Erbe officinali per la glicemia
La glicemia, cioè la concentrazione di glucosio presente nel sangue, è uno degli indicatori più importanti dell’equilibrio metabolico dell’organismo. Il mantenimento di valori glicemici adeguati dipende da numerosi fattori: alimentazione, attività fisica, peso corporeo, sensibilità all’insulina, funzionalità del pancreas, qualità del sonno e, quando necessario, terapia farmacologica.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha rivolto una crescente attenzione anche ad alcune piante officinali, funghi e sostanze naturali che potrebbero contribuire al mantenimento del normale metabolismo degli zuccheri.
Tra le sostanze più interessanti troviamo Aloe vera, berberina, Gelso bianco, Agaricus blazei, Moringa oleifera e foglie di fico.
Aloe vera e controllo della glicemia

L’Aloe vera è una delle piante maggiormente studiate per il possibile effetto sul metabolismo glucidico.
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2016 ha analizzato otto studi clinici randomizzati comprendenti complessivamente 470 partecipanti con prediabete o diabete di tipo 2.
Nei soggetti con diabete di tipo 2, l’assunzione di Aloe vera è stata associata a una possibile riduzione della glicemia a digiuno e a una riduzione statisticamente significativa dell’emoglobina glicata (HbA1c). Gli autori hanno tuttavia sottolineato l’elevata eterogeneità degli studi e la necessità di sperimentazioni cliniche più ampie e condotte utilizzando preparazioni standardizzate.
Un’altra meta-analisi, pubblicata nello stesso anno, ha preso in considerazione cinque studi randomizzati con 415 partecipanti. Rispetto ai gruppi di controllo, l’integrazione di Aloe vera è stata associata a riduzioni della glicemia a digiuno e dell’HbA1c, oltre che ad alcuni miglioramenti del profilo lipidico.
Questi risultati sono interessanti, ma non permettono di considerare l’Aloe vera una terapia per il diabete. Piuttosto, indicano una possibile attività metabolica che merita ulteriori approfondimenti.
Aloe arborescens: una distinzione importante
Accanto all’Aloe vera viene talvolta citata l’Aloe arborescens. In questo caso è però necessario distinguere attentamente la tradizione erboristica dalle evidenze cliniche. Gli studi specifici sull’Aloe arborescens e sul controllo della glicemia sono infatti molto più limitati rispetto a quelli disponibili per l’Aloe vera.
Non è quindi corretto trasferire automaticamente all’Aloe arborescens i risultati ottenuti negli studi sull’Aloe vera.
Questa distinzione è fondamentale in fitoterapia: specie botanicamente vicine non sono necessariamente equivalenti dal punto di vista della composizione e dell’attività biologica.
Berberina: un alcaloide studiato per il metabolismo glucidico

Tra le sostanze naturali che hanno suscitato maggiore interesse nella ricerca metabolica troviamo la berberina.
Si tratta di un alcaloide di colore giallo presente nelle radici, nei fusti, nelle foglie e nei frutti di diverse specie vegetali appartenenti alle famiglie delle Ranunculaceae, Berberidaceae, Menispermaceae, Papaveraceae e Rutaceae.
Una delle piante tradizionalmente più ricche di berberina è la Coptis chinensis, appartenente alla famiglia delle Ranunculaceae.
La berberina possiede una lunga storia di utilizzo nella medicina tradizionale ed è stata studiata per il possibile ruolo in diverse condizioni metaboliche, tra cui diabete di tipo 2, alterazioni del profilo lipidico, obesità e sindrome dell’ovaio policistico.
Il suo interesse scientifico deriva soprattutto dalla molteplicità dei meccanismi attraverso i quali potrebbe influenzare il metabolismo.
Come potrebbe agire la berberina?
Gli studi sperimentali e clinici hanno evidenziato diversi possibili meccanismi d’azione.
Tra quelli maggiormente studiati troviamo:
- il miglioramento della sensibilità all’insulina;
- la modulazione dell’attività dell’AMPK, una proteina coinvolta nella regolazione del metabolismo energetico;
- la possibile influenza sull’espressione dei recettori dell’insulina;
- la modulazione del microbiota intestinale;
- effetti sulle vie metaboliche coinvolte nella produzione e nell’utilizzo del glucosio;
- possibili attività antinfiammatorie e antiossidanti;
- una possibile influenza sui meccanismi ormonali intestinali coinvolti nel metabolismo glucidico.
È proprio questa pluralità di meccanismi a rendere la berberina particolarmente interessante nella ricerca sul metabolismo.
Berberina e diabete di tipo 2: cosa mostrano gli studi clinici
Una recente revisione sistematica e meta-analisi, pubblicata nel 2024, ha analizzato 50 studi clinici randomizzati per un totale di 4.150 partecipanti, valutando la berberina sia utilizzata da sola sia in associazione con farmaci ipoglicemizzanti.
La berberina utilizzata in monoterapia è risultata associata a riduzioni della glicemia a digiuno, della glicemia post-prandiale a due ore e di alcuni parametri lipidici. Quando è stata associata a farmaci ipoglicemizzanti, sono stati osservati miglioramenti anche dell’HbA1c, dell’insulina a digiuno e dell’indice HOMA-IR.
Nell’analisi della berberina in monoterapia sono state osservate, in particolare:
- riduzione della glicemia a digiuno (FPG);
- riduzione della glicemia post-prandiale a due ore;
- riduzione del colesterolo LDL;
- riduzione del colesterolo totale;
- riduzione dei trigliceridi.
Quando la berberina è stata utilizzata insieme a farmaci ipoglicemizzanti, la meta-analisi ha evidenziato una riduzione della glicemia a digiuno, della glicemia post-prandiale e dell’HbA1c.
Una precedente meta-analisi, comprendente 28 studi e 2.313 persone con diabete di tipo 2, aveva già osservato una riduzione della glicemia a digiuno, della glicemia post-prandiale e dell’HbA1c nei soggetti trattati con berberina rispetto ai controlli.
Berberina, insulina e resistenza insulinica
Uno degli aspetti più interessanti riguarda la possibile influenza della berberina sulla resistenza insulinica. L’insulino-resistenza è una condizione nella quale le cellule dell’organismo rispondono meno efficacemente all’insulina. Per compensare, il pancreas può aumentare la produzione di questo ormone, fino a quando questo meccanismo compensatorio non risulta più sufficiente.
Negli studi che hanno valutato la berberina in associazione ai farmaci ipoglicemizzanti sono stati osservati miglioramenti dell’insulina a digiuno e dell’indice HOMA-IR, parametro utilizzato per stimare la resistenza insulinica. Questo suggerisce che il possibile interesse della berberina non riguardi soltanto la quantità di glucosio nel sangue, ma anche alcuni dei meccanismi metabolici alla base delle alterazioni glicemiche.
Berberina e profilo lipidico
La glicemia non può essere considerata isolatamente. Diabete di tipo 2, insulino-resistenza, trigliceridi elevati e alterazioni del colesterolo possono infatti comparire contemporaneamente all’interno di un quadro metabolico più ampio.
La ricerca sulla berberina ha evidenziato anche possibili effetti favorevoli sul profilo lipidico, con riduzioni del colesterolo LDL, del colesterolo totale e dei trigliceridi in diversi studi. Per questo motivo la berberina è particolarmente interessante nell’ambito della ricerca sul benessere metabolico complessivo, e non soltanto sulla glicemia.
Sicurezza e interazioni
La berberina è generalmente risultata ben tollerata negli studi clinici, ma non deve essere considerata priva di effetti indesiderati o interazioni farmacologiche. I disturbi più frequentemente descritti riguardano l’apparato gastrointestinale e possono comprendere nausea, crampi addominali, diarrea o stitichezza.
Particolare attenzione è necessaria nelle persone che assumono farmaci, perché la berberina può interferire con alcuni sistemi coinvolti nel metabolismo e nel trasporto dei medicinali. Chi assume metformina, sulfoniluree, insulina o altri farmaci ipoglicemizzanti dovrebbe quindi consultare il medico prima di utilizzare integratori contenenti berberina.
Gelso bianco: la DNJ e il controllo del picco glicemico

Tra le piante più interessanti per il controllo della risposta glicemica dopo i pasti troviamo il Gelso bianco (Morus alba). Le foglie di questa pianta contengono diversi composti bioattivi, tra i quali spicca la 1-deossinojirimicina (DNJ).
L’interesse per la DNJ deriva soprattutto dalla sua capacità di interferire con alcuni enzimi coinvolti nella digestione dei carboidrati. Il possibile risultato è un rallentamento della digestione e dell’assorbimento di parte degli amidi e degli zuccheri, con una conseguente possibile attenuazione del picco glicemico post-prandiale.
Come agisce la DNJ?
La DNJ può inibire alcune alfa-glucosidasi intestinali, enzimi che partecipano alla trasformazione dei carboidrati complessi in zuccheri più semplici assorbibili. Il meccanismo ricorda, pur con importanti differenze, quello dei farmaci inibitori dell’alfa-glucosidasi come l’acarbosio.
L’interesse del Gelso bianco è quindi leggermente diverso da quello della berberina.
Mentre la berberina viene studiata per una possibile azione più ampia sul metabolismo glucidico e sull’insulino-resistenza, il gelso sembra particolarmente interessante per la modulazione della risposta glicemica dopo un pasto ricco di carboidrati.
Cosa dice la ricerca?
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2023 ha analizzato 12 studi clinici comprendenti 615 partecipanti.
L’integrazione con foglie di gelso o estratti di foglie di gelso è stata associata a riduzioni della glicemia a digiuno, dell’HbA1c e dell’insulina a digiuno, con risultati più evidenti in alcuni sottogruppi caratterizzati da alterazioni metaboliche preesistenti.
Una precedente revisione sistematica aveva invece evidenziato in particolare una riduzione della glicemia e dell’insulina post-prandiali, sottolineando però che le evidenze non erano ancora sufficienti per concludere che Morus alba rappresenti un trattamento efficace per abbassare la glicemia.
Questa distinzione è importante: il Gelso bianco è promettente, ma la ricerca non autorizza a considerarlo una terapia del diabete.
Quando può essere interessante il Gelso bianco?
Poiché il suo possibile effetto è legato alla digestione dei carboidrati, l’utilizzo in prossimità del pasto è quello maggiormente studiato. Questo non significa però che il Gelso possa “neutralizzare” pane, pasta, dolci o bevande zuccherate.
L’obiettivo dovrebbe essere eventualmente quello di attenuare la risposta glicemica, non quello di consentire un consumo illimitato di carboidrati.
Possibili effetti indesiderati
L’azione sulla digestione dei carboidrati può provocare, in alcune persone:
- gonfiore addominale;
- meteorismo;
- crampi;
- diarrea;
- nausea.
Particolare prudenza è necessaria nelle persone che assumono insulina, sulfoniluree o altri farmaci che riducono la glicemia.
L’associazione potrebbe infatti contribuire a una riduzione eccessiva della glicemia in alcuni soggetti.
Agaricus blazei e sensibilità all’insulina

Non soltanto le piante possono essere interessanti per il metabolismo glucidico. Anche alcuni funghi medicinali sono stati oggetto di ricerca.
Tra questi troviamo l’Agaricus blazei Murrill, fungo appartenente alla famiglia delle Agaricaceae.
Il suo interesse deriva soprattutto dalla presenza di beta-glucani e altri composti bioattivi studiati per le loro possibili proprietà immunomodulanti e metaboliche.
Particolarmente interessante è uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, condotto nel 2007 su persone con diabete di tipo 2 già in trattamento con metformina e gliclazide.
I 72 partecipanti sono stati assegnati a ricevere 1.500 mg al giorno di estratto di Agaricus blazei oppure placebo per 12 settimane. Al termine dello studio, il gruppo che aveva assunto l’estratto ha mostrato una riduzione significativa dell’indice HOMA-IR rispetto al gruppo placebo, insieme a un aumento dell’adiponectina. Il risultato è interessante, ma deve essere interpretato correttamente.
Il possibile interesse riguarda piuttosto il suo ruolo complementare nella ricerca sulla sensibilità insulinica.
Coprinus comatus: il fungo chiomato e il metabolismo glucidico
Dopo l’Agaricus blazei, un altro fungo che ha attirato l’attenzione della ricerca sul metabolismo degli zuccheri è il Coprinus comatus, conosciuto come Coprino chiomato o fungo inchiostro.
È un fungo commestibile appartenente alla famiglia delle Agaricaceae, caratterizzato dal tipico cappello bianco allungato ricoperto da piccole squame. Oltre al suo interesse alimentare, il Coprinus comatus è stato studiato per la presenza di polisaccaridi, proteine, fibre, minerali e diversi composti bioattivi.
Particolare attenzione è stata rivolta al suo possibile effetto sul metabolismo glucidico, soprattutto in relazione alla glicemia, alla tolleranza al glucosio e alla sensibilità insulinica.
È però importante distinguere fin dall’inizio ciò che è stato osservato in laboratorio e negli animali da ciò che è stato dimostrato nell’uomo. La maggior parte delle evidenze sul Coprinus e sulla glicemia è infatti ancora preclinica.
Coprinus comatus e glicemia: cosa mostrano gli studi

Uno dei filoni di ricerca più interessanti riguarda gli estratti di Coprinus comatus arricchiti in vanadio.
Il vanadio è un oligoelemento che, in determinate forme e condizioni sperimentali, può influenzare alcune vie coinvolte nel metabolismo del glucosio. Per questo motivo alcuni ricercatori hanno studiato la capacità del Coprinus di accumulare vanadio e l’eventuale effetto dell’associazione tra fungo e questo elemento.
In uno studio pubblicato nel Journal of Trace Elements in Medicine and Biology, un fungo fermentato di Coprinus comatus ricco di vanadio è stato somministrato a topi con iperglicemia indotta sperimentalmente.
Il trattamento ha determinato una riduzione della glicemia e dell’emoglobina glicata (HbA1c) negli animali iperglicemici. È stata inoltre osservata una riduzione dell’aumento della glicemia provocato dall’adrenalina e un miglioramento della tolleranza al glucosio.
Un successivo studio comparativo ha messo a confronto Coprinus comatus, Ganoderma lucidum e Grifola frondosa, tutti caratterizzati sperimentalmente da un elevato contenuto di vanadio.
Anche in questo caso il Coprinus comatus ricco di vanadio ha mostrato un’attività ipoglicemizzante nei topi con iperglicemia indotta dall’allossana, mentre negli altri due funghi l’effetto osservato non era sovrapponibile.
Questi risultati sono interessanti perché suggeriscono che il Coprinus possa interagire con alcune vie del metabolismo glucidico.
Il ruolo del vanadio
Il particolare interesse per il Coprinus comatus è legato anche alla sua capacità di essere utilizzato come matrice biologica per l’accumulo di alcuni oligoelementi.
Uno studio ha confrontato l’attività ipoglicemizzante del vanadio in differenti forme assorbite dal Coprinus comatus. Nei modelli animali con iperglicemia sono state osservate riduzioni della glicemia e modificazioni favorevoli del profilo lipidico. Lo studio ha inoltre evidenziato differenze nella tossicità tra le diverse forme di vanadio utilizzate.
Questo punto merita particolare attenzione. Il fatto che il Coprinus ricco di vanadio abbia mostrato attività ipoglicemizzante in modelli sperimentali non significa che sia opportuno assumere autonomamente prodotti ad alto contenuto di vanadio. Il vanadio, infatti, non è un semplice “integratore per la glicemia” e quantità elevate possono avere effetti indesiderati. Per questo motivo non è corretto utilizzare i risultati di questi studi per suggerire un’integrazione indiscriminata di vanadio.
Coprinus comatus e sensibilità insulinica
Un altro aspetto interessante riguarda la possibile influenza del fungo sulla resistenza insulinica. La resistenza insulinica rappresenta uno dei principali meccanismi alla base del diabete di tipo 2 e delle alterazioni metaboliche associate all’eccesso di peso. Gli studi sperimentali sul Coprinus hanno evidenziato possibili effetti sulle vie coinvolte nel metabolismo del glucosio e dell’insulina.
Una revisione pubblicata nel 2023 ha analizzato proprio il rapporto tra i componenti bioattivi di Coprinus comatus, il microbiota intestinale e i possibili meccanismi alla base dell’attività ipoglicemizzante. Gli autori sottolineano che il fungo contiene numerosi composti bioattivi e che il microbiota potrebbe rappresentare uno dei possibili collegamenti tra questi componenti e il metabolismo glucidico. Allo stesso tempo, la revisione evidenzia che non esiste ancora un consenso definitivo sul meccanismo ipoglicemizzante del Coprinus.
In sintesi
Il Coprinus comatus rappresenta uno dei funghi più interessanti nell’ambito della ricerca sul metabolismo glucidico.
Gli studi sperimentali hanno evidenziato effetti ipoglicemizzanti, possibili miglioramenti della tolleranza al glucosio e dell’emoglobina glicata e un’interessante interazione con alcune vie metaboliche. Particolare attenzione è stata rivolta ai polisaccaridi del fungo e ai preparati arricchiti in vanadio.
Il suo possibile ruolo va quindi interpretato, almeno allo stato attuale della ricerca, come supporto nutrizionale e oggetto di ricerca nell’ambito del metabolismo glucidico, sempre all’interno di uno stile di vita equilibrato e senza sostituire le terapie prescritte
Moringa oleifera e metabolismo degli zuccheri

La Moringa oleifera è una pianta originaria dell’Asia meridionale e oggi coltivata in diverse aree tropicali e subtropicali. Le foglie sono particolarmente interessanti dal punto di vista nutrizionale e contengono proteine, minerali, vitamine e numerosi composti fitochimici.
Alcuni studi hanno valutato anche il possibile effetto della Moringa sul metabolismo glucidico. La ricerca disponibile è tuttavia più limitata rispetto a quella relativa alla berberina o al gelso e comprende studi con preparazioni, dosaggi e popolazioni differenti.
Uno studio pubblicato nel 2016, “Blood sugar lowering effects of Moringa oleifera extracts on Normal and Hyperglycemic Patients”, ha coinvolto 50 soggetti, 25 normoglicemici e 25 iperglicemici. Ai partecipanti è stata somministrata una capsula contenente 500 mg di estratto di foglie di Moringa oleifera insieme alla normale colazione. La glicemia è stata misurata prima della colazione e due ore dopo. Nel gruppo normoglicemico si è osservato un incremento medio di 14,12 mg/dl, mentre nel gruppo iperglicemico è stata rilevata una diminuzione media di 17,96 mg/dl. Gli autori hanno quindi osservato un effetto ipoglicemizzante soprattutto nei soggetti iperglicemici.
Un altro studio, pubblicato nel 2012, “Effect of supplementation of drumstick (Moringa oleifera) and amaranth (Amaranthus tricolor) leaves powder on antioxidant profile and oxidative status among postmenopausal women”, ha coinvolto donne in postmenopausa. Il gruppo trattato con Moringa ha assunto 7 g di polvere di foglie al giorno per tre mesi. Al termine dello studio è stata osservata una riduzione del 13,5% della glicemia a digiuno, insieme a modificazioni favorevoli di alcuni marcatori dello stato antiossidante.
Un precedente studio condotto su 6 persone con diabete di tipo 2 ha valutato l’effetto dell’assunzione di 50 g di foglie fresche di Moringa cotte insieme a un pasto standard. È stata osservata una riduzione del 21% della glicemia post-prandiale a un’ora dall’inizio del pasto; a due ore la differenza non risultava più statisticamente significativa. Lo studio non ha inoltre evidenziato modificazioni della secrezione insulinica. Questo risultato è riportato nella letteratura scientifica come uno dei primi dati sull’uomo relativi all’effetto della Moringa sulla risposta glicemica post-prandiale.
Foglie di fico: Ficus carica e risposta glicemica

Tra le piante tradizionalmente utilizzate in ambito erboristico troviamo anche il fico comune (Ficus carica). Le foglie sono state oggetto di alcuni studi sul metabolismo degli zuccheri.
Un primo studio clinico, pubblicato su Diabetes Research and Clinical Practice, ha valutato l’effetto di un decotto di foglie di fico (Ficus carica) in pazienti con diabete di tipo 1. Lo studio, condotto con un disegno randomizzato crossover, ha osservato una significativa riduzione della glicemia post-prandiale durante il periodo di assunzione del decotto rispetto al tè di controllo. [12] Hypoglycemic action of an oral fig-leaf decoction in type-I diabetic patients.
Un ulteriore studio sperimentale ha analizzato l’effetto di un estratto delle foglie di Ficus carica in ratti con diabete di tipo 2. Dopo 28 giorni di trattamento, l’estratto ha determinato una significativa riduzione della glicemia, del colesterolo totale e dei trigliceridi, oltre a modificare positivamente alcuni parametri del metabolismo dei carboidrati. [13] Protective effects of Ficus carica leaves on glucose and lipids levels, carbohydrate metabolism enzymes and β-cells in type 2 diabetic rats.
Conclusioni
La ricerca scientifica mostra che alcune piante officinali, funghi e sostanze naturali possono avere un interessante ruolo di supporto nel metabolismo degli zuccheri. Le evidenze disponibili non sono però uniformi: alcune sostanze, come la berberina e il Gelso bianco, sono state studiate in un numero maggiore di studi clinici, mentre per altre, tra cui Moringa, Agaricus, Coprinus e foglie di fico, i dati sono ancora più preliminari o derivano in buona parte da studi sperimentali.
Nel complesso, questi risultati suggeriscono che alcune sostanze naturali possano contribuire a modulare la glicemia, la risposta glicemica dopo i pasti e alcuni aspetti della sensibilità insulinica e del metabolismo lipidico. Il loro possibile interesse va quindi considerato all’interno di un approccio più ampio al benessere metabolico, che comprende alimentazione equilibrata, attività fisica, controllo del peso e, quando necessario, terapia farmacologica.
È importante, infine, non confondere un possibile effetto di supporto sul metabolismo con una terapia del diabete. Le sostanze naturali non devono sostituire i farmaci prescritti e, soprattutto nelle persone che assumono farmaci ipoglicemizzanti, il loro utilizzo dovrebbe essere valutato con il proprio medico o professionista sanitario.
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