Una selezione di prodotti a base di zeolite naturale pensati per supportare equilibrio, benessere e vitalità dell’organismo in modo naturale.

I PFAS, acronimo di sostanze per- e polifluoroalchiliche, sono una vasta famiglia di composti chimici sintetici utilizzati in numerosi settori industriali per le loro particolari proprietà: possono rendere i materiali resistenti all’acqua, ai grassi, alle macchie e alle alte temperature.

Sono stati impiegati nella produzione di tessuti impermeabili, rivestimenti antiaderenti, imballaggi alimentari, schiume antincendio e altri materiali di uso quotidiano. La loro diffusione ha contribuito alla presenza di queste sostanze nell’ambiente, con conseguenze che oggi sono oggetto di approfondimento da parte della comunità scientifica e delle autorità sanitarie.

I PFAS vengono spesso definiti «inquinanti eterni» perché molti di essi sono estremamente resistenti alla degradazione. Il legame carbonio-fluoro, particolarmente stabile, contribuisce alla loro persistenza e rende difficile rimuoverli dall’ambiente una volta che vi si sono diffusi.

Secondo l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), approfondimento sui PFAS, queste sostanze possono raggiungere le acque superficiali e sotterranee, i suoli e le catene alimentari. La loro distribuzione può estendersi anche molto lontano dalle fonti originarie di contaminazione.

PFAS nell’acqua potabile: i risultati dell’indagine italiana

La presenza dei PFAS nelle risorse idriche rappresenta uno dei temi più importanti nella valutazione dell’esposizione ambientale. L’acqua può essere contaminata da scarichi industriali, attività produttive, utilizzo di schiume antincendio e altre fonti di rilascio.

Un’indagine indipendente condotta da Greenpeace Italia nel settembre e ottobre 2024 ha analizzato 260 campioni di acqua potabile raccolti in 235 città italiane, monitorando 58 sostanze appartenenti alla famiglia dei PFAS.

I risultati, pubblicati nel gennaio 2025, hanno rilevato almeno un PFAS in 206 campioni, pari al 79% dei campioni analizzati. Tra le sostanze individuate figuravano PFOA, PFOS e TFA, quest’ultimo appartenente alla categoria dei composti a catena ultracorta.

L’indagine ha segnalato rilevamenti in diverse aree del Paese, comprese località del Veneto come Arzignano, Vicenza, Padova e Rovigo.

È importante precisare che si tratta di un’indagine indipendente su campioni selezionati e non di una misurazione esaustiva di tutta l’acqua distribuita in Italia. La percentuale del 79% descrive quindi i campioni analizzati, non la totalità degli acquedotti o delle persone esposte.

Per consultare i dati e approfondire i risultati, è possibile leggere il rapporto di Greenpeace Italia sulla contaminazione da PFAS nelle acque potabili.

Il ruolo del TFA

Tra le sostanze individuate nell’indagine italiana figura il TFA, o acido trifluoroacetico, un composto a catena ultracorta caratterizzato da elevata persistenza e mobilità nell’ambiente.

La sua presenza nelle risorse idriche sta attirando un interesse crescente perché il comportamento ambientale e gli effetti sulla salute di questa sostanza non sono ancora conosciuti in ogni loro aspetto.

La ricerca sul TFA è particolarmente importante anche perché i trattamenti convenzionali di potabilizzazione non sono necessariamente sufficienti a rimuovere efficacemente tutti i PFAS. L’efficacia dipende dalla sostanza considerata e dalla tecnologia utilizzata.

Come entriamo in contatto con i PFAS

L’esposizione può avvenire attraverso diverse vie e dipende dalle caratteristiche della sostanza, dalle concentrazioni presenti e dalla frequenza del contatto.

Acqua potabile

Il consumo di acqua contaminata può rappresentare una fonte di esposizione, soprattutto nelle aree interessate da contaminazioni persistenti. Per questo motivo sono importanti il monitoraggio delle risorse idriche e la disponibilità di informazioni aggiornate da parte dei gestori e delle autorità competenti.

Alimenti e imballaggi

I PFAS possono raggiungere gli alimenti attraverso l’ambiente, l’acqua utilizzata nella produzione e, in alcuni casi, i materiali a contatto con gli alimenti.

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) considera l’alimentazione una delle principali vie di esposizione della popolazione. Nel suo approfondimento sui PFAS negli alimenti, l’EFSA ha esaminato quattro PFAS — PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS — stabilendo nel 2020 una dose settimanale tollerabile di gruppo pari a 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo.

Questo valore è un riferimento tossicologico per la valutazione dell’esposizione combinata ai quattro composti considerati, non una soglia che consente di giudicare automaticamente sicura o pericolosa una singola porzione di alimento.

Prodotti di uso quotidiano

Alcuni PFAS sono stati impiegati per conferire proprietà idrorepellenti e oleorepellenti a tessuti, rivestimenti, imballaggi e altri prodotti. L’esposizione varia in funzione del composto, del prodotto e delle modalità d’uso.

Ridurre gli impieghi non necessari di sostanze persistenti e scegliere, quando disponibili, alternative adeguatamente documentate può contribuire a limitare il rilascio di questi composti nell’ambiente.

PFAS: rischi per la salute, acqua e ambiente

PFAS e salute umana: che cosa indicano gli studi

La ricerca scientifica ha associato l’esposizione ad alcuni PFAS a diversi effetti sulla salute. Le evidenze non sono identiche per tutte le sostanze: questa famiglia comprende migliaia di composti con proprietà e profili tossicologici differenti.

Gli studi epidemiologici e le valutazioni delle autorità sanitarie hanno approfondito in particolare:

  • Sistema immunitario: alcune sostanze PFAS sono associate a una riduzione della risposta anticorpale alle vaccinazioni.
  • Sistema endocrino e metabolismo: sono state osservate associazioni con alterazioni di alcuni parametri metabolici e ormonali.
  • Colesterolo: l’esposizione ad alcuni PFAS è stata associata a concentrazioni più elevate di colesterolo nel sangue.
  • Fegato: alcuni studi hanno rilevato associazioni con modificazioni di determinati indicatori della funzionalità epatica.
  • Sviluppo e riproduzione: sono in corso valutazioni sugli effetti di alcuni composti durante la gravidanza e nelle prime fasi della vita.
  • Cancro: le evidenze e le classificazioni dipendono dalla singola sostanza. PFOA e PFOS, per esempio, non devono essere considerati equivalenti sotto il profilo della classificazione del pericolo.

La valutazione del rischio tiene conto della quantità assorbita, della durata dell’esposizione, della sostanza coinvolta e della vulnerabilità individuale. La presenza di un PFAS in un campione ambientale, da sola, non dimostra che si svilupperà una patologia: è necessario valutare anche la concentrazione e l’esposizione complessiva.

Per approfondire gli aspetti tossicologici e le valutazioni europee, è possibile consultare la pagina dell’EFSA dedicata ai PFAS.

PFAS negli alimenti cotti: l’importanza dell’acqua utilizzata

Un aspetto interessante riguarda l’acqua impiegata per preparare e cuocere gli alimenti.

Se l’acqua contiene PFAS, una parte di questi composti può trasferirsi agli alimenti durante la cottura. Il fenomeno dipende dalla concentrazione iniziale nell’acqua, dalle caratteristiche della sostanza e dall’alimento considerato.

Pasta e riso, che assorbono acqua durante la cottura, possono presentare un trasferimento diverso rispetto ad alimenti che ne assorbono quantità inferiori.

I risultati di indagini sperimentali su questo tema devono tuttavia essere interpretati considerando le condizioni utilizzate, le concentrazioni iniziali e il numero di campioni analizzati. Non è corretto generalizzare automaticamente risultati ottenuti in condizioni di contaminazione elevata a tutte le situazioni domestiche.

Il tema conferma l’importanza della qualità dell’acqua potabile non soltanto per il consumo diretto, ma anche per la preparazione degli alimenti.

Come ridurre l’esposizione ai PFAS

La contaminazione da PFAS è un problema ambientale complesso, che richiede interventi sulle fonti di rilascio, controlli sulle acque e misure di prevenzione.

A livello individuale è possibile adottare alcune precauzioni ragionevoli:

  • Informarsi sui risultati dei controlli dell’acqua potabile pubblicati dal proprio gestore e dalle autorità competenti.
  • In caso di contaminazione documentata, seguire le indicazioni delle autorità sanitarie locali.
  • Valutare sistemi di trattamento dell’acqua soltanto dopo aver verificato quali PFAS siano in grado di rimuovere e con quale efficacia.
  • Preferire, quando possibile, prodotti per i quali il produttore documenti l’assenza delle sostanze di interesse, evitando di affidarsi esclusivamente a indicazioni generiche come «ecologico» o «naturale».
  • Sostenere la riduzione delle emissioni industriali e una gestione più attenta delle sostanze chimiche persistenti.

Non tutti i filtri domestici sono ugualmente efficaci: alcune tecnologie possono ridurre determinati PFAS, mentre altre possono risultare poco efficaci per specifici composti. La scelta deve basarsi su dati tecnici verificabili e su una manutenzione adeguata.

Zeoliti e PFAS: il contributo della ricerca sui materiali adsorbenti

Tra le tecnologie studiate per il trattamento delle acque contaminate rientrano i materiali adsorbenti, capaci di trattenere determinate sostanze sulla propria superficie o all’interno della loro struttura porosa.

Le zeoliti sono materiali cristallini microporosi, naturali o sintetici, utilizzati in numerose applicazioni di filtrazione, scambio ionico e separazione. La loro struttura può essere modificata o selezionata in funzione delle caratteristiche delle sostanze da trattenere.

La ricerca scientifica sta esaminando anche il loro possibile impiego nel trattamento delle acque contenenti PFAS. Tuttavia, l’efficacia non è uguale per tutte le zeoliti né per tutti i composti: dimensioni molecolari, carica, proprietà superficiali e composizione del materiale possono influenzare il risultato.

Un approfondimento specifico è lo studio Exploring the adsorption of short and long chain PFAS to different zeolites using environmental samples, pubblicato nel 2023 sulla rivista Environmental Science: Water Research & Technology. La ricerca analizza l’adsorbimento di PFAS a catena corta e lunga su differenti zeoliti.

Un secondo riferimento è Zeolites for Sorption of PFAS from Water, pubblicato nel 2024 su Industrial & Engineering Chemistry Research, dedicato alla capacità di differenti zeoliti e setacci molecolari di trattenere PFAS dall’acqua.

Questi studi contribuiscono allo sviluppo di possibili tecnologie per il trattamento delle acque. È però importante distinguere tra adsorbimento dei PFAS in un sistema di depurazione ed eventuale eliminazione di queste sostanze dall’organismo umano: i risultati ottenuti nei filtri o in laboratorio non dimostrano che assumere zeolite per via orale possa rimuovere i PFAS dal sangue o dai tessuti.

Degradazione fungina: il micorisanamento dei PFAS

Il micorisanamento (mycoremediation) è una tecnica di biorisanamento che sfrutta le capacità metaboliche dei funghi per trasformare alcuni contaminanti ambientali. Grazie agli enzimi coinvolti nella degradazione della lignina e di altri composti organici complessi, diverse specie fungine sono state studiate per il trattamento di sostanze inquinanti, tra cui pesticidi, idrocarburi e policlorobifenili (PCB).

L’applicazione ai PFAS è un campo di ricerca più recente e ancora in fase di sviluppo, poiché i legami carbonio-fluoro che caratterizzano queste sostanze sono particolarmente resistenti alla degradazione.

Uno studio pubblicato nel 2014 ha esaminato la capacità del fungo lignivoro Phanerochaete chrysosporium di trasformare il 6:2 FTOH, un alcol fluorotelomerico utilizzato come precursore di altri composti perfluorurati. In condizioni di laboratorio, con l’aggiunta di specifici nutrienti, il fungo ha trasformato una parte del composto in diversi metaboliti, tra cui l’acido 5:3, che ha rappresentato il 32–43% della quantità iniziale dopo 28 giorni. Sono stati rilevati anche altri prodotti, tra cui PFHxA e altri acidi fluorurati.

Una successiva ricerca del 2018 ha confrontato differenti funghi e isolati fungini, tra cui Gloeophyllum trabeum e Trametes versicolor. Anche in questo caso è stata osservata la trasformazione del 6:2 FTOH in una miscela di prodotti, con risultati variabili a seconda della specie e delle condizioni sperimentali.

Questi risultati sono interessanti per lo sviluppo di future tecnologie di biorisanamento. Occorre però distinguere la trasformazione del composto iniziale dalla sua completa degradazione: alcuni metaboliti prodotti possono persistere nell’ambiente e richiedere ulteriori processi di trattamento. L’efficacia del micorisanamento su scala ambientale deve quindi essere ancora approfondita.

Regolamentazione e prospettive future

La riduzione dell’inquinamento da PFAS richiede interventi coordinati a livello industriale, normativo e ambientale. L’Unione europea ha già introdotto restrizioni per alcuni gruppi di queste sostanze e sta valutando ulteriori misure.

La pagina ufficiale dell’ECHA sulle restrizioni dei PFAS permette di seguire gli aggiornamenti normativi e il percorso di valutazione della proposta di restrizione più ampia.

L’obiettivo è ridurre le emissioni, prevenire nuove contaminazioni e favorire alternative più sicure, tenendo conto anche degli impieghi per i quali la sostituzione richiede ulteriori valutazioni tecniche.

Conclusioni: prevenzione, ricerca e consapevolezza

I PFAS rappresentano una sfida importante per la tutela dell’acqua, dell’ambiente e della salute pubblica. La loro persistenza rende necessario intervenire non soltanto sulla contaminazione già presente, ma anche sulle fonti che continuano a rilasciarli.

Monitoraggio delle acque, controlli sugli alimenti, ricerca su tecnologie di depurazione e regolamentazione degli impieghi sono strumenti fondamentali per ridurre l’esposizione nel tempo.

La conoscenza scientifica permette di affrontare il problema con maggiore consapevolezza, evitando sia di sottovalutare i rischi documentati sia di attribuire a singoli prodotti o trattamenti effetti che non sono stati dimostrati.

Informarsi attraverso fonti istituzionali e pubblicazioni scientifiche è un passo concreto per comprendere meglio la contaminazione da PFAS e le strategie disponibili per contrastarla.

Appendice – PFAS e metabolismo osseo: uno studio condotto in Veneto

Un ulteriore ambito di ricerca riguarda i possibili effetti dei PFAS sul metabolismo del calcio e sulla salute dello scheletro. Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Padova e dell’Ospedale di Vicenza, con il coinvolgimento di altri enti di ricerca e il sostegno del Consorzio per la Ricerca Sanitaria (CORIS) della Regione Veneto, ha approfondito la relazione tra esposizione ambientale ai PFAS, calcio nel sangue, vitamina D e paratormone.

La ricerca, pubblicata nel 2025 sulla rivista internazionale Chemosphere, ha coinvolto 1.174 adulti residenti in un’area del Veneto interessata da una contaminazione storica delle acque potabili: 655 uomini e 519 donne, di età compresa tra 20 e 69 anni.

I ricercatori hanno analizzato le concentrazioni ematiche di diverse sostanze PFAS e i livelli di calcio, 25-idrossi-vitamina D e paratormone (PTH). Tra i dodici PFAS esaminati, PFOA, PFOS e PFHxS sono risultati quantificabili in almeno il 90% dei campioni e sono stati selezionati per le analisi principali.

I risultati hanno evidenziato un’associazione positiva tra le concentrazioni di tutti e tre i PFAS e i livelli di calcio sierico. Al contrario, non è stata osservata un’associazione significativa tra i PFAS e il paratormone o la 25-idrossi-vitamina D, fatta eccezione per una specifica associazione tra PFOS e vitamina D trasformata in scala logaritmica.

Quale possibile relazione con la salute delle ossa?

Il calcio è un elemento fondamentale per la mineralizzazione e il mantenimento della struttura ossea. Nel corpo umano, lo scheletro rappresenta il principale deposito di calcio, che viene continuamente scambiato con il sangue attraverso processi regolati da diversi meccanismi fisiologici.

Gli autori ipotizzano che l’associazione osservata possa essere compatibile con un’interferenza dei PFAS nell’omeostasi del calcio e con un possibile coinvolgimento del metabolismo osseo. Tra i meccanismi da approfondire rientra il riassorbimento del tessuto osseo da parte degli osteoclasti, le cellule responsabili della degradazione della matrice ossea e del rilascio dei minerali.

Lo studio, tuttavia, è di tipo osservazionale trasversale: documenta un’associazione statistica, ma non dimostra da solo che i PFAS siano la causa diretta dell’aumento del calcio o di una riduzione della densità ossea nei partecipanti. Inoltre, non ha misurato direttamente la densità minerale ossea come esito principale. Saranno quindi necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi biologici coinvolti e verificare le possibili conseguenze cliniche nel lungo periodo.

Questa ricerca contribuisce ad ampliare le conoscenze sui possibili effetti dell’esposizione prolungata ai PFAS e sottolinea l’importanza di continuare a studiare non soltanto gli effetti già documentati, ma anche i meccanismi biologici attraverso cui queste sostanze persistenti potrebbero influenzare l’organismo.

Riferimenti

Bibliografia

  1. Greenpeace Italia. La prima mappa della contaminazione da PFAS in Italia. 2025.
  2. European Food Safety Authority (EFSA). PFAS nei cibi: valutazione dei rischi e dose settimanale tollerabile. 2020.
  3. European Chemicals Agency (ECHA). Sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS).
  4. Exploring the adsorption of short and long chain PFAS to different zeolites using environmental samples. Environmental Science: Water Research & Technology. 2023.
  5. Zeolites for Sorption of PFAS from Water. Industrial & Engineering Chemistry Research. 2024.
  6. Per- and polyfluoroalkyl substances (PFAS). EFSA.
  7. CNR-IRSA – PFAS negli alimenti cotti in acqua contaminata
  8. Università di Ferrara – Ricerca di Maura Mancinelli sulle zeoliti
  9. Zhang Z, Sarkar D, Biswas JK, Datta R. Biodegradation of per- and polyfluoroalkyl substances (PFAS): A review. Bioresource Technology. 2022;344(Pt B):126223. Articolo scientifico – DOI | PubMed

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  6. Erboristeria Arcobaleno: Polveri sottili: un problema invisibile ma concreto

Le polveri sottili rappresentano uno degli inquinanti atmosferici più studiati dalla comunità scientifica per il loro impatto sulla salute umana. Ogni giorno respiriamo milioni di particelle sospese nell’aria, molte delle quali sono talmente piccole da riuscire a penetrare in profondità nel nostro apparato respiratorio.

Le particelle vengono classificate principalmente in:

  • PM10: particelle con diametro inferiore a 10 micrometri;
  • PM2.5: particelle con diametro inferiore a 2,5 micrometri, ancora più pericolose perché raggiungono gli alveoli polmonari.

Da dove provengono?

Le polveri sottili hanno un’origine sia naturale sia antropica.

Tra le fonti naturali troviamo:

  • aerosol marino;
  • pollini e spore;
  • polveri desertiche;
  • erosione del suolo.

Le principali fonti legate alle attività umane comprendono invece:

  • traffico veicolare;
  • combustione di gasolio e benzina;
  • impianti di riscaldamento;
  • processi industriali;
  • combustione di biomasse e residui agricoli.

In ambiente urbano il traffico rappresenta una delle principali sorgenti, non solo per le emissioni dei motori ma anche per l’usura di pneumatici, freni e per il risollevamento delle polveri depositate sull’asfalto.

Polveri sottili: un problema invisibile ma concreto

Perché le PM2.5 sono più pericolose?

La pericolosità dipende soprattutto dalle dimensioni.

Le particelle PM10 vengono generalmente trattenute nelle prime vie respiratorie, mentre le PM2.5 riescono a raggiungere bronchi, bronchioli e alveoli polmonari. Una parte delle particelle ultrafini può addirittura attraversare la barriera alveolo-capillare entrando nel circolo sanguigno.

Numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato che l’esposizione cronica al particolato è associata ad un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, infarto, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), asma, tumore del polmone e mortalità prematura.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera oggi l’inquinamento atmosferico uno dei principali fattori di rischio ambientale per la salute.

Gli effetti a breve e lungo termine

Esposizione a breve termine

Anche pochi giorni di elevata concentrazione di PM possono provocare:

  • irritazione di occhi e gola;
  • tosse;
  • peggioramento dell’asma;
  • aumento degli accessi al pronto soccorso;
  • aggravamento di patologie cardiache e respiratorie.

Esposizione cronica

L’esposizione protratta per anni aumenta il rischio di:

  • riduzione della funzione respiratoria;
  • bronchite cronica;
  • malattie cardiovascolari;
  • morte prematura.

Secondo la letteratura scientifica, non esiste una soglia completamente priva di rischio: anche concentrazioni inferiori agli attuali limiti normativi possono determinare effetti sulla salute.

Chi è maggiormente vulnerabile?

I gruppi più sensibili sono:

  • bambini;
  • anziani;
  • donne in gravidanza;
  • soggetti con asma o BPCO;
  • persone affette da malattie cardiovascolari;
  • diabetici.

Nei bambini l’apparato respiratorio è ancora in sviluppo e la frequenza respiratoria è maggiore rispetto agli adulti, aumentando la dose di particolato inalata.

Impatti sull’ambiente

Le polveri e gli altri inquinanti atmosferici contribuiscono a fenomeni quali l’acidificazione dei suoli, il deterioramento degli ecosistemi acquatici, la perdita di biodiversità e il danneggiamento delle foreste.

Come ridurre l’esposizione quotidiana

Sebbene non sia possibile eliminare completamente il rischio, alcuni comportamenti possono contribuire a limitarne l’impatto:

  • consultare gli indici di qualità dell’aria prima di svolgere attività fisica intensa;
  • evitare di praticare sport lungo strade molto trafficate;
  • privilegiare parchi e aree verdi;
  • arieggiare gli ambienti nelle ore di minor traffico;
  • utilizzare sistemi di filtrazione dell’aria negli ambienti chiusi quando necessario;
  • evitare il fumo di sigaretta e limitare le combustioni domestiche.

Anche una mobilità più sostenibile, il risparmio energetico e una maggiore attenzione alle emissioni contribuiscono concretamente alla riduzione dell’inquinamento atmosferico.

Il ruolo degli integratori: un supporto complementare per il benessere respiratorio

Ridurre l’esposizione agli inquinanti atmosferici rimane la strategia più efficace per proteggere la salute. Tuttavia, nell’ambito di uno stile di vita orientato alla prevenzione, alcune persone scelgono di affiancare integratori alimentari che possano sostenere il fisiologico benessere dell’organismo e dell’apparato respiratorio.

Zeolite clinoptilolite: un possibile supporto per l’equilibrio dell’organismo

Polveri sottili: un problema invisibile ma concreto

La zeolite clinoptilolite è un minerale naturale caratterizzato da una struttura microporosa con elevate capacità di adsorbimento e di scambio ionico. Per queste caratteristiche è oggetto di numerosi studi scientifici che ne valutano il possibile impiego nel supporto della barriera intestinale e nell’adsorbimento di alcune sostanze presenti nel tratto gastrointestinale.

È importante precisare che le attuali evidenze scientifiche non consentono di affermare che la zeolite protegga direttamente dagli effetti delle polveri sottili, dell’inquinamento atmosferico o dei metalli pesanti inalati. Può tuttavia rappresentare, se inserita all’interno di un programma personalizzato e su consiglio di un professionista sanitario, un supporto complementare al mantenimento del benessere generale.

Adhatoda vasica: la fitoterapia al servizio delle vie respiratorie

Polveri sottili: un problema invisibile ma concreto

Tra le piante medicinali più studiate per il benessere respiratorio merita particolare attenzione l’Adhatoda vasica (Justicia adhatoda), una specie utilizzata da oltre duemila anni nella medicina ayurvedica per favorire la funzionalità delle vie aeree.

Le foglie della pianta sono naturalmente ricche di alcaloidi, in particolare vasicina e vasicinone, composti bioattivi ai quali vengono attribuite proprietà espettoranti, mucolitiche e broncodilatatrici. Studi farmacologici hanno inoltre evidenziato attività antiossidanti, antinfiammatorie e una capacità di modulare alcuni mediatori coinvolti nella risposta infiammatoria delle vie respiratorie.

Grazie a queste caratteristiche, l’Adhatoda vasica viene tradizionalmente impiegata come supporto fitoterapico in presenza di tosse produttiva, bronchiti, congestione bronchiale e durante la stagione invernale, favorendo la fluidificazione del muco e la fisiologica funzionalità dell’apparato respiratorio.

L’interesse scientifico verso questa pianta è in continua crescita; tuttavia, le evidenze disponibili riguardano principalmente le sue proprietà fitoterapiche generali e non consentono di affermare che protegga dagli effetti dell’inquinamento atmosferico o delle polveri sottili. Il suo impiego va quindi considerato come parte di un approccio integrato volto al mantenimento del benessere respiratorio.

Una formulazione sinergica per sostenere le difese respiratorie

In fitoterapia, l’Adhatoda vasica viene spesso associata ad altri estratti vegetali caratterizzati da attività complementari. Un esempio è RESPIR PLUS Renaco, una formulazione che combina:

  • Adhatoda vasica, per il supporto della fisiologica funzionalità bronchiale;
  • Boswellia serrata, nota per il suo ruolo nel contrastare gli stati di tensione localizzati e sostenere la normale risposta infiammatoria;
  • Licopene, potente antiossidante naturale utile per contrastare lo stress ossidativo;
  • Eleuterococco, pianta adattogena che contribuisce alla naturale efficienza delle difese dell’organismo;
  • Sambuco, tradizionalmente utilizzato per favorire il benessere delle prime vie respiratorie e sostenere le naturali difese immunitarie.

Questa associazione di estratti vegetali mira a sostenere la fisiologica funzionalità dell’apparato respiratorio, soprattutto nei periodi dell’anno caratterizzati da una maggiore esposizione a fattori irritanti ambientali. Come per tutti gli integratori alimentari, il loro utilizzo deve inserirsi all’interno di uno stile di vita sano e non sostituisce una dieta varia ed equilibrata né le misure di prevenzione dell’esposizione agli inquinanti atmosferici.

Riferimenti scientifici

  • Karthikeyan A. et al. Justicia adhatoda: A review of its traditional uses, phytochemistry and pharmacology. Journal of Ethnopharmacology.
  • Claeson U.P. et al. Pharmacological studies of vasicine and vasicinone from Adhatoda vasica.
  • Lamprecht M. et al. Effects of oral supplementation with activated zeolite clinoptilolite on intestinal barrier integrity. Journal of Functional Foods, 2015.
  • Kraljević Pavelić S. et al. Critical Review on the Use of Zeolite Clinoptilolite in Medicine and Health. Frontiers in Pharmacology, 2018.

Conclusioni

Le polveri sottili rappresentano una delle principali sfide per la salute pubblica del XXI secolo. Le evidenze scientifiche dimostrano che ridurre l’esposizione agli inquinanti atmosferici comporta benefici concreti sia per il singolo individuo sia per la collettività.

La prevenzione rimane la strategia più efficace e si basa su politiche ambientali, innovazione tecnologica, corretti stili di vita e, quando ritenuto opportuno dal professionista sanitario, anche su un approccio nutrizionale personalizzato che può includere l’impiego di specifici integratori come la zeolite, sempre nel rispetto delle evidenze scientifiche disponibili.

Riferimenti scientifici

  • World Health Organization (WHO). WHO Global Air Quality Guidelines. 2021.
  • World Health Organization. Ambient Air Pollution: Health Impacts.
  • European Environment Agency (EEA). Air Quality in Europe.
  • Pope CA III, Dockery DW. Health Effects of Fine Particulate Air Pollution. Journal of the Air & Waste Management Association.
  • Burnett RT et al. Global estimates of mortality associated with long-term exposure to outdoor fine particulate matter. PNAS. 2018.
  • Lelieveld J. et al. The contribution of outdoor air pollution sources to premature mortality. Nature. 2015.
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  • Karthikeyan A. et al. Justicia adhatoda: A review of its traditional uses, phytochemistry and pharmacology. Journal of Ethnopharmacology.
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La zeolite clinoptilolite attivata, biomateriale di origine vulcanica caratterizzato da una peculiare struttura microporosa, sta emergendo come un potenziale modulatore dell’omeostasi cellulare. Le evidenze precliniche e i primi studi clinici suggeriscono un ruolo rilevante nella detossificazione sistemica, nella modulazione dello stress ossidativo e nel supporto ai processi riparativi, aprendo nuove prospettive per la medicina rigenerativa e l’oncologia integrata.

La medicina rigenerativa mira a ripristinare la funzione dei tessuti danneggiati attraverso l’impiego di approcci biologici, cellulari e biomateriali innovativi. Tra questi, la zeolite clinoptilolite attivata sta emergendo come un potenziale agente detossificante e modulatore cellulare grazie alle sue caratteristiche strutturali e funzionali. Numerosi studi suggeriscono che la clinoptilolite possa contribuire al miglioramento dell’omeostasi redox, alla riduzione del carico tossico sistemico e alla modulazione di processi cellulari coinvolti nella risposta riparativa (Kraljević Pavelić et al., 2021; Kraljević Pavelić et al., 2018).

Cos’è la Zeolite e Cosa Significa “Attivare” la Zeolite?

Le zeoliti sono minerali microporosi di origine vulcanica, formati da una rete tridimensionale di tetraedri di silicio e alluminio che creano canali e cavità con carica negativa. Questa particolare architettura conferisce loro un’elevata capacità di scambio cationico e di adsorbimento selettivo, rendendole capaci di legare metalli pesanti, ammonio, micotossine e altre sostanze caricate positivamente. A causa dell’assenza di tossicità, la clinoptilolite è considerata sicura per l’uso in vivo dall’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e per l’uso umano da parte delle comunità farmaceutiche dell’Unione europea e degli Stati Uniti.

Quando si parla di zeolite “attivata”, si fa riferimento a un insieme di processi fisici (come micronizzazione o attivazione tribomeccanica) che hanno l’obiettivo di:

  • aumentare l’area superficiale del minerale,
  • rendere più accessibili i pori,
  • potenziare la capacità di scambio ionico e adsorbimento,
  • rimuovere impurità o minerali non funzionali.

L’attivazione non modifica la composizione chimica della zeolite, ma ne amplifica l’efficacia biologica, rendendola più efficiente come supporto detossificante.

Perché l’Attivazione è Fondamentale

La zeolite naturale possiede già buone proprietà adsorbenti, ma l’efficacia clinica e biologica dipende in modo determinante dal grado di attivazione.

I principali passaggi del processo includono:

1. Micronizzazione o macinazione controllata

Riduce la dimensione delle particelle, aumentando esponenzialmente l’area di contatto con tossine e metalli.

2. Attivazione tribomeccanica

È il processo più avanzato: un trattamento meccanico ad alta energia che apre la struttura cristallina, aumenta la porosità e attiva i siti di scambio ionico.

3. Rimozione di impurità

Elimina componenti non desiderati (argille, metalli, frazioni minerali inerti) che ridurrebbero l’efficacia.

Grazie a questi processi, la zeolite attivata diventa un adsorbente selettivo molto più potente, in grado di:

  • legare metalli pesanti mediante scambio cationico e interazioni elettrostatiche;
  • formare chelati stabili che impediscono ai metalli di partecipare a reazioni tossiche;
  • trattenere ammonio, istamina, micotossine e altre molecole reattive.

Queste proprietà la rendono uno dei più efficaci dispositivi naturali per la detossificazione gastrointestinale, con applicazioni che spaziano dall’ambito medico al benessere.

Struttura e Meccanismo d’Azione

La clinoptilolite è un alluminosilicato cristallino dotato di una struttura microporosa caratterizzata da tetraedri di silicio e alluminio con cariche negative che creano una rete di canali e cavità. Questa architettura le conferisce un’elevata capacità di scambio cationico, che rappresenta il principale meccanismo attraverso cui la zeolite può sequestrare cationi tossici come piombo, cadmio o ammonio (Dolanc et al., 2023).

L’attivazione tribomeccanica o micronizzazione aumenta l’area superficiale disponibile, potenziando notevolmente la capacità di adsorbimento e l’efficacia clinica. Le forme attivate di clinoptilolite (come PMA-Zeolite) hanno mostrato una maggiore efficienza nella rimozione di metalli tossici e nella modulazione dei parametri redox rispetto alle zeoliti naturali non attivate (Mosgoeller et al., 2024).

Zeolite e Medicina RigenerativaEffetti Detossificanti e Antiossidanti

Oltre ai vantaggi strutturali derivanti dall’attivazione, la zeolite clinoptilolite manifesta una serie di effetti biologici di notevole interesse, soprattutto in termini di detossificazione sistemica e modulazione dello stress ossidativo. Grazie alla sua struttura microporosa e alla capacità di scambio cationico, la zeolite attivata agisce come un vero e proprio “filtro selettivo” nel tratto gastrointestinale, intrappolando metalli pesanti, metaboliti reattivi e composti pro-ossidanti prima che possano essere assorbiti o esercitare effetti dannosi.

Parallelamente, la clinoptilolite attivata contribuisce al mantenimento dell’equilibrio redox attraverso la riduzione della perossidazione lipidica e il sostegno dei sistemi antiossidanti endogeni. Questi effetti combinati la rendono un supporto particolarmente utile nei contesti in cui si verifica un aumento del carico tossico — come esposizioni ambientali, stress metabolico o terapie farmacologiche intensive — e nei programmi di supporto all’integrità intestinale e alla funzionalità immunitaria.

Sequestro di Metalli Pesanti e Sostanze Tossiche

Dati preclinici e clinici indicano che la clinoptilolite attivata è in grado di:

  • ridurre la biodisponibilità di metalli pesanti come piombo, cadmio e arsenico (Kraljević Pavelić et al., 2022);
  • aumentare la loro escrezione attraverso il tratto gastrointestinale (Dolanc et al., 2023);
  • legare composti tossici generati dal metabolismo tumorale o da terapie farmacologiche.

Uno studio clinico controllato su tre regimi di somministrazione (a breve, medio e lungo termine) ha dimostrato che la supplementazione con clinoptilolite attivata riduce selettivamente i livelli di metalli tossici senza intaccare gli oligoelementi fisiologici.

Proprietà Antiossidanti e Modulazione Redox

La clinoptilolite attivata mostra la capacità di neutralizzare radicali liberi attraverso interazioni elettrostatiche e di supportare il bilanciamento redox mediante scambio ionico. Studi in vitro hanno documentato una riduzione della perossidazione lipidica e un miglioramento dei parametri ossidativi nei tessuti (Kraljević Pavelić et al., 2021; Kraljević Pavelić et al., 2018).

Evidenza Preclinica e Studi Clinici

Studi Animali

In ratti trattati con PMA-zeolite è stato osservato:

  • un decremento significativo dei livelli tissutali di metalli tossici,
  • un miglioramento dei marcatori redox,
  • assenza di effetti collaterali sistemici rilevanti (Dolanc et al., 2023).

Studi sull’Uomo

Numerosi trial clinici hanno analizzato la sicurezza e l’efficacia della clinoptilolite:

  • miglioramento dell’integrità della barriera intestinale e riduzione della zonulina in atleti endurance (Lamprecht et al., 2015);
  • riduzione dei sintomi gastrointestinali e miglioramento della qualità della vita in pazienti con IBS (Mosgoeller et al., 2024);
  • detossificazione sistemica documentata tramite analisi ICP-MS (Kraljević Pavelić et al., 2022).

Applicazioni in Oncologia Integrata

L’oncologia integrata si propone di combinare i trattamenti antitumorali convenzionali con interventi complementari basati su evidenze, con l’obiettivo di migliorare la tolleranza terapeutica, ridurre gli effetti collaterali e sostenere il benessere complessivo del paziente. In questo contesto, la zeolite clinoptilolite attivata sta emergendo come un coadiuvante di interesse crescente grazie ai suoi documentati effetti detossificanti, antiossidanti e modulanti della risposta immunitaria.

Numerosi studi preclinici e primi trial clinici indicano che la clinoptilolite può contribuire a mitigare il carico tossico associato a chemioterapia e radioterapia, modulare lo stato infiammatorio e favorire il ripristino dell’equilibrio redox, elementi chiave nella gestione degli effetti avversi dei trattamenti oncologici. La sua capacità di agire selettivamente nel tratto gastrointestinale, senza interferire con la farmacocinetica dei farmaci antitumorali, la rende un potenziale strumento complementare nei protocolli oncologici moderni.

Detossificazione durante le Terapie Oncologiche

La chemioterapia induce stress ossidativo e accumulo di metaboliti tossici. La clinoptilolite attivata può contribuire a:

  • legare radicali liberi e composti tossici,
  • proteggere l’epitelio intestinale,
  • ridurre astenia e disturbi gastrointestinali.

Studi preliminari riportano un miglioramento soggettivo della vitalità e una minore incidenza di disbiosi in pazienti trattati con zeolite durante la chemioterapia (Pavelić et al., 2001).

Modulazione dell’Ambiente Tumorale

L’ambiente tumorale è caratterizzato da uno stato infiammatorio cronico e da intenso stress ossidativo, condizioni che favoriscono progressione, invasività e resistenza ai trattamenti. Studi in vitro e in vivo indicano che la clinoptilolite può:

  • modulare l’espressione di citochine pro-infiammatorie come TNF-α e IL-6, contribuendo alla riduzione della cascata infiammatoria;
  • proteggere i mitocondri dallo stress ossidativo, favorendo un metabolismo più efficiente nei tessuti sani;
  • promuovere meccanismi apoptotici nelle cellule tumorali, potenzialmente potenziando l’efficacia delle terapie antineoplastiche.

Risultati di Trial Clinici Recenti

Un recente studio randomizzato in oncologia (ZeOxaNMulti Trial) ha mostrato:

  • riduzione della neuropatia periferica indotta da chemioterapia (CIPN),
  • migliore performance fisica,
  • potenziale impatto positivo sui parametri di sopravvivenza (Vitale et al., 2022).

Implicazioni per la Medicina Rigenerativa

La capacità della clinoptilolite attivata di:

  • ridurre lo stress ossidativo,
  • migliorare l’ambiente intestinale,
  • supportare l’omeostasi ionica,
  • modulare la risposta immunitaria,

la rendono un candidato interessante come adiuvante nei protocolli rigenerativi, sia cellulari che molecolari.

Dosi e Modo d’uso

La forma più comune di zeolite per uso medico e salutistico è la clinoptilolite polverizzata, attivata o micronizzata (cioè ridotta in una polvere finissima).Le dosi utilizzate per via interna nel corso degli studi clinici analizzati variano indicativamente tra 1,5 e 9 grammi al giorno.

In Italia, i prodotti a base di zeolite sono generalmente inquadrati come dispositivi medici, quindi riconoscibili dal simbolo CE sul prodotto. Prima dell’uso, si consiglia di leggere attentamente le istruzioni nel foglio illustrativo o nell’etichetta del prodotto. In caso di dubbi consultare lo specialista.

Controindicazioni

Le zeoliti possono interferire con l’attività farmacologica di diversi medicinali:

  • alterando il pH gastrico o intestinale;
  • complessandosi e catturando i medicinali grazie alle proprietà chelanti e di scambio ionico;
  • espletando effetti antiossidanti (che possono potenzialmente interferire con l’attività di alcuni farmaci antitumorali).

Ad esempio, la zeolite può ostacolare fortemente l’assorbimento degli antibiotici e di altri farmaci o integratori contenenti ferro. Pertanto, è importante evitare di assumere la zeolite insieme a integratori o farmaci, come antibiotici.

Conclusioni

Le evidenze attualmente disponibili suggeriscono che la zeolite clinoptilolite attivata possa rappresentare un supporto promettente nell’ambito dell’oncologia integrata, grazie alla sua capacità di agire su dimensioni fisiopatologiche centrali nel paziente oncologico: detossificazione selettiva, riduzione dello stress ossidativo, modulazione dell’infiammazione e protezione dei tessuti sani. L’insieme di questi effetti contribuisce a creare un ambiente sistemico più favorevole alla tolleranza delle terapie antitumorali, con potenziali ricadute positive sulla qualità di vita e sulla continuità terapeutica.

Sebbene i dati preclinici siano convincenti e i primi studi clinici – inclusi i trial pilota e il più recente ZeOxaNMulti Trial – indichino possibili benefici nel contenimento degli effetti collaterali (ad esempio la neuropatia periferica indotta da chemioterapia) e in una migliore performance complessiva, il livello di evidenza rimane ancora preliminare. Gli studi pubblicati, pur metodologicamente validi, presentano dimensioni campionarie limitate e talvolta eterogeneità nelle formulazioni di clinoptilolite utilizzate, fattori che richiedono cautela nell’interpretazione dei risultati.

L’inclusione della clinoptilolite nei protocolli terapeutici dovrebbe pertanto seguire un approccio clinicamente ponderato e personalizzato, integrato nella valutazione multidisciplinare del paziente. È essenziale considerare il quadro clinico individuale, le terapie in corso, le comorbidità e le potenziali interazioni, pur ricordando che allo stato attuale non sono stati documentati effetti negativi sull’efficacia dei chemioterapici nelle concentrazioni e modalità d’uso studiate.

Altri articoli

  1. Effetti della zeolite come sistema di somministrazione di farmaci sulla terapia del cancro: una revisione sistematica
  2. Erboristeria Arcobaleno: Zeolite e salute: un aiuto per l’uomo dalle profondita’ della terra
  3. Erboristeria Arcobaleno: Zeolite come adiuvante nella chemio e radioterapia
  4. Erboristeria Arcobaleno: ZEOLITE potente disintossicante anche per gli animali
  5. Erboristeria Arcobaleno: Zeolite: alleata contro tossine e tumori
  6. Erboristeria Arcobaleno: Zeolite e radioattività

Bibliografia

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Il consumo involontario di microplastiche e nanoplastiche, che secondo gli studi recenti equivale all’ingestione di una carta di credito a settimana, sta sollevando preoccupazioni significative per la salute pubblica.

Gli studi sulla presenza di microplastiche nelle diverse fonti d’acqua rivelano un problema diffuso. Dal rubinetto all’acqua in bottiglia, le microparticelle di plastica sono state ritrovate in percentuali allarmanti, con l’81% dei campioni di acqua di rubinetto e il 93% dei campioni di acqua in bottiglia che contengono queste particelle. Questi dati sollevano interrogativi significativi sull’efficacia dei sistemi di filtraggio e sulla sicurezza dell’acqua che beviamo quotidianamente.

Negli ultimi anni, l’inquinamento da plastica ha smesso di essere un problema “solo” ambientale. Le ricerche scientifiche più recenti stanno rivelando una verità inquietante: le particelle di plastica, una volta ridotte a dimensioni microscopiche o nanometriche, riescono a superare le barriere biologiche e a depositarsi nei tessuti umani. Sangue, polmoni, placenta, fegato, cervello: nessun distretto corporeo sembra essere risparmiato.

Non è più soltanto una questione ecologica: è una nuova frontiera della medicina ambientale. E forse della medicina preventiva.Nanoplastiche: il veleno silenzioso del XXI secoloDalla scoperta della plastica nel 1807, vari tipi di plastica sono stati studiati e ulteriormente modificati per supportare ogni campo applicato che si allinea alle esigenze dell’umanità, ad esempio, industria, casa, trasporti, medicina, agroalimentare, ecc.

Allo stesso tempo, la gestione della plastica è emersa come una seria preoccupazione poiché la sua manipolazione, dalla produzione allo smaltimento, comporta la liberazione nell’ambiente di particelle di dimensioni microscopiche, microplastiche (1 μm – 10 mm) e nanoplastiche (< 1 μm), collettivamente denominati micro-nanoplastiche o MNP.

Le microplastiche sono frammenti di plastica inferiori a 5 millimetri, mentre le nanoplastiche raggiungono dimensioni ancora più ridotte, inferiori ai 100 nanometri. Si tratta di particelle originate dalla degradazione di oggetti plastici più grandi (sacchetti, bottiglie, tessuti sintetici, pneumatici), oppure prodotte intenzionalmente, come nei cosmetici o nei detergenti.

Queste particelle sono composte da polimeri sintetici come PET (polietilene tereftalato), PVC (polivinilcloruro), PP (polipropilene), e possono includere anche additivi tossici come ftalati, bisfenolo A (BPA), ritardanti di fiamma e metalli pesanti. A queste si aggiungono inquinanti ambientali adsorbiti sulla loro superficie (pesticidi, PCB, IPA), creando un cocktail potenzialmente dannoso.

Le vie di ingresso principali nel nostro corpo sono tre:

  • Ingestione: pesce, crostacei, sale marino, acqua potabile (soprattutto in bottiglia) contengono microplastiche. Anche frutta e verdura possono veicolarle, a causa dell’irrigazione con acque contaminate.
  • Inalazione: le micro e nanoplastiche si trovano anche nell’aria, soprattutto negli ambienti chiusi dove si utilizzano tessuti sintetici, moquette e materiali plastici. Il particolato plastico può essere inalato e depositarsi nei polmoni.
  • Assorbimento cutaneo: anche se limitato, l’assorbimento attraverso la pelle è possibile, in particolare con i cosmetici contenenti microplastiche o con prodotti da bagno abrasivi.

Una volta all’interno dell’organismo, le particelle più piccole possono oltrepassare le barriere biologiche, raggiungere il flusso sanguigno, attraversare la placenta e persino la barriera ematoencefalica.

Cosa sappiamo della loro presenza nei tessuti umani?

Le evidenze scientifiche, seppur recenti, sono allarmanti:

  • Uno studio del 2022 ha rilevato microplastiche nel sangue umano per la prima volta, confermando la loro capacità di circolare nel sistema vascolare.
  • Nel 2021, ricercatori olandesi hanno identificato particelle plastiche nei polmoni umani, prelevate da pazienti sottoposti a chirurgia.
  • Altri studi hanno documentato la presenza nella placenta, suggerendo una possibile esposizione fetale già in utero.
  • Si stanno accumulando prove della loro localizzazione nel fegato, reni e linfonodi.

Le micronanoplastiche possono avere effetti tossici diretti e indiretti. A livello cellulare:

  • Inducono infiammazione cronica, soprattutto nei tessuti in cui si accumulano.
  • Aumentano lo stress ossidativo, danneggiando mitocondri, membrane e DNA.
  • Possono innescare apoptosi (morte cellulare programmata) o alterare i segnali intracellulari.

Inoltre, agiscono da veicoli per sostanze chimiche tossiche (endocrine disruptors) che possono interferire con l’asse ormonale, contribuire a infertilità, disordini tiroidei, obesità e diabete.

Nei modelli animali, l’esposizione a nanoplastiche è stata associata a alterazioni neurologiche, disbiosi intestinale, modifiche epigenetiche e immunodeficienza. Nei feti, si teme un impatto sullo sviluppo neuronale e sul sistema immunitario.

Le MNP rappresentano una grave insidia per la salute umana. La loro invisibilità le rende pericolosamente sottovalutate. Le micronanoplastiche non provocano effetti acuti visibili, ma si accumulano nel tempo, silenziosamente. Non esiste ancora una soglia “sicura”, né una mappa chiara della loro distribuzione nei tessuti. L’esposizione è continua, globale, quotidiana.

Inoltre, la normativa è ancora carente: la maggior parte dei paesi non ha regolamentato l’uso delle microplastiche nei prodotti di largo consumo. L’industria plastica, potente e trasversale, contribuisce a rallentare il riconoscimento del problema. E i media, salvo rare eccezioni, trattano il tema in modo superficiale.

Oggi disponiamo di tecnologie analitiche molto sofisticate per dosare i livelli di MNP nei vari tessuti, tecniche come cromatografia gassosa a pirolisi-spettrometria di massa (Pyr-GC/MS), la spettroscopia infrarossa a riflettanza totale attenuata-trasformata di Fourier (FTIR) e la microscopia elettronica con spettroscopia a dispersione di energia (EDX).

Grazie a queste tecniche si è scoperto la presenza di MNP nei reni, nel fegato e, soprattutto, nel cervello umano. In questi organi le MNP sono costituite principalmente da polietilene, oltre a piccole tracce di altri polimeri.

Questi attraversano la barriera emato-encefalica (BEE), e questo crea notevoli preoccupazioni in merito ad un loro ruolo nelle genesi di malattie neurologiche.

A conferma di ciò, l’associazione tra elevate concentrazioni di MNP cerebrale e una diagnosi di demenza documentata, rilevata nel cervello di defunti. E questo, indipendentemente da età, sesso, razza/etnia o causa di morte.  Questo risultato è emerso analizzando campioni tissutali prelevati da defunti, nel 2016 verso 2024. In otto anni livelli di MNP nei vari tessuti (fegato, reni e cervello) sono aumentati significativamente (+50%).

Le quantità di MNP presenti nel cervello umano sono 7-30 volte superiori rispetto a quanto rilevato negli altri organi. Tale quantità può essere quantificata in circa un cucchiaio!  Da notare anche che le MNP presenti nel cervello erano di dimensioni più piccole (<200 nm). Nei defunti con una diagnosi di demenza, i livelli di MNP erano 3-5 volte superiori alla media.

Questi risultati sono stati pubblicati “open access” su Nature Medicine 2025,da Nihart et al.Nanoplastiche: il veleno silenzioso del XXI secoloCOME EVITARE L’ESPOSIZIONE ALLE MNP

È del tutto evidente che bisogna subito comprendere a fondo quali sono le vie di esposizione, i percorsi di assorbimento e di eliminazione, e le potenziali conseguenze per la salute delle plastiche nei tessuti umani, in particolare nel cervello.

Gli esperti suggeriscono misure pratiche come passare dall’acqua in bottiglia a quella filtrata, evitare l’uso di plastica per il riscaldamento e la conservazione degli alimenti, assolutamente sconsigliato riscaldare il cibo al microonde in contenitori di plastica, evitare le bustine di tè che è dimostrato che possono rilasciare milioni di particelle di dimensioni micro e nano ad ogni singola infusione.

Riscaldare il cibo in contenitori di plastica, in particolare nel microonde, può rilasciare quantità sbalorditive di MNP, fino a qualche miliardo di particelle per centimetro quadrato in soli tre minuti. Anche la conservazione a lungo termine (a t.a. o in frigorifero) provoca una significativa perdita di plastica. Queste plastiche mostrano un potenziale tossico, con studi in vitro che rivelano fino al 77% di morte cellulare nelle cellule renali umane dopo un’esposizione prolungata (Environ Sci Technol. 2023;57(26):9782–92; https://doi.org/10.1021/acs.est.3c01942).

Uno studio randomizzato crossover su alimenti in scatola ha mostrato un aumento di oltre il 1000% nei livelli urinari di bisfenolo A (BPA) – un prodotti di degradazione delle plastiche – dopo cinque giorni di assunzione giornaliera di zuppa in scatola (Carwile JL, et al., JAMA 2011; 306(20):2218).

Ciò suggerisce che limitare il consumo di alimenti in scatola e optare per alternative confezionate senza plastica o senza BPA può ridurre efficacemente l’esposizione.

Gli alimenti altamente trasformati, come i bocconcini di pollo, contenevano 30 volte più microplastiche per grammo rispetto ai petti di pollo, dovuto ai contenitori in plastica usati durante la lavorazione.

Sul fronte opposto, gli esperti stanno studiando come favorire l’eliminazione di MNP già accumulate nei tessuti. Una possibilità è attraverso la sudorazione. Con il sudore molte MNP vengono eliminate.

Negli ultimi 70 anni abbiamo assistito ad un aumento esponenziale della produzione di plastica: stime ufficiali parlano di emissioni di microplastiche nell’ambiente, ogni anno, pari a 10 a 40 milioni di tonnellate. Quantità destinata ad essere raddoppiata entro il 2030.

La diffusione di prodotti in plastica “monouso” unita ad un lento tasso di degrado di questi materiali sta portando ad un accumulo esponenziale che, se non interverranno correttivi, nel 2050 raggiungeranno i 12 miliardi di tonnellate.

Vento e acqua possono ridistribuire le MNP ovunque, così sono state segnalate presenze di questi materiali dai sedimenti dei fondali marini alle nostre montagne più alte.

L’inalazione è un’altra fonte sostanziale di esposizione, con fino a 62.000 particelle negli adulti maschi all’anno. Un filtro HEPA (High-Efficiency Particulate Air) rimuove fino al 99,97% delle particelle sospese nell’aria piccole fino a 0,3 μm. (Chemosphere 2024, https://doi.org/10.1016/j.chemosphere.2024.142380)

IMPATTO SULLA SALUTE

Oltre a quanto anticipato l’esposizione a MNP può portare a impatti negativi sulla salute tramite stress ossidativo, infiammazione, disfunzione immunitaria, metabolismo biochimico/energetico alterato, proliferazione cellulare compromessa, sviluppo anomalo degli organi, percorsi metabolici interrotti e cancerogenicità.

Le conseguenze per la salute sono danni diretti e/o indiretti su vari sistemi di organi, tra cui respiratorio, gastrointestinale, cardiovascolare, epatico, renale, nervoso, riproduttivo, immunitario, endocrino e muscolare.

Queste evidenze derivano da studi condotti in laboratorio, su modelli animali dove si è potuto dimostrare che le MNP sono in grado di attraversare le barriere biologiche, quali la placenta e la barriera intestinale, e di accumularsi nell’intestino modificando la composizione del microbiota.

Uno studio recente, pubblicato su The New England Journal of Medicine 2024 (https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2309822) ha scoperto che le persone con una placca carotidea contenente la presenza di MNP, avevano un rischio più elevato di infarto miocardico, ictus o mortalità per tutte le cause. Inoltre, le feci dei pazienti con malattie infiammatorie intestinali (IBD) contenevano circa 1,5 volte più microplastiche rispetto ai controlli sani, in media 41,8 vs 28,0 particelle/gr di feci secche. Brain Medicine 2025 (Open Access). https://doi.org/10.61373/bm025c.0020 Nature Medicine 2025 (Open Access). https://www.nature.com/articles/s41591-024-03453-1

ZEOLITE: PUÒ AIUTARCI CONTRO LE NANOPLASTICHE?

Tra i rimedi naturali proposti per contrastare gli effetti delle sostanze tossiche ambientali, la zeolite clinoptilolite sta guadagnando attenzione (10). Si tratta di un minerale di origine vulcanica, altamente poroso e con carica negativa, capace di legare selettivamente sostanze nocive nel tratto gastrointestinale: metalli pesanti, ammonio, pesticidi, micotossine e altre molecole caricate positivamente.

Quando si parla di nanoplastiche, tuttavia, il potenziale della zeolite va inquadrato con cautela. Attualmente non esistono studi clinici diretti che confermino la sua efficacia nell’eliminare micro o nanoplastiche dall’organismo. Tuttavia, la sua azione può rivelarsi utile indirettamente.

Le zeoliti attivate di grado medico (come la clinoptilolite tribomeccanicamente attivata) possono:

  • Ridurre il carico tossico intestinale, legando sostanze associate alle microplastiche, come ftalati, BPA, metalli pesanti o IPA.
  • Limitare l’assorbimento intestinale di microplastiche ancora presenti nel lume, aiutandone l’eliminazione fecale.
  • Modulare lo stress ossidativo e l’infiammazione intestinale, due effetti noti causati dalla presenza di particelle plastiche nel tratto digestivo.

Tuttavia, una volta che le nanoplastiche hanno superato la barriera intestinale ed entrano nel circolo sanguigno o si depositano nei tessuti, la zeolite non può più agire, poiché essa non viene assorbita e non circola nel sangue.

Le micronanoplastiche non sono un problema del futuro: sono già dentro di noi. Non si vedono, non si sentono, ma ci attraversano. Continuare a ignorarle significa permettere che un lento veleno agisca indisturbato. È tempo di reagire, di indagare, di prevenire.

Perché la plastica non muore mai. Ma chi la ospita, sì.

Fonte: Dr. Giuseppe Giannini

Bibliografia:

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  7. Wright SL, Ulke J, Font A, et al. Atmospheric microplastic deposition in an urban environment and an evaluation of transport. Environ Int 2020; 136: 105411.
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  9. Ministero della transizione ecologica. Bollettino di informazione Sostanze chimiche – Ambiente & Salute 2021
  10. Trapani, L., et al. (2016). Zeolite-mediated removal of BPA from simulated gastric fluid: an in vitro approach. Environmental Science and Pollution Research, 23(8):7571–7580 https://doi.org/10.1007/s11356-015-6006-x

L’amalgama dentale è un materiale utilizzato da oltre un secolo in odontoiatria per la ricostruzione dei denti danneggiati da carie. Si tratta di un composto metallico ottenuto mescolando polvere di metalli (in genere argento, stagno, rame e talvolta zinco) con mercurio elementare liquido, che rappresenta circa il 50% in peso della miscela.

Una volta miscelati, questi componenti reagiscono formando un materiale solido, resistente e durevole nel tempo. Tuttavia, col passare degli anni, è emerso che le otturazioni in amalgama possono rilasciare lentamente vapori di mercurio, soprattutto durante:

  • La masticazione
  • Il bruxismo (digrignamento notturno)
  • Il consumo di cibi caldi o acidi
  • La rimozione non protetta dell’otturazione

Questi vapori di mercurio possono essere assorbiti principalmente attraverso i polmoni e in misura minore attraverso le mucose orali, con conseguente accumulo nei tessuti corporei, in particolare nel sistema nervoso, nei reni e nel fegato.

Il mercurio è un noto neurotossico, immunotossico ed epatotossico, e per questo motivo molti paesi ne hanno limitato o vietato l’uso in ambito odontoiatrico, specialmente nei bambini, donne in gravidanza e soggetti sensibili. La rimozione delle amalgame, se ritenuta necessaria, dovrebbe essere sempre eseguita secondo protocolli di protezione biologica per evitare un’esposizione acuta durante l’intervento.

Il mercurio è uno dei metalli pesanti più tossici per l’organismo umano.

Amalgama dentale: il dente avvelenato…

I metalli vengono utilizzati all’interno del nostro corpo e sono impiegati nella produzione, nella conservazione e nell’immagazzinamento di sostanze che utilizziamo direttamente sul nostro corpo o di cui ci nutriamo. I Metalli possono essere dannosi per la nostra salute molto di più di quanto si possa immaginare. Troppo spesso il loro influsso sulle nostre condizioni di salute viene trascurato; infatti, molto spesso, metalli tossici possono causare malattie croniche difficilmente diagnosticabili.

Il materiale usato in Odontoiatria per le ricostruzioni, contiene sostanze potenzialmente tossiche, mercurio in particolare, il quale è la sostanza forse più tossica in natura e che non è vero essere stabile una volta inserita nella bocca.

Le amalgame dentali sono quelle otturazioni grigie che vengono chiamate comunemente “piombi”. La caratteristica di questa lega metallica è di essere facilmente modellabile, di indurirsi completamente in circa due ore e di possedere una buona aderenza sul dente.

Per queste caratteristiche il suo uso è diventato molto diffuso, in campo odontoiatrico, per le otturazioni dentali, che sono necessarie nel trattamento delle carie. Le percentuali di ciascun metallo, contenuti nell’amalgama, permettono di classificare i prodotti finali in amalgami tradizionali e amalgami non-gamma-2 o ad alto contenuto di Rame. Una otturazione con amalgama rilascia ogni giorno da 0.5 a 0.10 mg di Mercurio per fenomeni di abrasione, corrosione, disgregazione elettrolitica, generati dai diversi metalli in ambiente salino come nella cavità orale, la bocca; anche i sali dei cibi, le acque gassate, gli acidi alimentari, ecc. accentuano la naturale disgregazione delle amalgame.

Amalgama dentale: il dente avvelenato…

I metalli rilasciati per il 50% si depositano nei tessuti cellulari, inibendo processi enzimatici e metabolici del nostro corpo; l’altro 50% viene eliminato attraverso le urine e le feci e va ad inquinare l’ambiente in cui viviamo, il terreno e quindi lo ritroviamo anche nella frutta, nei cibi, nelle verdure, ecc. e nelle falde acquifere.

Il mercurio e lo stagno, reagendo tra loro e con le diverse sostanze presenti in bocca (acidi, basi, ioni, ecc.), si trasformano in composti estremamente tossici che vanno a depositarsi in vari organi del corpo quali: tratto gastro-intestinale, tiroide, testicoli, prostata, fegato, pancreas, reni, capelli e soprattutto nel cervello.

Se il mercurio rimanesse strettamente legato agli altri composti dell’amalgama, un’otturazione vecchia di 5-10 anni dovrebbe contenere ancora il 50% di mercurio. Così non è nella realtà. Nei suoi studi, Jaro Pleva, svedese, dimostrò nel 1983 che se un’amalgama contiene in media 750 mg di mercurio e ci sono una media di otto amalgame per paziente, in cinque anni si liberano 2.640 mg di mercurio. Che fine fa? Viene eliminato solo in parte, il resto s’infiltra nei nostri tessuti (1) . Facendo riferimento agli studi di J. Pleva, il quantitativo sopra citato corrisponde ad una media giornaliera di 1.446 microgrammi al giorno, contro i 43 microgrammi ammessi dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come esposizione massima giornaliera. La situazione peggiora enormemente con le cosiddette “amalgame non gamma 2”, che contengono elevate quantità di rame (30%) e sono oggi di gran lunga le più usate nel mondo: queste amalgame cedono mercurio 50 volte più velocemente rispetto alle amalgame convenzionali (3-6% di rame).

Questo fatto spiega, probabilmente, i maggiori effetti tossici ad esse associati, come riportato in molti studi, con maggiore incidenza di disturbi neurologici. L’amalgama al mercurio è ancora il materiale più usato per le otturazioni, anche se esistono ormai molti studi scientifici che ne dimostrano la tossicità: se il principio guida della scienza medica è quello che indica la necessità di non nuocere mai, è importante prestare attenzione alla composizione dei materiali di otturazione dentaria.

L’AMALGAMA: UN PO’ DI STORIA

Il termine amalgama deriva dall’arabo “al malgham”, cioè lega di metalli con il mercurio. Già conosciuta nell’antica Cina, l’amalgama venne introdotta in Odontoiatria per la prima volta nel 1812 dal farmacista inglese Joseph Bell. In Francia fu utilizzata dai fratelli Crouscour, che intorno al 1830 l’esportarono negli Stati Uniti. L’amalgama era l’alternativa più economica all’oro, il materiale usato generalmente per le otturazioni. Il mercurio veniva utilizzato di frequente per la cura delle lesioni della pelle e della sifilide, una malattia estremamente diffusa all’epoca. Usando il mercurio le lesioni della pelle svanivano, ma il paziente si intossicava profondamente, riportando danni al sistema nervoso che lo conducevano ad una lenta ed atroce morte.

Il Dott. Samuel Hahnemann, fondatore dell’omeopatia, e i suoi discepoli dell’Ottocento furono di fatto il primissimo movimento organizzato antiamalgama dentale; tanto è vero che i dentisti che usavano amalgama non ne potevano più di tutte le teorie e le pressioni anti-amalgama di questi omeopati.

Alla voce “mercurio”, Hahnemann, già nel 1830, elencava un centinaio di diversi sintomi. A quel tempo l’uso eccessivo di unguenti mercuriali da parte di ciarlatani non medici, causava il reiterarsi di intossicazioni croniche; questo costituì uno degli stimoli decisivi allo sviluppo da parte di Hahnemann dell’omeopatia. Quando si parlava di mercurio si usava il termine “Quacksalber”, letteralmente “L’unguento degli imbroglioni”, da cui cambiarono due vocali trasformandolo in “Quecksilber”, che rimane oggi la parola usata in tedesco per il mercurio.

Non è passato moltissimo tempo, eppure il bagaglio di esperienze associate con l’intossicazione mercuriale sub-acuta, derivante da farmaci a base di mercurio, sembra essere scivolato via completamente dalla memoria. A New York, nel 184026, in seguito ad alterne vicende, si arrivò addirittura a proibire l’uso del mercurio nei materiali dentali, ma solamente per 20 anni. Alla fine dell’Ottocento la pratica venne poi riportata in Europa dove il chimico tedesco Alfred Stock pubblicò, nel 1920, vari lavori scientifici riguardanti la tossicità dell’amalgama (2). Molti altri studi furono pubblicati in quel periodo ed alcuni arrivarono addirittura ad auspicare che gli amalgami venissero banditi dalla pratica odontoiatrica; purtroppo però, con il sopraggiungere della seconda guerra mondiale, il problema fu dimenticato.

Solo nel 1961, L. Gmelin, nella pubblicazione del Manuale di Chimica Inorganica, fece un’importante affermazione:  gli “avvelenamenti cronici possono presentarsi in pazienti trattati con piombatura d’amalgama” e questo confermava che, senza alcuna riserva, i pazienti con l’amalgama possono presentare avvelenamenti cronici. Da allora si sono susseguiti studi, formazione di associazioni a tutela dei pazienti intossicati dall’amalgama, fino ad arrivare a citazioni in tribunale e risarcimenti. Questa breve panoramica sottolinea il fatto che i rischi causati dall’uso dell’amalgama sono reali e comprovati dai numerosi studi di casi clinici, che perdurano da circa un secolo.

Secondo l’Odontoiatria “ufficiale” l’amalgama non pone problemi a lungo termine perché diventa inerte alcuni giorni dopo essere stato inserito. Ma numerosi studi hanno provato che il mercurio continua ad essere liberato nel tempo, a causa della corrosione dell’amalgama. Diversi fattori possono contribuire a questa corrosione, quali lo stress fisico della masticazione, dello spazzolamento, e dell’eventuale digrignamento, l’acidità e la temperatura di cibi e bevande, ed il potenziale elettromagnetico di altri metalli eventualmente presenti in bocca (ad esempio in ponti, corone, ecc.). Molti studi hanno dimostrato che il contenuto in mercurio, in amalgami vecchi di 5 o 10 anni, si può ridurre fino al 25-35%.

Ricerche hanno dimostrato che il mercurio liberato dall’amalgama è in grado di raggiungere in pochi giorni tutti gli organi, ed è in grado di superare la barriera placentare. L’intossicazione cronica da mercurio è stata collegata sia a sintomi mentali (che spesso sono i primi ad apparire quali depressione, instabilità di umore, angoscia, ipereccitabilità) che fisici come stanchezza cronica, disturbi della vista, dell’ udito oltre a un potenziale pericolo di immunosoppressione.

Nel 1987 due studi basati su autopsie dimostrarono una diretta correlazione fra il numero di otturazioni in amalgama ed il livello di mercurio nel cervello e nei reni. Uno studio effettuato su pazienti affetti da sclerosi multipla ha mostrato che questi hanno livelli di mercurio, nel liquido cerebro-spinale, 8 volte superiori rispetto agli individui sani usati come controllo. C’è, comunque, molta controversia sul possibile ruolo del mercurio dentario nella genesi della sclerosi multipla, non essendo ancora stato effettuato uno studio clinico che dimostri inequivocabilmente questo ruolo causale.

Nel 1991 è stato pubblicato uno studio che pone una probabile relazione fra l’esposizione al mercurio contenuto nell’amalgama ed il morbo di Alzheimer (demenza precoce) come pure fra amalgama e malattie cardiovascolari e renali.

L’Odontoiatria ufficiale ignora queste ricerche, mentre continua a ripetere che l’amalgama è assai sicuro, poiché il mercurio non viene ceduto, e che può provocare problemi solo nelle persone che sono ipersensibili ad esso, e che essa stima attorno all’1% .

L’ADA sostiene che l’amalgama è resistente e sicuro, e che viene usato da oltre 100 anni. Il fatto che l’amalgama sia usato da molti anni non è una prova della sua sicurezza. A differenza delle intossicazioni acute, che avvenivano negli ambienti di lavoro in cui si utilizzava il mercurio ed i cui sintomi erano facilmente riconoscibili, l’intossicazione provocata dal mercurio contenuto nell’amalgama è particolarmente subdola poiché si tratta di un avvelenamento cronico dovuto all’assorbimento continuo di piccole quantità del metallo, e questo ne rende particolarmente difficile la diagnosi.

Anche un semplice esame del sangue è assai poco significativo, poiché il mercurio si trova nel sangue solo in piccole quantità, e soprattutto vi rimane per tempi molto brevi (pochi giorni), prima di depositarsi nei vari organi. Neppure l’esame delle urine ci è molto d’aiuto. Il dosaggio dei metalli pesanti nei capelli (il mineralogramma), a volte, può dare delle buone indicazioni, purché la quantità di mercurio assorbita sia significativa, e purché sia trascorso un tempo sufficiente perché il metallo venga incorporato nei capelli in crescita.

A questo punto va fatta una considerazione importante. Naturalmente non tutti coloro che hanno in bocca otturazioni in amalgama presentano patologie correlabili al mercurio in esse contenuto e in più c’è da considerare la variabilità individuale di risposta a una noxa patogena. Fortunatamente, i molti problemi creati dall’amalgama, se non hanno raggiunto un livello di irreversibilità, rispondono ad una semplice misura: la rimozione dell’amalgama stessa. E’ essenziale che la rimozione sia effettuata da un dentista biologico secondo protocolli di sicurezza (es. protocollo SMART dell’IAOMT).

LA SITUAZIONE ATTUALE IN EUROPA

Attualmente, le norme consentono ancora l’utilizzo di amalgama di mercurio con la sola eccezione dei trattamenti dentali per bambini sotto i 15 anni, donne incinte o che allattano. Le alternative già esistono e sono ad oggi le più utilizzate ma, nonostante questo, circa 40 tonnellate di mercurio vengono ancora usate ogni anno nell’Unione Europea per le otturazioni dentali.

L’accordo recentemente raggiunto stabilisce la graduale eliminazione dell’uso dell’amalgama dentale entro il 2025 (salvo casi giustificati da esigenze mediche specifiche del paziente). Alcuni Stati membri potrebbero però ritardare l’eliminazione per evitare impatti negativi sulle persone a basso reddito.

Ma il Consiglio europeo specifica che: Tali Stati membri dovranno giustificare adeguatamente il ricorso alla deroga e notificare alla Commissione le misure che intendono attuare per conseguire l’eliminazione graduale entro il 1º gennaio 2027. A partire dal 1° gennaio 2025 è proibita anche l’esportazione di amalgama dentale, seguita da un divieto completo della produzione e importazione nell’Unione Europea a partire dal 1° luglio 2026.

UTILIZZO DELLA ZEOLITE nel trattamento naturopatico orientata alla dechelazione dei metalli pesanti, in soggetti odontoiatrici che presentano otturazioni a base di amalgame e/o materiali protesici.

Amalgama dentale: il dente avvelenato…

Il Protocollo Biologico Naturale per il drenaggio dei metalli pesanti, pre e post intervento di rimozione dal Dentista, sarà da decidersi al momento secondo il caso clinico in esame, la tipologia del paziente e la quantità di metalli pesanti presenti nel soggetto.

In particolare un prodotto innovativo e senza controindicazioni, che potrebbe essere utilizzato nel protocollo specialistico di drenaggio e chelazione dei metalli pesanti ed altri tossici è la ZEOLITE.

La ZEOLITE è un minerale microporoso di origine vulcanica. Si presentano come minerali naturali dalla struttura microporosa costituita da migliaia di piccoli canali in grado di legare rilevanti quantità di tossine e metalli pesanti dannosi per la salute come anche radicali liberi, nitrosamine, ione ammonio, micotossine, pesticidi e cationi radioattivi.

Esistono diversi prodotti a base di zeolite. Si  consiglia di utilizzare quelli attivati con nanotecnolgie  in quanto garantiscono in assoluto il miglior tasso di assorbimento.

Con ogni dose, un numero incalcolabile di cristalli di zeolite di dimensioni submicroniche entrano nell’organismo come gabbie energizzate a carica negativa.

Poiché queste gabbie di cristallo viaggiano nel flusso sanguigno, i metalli pesanti e i radicali liberi si attaccano alle gabbie di cristalli di zeolite come un magnete che attrae la limatura di ferro. Questo meccanismo di scambio unico viene chiamato “capacità di scambio cationico“. Queste gabbie piene di tossine escono naturalmente dall’organismo già dopo 5-7 ore.

La zeolite è in grado di attrarre e legare selettivamente le particelle tossiche sia che si tratti di metalli pesanti che di particelle radioattive, virus o altre sostanze pericolose e di eliminarle in maniera sicura prima che incidano negativamente sulla salute generale.

La zeolite attivata con nanotecnologie elimina l’accumulo di sostanze tossiche, migliora la risposta immunitaria, alcalinizza l’organismo, favorisce le funzioni metaboliche e l’assorbimento delle sostanze nutritive.

COME FUNZIONA

L’azione della Zeolite si esplica a livello gastrointestinale locale, non ha attività metabolica; ma funziona in base a interazioni di tipo chimico e fisico. La Zeolite presenta una notevole capacità di scambio ionico: è in grado quindi di cedere i cationi liberi (Na+, K+, Ca2+, Mg2+) e legare al loro posto i metalli pesanti, ioni ammonio, radioisotopi o altri cationi (Cd2+, NH4+, Pb2+, Cs+, Sr2+), per i quali manifesta elevata selettività. La Zeolite agisce anche come setaccio molecolare bloccando all’interno dei canali della propria struttura tossine esogene ed endogene.

L’azione della Zeolite si esplica nel tratto gastrointestinale dove tossine, micotossine, ioni ammonio, metalli pesanti e radicali liberi si legano ad essa e vengono eliminati con le feci, L’azione della Zeolite è progressiva e selettiva verso le sostanze tossiche, non coinvolge sostanze nutritive né farmaci e agevola la fisiologica detossificazione sistemica dell’organismo.

La Zeolite Clinoptilolite, quando viene “attivata” (ovvero quando viene sbriciolata in modo da aumentare la propria superficie di contatto, sulla quale restano liberi ponti ossigeno carichi negativamente capaci di attrarre sostanze con cariche positive) esplica un’azione detossificante sistemica: è attiva nei confronti di inquinanti ambientali e alimentari (additivi alimentari, conservanti, smog, fumo, amalgame dentali, tinture per capelli, colle, vernici, esposizione al sole); contrasta lo stress ossidativo da radicali liberi esogeni ed endogeni e gli effetti iatrogeni dei farmaci; favorisce il miglioramento sintomatico in caso di allergie anche da contatto (per esempio, Nichel) e delle intolleranze alimentari.

La Zeolite Clinoptilolite senza essere assorbita dall’organismo è in grado di sequestrare e eliminare dall’organismo stesso tossine radicali liberi, ioni ammonio e metalli pesanti, ovvero sostanze normalmente presenti nell’ambiente in cui viviamo, onnipresenti negli oggetti quotidiani. L’eliminazione avviene attraverso un meccanismo fisico intestinale: le sostanze nocive vengono eliminate con le feci.

Amalgama dentale: il dente avvelenato…

INTEGRAZIONE DELLA ZEOLITE NEL TRATTAMENTO NATUROPATICO ODONTOIATRICO

FASI DI INTERVENTO:

1 – PREPARATORIA (1-2 settimane prima della rimozione delle amalgame)

  • Obiettivo: stabilizzare l’ambiente intestinale, migliorare la funzione emuntoria, iniziare il legame intestinale dei metalli circolanti.
  • Protocollo consigliato:
    • Zeolite micronizzata attivata: 1 g 2 volte al giorno, lontano dai pasti.
    • Supporti complementari: Vitamina C, glutatione, piante epato-renali (Cardo mariano, Tarassaco, Ortosifon).

2 – Durante la rimozione protetta delle amalgame

  • Obiettivo: limitare l’assorbimento del mercurio liberato.
  • Protocollo:
    • Zeolite assunta 30-60 minuti prima dell’intervento odontoiatrico e subito dopo.
    • Associazione con carbone vegetale o pectina per effetto sinergico.

Fase 3 – Detossificazione post-rimozione (3-6 settimane)

  • Obiettivo: favorire la mobilizzazione dolce e la completa escrezione dei metalli residui.
  • Protocollo:
    • Continuare la zeolite (1-2 g/die) per cicli di 3 settimane, con pause di 5-7 giorni.
    • Aggiunta di NAC, acido alfa-lipoico o alga clorella (con cautela).
    • Stimolazione degli emuntori: fitoterapia drenante, saune a infrarossi, linfodrenaggio.

ALTRI PRODOTTI NATURALI DISINTOSSICANTI

CLORELLA, CHLORELLA
Oltre che per diversi altri effetti benefici, la clorella è un’alga monocellulare conosciuta per le sue proprietà disintossicanti. Questo la rende perfetta per una cura disintossicante. L’alga clorella è ricchissima di clorofilla che cresce nei fiumi asiatici e possiede 38 volte più proteine della soia e 55 volte quelle del riso, fornendo 9 amminoacidi essenziali e molteplici vitamine e minerali (vitamina A, tutto il gruppo B ed E). Agisce come una resina a scambio ionico e ha un buon effetto nel legare i metalli a livello dell’apparato digerente ma non nel mobilitarli ed espellerli dall’organismo (4).

ORTICA, URTICA DIOICA L., URTICA URENS L.
L’ortica è una pianta che in antichità era usata per innumerevoli scopi curativi sia a livello diuretico/depurante sia nella diminuzione dell’ipertrofia prostatica. I suoi componenti principali sono: flavonoidi, lignani, pigmenti, amine, steroli, oligoelementi e vitamine, triterpeni, acidi organici.

Le sue proprietà sono: l’azione concomitante di glucosidi flavonoidici, sali minerali e polisaccaridi fruttosanici determina un aumento della diuresi. Altre proprietà sono, digestive, tonificanti, emostatica, ipoglicemizzante. Le indicazioni sono come diuretico volumetrico declorurante e deuricemizzante.

LITOTAMNIO, LITHOPHYLLUM
È un’alga rossa che si presenta sotto forma di piccole e fragili ramificazioni corallinacee tipica dei mari della Bretagna e dell’Irlanda. Essiccata e macinata quest’alga è ricca di sali minerali, il cui apporto favorisce la sintesi del collagene e dell’elastina, stimolando le cellule osteopoietiche, coinvolte nella formazione di ossa e denti e utili per mantenere una buona elasticità dei tessuti connettivi.

Il litotamnio, è un alimento altamente alcalino che aiuta a ridurre l’acidità gastrica e contrasta la fisiologica tendenza all’acidificazione dell’organismo, ossia la presenza di un’elevata concentrazione di sostanze acide nel sangue.

CURCUMA
Definita dalla medicina ayurvedica come la regina delle spezie, la curcuma aiuta a ripulire il fegato, purificare il sangue e promuove una buona digestione. Ha azione antiossidante e, al contrario di altri antiossidanti, i curcuminoidi della curcumina sembrano essere in grado, non soltanto di neutralizzare i radicali liberi ma anche di prevenirne la formazione (5). Inoltre ha proprietà antinfiammatoria, ma è priva degli spiacevoli effetti collaterali dei farmaci antinfiammatori (6). È usata altresì per la pulizia della pelle e la conservazione degli alimenti.

«La curcuma stimola la produzione di tre enzimi: aril-idrocarburo-idrossilasi, glutatione-S-transferasi, e UDP-glucuronil-transferasi. Questi sono “coltelli” chimici che abbattono le sostanze potenzialmente nocive nel fegato. La curcuma offre una protezione analoga per le persone che stanno assumendo farmaci come il metotressato (antagonista dell’acido folico) e altre forme di chemioterapia, che sono metabolizzati da o attraverso il fegato» (7).

Fonte: https://www.ambrosinaturalmedicine.com › ebooks

Bibliografia:

  1. 24 Jaro Pleva, Ph.D., Mercury Poisoning From Dental Amalgam, Orthomolecular Psychiatry, Volume 12, Number 3, 1983, pp. 184-193
  2. Alfred Stock, The Dangerousness of Mercury Vapor By, Berlin-Dahlem KaiserWilhelm-Institut fuer Chemie (Eingeg. Febr. 9, 1926) Translated by Birgit Calhoun – http://www.stanford.edu/~bcalhoun/AStock.htm
  3. [1] Fonte: FDA – Food and Drug Administration.
    http://www.fda.gov/medicaldevices/productsandmedicalprocedures/dentalproducts/dentalamalgam/ucm171094.htm#1
  4. Travieso L, Canizares RO, Borja R. et al. Heavy metal removal by microalgae. Bull Environ Contam Toxicol 1999; 62: 144-151.
  5. Panahi et al. Antioxidant and antiinfiammatory effects of curcuminoid-piperine combination in subjects with metabolic syndrome: A randomized controlled trial and an update meta analysis. Clin Nutr 2015 Jan 7: S0261-5614(15)00002-3.
  6. Illuri R. et al. Anti-infiammatory activity of Polysaccharide Fraction of Curcuma longa (NR-INF-02). Antiinflamm Antiallergy Agent Med Chem 2015 Apr 7.
  7. Duke JA. Dr. Duke’s Essential Herbs: 13 vital herbs you need to disease-proof your body, boost your energy, lengthen your life. Emmaus, Pennsylvania: Rodale Press; 1999.
  8. Università degli Studi di Trento. http://www.ing.unitn.it/~colombo/metalli_pesanti/mercurio.html
  9. FDA (Food and Drug Administration). http://www.fda.gov/medicaldevices/productsandmedicalprocedures/dentalproducts/ucm171094.htm#3
  10. https://www.studioavesanifederico.it/letture-consigliate/letteratura-amalgama-3

La zeolite per cani e gatti svolge una profonda azione purificatrice degli organi interni come reni, fegato e tratto gastrointestinale. Non viene assorbita dal corpo ma viene espulsa tramite le feci. Prima di ciò la zeolite assorbe come una spugna, grazie alla sua naturale porosità, tutte le tossine e gli agenti chimici presenti. nel corpo. Oltre che per uso orale, la zeolite per cani e gatti può essere utilizzata direttamente sulla pelle sotto forma di pasta (mescolandola con dell’acqua) per guarire ferite e irritazioni.

La zeolite è un efficace disintossicante naturale per cani e gatti, ideale durante i cambi di dieta da cibo industriale a naturale. Essa attrae ed elimina tossine e metalli pesanti senza lasciare residui nel corpo. Può essere somministrata oralmente con acqua o usata come pasta per trattare ferite e pelle irritata.

Molti proprietari di animali domestici non sono consapevoli dell’importanza di una disintossicazione regolare per i propri animali. Come gli esseri umani, anche gli animali sono esposti quotidianamente a tossine provenienti dall’ambiente, dal cibo e dai farmaci. Questi agenti dannosi si accumulano nel corpo e, a lungo andare, possono causare una serie di problemi di salute, tra cui malattie croniche, allergie, e un indebolimento del sistema immunitario.

Una delle principali fonti di tossine per gli animali è proprio il cibo industriale. I mangimi confezionati per cani e gatti spesso contengono additivi chimici, conservanti e coloranti che, con il tempo, possono sovraccaricare il loro sistema. Anche l’acqua che bevono potrebbe contenere sostanze chimiche indesiderate, come metalli pesanti, che possono accumularsi nel loro organismo.

L’ambiente urbano, in cui vivono la maggior parte degli animali domestici, è un altro fattore che contribuisce all’accumulo di tossine. L’esposizione all’inquinamento atmosferico, ai pesticidi nei parchi o ai detergenti chimici usati in casa può influire negativamente sulla salute degli animali. Il sistema di disintossicazione naturale dell’organismo spesso non è sufficiente per eliminare tutte queste sostanze, e nel tempo il loro accumulo può indebolire la salute generale dell’animale.

SINTOMI DI ACCUMULO DI TOSSINE NEGLI ANIMALI

Gli animali che accumulano tossine possono manifestare una serie di sintomi, alcuni dei quali potrebbero sembrare insignificanti, ma che in realtà indicano un problema più profondo.

Tra questi sintomi ci sono:

  • Letargia: Il tuo animale appare stanco o svogliato, anche dopo aver dormito.
  • Problemi digestivi: Diarrea, stitichezza o feci maleodoranti possono essere segni di un sistema digestivo sovraccarico di tossine.
  • Pelle e pelo opachi: Un mantello poco lucente o pelle secca possono indicare la presenza di tossine.
  • Infezioni ricorrenti: Se il tuo animale soffre frequentemente di infezioni, potrebbe avere un sistema immunitario in difficoltà.
  • Alito cattivo: Un cattivo odore persistente può essere un segnale che il corpo sta lottando per eliminare sostanze nocive.

La zeolite può aiutare a prevenire o alleviare molti di questi sintomi, favorendo la disintossicazione del corpo dell’animale e migliorando il suo stato generale di salute.

Per iniziare a capire di cosa di tratta, partiamo proprio dal suo nome: deriva dal greco zeo, bollire e “lithos”, pietra e significa letteralmente “pietra che bolle”. Questo singolare nome gli fu assegnato dal chimico e mineralogista svedese Axel Fredrik Cronstedt che aveva notato il liberarsi di vapore acqueo in seguito al riscaldamento del minerale, generatosi per evaporazione dell’acqua contenuta all’interno della struttura porosa della zeolite.

Le zeoliti sono infatti minerali naturali di origine vulcanica formati dall’incontro tra lava incandescente ed acqua. Nel corso di intensa attività vulcanica, l’acqua imprigionata all’interno, raggiungendo altissime temperature (120° C), trasforma i minerali in rocce dalla struttura porosa, caratterizzate da bollosità e canalicoli.

Ne esistono molti diversi tipi, accomunati dall’alto contenuto di composti idrati di alluminio e silicio. Dal punto di vista chimico si tratta quindi di allumino-silicati idrati di sodio, calcio e potassio, caratterizzati da una struttura cristallina molto aperta che può accogliere una grande varietà di ioni. Questo conferisce loro una elevata capacità di scambio cationico con spiccata selettività nei riguardi di cationi come ammonio, potassio, piombo, bario e di assorbimento dell’acqua (30-40% del proprio peso).

PROPRIETÀ

Per le peculiari proprietà chimico-fisiche, la zeolite trova oggi largo impiego in molti campi, dall’allevamento, all’industria alimentare, al campo medico, etc.

Il suo utilizzo nell’ambito dell’alimentazione del cane e del gatto è legato alle diverse proprietà benefiche che possiede, in particolare:

  • assorbimento dell’acqua in eccesso
  • assorbimento di sostanze tossiche
  • assorbimento di componenti dell’odore fecale (rende le feci meno maleodoranti)
  • aumento dell’assorbimento di calcio
  • effetto immunostimolante
  • aiuta a ristabilire l’equilibrio della flora batterica intestinale

Zeolite per gli animali

EFFETTO SUL MICROBIOTA

Relativamente a questo ultimo aspetto, è stato valutato l’effetto dell’integrazione della dieta con zeolite sul microbiota fecale nel cane.

Nei cani, diversi fattori, tra cui la dieta, la presenza di batteri patogeni e le condizioni di stress possono influenzare la composizione della flora microbica intestinale.

Nei cani da caccia, ed in generale nei cani da lavoro, le condizioni di stress emozionale, come quelle a cui sono sottoposti durante l’addestramento, possono influenzare la permeabilità, la motilità, la secrezione e la produzione di muco del tratto gastrointestinale e, in ultima analisi, alterare l’habitat dei batteri intestinali residenti promuovendo cambiamenti nella composizione della flora intestinale e quindi favorendo la colonizzazione da parte dei batteri patogeni.

L’integrazione di zeolite può aiutare a mantenere in equilibrio il microbiota intestinale e prevenire i disturbi del tratto gastroenterico legati allo stress nel cane, riducendo i batteri patogeni ed aumentando invece i batteri considerati benefici, come i bifidobatteri.

Tutto questo si traduce, se un alimento contenente zeolite viene somministrato costantemente per periodi medio lunghi, in una riduzione dell’odore fecale e un miglioramento della struttura delle feci stesse che si presentano più sode e facili da raccogliere.

Abbiamo visto sopra che cos’è la zeolite e quali sono le sue proprietà, in particolare il suo effetto benefico sul microbiota nei cani da lavoro.

In questi casi, infatti, le condizioni di stress a cui vengono sottoposti questi soggetti possono portare a disturbi del tratto gastroenterico con alterazione della flora microbica intestinale.

L’integrazione di zeolite può aiutare a mantenere in equilibrio il microbiota intestinale e a prevenire i disturbi gastrointestinali, ma questo non è il suo unico vantaggio!

ESERCIZIO FISICO E STRESS OSSIDATIVO

Sappiamo che l’esercizio fisico aumenta il tasso di consumo di ossigeno, il che implica un aumento della produzione di radicali liberi.

A causa della loro elevata reattività, i radicali liberi e altri ossidanti reagiscono con varie molecole organiche e causano perossidazione lipidica, con conseguenti danni estesi a cellule e tessuti.

Questa reazione è di tipo auto-catalitico (ovvero si autoalimenta) ed è suddivisa in 3 fasi:

  • Inizio: formazione dei radicali liberi
  • Propagazione: in questa fase i radicali liberi formatisi, che sono instabili e quindi molto reattivi, tendono a strappare elettroni ad altre molecole che hanno intorno per stabilizzarsi. In questo modo creano però nuovi radicali liberi che si comportano allo stesso modo: ecco perché è una reazione che si autoalimenta!
  • Fine: quando due molecole radicali che si incontrano danno luogo a prodotti non radicalici che quindi smettono di reagire.

Esistono dei marker, come la MDA (malondialdeide), che ci permettono di capire se lo stadio della ossidazione è avanzato.

L’intestino è un organo che può essere un attendibile indicatore della presenza di stress ossidativo poiché molte specie reattive dell’ossigeno vengono prodotte proprio nel tratto gastro-enterico.

Nonostante la barriera protettiva fornita dallo strato epiteliale, gli agenti patogeni possono provocare infiammazioni attivando cellule che producono sostanze infiammatorie e altri mediatori che contribuiscono a generare stress ossidativo.

Sappiamo inoltre che lo stress ossidativo può essere anche una delle cause di diverse condizioni patologiche gastrointestinali.

Zeolite

COME PUÒ AIUTARE LA ZEOLITE?

È stato suggerito che le zeoliti possano intrappolare i radicali liberi nella loro struttura complessa, inattivandoli ed eliminandoli. Le strutture delle zeoliti si basano su blocchi anionici tetraedrici collegati attraverso atomi di ossigeno e con una struttura aperta, che può ospitare un’ampia varietà di ioni.

Oltre a queste caratteristiche, le zeoliti presentano versatili proprietà assorbenti, scambiatrici di cationi, disidratanti e catalitiche.

L’argilla aggiunta alla dieta può alterare la popolazione microbica del tratto gastrointestinale, determinando una microflora intestinale più favorevole e modificando anche le caratteristiche dell’ambiente intestinale, come il pH o lo stato di ossidazione.

Sono state riportate proprietà antiossidanti in vitro e in vivo di argille naturali, come le zeoliti. Alcuni studi hanno indicato che l’inclusione di zeoliti nella dieta ritarda la perossidazione lipidica con radicali perossili idrosolubili e riduce la produzione catalitica di radicali per proteggere l’organismo.

Relativamente a questo aspetto, è stato valutato l’effetto dell’integrazione della dieta con zeolite sullo stato ossidante e antiossidante nel cane.

In uno studio condotto sui cani da lavoro, in particolare cani da caccia, è stata osservata una riduzione dei marcatori di perossidazione lipidica in seguito ad integrazione della dieta con zeolite, il che indica un suo effetto benefico sulla riduzione dello stress ossidativo.

La zeolite, quindi, può aiutare a mantenere in equilibrio il microbiota intestinale e prevenire i disturbi del tratto gastroenterico legati allo stress nel cane, migliorando l’odore fecale e la consistenza delle feci.

Inoltre, mantenendo la stabilità del microbiota intestinale, può contribuire a prevenire la perossidazione lipidica causata dallo stress fisico dimostrando un ulteriore effetto benefico come antiossidante.

Uno dei maggiori vantaggi della zeolite è che agisce senza essere assorbita dal corpo. Questo la rende sicura anche per un uso prolungato. Una volta ingerita, la zeolite percorre l’intero tratto digestivo, senza alterare la flora intestinale o interferire con l’assorbimento dei nutrienti. Il suo effetto è puramente “fisico”: raccoglie e lega gli agenti chimici, i metalli pesanti e gli elementi tossici che incontra lungo il percorso e viene eliminata naturalmente con le feci, portando con sé le sostanze nocive.

PARTICOLARMENTE INDICATA NELLE FORME DI INSUFFICIENZA RENALE PER RIDURRE LA FORMAZIONE DI AMMONIO NELL’INTESTINO .

Nel soggetto nefropatico importante è l’eliminazione delle tossine attraverso l’intestino, la Zeolite lega le tossine e ne favorisce l’eliminazione attraverso le feci inoltre vengono eliminati i metalli pesanti e l’eccesso di radicali liberi che il paziente malato produce in gran quantità.
La zeolite viene adoperata anche per uso esterno per la cura delle piaghe favorendo la pulizia e la cicatrizzazione E’ un rimedio molto interessante che migliora lo stato generale con una attività antiossidante rimuovendo tossine e radicali liberi dal corpo può essere associata ad antiacidi e vitamina c che ne potenzia gli effetti

La zeolite ha una storia di uso industriale e veterinaria, inclusi depurazione delle acque, filtri aria, l’alimentazione degli animali per ridurre la produzione di ammoniaca e di aumentare l’effetto nutritivo, inoltre è adoperata nelle lettiere dei gatti per ridurre i cattivi odori.

L’associazione della zeolite con drenanti e fitoterapici e’ la strategia vincente per l’insufficienza renale del cane e del gatto. La cattura di nitrosamine, composti chimici cancerogeni presenti nell’intestino fanno della zeolite un ottimo rimedio per prevenire il cancro inoltre trova un ruolo importante nella regolazione del sistema immunitario.

INDICAZIONI D’USO GENERALI

Cani e gatti – somministrazione orale
Per ogni 20 chilogrammi di peso corporeo mescolare 2/ 4 g (un cucchiaino completo) di zeolite con un pò d’acqua al pasto serale. Si consiglia una cura di 6-8 settimane. La cura può essere ripetuta due volte all’anno. L’assunzione regolare nel corso degli anni può essere effettuata senza problemi. Non somministrare contemporaneamente a farmaci. È necessario mantenere una distanza di almeno 2 ore dall’assunzione di farmaci.

Fonti:

  • https://www.dogbauer.it/blog/news/zeolite-benefici
  • https://www.naturanimali.it/zeolite-disintossicante-naturale/?srsltid=AfmBOorh4MlXe5k_Q7KcVXz_hlxrXk_NIxiy8Oy3dbhy5fmMV_db8YSW
  • https://www.alessandroprota.it/insufficienza-renale-nel-cane-e-nel-gatto-la-zeolite/

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  21. Erboristeria Arcobaleno: Artemisia Annua: una speranza per i cani e gatti malati di tumore
  22. Erboristeria Arcobaleno: Prendersi cura dei cani e gatti “senior”
  23. Erboristeria Arcobaleno: Il benessere degli animali domestici