Come scegliere un buon probiotico per l’equilibrio della flora intestinale
Sappiamo che è importante una buona integrazione probiotico per l’equilibrio della flora intestinale, ma non sempre è facile trovare fermenti lattici in grado di svolgere un’azione realmente benefica. Quali sono dunque i criteri per una buona scelta?
Negli ultimi anni l’interesse per i probiotici è cresciuto sia dal punto di vista della ricerca sia da quello dei consumatori, con una maggiore attenzione che non riguarda soltanto i disturbi dell’apparato gastrointestinale, ma più in generale la promozione della salute e del benessere dell’individuo.
Quali sono, allora, le caratteristiche che un probiotico deve necessariamente avere per essere “di qualità” e comportare dunque reali benefici per la salute.
Primo criterio fondamentale per poter effettuare una scelta è conoscere le proprietà distintive dei probiotici e uniformare il linguaggio, poiché ancora troppa confusione persiste su termini quali probiotici, prebiotici, fermenti lattici.
Ricordiamo che prima di essere definiti “probiotici“-termine coniato molti anni fa, ma sulla cui definizione è stato raggiunto un consenso internazionale soltanto recentemente – a questi microrganismi ci si riferiva con il nome di“fermenti lattici”, che corrisponde all’anglosassone Lactic Acid Bacteria e che comprende tutti i batteri (come lattobacilli, bifidobatteri, streptococchi, lattococchi) che producono acido lattico a partire da vari substrati.
I loro effetti benefici sulla nostra salute furono ipotizzati già nel secolo scorso dal premio Nobel Elia Metchinkoff, durante i suoi studi presso l’Istituto Pasteur di Parigi, quando identificò il bacillo che impediva la putrefazione dei batteri intestinale e che chiamò Lactobacillus bulgaricus.
Tutt’ora, la stragrande maggioranza di ceppi probiotici utilizzati negli integratori alimentari appartiene ai quattro generi sopra menzionati all’interno dei quali, però, esistono migliaia di specie con migliaia di ceppi diversi ciascuno. È quindi necessario uniformare il nostro linguaggio a quello oggi stabilito e internazionalmente accettato, per non creare confusione nel consumatore.
Partiamo pertanto dalla definizione di “probiotico” (riferito a batteri e lieviti), riprendendo quella fornita nel 2001 da un gruppo di esperti di FAO (Food and Agriculture Organization, Organizzazione per il cibo e l’agricoltura) e OMS (Organizzazione mondiale della sanità) e adottata anche dal nostro Ministero della Salute:
«I probiotici sono microrganismi vivi e vitali che si dimostrano in grado, una volta ingeriti in adeguate quantità, di esercitare funzioni benefiche per l’organismo».
Sebbene, quindi, microrganismi vivi possano essere presenti in molti alimenti e integratori, solo i ceppi puntualmente caratterizzati e con un effetto scientificamente dimostrato sulla salute dovrebbero essere chiamati probiotici.
Più precisamente, secondo il Ministero della Salute italiano per poter essere considerato nella categoria probiotici, il microrganismo deve rispettare i seguenti criteri:
- il ceppo dev’essere “noto” ossia caratterizzato a livello tassonomico (fenotipo e genotipo)
- il ceppo deve essere depositato, ossia registrato in maniera univoca, presso un ente di “collezione” in modo da poter facilmente monitorare eventuali alterazioni di quello in commercio e garantire la sicurezza del prodotto
- la quantità di cellule vive presenti nel prodotto deve essere riportata in etichetta per ogni ceppo e deve essere garantita, con le modalità di conservazione suggerite, fino al termine della shelf-life tenendo conto anche di possibili alterazioni durante le fasi di stoccaggio
- il microrganismo deve superare indenne l’ambiente gastrico e duodenale e arrivare attivo e vitale a livello intestinale in quantità tale da poter esercitare gli effetti benefici
- il microrganismo deve essere in grado di aderire alla mucosa intestinale, moltiplicarsi e colonizzarla
- il microrganismo deve conferire un beneficio fisiologico modulando la composizione del microbiota intestinale
- il microrganismo non deve essere portatore di antibioticoresistenza acquisita e/o trasmissibile
- il microrganismo deve essere sicuro per l’impiego umano
I probiotici devono essere noti per genere, specie e ceppo e così devono essere designati, in accordo con le nomenclature tassonomiche internazionalmente riconosciute. Per esempio, Lactobacillus (genere) acidophilus (specie) CUL60 (ceppo), Lactobacillus casei LCR35 e così via. Tale classificazione tassonomica è requisito fondamentale per garantirne la sicurezza e l’efficacia.
È stato infatti dimostrato che ceppi diversi, anche appartenenti alla stessa specie, possono indurre effetti molto variabili, talvolta anche opposti. L’identificazione, univoca per ogni ceppo, è dunque necessaria quando questo venga utilizzato come integratore.
Nel caso dei probiotici, il microrganismo viene identificato sia a livello di specie sia di ceppo attraverso le tecniche fenotipiche e genotipiche;
- l’identificazione fenotipica permette di ottenere informazioni a livello di specie basate sulla determinazione del profilo fermentativo dei carboidrati, dell’attività enzimatica e della natura degli isomeri dell’acido lattico prodotti;
- l’identificazione genotipica, resasi possibile in tempi più recenti grazie all’avanzare delle tecnologie in campo genetico, ci permette di caratterizzare i microrganismi fino al livello di ceppo andando a studiare parti o l’intero DNA batterico.
Oggi, l‘identificazione tassonomica a livello di specie viene effettuata attraverso l’analisi della sequenza genomica completa (soprattutto mediante il sequenziamento del DNA codificante per il 16s rRNA) o mediante ibridazione degli acidi nucleici; la tipizzazione del ceppo può essere eseguita attraverso PGFE (Pulse Field Gel Electrophoresis).
Una volta identificato, ogni ceppo per poter essere utilizzato come probiotico dev’essere depositato, ossia registrato, in una delle apposite banche dati internazionale, chiamate“collezione“, in modo da garantirne la perfetta tracciabilità e monitorarne eventuali alterazioni, a garanzia della sicurezza del prodotto che lo contiene. Attraverso questa registrazione è possibile, inoltre, stilare una lista di specie (per lo più batteriche) considerate sicure e quindi che necessitano di passaggi di valutazione più snelli per un’eventuale commercializzazione.
Non esiste una quantità ottimale e uguale per tutti di probiotici vivi da somministrare: essa è estremamente variabile e funzione del risultato che si vuole ottenere, della disbiosi (alterazione del microbiota) da trattare e delle caratteristiche dell’individuo ricevente. In ogni caso, la quantità di microrganismi da assumere deve essere almeno pari al numero di cellule batteriche necessarie per colonizzare l’intestino, andando quindi a influenzare il microbiota residente. Le Linee Guida sui Probiotici e Prebiotici del Ministero della Salute Italiana (revisione maggio 2018) riportano:
«Sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, la quantità minima sufficiente per ottenere una temporanea colonizzazione dell’intestino da parte di un ceppo microbico è di almeno 109 cellule vive per giorno».
La porzione di prodotto raccomandata peril consumo giornaliero deve contenere, quindi, una quantità pari a 109 cellule vive per almeno uno dei ceppi presenti. Non soltanto, però, la quantità di cellule vive presenti nel prodotto deve essere riportata in etichetta per ogni ceppo, ma deve anche essere garantita fino al termine della shelf-life (periodo di tempo durante il quale il prodotto mantiene le sue caratteristiche qualitative nelle normali condizioni di conservazione e utilizzo indicate dal produttore), con una incertezza di 0,5 log, che tiene conto anche di possibili riduzioni del numero di cellule vive che si possono verificare, ad esempio, durante le fasi di stoccaggio. Tale quantità non è da considerarsi tassativa, ma una sua modifica, soprattutto se volta al ribasso, richiede una giustificazione scientifica solida per poter essere approvata.
La shelf-life, letteralmente “vita di scaffale” è quel periodo ditempo durante il quale un prodotto mantiene inalterate le sue caratteristiche chimico-fisiche, qualitative e sensoriali nelle normali condizioni di conservazione e utilizzo indicate dal produttore. Il termine si riferisce a tutti i beni deperibili come prodotti alimentari, medicinali o altre merci destinate a deteriorarsi o, comunque, a cambiare le loro caratteristiche nel tempo, ed è il periodo durante il quale un prodotto rimane adatto per l’uso previsto.
La data di scadenza, legata al calcolo della shelf-life, è il termine della durata di conservazione, dopo la quale il prodotto potrebbe non funzionare più come previsto.
La shelf-life è quindi il periodo di tempo in cui un prodotto può essere tenuto in un magazzino, negozio o in una casa prima di diventare inadatto alla vendita e/o al consumo.
Il calcolo della shelf-life deve tenere conto di molteplici fattori, tra i quali:
- le materie prime, che possono essere soggette a processi di deterioramento più o meno veloci
- i processi produttivi
- le condizioni tipicamente associate al trasporto, allo stoccaggio e alla vendita
- L’imballaggio, che può incidere in modo significativo sulla durata di conservazione
- le condizioni ditemperatura, umidità e luce a cui vengono esposti i prodotti prima di essere consumati
- i microrganismi che possono agire sul prodotto
CAPACITÀ DI ATTRAVERSARE INDENNI STOMACO E DUODENO
Uno dei requisiti fondamentali affinché un microrganismo possa essere introdotto come probiotico in alimenti o integratori alimentari è la capacità di attraversare il tratto gastrointestinale superiore senza subire danni e arrivare vivo e vitale a livello intestinale. Il pH estremamente acido dello stomaco (pH 1,5) rende difficile la sopravvivenza e la crescita della maggior parte dei microrganismi; soltanto alcuni, come per esempio il Bifidobacterium animalis subsp. lactis o il Lactococcus lactis subsp. lactis, presentano una buona tolleranza a valori bassi di pH, grazie a meccanismi di protezione che alcuni probiotici sono in grado di mettere in atto in condizioni avverse, come per esempio l’espulsione dei protoni attraverso specifiche pompe o la formazione di spore.
Quest’ultima ha dimostrato di essere una strategia molto utile nell’assicurare al probiotico la capacità di tollerare condizioni di forte acidità, permettendogli di arrivare indenne nell’intestino dove, entrando in contatto con adeguati nutrienti, in pochi minuti inizia il processo di re-idratazione e germinazione, con riattivazione del batterio “dormiente” che si ritrova vivo, vitale e in quantità adeguata nella sua sede di azione.
Anche la resistenza ai sali biliari è un aspetto importante da considerare quando si ricerca un probiotico di qualità. L’attività enzimatica esplicata dalle idrolasi specifiche (BSH, Bile Salt Hydrolase) non è infatti propria a tutti i microrganismi, ma è la sola che permette di resistere alla tossicità dei sali biliari nella forma coniugata, e perciò di sopravvivere nell’ambiente duodenale. Tra i batteri che mostrano questa proprietà troviamo quelli appartenenti ai generi Lactobacillus, Bacillus, Bifidobacterium ed Enterococcus.
I microrganismi presenti all’interno di alimenti e/o integratori alimentari devono, dunque, avere come caratteristica intrinseca quella di resistere agli acidi dello stomaco e ai sali biliari, capacità da dimostrare non soltanto in vitro, ma anche in vivo con studi, per esempio, di recovery fecale.
CAPACITÀ DI COLONIZZARE L’INTESTINO
Per mantenere l’eubiosi intestinale, il probiotico può mettere in atto diverse strategie, tra le quali l’adesione competitiva all’epitelio intestinale sfruttando gli stessi recettori dei patogeni o la produzione di composti inibitori (batteriocine o acidi organici) in grado di ostacolarne la proliferazione. Tuttavia, per poter garantire queste attività il probiotico deve possedere un’altra caratteristica fondamentale: la capacità di colonizzare l’intestino.
Uno dei principali meccanismi di colonizzazione batterica, che si è visto essere utilizzato anche dai batteri probiotici, è la produzione di un biofilm (comunità di microrganismi associate alla superficie incorporate in una matrice polimerica extracellulare), che si forma quando i batteri si adsorbono sulla superficie dell’intestino e proliferano. Questa strategia, che li protegge dall’azione di antibiotici e patogeni è, in generale, strettamente dipendente dalla specie e dal ceppo, e non sempre così efficace. Tra i più abili colonizzatori troviamo, in generale, alcuni ceppi di Lactobacillus e di Bifidobacterium.
CAPACITÀ DI APPORTARE UN BENEFICIO ALLA SALUTE DELL’OSPITE
Nonostante ci sia ancora molto da scoprire dal punto di vista funzionale, i dati oggi disponibili suggeriscono come, nel complesso, i probiotici possano apportare numerosiì benefici all’ospite agendo a diversi livelli. Da una meta-analisi condotta nel 2016 daSchaw e collaboratori si è visto, ad esempio, come i probiotici siano in grado di contribuire all’integrità della mucosa intestinale riducendo significativamente il rischio di enterocolite necrotizzante nei neonati.
Altre evidenze suggeriscono un loro ruolo positivo nel migliorare il metabolismo del glucosio e la risposta immunitaria, oltre che nel ridurre l’ipersensibilità viscerale. Questi dati sono da considerarsi preliminari in quanto oggetto di discussioni ancora aperte; ma gli studi sui probiotici, moltiplicatisi in questi ultimi anni, sembrerebbero confermare l’implicazione di determinati microrganismi in molteplici situazioni quali:
- diarrea da patogeni o virus
- costipazione
- infezioni da Helicobacter pylori
- patologia infiammatorie intestinali
- immunità mucosale
- allergie
- patologie cardiovascolari
- disturbi e infezioni del tratto urogenitale
- neoplasie
In aggiunta al profilo di sopravvivenza gastrica e di colonizzazione il probiotico, per poter essere utilizzato in prodotti per uso umano, dev’essere quindi analizzato anche in termini di reale efficacia.
Quali sono i migliori probiotici per l’intestino?
La scelta dei probiotici dipende da diversi fattori, tra cui la condizione di salute individuale, il motivo per cui si sta considerando l’uso dei probiotici e la risposta personale ai diversi ceppi di batteri. Non c’è un’unica risposta “migliore” che si applichi a tutti, poiché l’efficacia dei probiotici può variare da persona a persona.
Tuttavia, ci sono alcune specie e ceppi di batteri che sono comunemente studiati per i loro benefici sulla salute intestinale. Alcuni di essi includono:
- Lactobacillus acidophilus: questo ceppo è spesso presente nello yogurt e può aiutare a mantenere l’equilibrio nella flora intestinale. È stato studiato per i suoi potenziali benefici nella prevenzione della diarrea associata agli antibiotici.
- Bifidobacterium bifidum: questo ceppo è comune nell’intestino umano e può contribuire al mantenimento di un ambiente intestinale sano. Può essere utile nella gestione della diarrea e nella promozione di una flora batterica equilibrata.
- Lactobacillus rhamnosus: studi scientifici hanno suggerito che questo ceppo può essere utile nella prevenzione e nel trattamento di alcune condizioni digestive, come la sindrome dell’intestino irritabile (IBS).
- Saccharomyces boulardii: a differenza di molti altri probiotici, questo è un lievito anziché un batterio. È stato studiato per il suo ruolo nella prevenzione della diarrea associata agli antibiotici e nella gestione di infezioni intestinali.
- Bifidobacterium longum: questo ceppo può contribuire alla salute intestinale e potrebbe essere utile in condizioni come la colite ulcerosa.
Quando si sceglie un probiotico, è importante considerare la varietà di ceppi presenti nel prodotto, poiché diversi ceppi possono offrire benefici specifici. Inoltre, la concentrazione di batteri vivi (unità formanti colonie o UFC) nel prodotto è un altro aspetto da valutare.
Fonte: https://microbioma.it/
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