PFAS: rischi per la salute, acqua e ambiente
I PFAS, acronimo di sostanze per- e polifluoroalchiliche, sono una vasta famiglia di composti chimici sintetici utilizzati in numerosi settori industriali per le loro particolari proprietà: possono rendere i materiali resistenti all’acqua, ai grassi, alle macchie e alle alte temperature.
Sono stati impiegati nella produzione di tessuti impermeabili, rivestimenti antiaderenti, imballaggi alimentari, schiume antincendio e altri materiali di uso quotidiano. La loro diffusione ha contribuito alla presenza di queste sostanze nell’ambiente, con conseguenze che oggi sono oggetto di approfondimento da parte della comunità scientifica e delle autorità sanitarie.
I PFAS vengono spesso definiti «inquinanti eterni» perché molti di essi sono estremamente resistenti alla degradazione. Il legame carbonio-fluoro, particolarmente stabile, contribuisce alla loro persistenza e rende difficile rimuoverli dall’ambiente una volta che vi si sono diffusi.
Secondo l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), approfondimento sui PFAS, queste sostanze possono raggiungere le acque superficiali e sotterranee, i suoli e le catene alimentari. La loro distribuzione può estendersi anche molto lontano dalle fonti originarie di contaminazione.
PFAS nell’acqua potabile: i risultati dell’indagine italiana
La presenza dei PFAS nelle risorse idriche rappresenta uno dei temi più importanti nella valutazione dell’esposizione ambientale. L’acqua può essere contaminata da scarichi industriali, attività produttive, utilizzo di schiume antincendio e altre fonti di rilascio.
Un’indagine indipendente condotta da Greenpeace Italia nel settembre e ottobre 2024 ha analizzato 260 campioni di acqua potabile raccolti in 235 città italiane, monitorando 58 sostanze appartenenti alla famiglia dei PFAS.
I risultati, pubblicati nel gennaio 2025, hanno rilevato almeno un PFAS in 206 campioni, pari al 79% dei campioni analizzati. Tra le sostanze individuate figuravano PFOA, PFOS e TFA, quest’ultimo appartenente alla categoria dei composti a catena ultracorta.
L’indagine ha segnalato rilevamenti in diverse aree del Paese, comprese località del Veneto come Arzignano, Vicenza, Padova e Rovigo.
È importante precisare che si tratta di un’indagine indipendente su campioni selezionati e non di una misurazione esaustiva di tutta l’acqua distribuita in Italia. La percentuale del 79% descrive quindi i campioni analizzati, non la totalità degli acquedotti o delle persone esposte.
Per consultare i dati e approfondire i risultati, è possibile leggere il rapporto di Greenpeace Italia sulla contaminazione da PFAS nelle acque potabili.
Il ruolo del TFA
Tra le sostanze individuate nell’indagine italiana figura il TFA, o acido trifluoroacetico, un composto a catena ultracorta caratterizzato da elevata persistenza e mobilità nell’ambiente.
La sua presenza nelle risorse idriche sta attirando un interesse crescente perché il comportamento ambientale e gli effetti sulla salute di questa sostanza non sono ancora conosciuti in ogni loro aspetto.
La ricerca sul TFA è particolarmente importante anche perché i trattamenti convenzionali di potabilizzazione non sono necessariamente sufficienti a rimuovere efficacemente tutti i PFAS. L’efficacia dipende dalla sostanza considerata e dalla tecnologia utilizzata.
Come entriamo in contatto con i PFAS
L’esposizione può avvenire attraverso diverse vie e dipende dalle caratteristiche della sostanza, dalle concentrazioni presenti e dalla frequenza del contatto.
Acqua potabile
Il consumo di acqua contaminata può rappresentare una fonte di esposizione, soprattutto nelle aree interessate da contaminazioni persistenti. Per questo motivo sono importanti il monitoraggio delle risorse idriche e la disponibilità di informazioni aggiornate da parte dei gestori e delle autorità competenti.
Alimenti e imballaggi
I PFAS possono raggiungere gli alimenti attraverso l’ambiente, l’acqua utilizzata nella produzione e, in alcuni casi, i materiali a contatto con gli alimenti.
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) considera l’alimentazione una delle principali vie di esposizione della popolazione. Nel suo approfondimento sui PFAS negli alimenti, l’EFSA ha esaminato quattro PFAS — PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS — stabilendo nel 2020 una dose settimanale tollerabile di gruppo pari a 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo.
Questo valore è un riferimento tossicologico per la valutazione dell’esposizione combinata ai quattro composti considerati, non una soglia che consente di giudicare automaticamente sicura o pericolosa una singola porzione di alimento.
Prodotti di uso quotidiano
Alcuni PFAS sono stati impiegati per conferire proprietà idrorepellenti e oleorepellenti a tessuti, rivestimenti, imballaggi e altri prodotti. L’esposizione varia in funzione del composto, del prodotto e delle modalità d’uso.
Ridurre gli impieghi non necessari di sostanze persistenti e scegliere, quando disponibili, alternative adeguatamente documentate può contribuire a limitare il rilascio di questi composti nell’ambiente.

PFAS e salute umana: che cosa indicano gli studi
La ricerca scientifica ha associato l’esposizione ad alcuni PFAS a diversi effetti sulla salute. Le evidenze non sono identiche per tutte le sostanze: questa famiglia comprende migliaia di composti con proprietà e profili tossicologici differenti.
Gli studi epidemiologici e le valutazioni delle autorità sanitarie hanno approfondito in particolare:
- Sistema immunitario: alcune sostanze PFAS sono associate a una riduzione della risposta anticorpale alle vaccinazioni.
- Sistema endocrino e metabolismo: sono state osservate associazioni con alterazioni di alcuni parametri metabolici e ormonali.
- Colesterolo: l’esposizione ad alcuni PFAS è stata associata a concentrazioni più elevate di colesterolo nel sangue.
- Fegato: alcuni studi hanno rilevato associazioni con modificazioni di determinati indicatori della funzionalità epatica.
- Sviluppo e riproduzione: sono in corso valutazioni sugli effetti di alcuni composti durante la gravidanza e nelle prime fasi della vita.
- Cancro: le evidenze e le classificazioni dipendono dalla singola sostanza. PFOA e PFOS, per esempio, non devono essere considerati equivalenti sotto il profilo della classificazione del pericolo.
La valutazione del rischio tiene conto della quantità assorbita, della durata dell’esposizione, della sostanza coinvolta e della vulnerabilità individuale. La presenza di un PFAS in un campione ambientale, da sola, non dimostra che si svilupperà una patologia: è necessario valutare anche la concentrazione e l’esposizione complessiva.
Per approfondire gli aspetti tossicologici e le valutazioni europee, è possibile consultare la pagina dell’EFSA dedicata ai PFAS.
PFAS negli alimenti cotti: l’importanza dell’acqua utilizzata
Un aspetto interessante riguarda l’acqua impiegata per preparare e cuocere gli alimenti.
Se l’acqua contiene PFAS, una parte di questi composti può trasferirsi agli alimenti durante la cottura. Il fenomeno dipende dalla concentrazione iniziale nell’acqua, dalle caratteristiche della sostanza e dall’alimento considerato.
Pasta e riso, che assorbono acqua durante la cottura, possono presentare un trasferimento diverso rispetto ad alimenti che ne assorbono quantità inferiori.
I risultati di indagini sperimentali su questo tema devono tuttavia essere interpretati considerando le condizioni utilizzate, le concentrazioni iniziali e il numero di campioni analizzati. Non è corretto generalizzare automaticamente risultati ottenuti in condizioni di contaminazione elevata a tutte le situazioni domestiche.
Il tema conferma l’importanza della qualità dell’acqua potabile non soltanto per il consumo diretto, ma anche per la preparazione degli alimenti.
Come ridurre l’esposizione ai PFAS
La contaminazione da PFAS è un problema ambientale complesso, che richiede interventi sulle fonti di rilascio, controlli sulle acque e misure di prevenzione.
A livello individuale è possibile adottare alcune precauzioni ragionevoli:
- Informarsi sui risultati dei controlli dell’acqua potabile pubblicati dal proprio gestore e dalle autorità competenti.
- In caso di contaminazione documentata, seguire le indicazioni delle autorità sanitarie locali.
- Valutare sistemi di trattamento dell’acqua soltanto dopo aver verificato quali PFAS siano in grado di rimuovere e con quale efficacia.
- Preferire, quando possibile, prodotti per i quali il produttore documenti l’assenza delle sostanze di interesse, evitando di affidarsi esclusivamente a indicazioni generiche come «ecologico» o «naturale».
- Sostenere la riduzione delle emissioni industriali e una gestione più attenta delle sostanze chimiche persistenti.
Non tutti i filtri domestici sono ugualmente efficaci: alcune tecnologie possono ridurre determinati PFAS, mentre altre possono risultare poco efficaci per specifici composti. La scelta deve basarsi su dati tecnici verificabili e su una manutenzione adeguata.
Zeoliti e PFAS: il contributo della ricerca sui materiali adsorbenti
Tra le tecnologie studiate per il trattamento delle acque contaminate rientrano i materiali adsorbenti, capaci di trattenere determinate sostanze sulla propria superficie o all’interno della loro struttura porosa.
Le zeoliti sono materiali cristallini microporosi, naturali o sintetici, utilizzati in numerose applicazioni di filtrazione, scambio ionico e separazione. La loro struttura può essere modificata o selezionata in funzione delle caratteristiche delle sostanze da trattenere.
La ricerca scientifica sta esaminando anche il loro possibile impiego nel trattamento delle acque contenenti PFAS. Tuttavia, l’efficacia non è uguale per tutte le zeoliti né per tutti i composti: dimensioni molecolari, carica, proprietà superficiali e composizione del materiale possono influenzare il risultato.
Un approfondimento specifico è lo studio Exploring the adsorption of short and long chain PFAS to different zeolites using environmental samples, pubblicato nel 2023 sulla rivista Environmental Science: Water Research & Technology. La ricerca analizza l’adsorbimento di PFAS a catena corta e lunga su differenti zeoliti.
Un secondo riferimento è Zeolites for Sorption of PFAS from Water, pubblicato nel 2024 su Industrial & Engineering Chemistry Research, dedicato alla capacità di differenti zeoliti e setacci molecolari di trattenere PFAS dall’acqua.
Questi studi contribuiscono allo sviluppo di possibili tecnologie per il trattamento delle acque. È però importante distinguere tra adsorbimento dei PFAS in un sistema di depurazione ed eventuale eliminazione di queste sostanze dall’organismo umano: i risultati ottenuti nei filtri o in laboratorio non dimostrano che assumere zeolite per via orale possa rimuovere i PFAS dal sangue o dai tessuti.
Degradazione fungina: il micorisanamento dei PFAS
Il micorisanamento (mycoremediation) è una tecnica di biorisanamento che sfrutta le capacità metaboliche dei funghi per trasformare alcuni contaminanti ambientali. Grazie agli enzimi coinvolti nella degradazione della lignina e di altri composti organici complessi, diverse specie fungine sono state studiate per il trattamento di sostanze inquinanti, tra cui pesticidi, idrocarburi e policlorobifenili (PCB).
L’applicazione ai PFAS è un campo di ricerca più recente e ancora in fase di sviluppo, poiché i legami carbonio-fluoro che caratterizzano queste sostanze sono particolarmente resistenti alla degradazione.
Uno studio pubblicato nel 2014 ha esaminato la capacità del fungo lignivoro Phanerochaete chrysosporium di trasformare il 6:2 FTOH, un alcol fluorotelomerico utilizzato come precursore di altri composti perfluorurati. In condizioni di laboratorio, con l’aggiunta di specifici nutrienti, il fungo ha trasformato una parte del composto in diversi metaboliti, tra cui l’acido 5:3, che ha rappresentato il 32–43% della quantità iniziale dopo 28 giorni. Sono stati rilevati anche altri prodotti, tra cui PFHxA e altri acidi fluorurati.
Una successiva ricerca del 2018 ha confrontato differenti funghi e isolati fungini, tra cui Gloeophyllum trabeum e Trametes versicolor. Anche in questo caso è stata osservata la trasformazione del 6:2 FTOH in una miscela di prodotti, con risultati variabili a seconda della specie e delle condizioni sperimentali.
Questi risultati sono interessanti per lo sviluppo di future tecnologie di biorisanamento. Occorre però distinguere la trasformazione del composto iniziale dalla sua completa degradazione: alcuni metaboliti prodotti possono persistere nell’ambiente e richiedere ulteriori processi di trattamento. L’efficacia del micorisanamento su scala ambientale deve quindi essere ancora approfondita.
Regolamentazione e prospettive future
La riduzione dell’inquinamento da PFAS richiede interventi coordinati a livello industriale, normativo e ambientale. L’Unione europea ha già introdotto restrizioni per alcuni gruppi di queste sostanze e sta valutando ulteriori misure.
La pagina ufficiale dell’ECHA sulle restrizioni dei PFAS permette di seguire gli aggiornamenti normativi e il percorso di valutazione della proposta di restrizione più ampia.
L’obiettivo è ridurre le emissioni, prevenire nuove contaminazioni e favorire alternative più sicure, tenendo conto anche degli impieghi per i quali la sostituzione richiede ulteriori valutazioni tecniche.
Conclusioni: prevenzione, ricerca e consapevolezza
I PFAS rappresentano una sfida importante per la tutela dell’acqua, dell’ambiente e della salute pubblica. La loro persistenza rende necessario intervenire non soltanto sulla contaminazione già presente, ma anche sulle fonti che continuano a rilasciarli.
Monitoraggio delle acque, controlli sugli alimenti, ricerca su tecnologie di depurazione e regolamentazione degli impieghi sono strumenti fondamentali per ridurre l’esposizione nel tempo.
La conoscenza scientifica permette di affrontare il problema con maggiore consapevolezza, evitando sia di sottovalutare i rischi documentati sia di attribuire a singoli prodotti o trattamenti effetti che non sono stati dimostrati.
Informarsi attraverso fonti istituzionali e pubblicazioni scientifiche è un passo concreto per comprendere meglio la contaminazione da PFAS e le strategie disponibili per contrastarla.
Appendice – PFAS e metabolismo osseo: uno studio condotto in Veneto
Un ulteriore ambito di ricerca riguarda i possibili effetti dei PFAS sul metabolismo del calcio e sulla salute dello scheletro. Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Padova e dell’Ospedale di Vicenza, con il coinvolgimento di altri enti di ricerca e il sostegno del Consorzio per la Ricerca Sanitaria (CORIS) della Regione Veneto, ha approfondito la relazione tra esposizione ambientale ai PFAS, calcio nel sangue, vitamina D e paratormone.
La ricerca, pubblicata nel 2025 sulla rivista internazionale Chemosphere, ha coinvolto 1.174 adulti residenti in un’area del Veneto interessata da una contaminazione storica delle acque potabili: 655 uomini e 519 donne, di età compresa tra 20 e 69 anni.
I ricercatori hanno analizzato le concentrazioni ematiche di diverse sostanze PFAS e i livelli di calcio, 25-idrossi-vitamina D e paratormone (PTH). Tra i dodici PFAS esaminati, PFOA, PFOS e PFHxS sono risultati quantificabili in almeno il 90% dei campioni e sono stati selezionati per le analisi principali.
I risultati hanno evidenziato un’associazione positiva tra le concentrazioni di tutti e tre i PFAS e i livelli di calcio sierico. Al contrario, non è stata osservata un’associazione significativa tra i PFAS e il paratormone o la 25-idrossi-vitamina D, fatta eccezione per una specifica associazione tra PFOS e vitamina D trasformata in scala logaritmica.
Quale possibile relazione con la salute delle ossa?
Il calcio è un elemento fondamentale per la mineralizzazione e il mantenimento della struttura ossea. Nel corpo umano, lo scheletro rappresenta il principale deposito di calcio, che viene continuamente scambiato con il sangue attraverso processi regolati da diversi meccanismi fisiologici.
Gli autori ipotizzano che l’associazione osservata possa essere compatibile con un’interferenza dei PFAS nell’omeostasi del calcio e con un possibile coinvolgimento del metabolismo osseo. Tra i meccanismi da approfondire rientra il riassorbimento del tessuto osseo da parte degli osteoclasti, le cellule responsabili della degradazione della matrice ossea e del rilascio dei minerali.
Lo studio, tuttavia, è di tipo osservazionale trasversale: documenta un’associazione statistica, ma non dimostra da solo che i PFAS siano la causa diretta dell’aumento del calcio o di una riduzione della densità ossea nei partecipanti. Inoltre, non ha misurato direttamente la densità minerale ossea come esito principale. Saranno quindi necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi biologici coinvolti e verificare le possibili conseguenze cliniche nel lungo periodo.
Questa ricerca contribuisce ad ampliare le conoscenze sui possibili effetti dell’esposizione prolungata ai PFAS e sottolinea l’importanza di continuare a studiare non soltanto gli effetti già documentati, ma anche i meccanismi biologici attraverso cui queste sostanze persistenti potrebbero influenzare l’organismo.
Riferimenti
- Di Nisio A, De Toni L, Canova C, Berti M, Di Falco A, Zolin R, Bettega AM, Sabovic I, Ferlin A, Foresta C. Association of perfluoroalkyl substance (PFAS) on vitamin D biomarkers in a highly exposed population of the Veneto Region in Italy. Chemosphere. 2025;374:144230.
- Articolo scientifico completo e DOI
- Scheda bibliografica su PubMed
- Scheda della ricerca presso l’Università di Padova
Bibliografia
- Greenpeace Italia. La prima mappa della contaminazione da PFAS in Italia. 2025.
- European Food Safety Authority (EFSA). PFAS nei cibi: valutazione dei rischi e dose settimanale tollerabile. 2020.
- European Chemicals Agency (ECHA). Sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS).
- Exploring the adsorption of short and long chain PFAS to different zeolites using environmental samples. Environmental Science: Water Research & Technology. 2023.
- Zeolites for Sorption of PFAS from Water. Industrial & Engineering Chemistry Research. 2024.
- Per- and polyfluoroalkyl substances (PFAS). EFSA.
- CNR-IRSA – PFAS negli alimenti cotti in acqua contaminata
- Università di Ferrara – Ricerca di Maura Mancinelli sulle zeoliti
- Zhang Z, Sarkar D, Biswas JK, Datta R. Biodegradation of per- and polyfluoroalkyl substances (PFAS): A review. Bioresource Technology. 2022;344(Pt B):126223. Articolo scientifico – DOI | PubMed
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