. La berberina inibisce la risposta infiammatoria e migliora la resistenza all’insulina negli epatociti (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21110076/)
  3. Possibile ruolo della glicoproteina P nel meccanismo neuroprotettivo della berberina nella disfunzione cognitiva intracerebroventricolare indotta da streptozotocina (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26446867/)
  4. Analisi integrativa del metaboloma e del microbiota intestinale in ratti iperlipidemici indotti dalla dieta trattati con composti della berberina (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4975912/)
  5. Efficacia della berberina nei pazienti con diabete di tipo 2 (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2410097/)
  6. Berberina nel trattamento del diabete mellito di tipo 2: una revisione sistemica e una meta-analisi (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23118793/)
  7. L’effetto della berberina sui profili metabolici nei pazienti diabetici di tipo 2: una revisione sistematica e una meta-analisi di studi randomizzati e controllati (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8696197/)
  8. Yin J, Ye J, Jia W. Effects and mechanisms of berberine in diabetes treatment Acta Pharmaceutica Sinica B. 2012; 2(4): 327-334. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2211383512000871
  9. Il ruolo dei nutraceutici nei pazienti intolleranti alle statine (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29957236/)
  10. Meta-analisi dell’effetto e della sicurezza della berberina nel trattamento del diabete mellito di tipo 2, dell’iperlipemia e dell’ipertensione (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25498346/)
  11. Effetto inibitorio della berberina dal rizoma di Coptidissulla sintesi della melanina del melanoma maligno murino (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29724298/)
  12. Dhamgaye S, Devaux F, Vandeputte P, et al. Molecular Mechanisms of Action of Herbal Antifungal Alkaloid Berberine, in Candida albicans PLoS ONE. 2014; 9(8): e104554-. https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0104554
  13. Yu HH, Kim KJ, Cha JD, et al. Antimicrobial activity of berberine alone and in combination with ampicillin or oxacillin against methicillin-resistant Staphylococcus aureus. J Med Food. 2005; 8(4): 454-61. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16379555


 

Microalga Aphanizomenon flos-aquae

Questo articolo esamina la microalga Aphanizomenon flos-aquae (AFA) dal lago Klamath dell’Oregon, sottolineandone la ricchezza nutrizionale e i benefici per la salute.

Prosperando in un ecosistema vulcanico unico, questo cianobatterio raccolto in natura è un concentrato di sostanze nutritive, che lo rendono un punto focale nel campo degli integratori salutari. L’articolo evidenzia il profilo nutrizionale completo dell’AFA, ricco di proteine, aminoacidi essenziali, vitamine, minerali e composti bioattivi.

Particolare attenzione è riservata ad AphaMax® e Klamin®, due estratti AFA dal notevole potenziale nutraceutico. AphaMax®, ricco di AFA- ficocianine , mostra forti proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, cicatrizzanti e antitumorali. Klamin®, contenente β-feniletilammina (PEA), è noto per i suoi benefici sulla salute mentale, in particolare nell’alleviare la depressione e l’ansia, e si dimostra promettente nel trattamento dell’ADHD e nella gestione delle malattie neurodegenerative. In sostanza, il capitolo sottolinea l’importanza degli AFA del lago Klamath come risorsa naturale chiave nel settore degli integratori alimentari, grazie anche ai suoi potenti estratti benefici per la salute.

 I CIANOBATTERI, comunemente noti anche come alghe blu-verdi, costituiscono un gruppo eterogeneo di antichi procarioti fotoautotrofi (1). Queste forme di vita fotosintetiche hanno svolto un ruolo fondamentale nella storia evolutiva della Terra durante la rivoluzione dell’ossigeno circa 2,5 miliardi di anni fa, contribuendo in modo significativo al rilascio di ossigeno nell’atmosfera (2). Mostrando una notevole diversità di forme morfologiche, i cianobatteri spaziano da entità unicellulari, come Synechococcus sp., a filamenti intricati, esemplificati da Anabaena sp., e strutture coloniali, rinvenute in Microcystis sp. (3). Inoltre, questi microrganismi si sono adattati a una vasta gamma di habitat , dai corpi d’acqua dolce, come Planktothrix sp., agli oceani, come Trichodesmium sp., a quelli terrestri e desertici, come osservato con Chroococcidiopsis sp (3).

Al di là del loro significato ecologico, i cianobatteri sono stati studiati per varie applicazioni, come per la produzione di biocarburanti o per il trattamento delle acque reflue (4, 5). Tuttavia, è nel campo degli integratori alimentari e nutraceutici che i cianobatteri brillano davvero. Arthrospira sp., colloquialmente conosciuta come Spirulina , ha guadagnato importanza come potenza nutrizionale ed è diventata un punto fermo nel settore degli integratori salutari (6).

La sua densità nutrizionale e la capacità di essere coltivato in stagni aperti/fotobioreattori lo rendono una scelta attraente per coloro che cercano miglioramenti nella dieta (6). Oltre la Spirulina, un singolare ceppo Aphanizomenon flos-aquae (AFA), Klamath AFA, si è ritagliato una nicchia nel settore degli integratori, grazie ai suoi benefici nutrizionali e nutraceutici superiori, e viene raccolto direttamente allo stato selvatico dall’Upper Klamath Lake (UKL), in Oregon, USA (7).

Klamath AFA è un fototrofo obbligato che fissa l’azoto composto da cellule cilindriche che si autoassemblano in filamenti (Fig. 1)(7). Trova la sua collocazione tassonomica all’interno dell’ordine dei Nostocales ed è l’unico ceppo di Nostocales, insieme ad alcuni Nostoc sp., come N. commune e N. flaggeliforme, da consumare regolarmente come integratore alimentare (8, 9). L’AFA è ben noto per la sua capacità di formare fascicoli, filamenti che si autoaggregano insieme in strutture simili a foglie che possono essere osservate ad occhio nudo (7). Inoltre, a differenza della Spirulina, l’AFA è dotata di cellule vegetative specializzate, dette eterocisti, che ospitano l’enzima attivo nitrogenasi responsabile della conversione dell’azoto atmosferico (N2) in ammoniaca (10).

Inoltre, l’AFA forma akineti, cellule dormienti che fungono da strutture simili a spore, consentendo al cianobatterio di resistere a condizioni sfavorevoli e di germinare in nuove cellule vegetative quando le condizioni ambientali diventano nuovamente favorevoli (11).

L’AFA prospera in laghi o stagni ricchi di sostanze nutritive, il che contribuisce alla sua capacità di formare fioriture, densi tappeti di biomassa che ricoprono la superficie dei laghi. Particolarmente rinomate sono le fioriture Klamath AFA che abbelliscono UKL in Oregon, USA (7). È questa biomassa che viene poi raccolta, lavorata e distribuita come integratore nutrizionale in tutto il pianeta. L’UKL è l’unico lago al mondo ad essere raccolto per l’AFA e l’AFA è l’unico integratore cianobatterico distribuito in commercio ad essere raccolto in natura su scala industriale (12).

L’AFA vanta un profilo nutrizionale completo: è ricco di proteine, fino al 70% della biomassa totale, contenente elevate quantità di tutti gli aminoacidi essenziali (9). Contiene tutte le vitamine, molte delle quali ad alta concentrazione. È una buona fonte di acidi grassi polinsaturi (PUFA), circa il 75% dei quali sono costituiti da Omega-3 antiinfiammatori (13). Infine, grazie alla ricchezza minerale dei sedimenti del lago Klamath, l’AFA fornisce 73 minerali biodisponibili, compreso lo spettro completo di oligoelementi (12).

Il distinto profilo biochimico di questa sostanza è caratterizzato dalla presenza di molecole bioattive. Questi includono uno spettro di carotenoidi, tra cui le principali xantofille, e un’abbondante concentrazione di clorofilla (12). Inoltre, contiene una forma unica di AFA – ficocianine , note per le loro potenti proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e antitumorali, nonché per la loro efficacia nel promuovere la guarigione delle ferite (14).

Inoltre, questa composizione comprende la feniletilammina, un composto riconosciuto per il suo ruolo di neuromodulatore e la sua capacità di modulare il sistema immunitario (15). Due importanti estratti AFA , conosciuti rispettivamente come AphaMax® e Klamin®, concentrano tali molecole e hanno dimostrato, in numerosi studi clinici, di produrre effetti benefici su numerose malattie.

IMPORTANZA INDUSTRIALE

A livello globale sono stati confermati circa 120 ceppi AFA distinti (12). Tuttavia, la varietà consumata come integratore alimentare prospera a Klamath Lake, Oregon, USA. Questo particolare ceppo è identificato dal suo nome specifico, Aphanizomenon flos-aquae Ralfs ex Born. & Flah. Var. flos aquae (7).

Gli integratori alimentari Klamath AFA sono emersi come attori di spicco nel settore degli integratori sanitari negli ultimi 35 anni (7). Da allora, si stima che il mercato degli integratori alimentari AFA abbia raggiunto un valore complessivo di circa 100 milioni di dollari all’anno, indicando un forte interesse dei consumatori per i vantaggi unici dell’AFA (12). Inoltre, mentre la maggior parte del mercato di Klamath AFA è prevalentemente limitata al suo utilizzo come integratore alimentare, ora si sta espandendo anche in nuovi settori, come l’ industria dei cosmetici e della bellezza. Man mano che il settore degli AFA cresce e la disponibilità della sua biomassa diventa più semplice, si prevede che i prodotti a base di AFA entreranno anche in numerosi altri mercati, come quelli dei mangimi per animali, dell’acquacoltura e dei biofertilizzanti (12). Quest’ultimo è particolarmente promettente perché l’AFA è l’unica microalga o cianobatterio raccolto su larga scala con la capacità unica di fissazione dell’azoto.

RACCOLTA E LAVORAZIONE

Klamath AFA avviene nel lago Klamath, Oregon, USA, e sfrutta le condizioni ecologiche uniche di questo habitat naturale (Fig. 2) (7). In genere vengono raccolte 500-1000 t all’anno (12). Il processo di raccolta viene strategicamente condotto durante il periodo di fioritura dell’AFA , che avviene tipicamente all’inizio dell’estate, in particolare tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, e poi di nuovo a fine estate e all’inizio dell’autunno, tra settembre e novembre, quando fattori ambientali come la temperatura e la disponibilità dei nutrienti sono ottimali (12). La raccolta inizia con l’identificazione di aree specifiche all’interno del lago dove le concentrazioni di AFA sono elevate. Le concentrazioni desiderate variano tra il 5-7% di solidi. I raccoglitori utilizzano tipicamente imbarcazioni specializzate dotate di reti a maglia fine o altri sistemi di filtraggio non invasivi per raccogliere delicatamente l’ AFA dalla superficie del lago (7).

Una volta raccolta, la biomassa AFA viene trasportata agli impianti di lavorazione vicino al lago. Nella fase di lavorazione, gli AFA raccolti vengono sottoposti a meticolosi processi di pulizia per rimuovere eventuali impurità o detriti, garantendo la purezza del prodotto finale. Successivamente, l’ AFA viene disidratato in un processo in due fasi: in primo luogo, la maggior parte dell’acqua viene rimossa tramite un processo di centrifugazione non specifico e, successivamente, viene accuratamente essiccato, spesso utilizzando metodi come l’essiccazione all’aria o l’essiccazione a bassa temperatura per preservare il suo profilo nutrizionale (7). È in questo momento che si concentrano i composti AFA-ficocianina e feniletilammina di alto valore.

La ficocianina di alta qualità viene concentrata attraverso un processo di centrifugazione e filtraggio a base d’acqua (brevetto: EP2032122A2); mentre la PEA e le molecole sinergiche, come le micosporine aminoacidi-simili (MAAs), vengono concentrati tramite ultrafiltrazione dell’acqua (Brevetto: EP2046354B1). La biomassa e gli estratti AFA ottenuti vengono poi comunemente trasformati in varie forme di facile consumo, come polveri, capsule o compresse, rendendoli adatti all’uso come integratore alimentare (12).

PROPRIETÀ DELLA CRESCITA SELVATICA

L’AFA mostra una crescita e una fioritura prolifiche nel lago Klamath grazie a una combinazione di fattori ecologici specifici che creano un ambiente ottimale per la sua fiorente popolazione. Il lago Klamath misura circa 52 x 12 km con una superficie di circa 250 km 2 (16). Tuttavia, è un lago abbastanza poco profondo, con una profondità media di 2,4 m. Situato ad un’altitudine di 1300 m, il Lago Klamath è delimitato dalle Cascade Mountains a ovest e si trova adiacente ad un’area desertica, il Great Basin, a est (7, 16).

 Inoltre, le acque incontaminate del lago Klamath ospitano numerose specie animali diverse, dai comuni pesci ventosa ai pellicani e alle aquile calve. Attualmente, il bacino di Klamath funge da principale destinazione di svernamento per il più consistente raduno di aquile calve nei 48 stati contigui. Inoltre, funge da più grande area di sosta per gli uccelli acquatici lungo la rotta del Pacifico (7).

Il lago Klamath è costantemente testimone ogni anno di numerose fioriture di AFA, attribuite principalmente alle sue origini geologiche come bacino vulcanico (17). La storia geologica del lago risale a 7.700 anni fa, all’eruzione del monte Mazama, che lasciò notevoli sedimenti minerali sul fondo del lago. In seguito all’esplosione, si è formato il cratere del Monte Mazama, ora noto come Crater Lake, che continua a fornire acqua al Lago Klamath (7). La composizione ricca di minerali del lago Klamath, inclusi elementi come ferro, magnesio, manganese, molibdeno, boro e zinco, è un fattore fondamentale che contribuisce alla formazione delle fioriture di AFA (18).

Questi minerali svolgono un ruolo vitale nel supportare le attività biologiche dell’AFA; ad esempio, il molibdeno è fondamentale per lo sviluppo e il funzionamento dell’enzima nitrogenasi specifico delle eterocisti, essenziale per la capacità di fissazione dell’azoto degli AFA (19).

I tre nutrienti più importanti per la crescita dell’AFA , tuttavia, sono le fonti di carbonio, azoto e fosforo (18). Il primo è fornito dal lago stesso a causa della presenza di sorgenti di metano attraverso il lago e, ovviamente, della materia organica in decomposizione. Si prevede che il carbonio costituisca circa il 50% della biomassa totale dell’AFA (20).

Il consumo di CO2 disciolta da parte dell’AFA si riflette anche nell’aumento del pH del lago da circa 7,5 all’inizio della fioritura a circa 9-10 verso la fine (18). È noto che la CO2 + acqua forma acido carbonico, abbassando così il pH complessivo. La sua rimozione, quindi, porta al contrario. La disponibilità di azoto, invece, non è un vero problema quando si tratta della formazione di fioriture di AFA poiché il cianobatterio possiede la capacità di fissare l’azoto direttamente dall’aria e convertirlo in forme biodisponibili, come nitrati o nitriti (21). Questa capacità ne favorisce la crescita rispetto ad altri organismi, che non possono (vedi sotto), permettendogli di dominare completamente il lago in condizioni di basso azoto (22).

Tuttavia, la fissazione dell’azoto è costosa, da un punto di vista energetico, e la biodisponibilità di nitrati/nitriti/ammoniaca ne aumenta sicuramente il tasso di crescita complessivo (23). Quest’ultimo nutriente, il fosforo, è molto probabilmente il fattore determinante alla base della quantità e della frequenza delle fioriture di AFA , poiché senza di esso non sarebbe in grado di crescere. Non sorprende che si verifichi un aumento dei livelli di azoto e fosforo in primavera, subito prima che l’AFA inizi a fiorire (17, 18).

Un’altra ragione fondamentale per la formazione delle fioriture AFA è che il lago Klamath riceve 300 giorni di sole all’anno, un fattore chiave per la crescita di un organismo fotosintetico (7). Gli AFA possiedono effettivamente la capacità di controllare la propria galleggiabilità e l’altezza all’interno della colonna d’acqua generando vescicole gorgoglianti che gli permettono di galleggiare su e giù (24). La conseguenza è che ogni cella è in grado di ottimizzare la quantità di luce necessaria.

Inoltre, il lago Klamath offre anche temperature ottimali per la crescita e il ciclo di vita dell’AFA. Durante la fioritura, la temperatura dell’acqua varia dai 18 ai 25 ° C (18). Studi di laboratorio hanno rilevato che le temperature ottimali di crescita dell’AFA variano tra 20-28 ° C , con un tasso di crescita più rapido osservato tra 25-28 ° C (25). Inoltre, gli akiniti dell’AFA sono in grado di sopravvivere nei sedimenti del lago durante l’inverno, che può vedere il lago Upper Klamath congelarsi (26).

CONTAMINAZIONE E TOSSICITÀ

La presenza di M. aeruginosa all’interno del lago ha avuto un forte impatto sull’attività di raccolta dell’AFA Klamath , soprattutto dopo che il governo dell’Oregon ha introdotto il limite di 1 μg di microcistine per grammo di cianobatteri (7).

Le microcistine sono potenti peptidi ciclici che, se consumati in quantità elevate, interrompono la sintesi proteica all’interno delle cellule epatiche, portando alla morte cellulare e, potenzialmente, all’insufficienza d’organo (27). Di conseguenza, le epidemie di microcistina del lago Klamath hanno innescato avvisi di sanità pubblica, mettendo in guardia contro il contatto e il consumo di acqua.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stabilito un valore guida suggerito per l’acqua potabile pari a 1 μg/L (28). Allo stesso modo, a causa della possibile contaminazione di queste tossine all’interno delle fioriture di AFA, il governo dell’Oregon ha imposto un limite incredibilmente severo di 1 μg/g di microcistine negli integratori Klamath AFA (29).

Di conseguenza, il controllo di qualità delle fioriture di AFA per la presenza di microcistina è diventato una preoccupazione importante. Ciò non solo ha indotto le aziende di raccolta a rinunciare a qualsiasi raccolto di AFA durante la presenza di M. aeruginosa, ma ha anche portato a testare la biomassa AFA con microcistina durante tutte le fasi di raccolta e lavorazione. Ciò ha aumentato i costi complessivi e qualsiasi test sulla biomassa superiore a 1 μg/g è, per la maggior parte, inutilizzabile (12).

Inoltre, la contaminazione da microcistina e la preoccupazione pubblica ad essa associata hanno avuto un impatto anche sulla reputazione dei prodotti a base di AFA . Diversi studi hanno infatti messo in dubbio la sicurezza degli integratori alimentari AFA, sulla base di questo requisito di 1 μg/g (30, 31). Tuttavia, esistono numerosi dati che dimostrano che la soglia imposta è sbagliata e dovrebbe essere rivista.

Il governo dell’Oregon ha deciso questo limite traducendo direttamente il limite dell’OMS (1 μg/L) di microcistina nell’acqua potabile nella biomassa Klamath AFA. Come sottolineato in un recente articolo, ci sono profondi difetti sia in questa decisione, sia nello standard dell’OMS (29). In primo luogo, il limite dell’OMS è troppo severo in quanto si basa sullo studio di Fawell et al. che ha esaminato la tossicità (danno epatico) delle microcistine purificate nei topi tramite somministrazione mediante sonda gastrica (32). La metodologia impiegata non è rappresentativa dell’esposizione umana nel mondo reale a queste cianotossine.

Inoltre, le microcistine purificate non si trovano in natura. Inoltre, il modello della sonda gastrica aggira la complessa interazione tra le microcistine e le barriere protettive del sistema digestivo (29). Mentre la sonda gastrica trasporta la tossina direttamente al tratto gastrointestinale, bypassa la disgregazione enzimatica e acida iniziale nello stomaco, sovrastimando potenzialmente la biodisponibilità e la successiva epatotossicità osservata in scenari reali, come quello delle fioriture naturali di cianobatteri (29).

Gli acidi dello stomaco e gli enzimi intestinali inattivano le tossine, riducendone quasi completamente la potenza (33). Sfortunatamente, la maggior parte degli studi sugli animali sulla tossicità della microcistina sono stati condotti attraverso la sonda gastrica o l’iniezione intraperitoneale e pochissimi studi riproducono la normale ingestione orale. Gli studi che confrontano la somministrazione orale e intraperitoneale di microcistine mostrano differenze sostanziali nella tossicità (32, 33).

Ad esempio, gli altri due studi presi in considerazione dal panel dell’OMS, entrambi condotti tramite normale ingestione, hanno generato, per un essere umano di 60 kg, un limite cronico di sicurezza rispettivamente di 45 μg /giorno e 8,4 μg/giorno (34 , 35). L’EPA, infatti, raccomanda, per il consumo di acqua, un limite di sicurezza di 8 μg/L (36).

Ciò richiede un’interpretazione cauta della ricerca correlata alla microcistina. Esagerare i rischi epatotossici basandosi esclusivamente su studi per via endovenosa potrebbe creare inutili paure nel pubblico e potenzialmente indirizzare in modo errato risorse preziose. È anche importante notare che è stato condotto un solo studio sugli animali per indagare la potenziale tossicità delle microcistine nella biomassa AFA Klamath: ai topi è stata somministrata una dieta di biomassa di cellule intere AFA contenente 333 μg/g di microcistine per una durata di sei mesi.

Valutazioni successive hanno rivelato condizioni di salute ottimali, compresa la salute del fegato. I ricercatori, dopo aver implementato tutte le soglie di sicurezza pertinenti, hanno dedotto che un’assunzione giornaliera di 10 μg/g di microcistine provenienti da integratori di cianobatteri AFA sarebbe considerata sicura per un individuo di peso di 60 kg (28). Infine , cosa importante, non è mai stata segnalata alcuna tossicità umana, anche se questa biomassa è stata consumata per decenni.

PROPRIETÀ NUTRACEUTICHE

In virtù del suo ambiente ecologico unico, la Klamath AFA raccolta in natura emerge come una fonte di cibo eccezionalmente densa di nutrienti, superando molti altri alimenti e supercibi in termini di assoluta ricchezza nutrizionale (12).

Il suo straordinario profilo nutrizionale comprende tutte le 14 vitamine essenziali, con elevate concentrazioni di caroteni pro-vitamina A, livelli sostanziali di vitamine del gruppo B, cruciali per la regolazione dell’omocisteina, e vitamina K, fondamentale per la salute delle ossa, il benessere dentale e la coagulazione del sangue (12 , 13). Klamath AFA si distingue per un contenuto minerale di 73 minerali e oligoelementi, tra cui notevoli quantità di ferro, fluoro naturale e vanadio, essenziali per il metabolismo dell’insulina e per contrastare la sindrome metabolica (12). Inoltre, costituisce una notevole fonte di acidi grassi Omega-3, con un’elevata quantità di acido alfa-linoleico (13). Vanta una vasta gamma di carotenoidi, tra cui importanti xantofille come luteina, cantaxantina e licopene (12). Recenti rivelazioni evidenziano la ricchezza di polifenoli di Klamath AFA, caratterizzato da un vasto e potente assortimento di molecole nutraceutiche, tra cui un’elevata quantità di clorofilla (12, 13, 37).

C-FICOCIANINA E FICOERITROCIANINA

Le eccezionali proprietà antinfiammatorie e antiossidanti associate agli integratori a base di AFA e cianobatteri derivano prevalentemente dalla complessa composizione di pigmenti, in particolare clorofilla, C-ficocianina (C-PC) e ficoeritrocianina (PEC) (38). Nonostante costituisca circa il 4% della biomassa totale dell’AFA e ne influenzi il gusto, la clorofilla si rivela utile nel ridurre l’infiammazione, favorire la perdita di peso e prevenire il cancro (12, 39). Nel regno dei cianobatteri, l’AFA , proprio come la Spirulina, comprende sia la C-ficocianina (C-PC) che l’alloficocianina (AP).

Sebbene uno studio del 2004 suggerisca che il contenuto di ficocianina degli AFA sia pari al 15% della biomassa totale, stime recenti propongono un intervallo compreso tra il 6 e il 10% (14). L’efficacia terapeutica delle C-PC è attribuita al loro cromoforo bioattivo, le ficocianobiline (PCB) (40) . Studi sugli animali dimostrano l’efficacia del C- PC nel ridurre l’edema in vivo indotto da fattori ossidanti e nell’inibire l’ossidazione dei lipidi epatici causata da sostanze chimiche epatotossiche (41). Essendo potenti agenti antinfiammatori, i C-PC inibiscono molecole come NO e, in particolare, COX-2, fungendo da inibitori selettivi della COX-2 senza gli effetti collaterali osservati nei comuni FANS (12, 42).

Il loro antagonismo reversibile sulle piastrine preserva la sopravvivenza delle piastrine (43). Inoltre, approfonditi studi in vitro convalidano il potenziale del C-PC nell’inibire la proliferazione delle cellule tumorali attraverso varie linee cellulari tumorali (44). Una revisione completa afferma il loro ruolo nel trattamento del cancro, influenzando l’arresto del ciclo cellulare, attivando percorsi apoptotici e modulando le molecole che promuovono e combattono il cancro (45, 46). I diversi effetti del C-PC si estendono al miglioramento cardiovascolare, alla guarigione delle ferite e al potenziamento immunitario, inclusa la normalizzazione dei livelli di colesterolo, l’inibizione dell’aggregazione piastrinica, i ruoli cardioprotettivi, l’attività fibrinolitica, la stimolazione del rilascio di fibroblasti per la guarigione delle ferite e il supporto del sistema immunitario (Fig. 7) (12, 43).

L’AFA, a differenza della Spirulina, esprime anche il pigmento ficoeritrocianina (PEC) che raccoglie la luce all’interno del suo ficobilisoma. PEC mostra un attacco cromoforico unico rispetto a C-PC, un cromoforo di ficoviolobilina (colore viola) invece di una ficocianobilina (colore blu) (47, 48). Più specificamente, sia C-PC che PEC sono entrambe proteine eterodimeriche costituite da monomeri costituiti da due subunità distinte, α e β. Ciascun monomero αβ lega tipicamente tre cromofori.

Nel caso di C-PC ogni monomero αβ lega tre ficocianobiline, mentre per PEC lega due ficocianobiline e una ficoviolobilina (47-49). È importante sottolineare che le esatte proprietà nutraceutiche della ficoviolobilina devono ancora essere studiate. Fondamentalmente, l’estratto di ficocianina Klamath AFA, noto come AphaMax®, combina sia C-PC che PEC, poiché la metodologia di estrazione industriale utilizzata non può distinguere tra i due a causa della loro somiglianza generale (42). Recenti ricerche hanno dimostrato che l’estratto di AFA-ficocianina, AphaMax®, mostra risposte antiossidanti e antinfiammatorie superiori rispetto ai C-PC della Spirulina, suggerendo potenzialmente che l’attività dell’AFA C-PC è potenziata dalla PEC (12, 14). Ad esempio, studi approfonditi in vitro sull’ossidazione dei lipidi mostrano la capacità di AphaMax® di ottenere un’inibizione del 50% della malonildialdeide (MDA), un sottoprodotto tardivo della perossidazione lipidica, con un dosaggio 75 volte inferiore rispetto ai PC della Spirulina (0,14 nM contro 11,35 μM ) e un’inibizione del 90% 200 volte inferiore (1 μM contro 200 μM) (14). In termini di infiammazione, uno studio in vitro inedito sull’attività dell’enzima COX- 2 inibizione, rivela che, ai dosaggi di assunzione umana (250 mg), AphaMax® inibisce l’attività della COX-2 del 65%, mentre la Spirulina C-PC del 40%. Nel complesso, esiste una chiara necessità di studiare le proprietà nutraceutiche della PEC per valutare meglio il potenziale impatto nutraceutico di AphaMax®.

Numerosi altri studi hanno inoltre evidenziato le proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e antitumorali di AphaMax® . AphaMax® ha il valore più alto di capacità di assorbimento dei radicali dell’ossigeno (ORAC) tra tutte le molecole purificate, circa 300 volte superiore anche a quello della quercetina e dell’epigallocatechina (14, 43).

Studi comparativi mostrano che mentre la quercetina, a 10 μM, riduce il danno eritrocitario causato dall’acido benzoico del 25%, AphaMax® a 100 nM produce una riduzione del 95% contro il cloruro di rame , un blando agente ossidante come l’acido benzoico (50). Inoltre, va notato che i test ORAC hanno una capacità limitata di valutare l’intero spettro degli antiossidanti. Tuttavia, uno studio in vivo sull’uomo ha dimostrato che la somministrazione di AphaMax® a lungo termine riduce significativamente i livelli di MDA, con una riduzione media del 37% entro 1-2 mesi (43).

In termini di cancro, uno studio che ha testato l’efficacia di AphaMax® nell’inibire le cellule tumorali della prostata e della tiroide, ha dimostrato la capacità dell’estratto AFA PC & PEC di inibire il 95% della crescita delle cellule tumorali con soli 100 nM (51). In confronto, la quercetina e l’acido gallico hanno inibito la proliferazione delle cellule di cancro al seno umano MCF-7 solo del 66% circa ad una concentrazione di 500 μM , una concentrazione circa 5000 volte superiore a quella di AphaMax® (52).

Allo stesso modo, alla stessa concentrazione di AFA (100nM), il cannabinoide JWH-33, noto per le sue potenti proprietà antitumorali, ha inibito la proliferazione delle cellule tumorali del polmone di circa il 75%, rispetto all’inibizione fino al 98% ottenuta da AphaMax®. Questa distinzione è significativa, poiché raggiungere livelli di inibizione più elevati è particolarmente impegnativo: JWH-33 raggiunge un tasso di inibizione paragonabile al 95-98% degli AFA-PC, ma richiede una concentrazione 1000 volte superiore – 100 μM (53). In termini di infiammazione, uno studio del 2006 ha studiato gli effetti di AphaMax® nei topi.

Nell’esperimento, un gruppo di topi ha ricevuto un’iniezione di capsaicina direttamente nello stomaco, provocando un marcato aumento dell’infiammazione, misurato mediante stravaso di Evans Blue. In un secondo gruppo, il pretrattamento con estratto di AFA-PC ha inibito significativamente l’infiammazione, con una riduzione di circa il 95%. Un ulteriore test che prevedeva l’iniezione di capsaicina nel tratto urinario ha prodotto un’inibizione superiore al 100% dell’infiammazione urinaria (54) (Fig. 3). Questo risultato dimostra non solo le potenti proprietà antinfiammatorie di AphaMax® ma anche la loro efficacia a livello sistemico dopo aver attraversato il tratto gastrointestinale (54).

AphaMax® ha dimostrato anche l’efficacia come agente terapeutico dermatologico in uno studio clinico condotto su soggetti umani (55). Questo studio ha incluso 10 pazienti con diagnosi di psoriasi a vari stadi, che in precedenza non avevano mostrato alcun miglioramento con trattamenti standard o biologici. Ai partecipanti sono state somministrate tre dosi di un prodotto AphaMax® al giorno per un periodo di tre mesi.

 La valutazione post-trattamento ha rivelato una remissione sostanziale nel 90% dei partecipanti (9 su 10), mentre il restante individuo ha mostrato un significativo miglioramento sintomatico (55). Inoltre, l’impatto farmacologico di AphaMax® è stato valutato in un modello sperimentale di colite indotta dall’acido 2,4-dinitrobenzensolfonico (DNBS) nei ratti (56). Sono stati somministrati dosaggi diversi di AphaMax® (20, 50 o 100 mg/kg/giorno). I risultati hanno indicato una notevole riduzione del danno istologico al colon .

Inoltre, si è verificata una diminuzione dell’attività della mieloperossidasi, un’inibizione dell’attivazione di NF-kB e una ridotta espressione dell’ossido nitrico sintasi inducibile e della COX-2. Questi cambiamenti suggeriscono un miglioramento della risposta immunitaria aberrante associata all’infiammazione del colon. Inoltre, il trattamento ha portato a una diminuzione dell’espressione delle interleuchine infiammatorie IL-1β e IL-6. Infine, AphaMax® ha mostrato proprietà antiossidanti, evidenziate da livelli ridotti di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e nitriti (56).

β-FENILETALAMMINA

Una caratteristica distintiva dell’AFA è la sua capacità di produrre il composto fenolico endogeno β-feniletalammina (PEA), distinguendolo da altre microalghe e cianobatteri. La PEA si distingue per il suo ruolo nella neurotrasmissione, unito a proprietà energizzanti, ansiolitiche, antidepressive e soppressori della fame (12).

Questo composto fenolico viene prodotto in particolare durante l’esercizio e le esperienze di “amore”. È un agonista di un recettore ampiamente diffuso nell’organismo, noto come recettore associato alle ammine in tracce (hTAAR) (57). Questo si trova nell’intestino, sulle cellule immunitarie e nelle sinapsi neuronali. La sua attivazione nel cervello, ad esempio, è associata al rilascio e all’inibizione della ricaptazione di amine biogene come norepinefrina, dopamina e serotonina.

Il conseguente aumento delle concentrazioni di catecolamine può portare a livelli elevati di endorfine, rendendo la PEA un antidolorifico naturale indiretto, e ad un aumento del testosterone, contribuendo ad aumentare la libido. In particolare, la PEA mostra effetti rapidi e profondi sulla chiarezza mentale e sulla prontezza senza effetti collaterali o tolleranza (57).

Tuttavia, la sfida sta nella rapida degradazione del PEA purificato una volta ingerito: è risaputo che le monoammine vengono rapidamente degradate dagli enzimi MAO-B già nell’intestino. Per questo motivo è stato sviluppato un estratto che concentra la PEA insieme a inibitori selettivi delle MAO-B, vale a dire AFA- ficocianine , aminoacidi simili alle micosporine (MAA) e fitocromo C.

Questo estratto è noto come Klamin® (58). Le tre molecole sono le più potenti tra tutte le sostanze naturali e soprattutto sono inibitori reversibili, bloccando l’attività MAO-B solo temporaneamente, senza quindi produrre effetti collaterali. Questa combinazione facilita l’assorbimento di una porzione significativa di PEA attraverso l’intestino e la barriera ematoencefalica (15).

La caratteristica cruciale della PEA risiede nella promozione della rigenerazione del tessuto cerebrale , poiché è in grado di stimolare la produzione di eritropoietina (EPO) e del suo recettore (EPOR). L’eritropoietina endogena (EPO) nel cervello agisce come un regolatore fondamentale delle cellule staminali neurali, che sono totipotenti e fondamentali per la generazione di tutti i tessuti neurali e dei neurotrasmettitori (59) .

Ciò posiziona l’EPO come un fattore cruciale nella potenziale riparazione e rigenerazione dei tessuti del cervello e del sistema nervoso. In particolare, i cambiamenti osservati si estendono oltre le semplici alterazioni funzionali nella dinamica dell’EPO. Esistono prove di cambiamenti strutturali del cervello, in particolare un aumento dei recettori dell’EPO (59). Questo aumento suggerisce non solo una modificazione funzionale ma anche una trasformazione fisica e una rigenerazione degli stessi tessuti cerebrali.

Tali risultati hanno implicazioni significative per una serie di condizioni neurodegenerative, tra cui la sclerosi multipla e la sclerosi laterale amiotrofica (SLA). L’aumento dell’attività dell’EPO e dell’espressione dei recettori potrebbero potenzialmente offrire nuove strade per interventi terapeutici volti a mitigare la progressione di queste malattie, sottolineando il ruolo dell’EPO nei meccanismi di riparazione e rigenerazione neurale (12).

Uno studio ha esaminato specificamente gli effetti di Klamin® sui livelli cerebrali di EPO (58). Due gruppi di topi, uno affetto da senescenza accelerata (AS) e uno no (A), sono stati valutati sulla capacità di apprendimento tramite il Morris Test. Dopo la somministrazione di Klamin® (100 mg/kg di peso corporeo), i topi AS sono stati in grado di completare il test 15 s più velocemente del normale, da 25 s a 10 s. Il gruppo normale di topi (A), invece, ha ridotto il tempo per completare il test di 4 s, da 9 s a soli 5 secondi (58). Successivamente è stato analizzato il cervello dei topi e sono stati riscontrati i seguenti risultati: a) una forte diminuzione dell’ossidazione cerebrale (meno MDA) e un aumento degli antiossidanti cerebrali (tioli); b) un forte aumento dell’eritropoietina cerebrale (EPO) (+500%), nonché dei recettori dell’EPO (+300%) (58) . Questa capacità di moderare e mobilizzare le cellule staminali è stata già riscontrata in uno studio di Jensen et al., dove è stato dimostrato che un estratto di AFA aumenta il rilascio di cellule staminali dal midollo osseo, innescando la mobilitazione delle cellule CD34+ CD133+ e CD34+ CD133− in vivo, associato alla riparazione del sistema nervoso centrale, del cuore e di altri tessuti (60).

L’estratto AFA PEA, grazie alla sua capacità di aumentare i livelli di catecolamine cerebrali, è stato studiato anche per il suo impatto sulla salute mentale, tra cui depressione, ansia, ADHD e autismo. La ricerca indica miglioramenti significativi nella depressione, nell’ansia, nell’autostima e nel benessere generale negli individui depressi, inclusa la post-menopausa e la depressione indotta dal cancro (12).

In uno studio condotto dal Dipartimento di Ginecologia dell’Ospedale Universitario di Modena in Italia, è stato condotto uno studio che ha coinvolto 40 donne in menopausa, divise in due gruppi: 20 hanno ricevuto Klamin® e 20 in un gruppo di controllo con placebo. Questi partecipanti sono stati selezionati in base alla manifestazione dei tipici sintomi psicosomatici associati alla menopausa (61). Al gruppo di intervento è stata somministrata una dose giornaliera di 1 grammo di Klamin® per una durata di due mesi. La valutazione post-trattamento utilizzando specifiche scale psichiatriche, vale a dire la scala Kellner-Sheffield e la scala di autovalutazione Zung, ha rivelato un miglioramento statisticamente significativo nei livelli di depressione, ansia e autostima tra le donne che hanno ricevuto Klamin® (61, 62).

Inoltre, Klamin® ha dimostrato di avere importanti effetti benefici sull’umore e sul benessere dei pazienti malati terminali. Presso il Centro Oncologico di Ovada (Italia), 18 malati terminali di cancro, in cura solo con cure palliative, hanno assunto circa 1 g di Klamin® per 2 mesi (63). Miglioramenti statisticamente significativi sono stati osservati nelle aree di ansia, stanchezza e depressione, confermando che Klamin® è in grado di riequilibrare anche stati apparentemente conflittuali come ansia e depressione e di sostenere la capacità dell’organismo di produrre energia (63).

Allo stesso modo Klamin® ha avuto un effetto positivo anche sui bambini con ADHD. Uno studio recente ha esaminato 30 bambini con diagnosi di ADHD e l’impatto associato della somministrazione di Klamin® a dosaggi compresi tra 0,25 e 1,20 g (a seconda del peso). I miglioramenti osservati sono stati notevoli e le aree interessate sono state le seguenti: 1) le condizioni generali del bambino; 2) i livelli di attenzione e iperattività; 3) nelle funzioni esecutive; 4) nella rapidità e precisione (64). I ricercatori hanno anche riscontrato miglioramenti significativi nel 25% dei bambini che presentavano anche sintomi autistici (63).

Inoltre, è stato dimostrato che Klamin® ha un impatto positivo sulle malattie neurodegenerative, molto probabilmente a causa del suo effetto sui livelli cerebrali di EPO (12). L’omeostasi della proliferazione delle cellule staminali neurali ha implicazioni per il miglioramento della memoria e la riduzione delle placche di beta-amiloide associate a malattie neurodegenerative , come l’Alzheimer. Un recente studio sull’Alzheimer di Nuzzo et al. ha dimostrato la capacità del Klamin® di prevenire l’accumulo della sostanza beta-amiloide, inattivandone la tossicità (65). In questo studio, abbiamo somministrato l’agente ossidante tert-butil idroperossido (TBH) nei mitocondri delle cellule neuronali vive.

Questo intervento ha comportato un marcato aumento della produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) all’interno delle cellule, rispetto al gruppo di controllo. Tuttavia, l’introduzione simultanea di 0,8 μg di Klamin® insieme a TBH ha inibito efficacemente la sovrapproduzione di ROS indotta da TBH nei mitocondri (65). Inoltre, lo studio ha esplorato le implicazioni di Klamin® nel contesto della malattia di Alzheimer, in particolare la sua interazione con la beta-amiloide, una sostanza strettamente associata alla patogenesi della malattia. Le colture neuronali umane sono state stimolate a produrre beta-amiloide ed è stato osservato l’effetto dell’aggiunta di Klamin®.

Sorprendentemente, la presenza di Klamin® ha portato ad una riduzione del 63% nella produzione di beta-amiloide rispetto al gruppo di controllo (65). Inoltre, gli aggregati di beta-amiloide che si formavano ancora in presenza di Klamin® erano di dimensioni significativamente più piccole e presentavano una sostanziale perdita di tossicità. Questo risultato è particolarmente significativo dato il ruolo degli aggregati beta-amiloide nella progressione della malattia di Alzheimer (65).

Il Klamin® é stato testato anche sull’obesità e sugli squilibri metabolici ad essa associati, che sono stati collegati a condizioni neurodegenerative, compreso il morbo di Alzheimer. Per indagare su questo collegamento, è stato condotto uno studio sui topi utilizzando KlamExtra ®, un nuovo prodotto che combina gli estratti Klamin® e AphaMax® (66). I topi sono stati divisi in tre gruppi: un gruppo è stato alimentato con una dieta standard (gruppo magro), un altro ha ricevuto una dieta ricca di grassi (HFD) e il terzo gruppo ha ricevuto una dieta ricca di grassi integrata con il prodotto AFA (HFD + AFA) per una durata di 28 settimane.

Lo studio si è concentrato su diversi aspetti chiave: parametri metabolici, resistenza all’insulina cerebrale, espressione di biomarcatori di apoptosi (morte cellulare), modulazione degli astrociti e marcatori di attivazione della microglia (componenti chiave dell’infiammazione cerebrale) e accumulo di placche di beta-amiloide, che sono caratteristici della malattia di Alzheimer (Fig. 6) (66). Questi fattori sono stati analizzati e confrontati nei cervelli dei diversi gruppi di topi. I risultati hanno indicato che il prodotto AFA, KlamExtra ®, ha mitigato gli effetti neurodegenerativi indotti dalla dieta ricca di grassi. Ciò includeva una riduzione della resistenza all’insulina e una diminuzione della perdita neuronale. Inoltre, è stato scoperto che l’integrazione di AFA migliora l’espressione delle proteine sinaptiche e riduce significativamente l’attivazione degli astrociti e della microglia, una risposta tipica allo stress indotto da una dieta ricca di grassi. Inoltre, anche l’accumulo di placche di beta-amiloide, spesso associato al morbo di Alzheimer, era ridotto nei topi trattati con l’integratore di AFA (66). Questi risultati suggeriscono che KlamExtra ® ha potenziali effetti terapeutici nell’affrontare la neurodegenerazione legata all’obesità e alle disfunzioni metaboliche.

Infine, verso l’inizio del secolo, fu dimostrato che la PEA possiede proprietà di potenziamento immunitario. nel loro studio del 2000, Jensen et al. hanno scoperto che il consumo di 1,5 g di biomassa AFA porta ad un ampio miglioramento della sorveglianza immunitaria, senza stimolare direttamente il sistema immunitario (67). Questo miglioramento è caratterizzato da un rapido aumento del movimento delle cellule immunitarie, come monociti e linfociti, dai tessuti corporei al flusso sanguigno.

Nello specifico, vi è una notevole mobilitazione di cellule T CD3+, CD4+, CD8+ e cellule B CD19+. In particolare, gli individui che consumano regolarmente biomassa AFA mostrano un aumento del 40% nel reclutamento delle cellule natural killer (NK) entro 4-6 ore dall’ingestione (67). Lo studio attribuisce questa modulazione immunitaria a vari composti a basso peso molecolare presenti nei cianobatteri AFA, tra cui probabilmente la PEA è un contributore chiave.

La PEA agisce come un agonista del TAAR, che si trova sui monociti, sulle cellule B, sulle cellule T e sulle cellule NK. Si ritiene che la stimolazione di queste cellule da parte della PEA sia un fattore cruciale nella loro mobilizzazione e nel conseguente miglioramento della sorveglianza immunitaria osservato in seguito all’ingestione di biomassa AFA (68).

CONCLUSIONE

Microalga Aphanizomenon flos-aquae, proveniente da Klamath Lake, Oregon, è un esempio di eccellenza nutrizionale e rilevanza industriale nel settore degli integratori sanitari. Questo cianobatterio raccolto in natura, che prospera nell’esclusivo ecosistema vulcanico del lago, vanta un ricco profilo nutrizionale, che va da un alto contenuto proteico, fino al 70%, a un’elevata concentrazione di PUFA Omega-3. Il valore nutraceutico dell’AFA è sintetizzato dai suoi estratti specializzati , AphaMax® e Klamin®. AphaMax® è arricchito con C-PC e PEC e conferisce notevoli benefici antinfiammatori, grazie alla sua capacità di inibire in modo reversibile l’enzima infiammatorio COX-2, oltre ad avere importanti proprietà antiossidanti, antitumorali e dermatologiche.

D’altra parte, Klamin®, contenente β-feniletilammina (PEA), ha mostrato un potenziale significativo nel miglioramento della salute mentale. È particolarmente efficace nell’alleviare i sintomi della depressione e dell’ansia, come dimostrato nelle donne in post-menopausa e nei pazienti affetti da cancro, grazie alla capacità della PEA di aumentare le concentrazioni di catecolamine cerebrali. Inoltre, i suoi risultati promettenti nella gestione dell’ADHD e il suo potenziale nel trattamento di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer sottolineano ulteriormente la sua versatilità terapeutica. In conclusione, l’AFA di Klamath Lake emerge come un concentrato di benefici per la salute, soprattutto attraverso i suoi estratti AphaMax® e Klamin®. Il suo impressionante profilo nutrizionale e le proprietà benefiche dei suoi estratti consolidano la sua posizione come componente inestimabile nel regno degli integratori alimentari.

Articolo redatto da:  Stefano Scoglio 1 & Gabriel Dylan Scoglio,  Centro di Ricerche Nutriterapiche, Urbino, Italia, 61029. Dipartimento di Biologia Strutturale e Molecolare, University College London, Gower Street, Londra, Regno Unito, WC1E 6BT.

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-Il diabete tocca milioni di persone, un vero flagello mondiale. Succede quando il nostro corpo non gestisce l’insulina come dovrebbe, facendo salire il glucosio nel sangue. Senza la giusta attenzione, questa condizione può intaccare organi cruciali come cuore e reni, e persino la nostra vista. In questo contesto, non mancano rimedi naturali che, insieme alle cure classiche, promuovono un trattamento più completo e armonico del diabete, adattandosi bene a chi cerca un approccio più integrato alla propria salute.

La ricerca ci insegna un trucco o due su come tener testa al diabete. Prodotti naturali come il ginseng americano, il cromo, la cannella e i funghi terapici  sembrano promettenti per regolare lo zucchero nel sangue. Se mescoliamo questi aiuti naturali con una dieta sana e un po’ di attività motoria, potremmo migliorare la nostra reazione all’insulina e mantenere stabile il glucosio.

Con il diabete che non dà tregua, i rimedi naturali aprono una finestra di speranza. Non solo potenziano i trattamenti di routine, ma abbracciano la natura per dare al nostro organismo quel qualcosa in più. Ricorda, l’armonia è tutto. Collaborare strettamente con i professionisti della salute è il segreto per trovare il modo migliore di vivere bene con il diabete.

Ci sono due tipi principali: il tipo 1 e il tipo 2. Il primo scatta improvviso e richiede insulina da subito. Il secondo, più comune, spesso nasce da una dieta sbagliata e scarsa attività fisica.

Il DIABETE MELLITO TIPO 1 è caratterizzato dalla distruzione delle cellule del pancreas che producono insulina (Beta-cellule) ed è causato da una problematica autoimmune (produzione di autoanticorpi diretti contro le β-cellule) o idiopatica (causa sconosciuta). Poiché vi è carenza assoluta di insulina la terapia farmacologica prevede la somministrazione di insulina esogena associata ad una dieta sana ed esercizio fisico.

Il DIABETE TIPO 2 invece, risulta da una complessa interazione tra il profilo genetico dell’individuo e molteplici fattori ambientali (eziopatogenesi multifattoriale) quali incremento ponderale, diete incongrue (es. eccessivo contenuto di grassi nella dieta che porta ad alterazioni lipidiche plasmatiche), inattività fisica. La terapia è non farmacologica (modifica abitudini alimentari e dell’attività fisica) ma in alcuni casi è opportuno ricorrere alla terapia farmacologica.

In assenza di sintomi tipici la diagnosi di diabete viene posta sulla base del riscontro, confermato in almeno due diverse occasioni, di diversi parametri:
1) Glicemia a digiuno > o = 126 mg/dl (dosaggio eseguito al mattino, dopo almeno 8h di digiuno);
2) Glicemia > o = 200 mg/dl 2h dopo carico orale di glucosio (eseguito con 75 g di glucosio);
3) Emoglobina glicata (HbA1c) > o = 6,5% (> o = 47,5 mmol/mol).

Se non lo gestiamo bene, il diabete può fare danni gravi. Può rovinare i vasi sanguigni e causare malattie cardiovascolari, problemi ai reni, alla vista, e disturbi ai nervi. Questo lo rende una delle principali cause di disabilità e morte nel mondo.

Gestirlo correttamente è vitale. Serve un approccio olistico che va oltre la medicina. Va implementata una dieta sana, esercizio fisico regolare, e monitoraggio costante dei livelli di zucchero. È altrettanto importante educarsi sulla propria condizione.

Il diabete tocca milioni di persone, un vero flagello mondiale. Succede quando il nostro corpo non gestisce l’insulina come dovrebbe, facendo salire il glucosio nel sangue. Senza la giusta attenzione, questa condizione può intaccare organi cruciali come cuore e reni, e persino la nostra vista. In questo contesto, non mancano rimedi naturali che, insieme alle cure classiche, promuovono un trattamento più completo e armonico del diabete, adattandosi bene a chi cerca un approccio più integrato alla propria salute.

I RIMEDI NATURALI NEL TRATTAMENTO DEL DIABETE

Il ruolo dei rimedi naturali nel controllo del diabete è diventato un argomento di crescente interesse sia per chi vive con questa condizione sia per i professionisti del settore sanitario. La ricerca suggerisce che alcuni supplementi naturali possono fornire vantaggi supplementari se usati in aggiunta ai trattamenti tradizionali. È tuttavia essenziale consultare un medico prima di aggiungere nuovi rimedi al proprio regime terapeutico.

Ginsengmagnesiocannellaaloe vera, CBD, Coprinus, Maitake, Agaricus e Cordyceps abbassano la glicemia elevata e  sono quindi utili sia quando la glicemia è elevata, sia nel diabete, e altri hanno mostrato potenziali effetti positivi nel migliorare il controllo della glicemia. Questi non sono sostituti dei farmaci prescritti ma possono servire come complementi per ottimizzare la gestione del diabete. Ad esempio, il ginseng americano è noto per la sua capacità di aumentare la sensibilità all’insulina, contribuendo così a regolare i livelli di glucosio nel sangue.

È fondamentale evidenziare che, sebbene alcuni studi mostrino benefici, il settore dei rimedi naturali necessita di ulteriori indagini per verificare l’efficacia e la sicurezza di questi metodi. Le Dietary Guidelines for Americans consigliano l’assunzione giornaliera di 22 a 34 grammi di fibre, rimarcando l’importanza di una dieta bilanciata nel controllo del diabete.

Integrare la propria dieta con alimenti ricchi di nutrienti essenziali, unitamente a un’adeguata attività fisica, costituisce la base per una gestione efficace del diabete. Alcuni minerali come il cromo e il magnesio hanno dimostrato di svolgere un ruolo chiave nel metabolismo dei carboidrati e dei grassi, essenziali per la risposta cellulare all’insulina.

Nonostante l’attrattiva dei rimedi naturali, è importante ricordare che non esistono soluzioni miracolose. La gestione del diabete è un percorso complesso che richiede un approccio olistico, includendo la supervisione medica, modifiche dello stile di vita e, quando necessario, l’uso di farmaci. L’obiettivo è mantenere i livelli di zucchero nel sangue entro intervalli salutari, prevenendo le complicanze a lungo termine e migliorando la qualità della vita.

GINSENG: UN ALLEATO CONTRO IL DIABETE

Il Ginseng è considerato un prezioso alleato nella lotta contro il diabete, grazie alla sua capacità di migliorare la sensibilità all’insulina e regolare i livelli di glucosio nel sangue. Questa radice, usata da secoli nella medicina tradizionale, sta guadagnando interesse anche nella comunità scientifica moderna per i suoi potenziali benefici nel controllo del diabete.

Il ginseng, in particolare quello americano (Panax quinquefolius), si distingue per la sua capacità di agire sul metabolismo glucidico. Studi hanno mostrato che può migliorare significativamente il controllo della glicemia, specialmente quando utilizzato insieme ai trattamenti convenzionali per il diabete. Questo effetto è attribuito alla presenza di ginsenosidi, i principi attivi del ginseng, che sembrano incrementare l’efficienza dell’insulina nel corpo.

La modalità d’uso del ginseng americano può variare, ma comunemente viene assunto sotto forma di supplemento. Le capsule di estratto standardizzato sono tra le forme più studiate e raccomandate, poiché offrono una concentrazione controllata di ginsenosidi. È importante, tuttavia, consultare un medico prima di iniziare l’assunzione di ginseng, specialmente se si stanno già assumendo farmaci per il diabete, per evitare il rischio di ipoglicemia.

Per quanto riguarda il dosaggio, non esiste una quantità universale raccomandata, in quanto può variare in base alle esigenze individuali e al tipo di estratto utilizzato. Tuttavia, studi clinici hanno spesso impiegato dosi giornaliere nell’ordine dai 200 a 400 mg di estratto di ginseng americano, dimostrando miglioramenti nei livelli di glucosio a digiuno e nella tolleranza al glucosio.

CROMO E MAGNESIO: MINERALI PER L’EQUILIBRIO GLICEMICO

Il Cromo e il Magnesio sono due minerali essenziali che giocano un ruolo cruciale nel mantenimento dell’equilibrio glicemico e nel controllo della glicemia, fattori fondamentali nella gestione del diabete. La loro importanza per la salute metabolica emerge con forza dalla ricerca scientifica, che ne ha esplorato gli effetti e le modalità d’uso per supportare le persone con diabete.

Il CROMO è un elemento traccia che interviene nel metabolismo dei carboidrati, facilitando l’azione dell’insulina e migliorando il controllo del glucosio nel sangue. La sua assunzione è particolarmente indicata per chi vive con il diabete di tipo 2, poiché può aiutare a ridurre la resistenza all’insulina. Gli studiosi hanno osservato come supplementi di cromo possano portare a una modesta diminuzione dei livelli di glucosio nel sangue in persone con diabete, suggerendo dosaggi che variano generalmente tra i 200 e i 600 microgrammi al giorno, a seconda delle esigenze individuali e della formulazione del supplemento.

Il MAGNESIO, d’altra parte, è coinvolto in più di 300 reazioni enzimatiche nel corpo, molte delle quali influenzano direttamente il metabolismo del glucosio e la sensibilità all’insulina. Un adeguato apporto di magnesio può contribuire a migliorare la funzione insulinica e a prevenire le fluttuazioni dei livelli di zucchero nel sangue. La ricerca indica che bassi livelli di magnesio sono spesso associati a un aumentato rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, evidenziando l’importanza di questo minerale nella dieta quotidiana. Il magnesio si trova in alimenti come verdure a foglia verdenocisemi e cereali integrali, ma può essere anche assunto tramite integratori, con dosaggi consigliati che variano in base all’età, al sesso e alle condizioni di salute.

Integrare la dieta con cromo e magnesio, quindi, può essere una strategia utile per chi cerca di migliorare il controllo della glicemia attraverso metodi naturali. Tuttavia, è essenziale procedere sotto la guida di un professionista sanitario per evitare interazioni con altri farmaci e per assicurarsi che l’integrazione sia appropriata e sicura.

CANNELLA: PIÙ DI UNA SPEZIA

La cannella è riconosciuta non solo per il suo aroma distintivo ma anche per i suoi benefici nel supporto del controllo della glicemia, rendendola un complemento interessante per chi gestisce il diabete. Questa spezia millenaria, apprezzata in tutto il mondo per le sue proprietà culinarie, nasconde virtù che vanno oltre la cucina.

La ricerca ha evidenziato come la cannella possa influenzare positivamente la sensibilità all’insulina e aiutare a moderare i livelli di glucosio nel sangue. Questi effetti sono particolarmente rilevanti per le persone con diabete di tipo 2, dove il corpo lotta per utilizzare l’insulina in modo efficace.

L’inserimento della cannella nella dieta quotidiana è semplice. Può essere aggiunta a bevande calde, spolverata su frutta e cereali, o utilizzata in varie ricette per arricchirne il sapore senza aggiungere zuccheri. La flessibilità di utilizzo della cannella permette di sfruttarne i benefici senza grandi sforzi o cambiamenti radicali alla dieta.

Nonostante le sue promettenti proprietà, è cruciale usare la cannella con moderazione. Esistono diverse varietà di cannella, e alcune possono contenere livelli significativi di cumarina, un composto che può essere nocivo se assunto in grandi quantità. La varietà di Ceylon è spesso consigliata per un uso più sicuro a lungo termine, grazie ai suoi bassi livelli di cumarina.

ALOE VERA: BENEFICI OLTRE LA PELLE

L’Aloe Vera è rinomata non solo per i suoi effetti benefici sulla pelle ma anche per le sue proprietà salutari interne, particolarmente per il controllo del diabete. Questa pianta succulenta, usata da millenni nella medicina tradizionale, offre un tesoro di vantaggi che vanno ben oltre il trattamento di scottature e ferite cutanee.

Recenti studi hanno iniziato a rivelare il potenziale dell’aloe vera nel migliorare la sensibilità all’insulina e abbassare i livelli di zucchero nel sangue nelle persone affette da diabete di tipo 2. Questi effetti sono attribuiti ai fitochimici presenti nel gel di aloe vera, che aiutano a migliorare l’efficacia dell’insulina prodotta dal corpo e a ridurre la glicemia.

L’utilizzo dell’aloe vera per il controllo del diabete può avvenire in diverse forme. Alcuni preferiscono consumare il gel direttamente dalla foglia della pianta, mentre altri optano per succhi o integratori che contengono estratto di aloe vera. È importante, però, assicurarsi della qualità e della purezza del prodotto scelto, poiché la presenza di aloina, un composto trovato nella corteccia esterna della foglia, può causare effetti collaterali se assunto in grandi quantità.

La dose ottimale di aloe vera non è ancora stata definita chiaramente, e varia in base alla forma del prodotto e alle condizioni individuali. Tuttavia, la ricerca suggerisce che dosi moderate possono fornire benefici senza causare effetti indesiderati significativi.  L’aloe vera rappresenta un’opzione naturale promettente per coloro che cercano di migliorare la gestione del loro diabete. Con le giuste precauzioni e sotto la guida di un professionista della salute, l’integrazione di questo antico rimedio nel controllo del diabete può offrire un supporto prezioso nel percorso verso il benessere.

I BENEFICI del CBD per il diabete di tipo 2

Il CBD, un composto della cannabis che non produce effetti psicoattivi, ha mostrato un potenziale significativo in questo ambito. Basandoci sui risultati di questo studio, il CBD sembra essere molto prezioso nel trattamento del diabete e delle sue complicazioni, essendo capace di migliorare il funzionamento delle cellule del pancreas, ridurre l’infiammazione in quest’organo e potenziare la resistenza all’insulina. Il CBD non solo offre un’azione di prevenzione per le complicanze del diabete ma si dimostra anche terapeuticamente valido per le complicanze già manifestate, migliorando la funzionalità degli organi colpiti. Tuttavia, è necessario condurre ulteriori ricerche per confermare la sicurezza e l’efficacia del CBD. È importante riconoscere che l’applicazione clinica del CBD nel trattamento del diabete e delle sue complicanze necessita di ulteriori approfondimenti.

Un altro studio pilota, randomizzato, in doppio cieco, e controllato con placebo, ha esaminato gli effetti del CBD e del THCV (tetraidrocannabivarina: cannabinoide minore presente nella cannabis, che contrasta l’attività del recettore CB1 attivando allo stesso tempo il recettore CB2.) sui parametri glicemici e lipidici in pazienti con diabete di tipo 2 non trattati con insulina. Nello specifico, questo studio ha coinvolto 62 soggetti randomizzati in cinque gruppi di trattamento:

  1. CBD (100 mg due volte al giorno).
  2. THCV (5 mg due volte al giorno).
  3. rapporto 1:1 di CBD e THCV (5 mg/5 mg, due volte al giorno).
  4. rapporto 20:1 di CBD e THCV (100 mg/5 mg, due volte al giorno).
  5. un placebo abbinato per 13 settimane.

I risultati hanno mostrato che, rispetto al placebo, il THCV ha significativamente diminuito la glicemia a digiuno e migliorato la funzione delle cellule beta pancreatiche, oltre ad aumentare i livelli di adiponectina e apolipoproteina A, sebbene il colesterolo HDL non sia stato influenzato. Al contrario, il CBD ha ridotto i livelli di resistina e aumentato quelli del peptide insulinotropico dipendente dal glucosio rispetto alla linea di base, ma non rispetto al placebo. Sia il CBD che il THCV sono stati ben tollerati.

Questi risultati suggeriscono che il THCV potrebbe rappresentare un nuovo agente terapeutico nel controllo glicemico in soggetti con diabete di tipo 2. Tuttavia, è importante notare che la ricerca è ancora in una fase preliminare e che ulteriori studi sono necessari per confermare questi risultati e per comprendere meglio il potenziale del CBD e del THCV nel trattamento del diabete di tipo 2.

Per approfondimenti, puoi consultare lo studio pubblicato su Diabetes Care e su PubMed :

MICOTERAPIA e DIABETE

Nell’area metabolica per molti funghi è stata descritta un’azione terapeutica sul controllo della glicemia, dell’ipercolesterolemia, dell’ipertrigliceridemia, dell’ipertensione e del diabete 2. Tali effetti sono stati correlati alla presenza di fibre e polisaccaridi (beta-glucani), ma nel tempo gli studi scientifici hanno dimostrato un’azione ben più profonda e articolata orientata al recupero della salute effettuata da numerose altre molecole bioattive in essi contenute. Per molti funghi è stata infatti dimostrata azione antitumorale, antivirale, antitrombotica, anti-ipertensiva, di controllo della glicemia, di miglioramento della memoria e della concentrazione e anti-aging.

Tra i funghi più studiati per la sindrome metabolica e il diabete 2 vi sono la Grifola frondosa o Maitake e il Coprinus comatus, ma si sono dimostrati molto utili anche l’Agaricus blazei Murrill, il Ganoderma lucidum (Reishi), l’Auricularia auricula judae e il Cordyceps sinensis.

La GRIFOLA FRONDOSA (MAITAKE) è chiamato anche il fungo del metabolismo. Oltre all’elevata quantità di beta-glucani, ha dimostrata attività anti-amilasica e anti-glucosidasica, la più potente tra tutti i funghi ad oggi studiati, che permette un elevato controllo dell’iperglicemia. In pratica inibisce la funzione di enzimi, come l’alfa-glucosidasi, che sono deputati al processo di digestione e utilizzazione dei caboidrati nell’intestino, riducendo l’iperglicemia post-prandiale (9,10).

Inoltre sono ampiamente dimostrati in letteratura i suoi effetti di miglioramento della sensibilità insulinica e di riduzione della resistenza insulinica periferica, di regolazione dei livelli di glicemia, di emoglobina glicata, dei grassi nel sangue e di tutta una serie di parametri metabolici che possono risultare alterati in questa condizione clinica; conseguentemente contribuisce al controllo del peso e delle sintomatologie associate al diabete 2 quali ad esempio l’ipertensione (11-15).

Il COPRINUS COMATUS è un fungo ricco in vanadio che è stato studiato in modelli di diabete sia di tipo 1 che di tipo 2. Il vanadio ha infatti attività revitalizzante delle cellule beta del pancreas deputate alla produzione di insulina, quindi la sua assunzione può essere di aiuto anche in presenza di diabete 1 (autoimmune). In ogni caso è risultato molto efficace nella riduzione della glicemia e dell’emoglobina glicata anche nel diabete di tipo 2. Da questo fungo è stata isolata una sostanza chiamata “comatina” con effetti ipoglicemizzanti, in grado di inibire la glicosilazione non enzimatica e di migliorare la sensibilità periferica all’insulina (16-19).

Il GANODERMA LUCIDUM (Reishi) è un fungo con storia millenaria di utilizzo in Cina, ed è conosciuto anche come fungo della longevità o dell’immortalità. La sua somministrazione migliora la gestione della glicemia nel topo e i suoi effetti, oltre che alla riduzione dell’assorbimento degli zuccheri a livello intestinale, sono stati attribuiti anche alla sua importante azione anti-infiammatoria e anti-ossidante. È stato dimostrato che facilità il rilascio di insulina da parte delle cellule pancreatiche e che migliora significativamente la sensibilità periferica all’insulina e riduce la glicazione proteica. Tali effetti dipendono molto anche dalla sua capacità di migliorare la composizione e l’attività della flora microbica intestinale (microbiota e microbioma). Una peculiarità importante del Ganoderma lucidum nella gestione del diabete 2 è la sua importante protezione cardiovascolare, soprattutto in considerazione del fatto che il rischio cardiovascolare nei soggetti affetti da diabete 2 è di 10 volte superiore rispetto a soggetti sani (20-24).

L’AURICULARIA AURICULA-JUDAE è un fungo gelatinoso a forma di orecchio (chiamato anche orecchio di Giuda) e di colore rosso scuro a volte quasi nero. È molto popolare in Cina dove viene usato per ridurre il “calore” del corpo, ossia l’infiammazione. Ha effetto ipoglicemizzante grazie alla grande quantità di fibre e mucillagini che contiene; contiene un elevato livello di melanina e polifenoli che gli conferiscono attività anti-ossidante e anti-infiammatoria che contribuiscono a migliorare la resistenza insulinica. È un fungo molto interessante anche per la sua funzione di protezione epatica, di fluidificazione della bile e di miglioramento delle funzioni intestinali. Nel diabete 2 la funzione epato-biliare è in genere compromessa e condiziona la salute dell’intestino; per questo motivo il sostegno con Auricularia potrebbe risultare particolarmente efficace. Come il Ganoderma inoltre, esercita un effetto protettivo sul sistema cardiovascolare con riduzione del rischio di aterosclerosi e di infarto e ictus (25-30).

Il CORDYCEPS SINENSIS è un fungo che cresce nell’altopiano Tibetano, tra i 3600 e i 5000 metri, parassita di un insetto (Hepialis armoricanus) che ha una lunga storia di utilizzo nella medicina tibetana. È uno dei funghi più interessanti per le sue articolate proprietà sulla salute. La sua efficacia è stata dimostrata anche nella gestione della sindrome metabolica e del diabete di tipo 2 dove migliora la gestione della glicemia e riduce efficacemente la glicazione proteica. Uno degli effetti più interessanti del Cordyceps, probabilmente correlato alla sua azione di riequilibrio ormonale, è la sua capacità di migliorare il rapporto massa magra/massa grassa che corrisponde ad un miglioramento del metabolismo e della salute. Ha azione antiossidante e anti-infiammatoria che contribuiscono a migliorare la sensibilità periferica all’insulina e ha dimostrato effetti protettivi a livello cardiovascolare, renale e neurologico. La sua azione ossigenante e antiossidante permettono di migliorare il metabolismo a livello cellulare riducendo anche il rischio di degenerazione oncologica (31-38).

L’AGARICUS BLAZEI MURRILL (ABM) è molto studiato per la sua attività di potenziamento immunitario e antitumorale. La sua assunzione nell’uomo è stata associata a riduzione della massa grassa, in particolare viscerale, a miglioramento dei rapporti dei lipidi nel sangue (colesterolo, HDL, trigliceridi) e ad un miglioramento della gestione della glicemia. La sua associazione con il Corpinus comatus migliora la sintomatologia associata al diabete 1. In numerosi studi è stata dimostrata la sua attività anti-iperglicemica, ipocolesterolemica e antisclerotica evidenziando un’attività antidiabetica generale con miglioramento della resistenza insulinica. Interessante la sua capacità di aumentare la concentrazione di adiponectina (sostanza chiamata anche “bruciagrassi”) che favorisce la perdita del grasso accumulato nell’area viscerale.

La sua azione è stata studiata anche insieme a farmaci antidiabetici con miglioramento della funzione e riduzione degli effetti collaterali (39-41).

Questa generale panoramica dell’azione dei funghi sul metabolismo e sulla prevenzione e gestione del diabete 2 permette di comprendere come essi agiscano in modo profondo e articolato. Ognuno di essi ha peculiarità che possono influire sulla scelta di quale fungo utilizzare in particolari condizioni e sintomatologie. È anche molto interessante notare che il loro utilizzo può essere effettuato in concomitanza con i farmaci con i quali non interferiscono, anzi, ne ottimizzano la funzione riducendone gli effetti collaterali.
Poiché la sindrome metabolica e il diabete di tipo 2 sono in crescita esponenziale e condizionano in modo importante la salute e la qualità della vita delle persone affette, può essere molto utile considerare l’utilizzo di questi “super-alimenti funzionali” soprattutto in prevenzione, per ridurre il rischio di sviluppo di tali patologie.

“Il ruolo e gli evidenti benefici dei funghi e dei loro polisaccaridi, oltre ad essere usati da millenni dall’Arte Medica, ultimamente hanno anche avuto innumerevoli conferme dagli studi scientifici. Però, nonostante non ci siano dubbi sui numerosi benefici apportati dai funghi medicinali, siamo ancora molto lontani dalla validazione clinica di questi importanti serbatoi di nutrienti. Nonostante tutti i dati noti sulle potenzialità dei funghi, il loro consumo a scopo medicinale è ancora ristretto ad un piccolissimo numero di medici.
C’è sicuramente bisogno di sensibilizzare la Comunità medica e non medica sul fatto che i funghi medicinali devono essere:
-coltivati in ambienti esenti da inquinanti,
-controllati nella loro purezza chimico-fisica,
-prescritti da medici competenti,
-consumati per lunghi periodi di tempo…
al fine di sfruttare al massimo il potenziale preventivo e curativo di questa preziosa risorsa naturale” (Dr. Roberto Gava in https://www.robertogava.it/

Attenzione però ad un particolare

Bisogna però fare molta attenzione alla sicurezza dei funghi in generale e dei funghi medicinali in particolare, perché questa dipende dalla fonte dei funghi, dal metodo di estrazione e dalla purezza dei loro polisaccaridi.

Alcuni funghi possono contenere composti nocivi, come i metalli pesanti e alcune micotossine che, se i funghi vengono consumati in grandi quantità, possono causare disturbi gastrointestinali, mal di testa, affaticamento e crampi muscolari (42), specialmente in soggetti con una debole funzionalità epatica.

Comunque, se gli integratori di funghi medicinali sono prodotti da una ditta seria, sono sicuramente ben tollerati e svolgono un ruolo positivo nel mantenimento e nel ripristino della nostra salute globale, ma anche nell’aumentare le nostre difese antivirali e antiossidanti, che oggi sono particolarmente fragili nella maggior parte dei soggetti, specie i bambini, gli anziani e le persone affette da una o più patologie croniche.

Visita le pagine dedicate del sito: Glicemia e  Micoterapia

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Fonti: https://stefaniacazzavillan.it/ e https://crystalweed.it/

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Dal 2019 Hifas da Terra è coinvolta in uno studio clinico sul tumore al seno. Si tratta di un progetto di collaborazione approvato dal comitato etico per valutare l’integrazione di MICO-MAMA 2.0 in 120 pazienti affette da tumore al seno.

  • Hifas da Terra (HdT), multinazionale leader nel settore biotecnologico nello sviluppo di prodotti naturali per la salute umana basati su funghi medicinali, sta valutando l’effetto del suo prodotto ‘Mico-Mama 2.0′ nelle pazienti affette da tumore al seno attraverso un nuovo studio clinico promosso dal “Instituto de Investigación Sanitaria Galicia Sur (IISGS)”. Lo studio, che si sta svolgendo presso il Complesso Ospedaliero Universitario di Vigo (CHUVI), facente parte dell’Area Sanitaria di Vigo e sede dell’IIS Galicia Sur, è stato presentato in un evento presso l’ospedale stesso, con la partecipazione degli esperti che guidano il progetto.
  • Questo studio, parte del progetto collaborativo “Microinmunomama” guidato da HdT dal 2020, misurerà parametri e biomarcatori di immunità, tossicità, microbiota, attività antitumorale e qualità della vita in 120 pazienti affetti da tumore al seno. In questo modo, questo studio clinico oncologico rappresenta una pietra miliare nella ricerca sugli effetti dei funghi medicinali nella lotta contro il tumore al seno.
  • Questo studio, che fa parte del progetto “Microinmunomama” guidato da HdT in collaborazione con l’IIS Galicia Sur e il centro tecnologico Leitat, è stato selezionato e finanziato dal Ministero della Scienza e dell’Innovazione spagnolo attraverso il programma Retos colaboración. Microinmunomama è un ampio progetto di ricerca sulle applicazioni mediche dei funghi medicinali nel tumore al seno.

Nel suo impegno continuo per la ricerca di prodotti naturali per la salute umana, il Complesso Ospedaliero Universitario di Vigo (CHUVI) e Hifas da Terra (HdT) stanno guidando il primo studio clinico sull’utilizzo di estratti di funghi nel tumore al seno, che fa parte dell’ultima fase del progetto Microinmunomama in corso dal 2020. Si tratta di un progetto collaborativo, con la partecipazione dell’IIS Galicia Sur e del centro tecnologico Leitat come partner, che mira allo sviluppo di nuovi integratori alimentari capaci di modulare la risposta immunitaria e il microbiota intestinale, nonché allo studio dei loro benefici nel tumore al seno.

La principale ipotesi dello studio è che l’integrazione con Mico-Mama 2.0 possa migliorare la risposta immunitaria e modulare la composizione della microbiota intestinale nelle pazienti affette da cancro al seno.

Si tratta di uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, il cui obiettivo è valutare l’efficacia e i benefici per la salute del prodotto Mico-Mama 2.0 di Hifas da Terra nelle pazienti affette da tumore al seno. Mico-Mama 2.0 verrà somministrato dopo che il trattamento oncologico standard (chemioterapia e radioterapia) sarà terminato. Sarà condotta un’approfondita monitoraggio del microbiota intestinale e di vari parametri del sistema immunitario in queste pazienti. Lo studio recluterà tra 100 e 120 pazienti affette da cancro al seno di diversi sottotipi (luminale A, luminale B, triplo negativo, ecc.) e includerà la sorveglianza del microbiota intestinale tramite innovative piattaforme molecolari multi-omiche.

“Si tratta di un progetto che prevede diverse fasi, in cui uno dei principali indicatori che vogliamo misurare è il microbiota, studiando l’interazione tra chemioterapia, radioterapia e Mico-Mama con il microbiota, oltre ad altri fattori come ad esempio i fattori di risposta immunitaria“, ha spiegato il Dr. Esteban Castelao durante la sua presentazione.

Si studierà l’impatto del prodotto naturale sviluppato da Hifas da Terra nel contesto del progetto sulla qualità della vita di queste pazienti. I risultati di questo rigoroso studio forniranno una base scientifica per la possibile applicazione di Mico-Mama 2.0 come parte dell’intervento nelle pazienti con tumore al seno.

Va notato che nella prima fase dello studio clinico si cerca di definire la relazione tra il microbioma e il tumore al seno, una relazione che potrebbe avere implicazioni nello sviluppo futuro di strumenti diagnostici e/o nell’implementazione e modulazione delle terapie. In questa fase parteciperanno circa 240 donne, tra cui 120 pazienti di recente diagnosi di tumore al seno in stadi I, II o III che stanno per ricevere trattamento medico oncologico e 120 donne senza tumore al seno.

MICO- MAMA 2.0

 

La scienza moderna ha riscoperto che i funghi medicinali possiedono diverse potenzialità terapeutiche, principalmente nelle aree di attività antitumorale, immunomodulante e antinfiammatoria. Riconoscendo le numerose qualità di questi funghi, Hifas da Terra ha impegnato le sue ricerche per affrontare uno dei principali problemi medici del nostro tempo, il tumore al seno..


Mico-Mama 2.0 è una formula avanzata sviluppata da Hifas da Terra, che presenta composti attivi immunomodulanti naturali come beta-glucani prebiotici, terpeni e probiotici, tra gli altri.

I componenti menzionati in precedenza sono correlati alle proprietà antitumorali dei funghi medicinali. Mico-Mama 2.0 fa parte della linea HdT Onco Care, il cui sviluppo è il risultato di molti anni di intensa ricerca scientifica condotta in collaborazione con istituzioni e organizzazioni riconosciute a livello nazionale e internazionale. Mico-Mama 2.0 contiene una formula unica sviluppata sulla base di questa conoscenza, con estratti standardizzati in composti bioattivi in formato liquido, il che favorisce una dosaggio preciso per il paziente. Ciascuna formulazione della linea è stata progettata secondo criteri scientifici e risultati sperimentali pubblicati da Hifas da Terra al fine di offrire il massimo beneficio per la salute a ciascun profilo di paziente oncologico.

TUMORE AL SENO, IMMUNITÀ E MICROBIOTA INTESTINALE

Si stima che una donna su otto svilupperà un tumore al seno in qualche momento della sua vita. Nel 2022, questo è stato il tumore più frequente in Italia, con 55.700 nuove diagnosi. Questo tipo di tumore, di solito, si manifesta tra i 35 e gli 80 anni, con la fascia d’età compresa tra i 45 e i 65 anni che presenta la più alta incidenza.

I miglioramenti nella diagnosi e nei trattamenti hanno aumentato la sopravvivenza delle pazienti. Tuttavia, il tumore al seno rimane, ancora oggi, la causa più frequente di mortalità tra le donne.

Le attuali modalità di trattamento del tumore al seno comprendono chirurgia, chemioterapia, radioterapia e immunoterapia. All’interno di questi trattamenti, il sistema immunitario svolge un ruolo cruciale nella risposta clinica del paziente. Qualsiasi agente in grado di migliorare la funzione immunitaria potrebbe svolgere un ruolo importante come adiuvante nel trattamento standard. Dopo la diagnosi, la maggior parte delle pazienti viene sottoposta a terapia antineoplastica ed è immunodepressa. Ad esempio, la mielosoppressione chemioterapica, cioè la riduzione dell’attività del midollo osseo associata alla chemioterapia, che porta il paziente a uno stato di immunodepressione e affaticamento, è uno degli effetti collaterali più gravi della chemioterapia. Spesso ciò interrompe il trattamento e richiede un ricovero prima che si possano ottenere effetti terapeutici completi. Diversi studi suggeriscono che ridurre la mielosoppressione potrebbe consentire una migliore risposta alla chemioterapia.

I benefici degli estratti di funghi medicinali, presenti in alcuni prodotti nutraceutici e che sono stati oggetto di diversi studi clinici condotti su pazienti oncologici, hanno dimostrato di contribuire a migliorare la qualità della vita di queste pazienti. Sebbene le prove siano ancora limitate in pazienti europei e siano necessari ulteriori studi, i dati provenienti da numerosi studi clinici (meta-analisi) indicano benefici derivanti da specifici estratti di funghi medicinali in pazienti oncologici (Banco dati Cochrane), sottoposti o no a chemioterapia.

Inoltre, l’immunità è strettamente legata allo stato del microbiota intestinale. Alcuni studi hanno dimostrato che il microbiota delle donne affette da tumore al seno è diverso da quello delle donne in buona salute, suggerendo che alcune tipologie batteriche potrebbero essere associate allo sviluppo del tumore e a differenti risposte ai trattamenti come la chemioterapia. Ricerche recenti suggeriscono quindi che le alterazioni del microbiota potrebbero costituire un nuovo fattore di rischio nella comparsa e nella progressione del tumore al seno. Pertanto, il ruolo del microbiota intestinale sta guadagnando sempre più importanza in campo oncologico e gli effetti positivi derivanti dalla sua eventuale modulazione sono ancora sconosciuti.

Negli ultimi anni, è stato scoperto che il microbiota intestinale può essere influenzato da composti con attività prebiotiche, tra cui quelli derivanti da alcune specie di funghi medicinali.

Basandosi su questa premessa, il progetto “Microinmunomama” è stato concepito come lo sviluppo e la validazione funzionale di un nuovo nutraceutico chiamato Mico-Mama 2.0, formulato con estratti di funghi medicinali, con il potenziale per influenzare il microbiota intestinale e stimolare la risposta immunitaria, migliorando così l’evoluzione e il recupero delle pazienti affette da tumore al seno.

HIFAS DA TERRA, LA RICERCA COME PILASTRO DELL’AZIENDA

I funghi medicinali sono straordinarie fonti di sostanze con effetti positivi sulla salute umana. Una singola specie può contenere centinaia di sostanze bioattive. Secondo la scienza, i funghi medicinali hanno diverse attività come antitumorali, immunomodulanti, antinfiammatori, antiossidanti, antivirali, antibatterici, antiparassitari, epatoprotettori o antidiabetici. Queste proprietà li hanno resi adattabili all’ambiente in cui si trovano, superando qualsiasi avversità senza la necessità di spostarsi.

Catalina Fernández de Ana Portela è la responsabile del successo dell’azienda, Hifas da Terra, della quale è fondatrice e presidente. Applica competenze basate su oltre 25 anni di esperienza, con un team di esperti di rilevanza internazionale. Per comprendere l’origine dell’azienda, bisogna tornare al 1998, l’anno della sua fondazione. Hifas da Terra è un’azienda biotecnologica focalizzata sulla ricerca e l’innovazione, con un alto grado di specializzazione nello sviluppo di prodotti nutraceutici a base di funghi medicinali. L’obiettivo della ricerca condotta dall’azienda è lo sviluppo di prodotti naturali per il mantenimento e il miglioramento della salute umana come trattamenti adiuvanti o preventivi.

L’impegno di Hifas da Terra per la salute e il benessere dell’uomo si traduce nella ricerca e nell’innovazione per lo sviluppo di prodotti come i nutraceutici, i dispositivi medici e i farmaci di alta qualità con valore aggiunto per il trattamento integrato delle patologie.

Oltre a questo trial clinico sul tumore al seno nel contesto del progetto “Microinmunomama”, la biotecnologia è anche alla guida del progetto omologo chiamato “Micromarker”, in cui è stato avviato un altro studio clinico, promosso dalla Fundación Biomédica Galicia Sur (l’ente di gestione dell’IIS Galicia Sur), su 140 pazienti affetti da tumore del colon. Attualmente, le sue ricerche cliniche sono condotte anche in altri settori come le malattie gastrointestinali, immunitarie, muscolo-scheletriche e la salute mentale ed emotiva.

Fonte: hifasdaterra.it